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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 
Di Altri Autori (del 20/04/2017 @ 07:25:46, in Pubblicità, linkato 182 volte)
Negli Stati Uniti il programmatic è ormai assoluto protagonista nel campo degli investimenti pubblicitari online. Secondo un forecast di eMarketer, infatti, quest’anno gli investimenti in programmatic display raggiungeranno quota 33 miliardi di dollari, circa l’80% del totale display. E nel 2019 la quota del programmatic sul display arriverà all’84%. Nonostante i numeri siano di per sé molto positivi, non è tutto oro quel che luccica: secondo eMarketer inserzionisti ed editori richiedono maggior controllo in tema programmatic, in particolare attraverso deal su private marketplace. Già oggi, circa il 75% della spesa in programmatic display, 24,25 miliardi di dollari, è transata tramite private marketplace o direct deals, con quest’ultima modalità di moda soprattutto per il native advertising. Contestualmente lo share degli open exchange è in declino, segno che le richieste da parte del mercato si stanno concretizzando in dei cambiamenti tangibili. L’anno scorso, per la prima volta, più della metà degli investimenti dedicati al video sono stati destinati al programmatic advertising e questa porzione crescerà del 42,3% a quota 9,13 miliardi. E l’anno prossimo il 75% dei video pubblicitari sarà venduto in programmatic. Buone notizie anche sul fronte del mobile, in questo caso circa l’80% della spesa su questo mezzo sarà automatizzata, per arrivare a oltre l’85% nel 2019.

via DailyOnline
 
Di Altri Autori (del 19/04/2017 @ 07:14:46, in Social Networks, linkato 340 volte)

Il progetto #pasocial promette di svecchiare l'apparato dello Stato per semplificare il rapporto con i cittadini. Ed eliminare la storica diffidenza degli italiani per il Palazzo

I social cambieranno la burocrazia. La promessa arriva dal gruppo di lavoro #pasocial, formato da comunicatori e giornalisti del governo che punta a sviluppare la nuova comunicazione pubblica, sia a livello centrale che sui territori. Il lavoro, che coinvolge la pubblica amministrazione centrale e locale, aziende pubbliche e aziende dei social, si sviluppa con appuntamenti di divulgazione, confronto e formazione e con la nascita di nuovi account e profili del settore pubblico.

I risultati si possono presagire dal libro PA Social. Viaggio nell'Italia della nuova comunicazione tra lavoro, servizi e innovazione di Francesco Di Costanzo. Nel volume si legge che il 60% degli italiani i social network sono importanti strumenti di utilità e sono, e lo saranno sempre di più in futuro, un’importante occasione anche per il mondo del lavoro: sei italiani su dieci considerano le piattaforme di nuova comunicazione professionalmente importanti (social ma anche chat come WhatsApp e Telegram) e un po' a sorpresa sono gli italiani dai 55 anni in su a pensare che i social network rappresenteranno sempre di più un'occasione di lavoro.

Gli italiani chiedono alla Pubblica amministrazione, ma anche alle aziende private, di usare di più i social network e soprattutto vogliono poter partecipare maggiormente e avere un dialogo diretto: informazioni in tempo reale (91%), avere la possibilità di segnalare disservizi e problematiche (90%), trovare informazioni su prodotti e promozione del territorio (89%), poter proporre eventi e nuove iniziative (89%). In molti considerano i social network strumenti utili: nella pubblica amministrazione per avere un rapporto migliore con i cittadini (63%), nelle aziende per migliorare i propri servizi (77%) e incrementare il fatturato (73%), sia per il settore pubblico che per quello privato sono un valore aggiunto per trovare lavoro (71%). Quanto i cittadini credono affidabili le informazioni fornite sui social network da PA e aziende? Per il 56% degli italiani sono molto/abbastanza affidabili le notizie che arrivano dalle aziende, si scende al 48% per quanto riguarda la pubblica amministrazione. I dati dimostrano come resti forte ancora la diffidenza dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione e che proprio strumenti di apertura e vicinanza come i social network siano considerati positivi per un nuovo rapporto con la cittadinanza.

«I cittadini indicano la strada, il servizio pubblico deve esserlo anche dal punto di vista della comunicazione», spiega all'Ansa l'autore del libro, Francesco Di Costanzo, «i social offrono un'opportunità straordinaria, una rivoluzione già in corso. Da queste semplici considerazioni è partito il percorso #pasocial, un'idea che abbiamo condiviso con numerosi comunicatori del Governo, ma anche con enti e aziende pubbliche del territorio e aziende dei social. Nel libro raccontiamo un lavoro e un viaggio che significa tante cose: lavoro, innovazione, nuovi servizi e linguaggi a disposizione dei cittadini. Il percorso va avanti, la PA sta cambiando e come comunicatori cerchiamo di dare il nostro contributo perché sia sempre più a portata di smartphone. I social sono ormai strumenti di utilità, di servizio pubblico, fonte di lavoro e di un nuovo rapporto tra Pa e cittadini».


via Business People

 
Di Max Da Via' (del 18/04/2017 @ 07:13:54, in Pubblicità, linkato 235 volte)
In Gran Bretagna la pubblicità digitale supererà i 10 miliardi di dollari, persino più dell’intero mercato pubblicitario italiano. A scattare la fotografia è un report di PWC per IAB Uk, secondo cui è il mobile a trainare la spesa per due ragioni abbastanza semplici: da un lato gli advertiser devono provare a sfruttare le possibilità offerte dal video su questo mezzo; dall’altro sono anche quasi obbligati a farlo, visto che oltre il 50% del tempo speso online in Gran Bretagna è appannaggio degli smartphone.

L’incremento più grande del 2007

L’incremento del settore, pari al +17%, non è mai stato così elevato dal 2007, anno in cui venne segnato un +38%. Il mobile ha registrato una crescita del 50% a oltre 4 miliardi di dollari e il segmento assorbe il 38% della raccolta su internet. Nel complesso la spesa in mobile video ha sfiorato i 900 milioni di dollari nel corso dell’anno scorso.

Formati innovativi

“L’aumento dei consumi di contenuti mobile e video ha accelerato il tasso di crescita del digitale ai livelli più alti degli ultimi dieci anni”, ha dichiarato James Chandler, responsabile marketing di IAB UK. Secondo Chandler, il risultato record è stato possibile grazie alla voglia di sperimentare formati innovativi e all’utilizzo del video per ingaggiare l’utenza.

Verso la riduzione del gap mobile

La performance del canale mobile coincide con i dati di fruizione del mezzo: negli ultimi sei mesi del 2016, infatti, il 54% degli utenti smartphone britannici ha visualizzato clip sul proprio telefono con il 40% degli stessi che ha dichiarato di averne fruiti di più rispetto a un anno prima (fonte YouGov). Il gap tra fruizione e raccolta su mobile sembra andare progressivamente verso una riduzione. Almeno in Gran Bretagna. E a dispetto della Brexit.


via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 12/04/2017 @ 07:26:37, in Pubblicità, linkato 340 volte)

Nei primi due mesi del 2017 il mercato degli investimenti pubblicitari chiude in calo del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Nel singolo mese di febbraio la raccolta perde il 2,8%. Aggiungendo anche la stima sulla porzione di web attualmente non monitorata (principalmente search e social), il mercato chiude il mese di febbraio e il periodo consolidato in pari( 0% e 0,2%). Lo dicono i nuovi dati Nielsen sul mercato pubblicitario in Italia nel mese di febbraio 2017 (.pdf).

“Come ci si poteva aspettare, a febbraio gli investimenti pubblicitari oscillano tra il negativo e la parità se si considera il perimetro allargato dell’intero universo del web advertising”, ha spiegato Alberto Dal Sasso, Tam e Ais managing director di Nielsen. “Il periodo si confronta con febbraio 2016 che era stato uno dei mesi con la performance migliore dell’anno, se si esclude il mese di giugno con l’inizio degli Europei di calcio”.

Relativamente ai mezzi, la tv cala dello 0,5% sia nel singolo mese che nel bimestre. Sempre negativa la stampa: quotidiani e periodici a febbraio si attestano rispettivamente a -6,4% e -8,9%, chiudendo il primo bimestre a -9,7% e -6,4%. Performance negativa per la radio nel mese (-3,3%) che porta il bimestre di poco sotto “quota zero” (-0,3%).

La crescita di internet è dovuta principalmente a search e social, sulla base delle stime realizzate da Nielsen. Relativamente al perimetro attualmente monitorato in dettaglio, infatti, il web registra un calo del 2,9% nel periodo cumulato e dell’8,5% nel singolo mese di febbraio. Allargando il perimetro all’intero universo del web advertising, la raccolta nel primo bimestre chiude a +7,2%. In trend negativo il cinema (-6,4%), l’outdoor (-19,7%), la goTV (-14,1%) e il transit (-7,3%). Stabile il direct mail (0,2%).

Per quanto riguarda i settori merceologici, se ne segnalano 11 in crescita, con un apporto complessivo di circa 35 milioni di euro. Per i primi comparti del mercato si registrano andamenti differenti: alle performance positive di automobili (+6%), bevande / alcolici (+22,4%), farmaceutici (+14,9%) e abitazione (+10,8%), si contrappongono i cali delle telecomunicazioni (-2,6%), media/editoria (-15,9%) e distribuzione (-14,1%). Dopo un anno in costante crescita, gli alimentari frenano nel bimestre con una raccolta di poco sotto lo zero rispetto allo stesso periodo del 2016.

“In attesa che si consolidi il primo trimestre per valutare la tendenza del 2017”, ha concluso Dal Sasso, “sarà importante vedere come lo scacchiere mondiale e quello europeo possano portare sviluppi a un settore – quello della comunicazione – così globalizzato sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta. Al momento le previsioni rimangono positive per la chiusura dell’anno grazie a un recupero che dovrebbe manifestarsi nel secondo semestre”.

Via Prima Comunicazione
 
Google ha preso sul serio la questione brand safety su YouTube. La società, infatti, ha reso noto che solo i canali con più di diecimila iscritti potranno essere abilitati alla vendita della pubblicità. Si tratta solo dell’ultimo di una serie di annunci, come quello relativo alla partnership con comScore, da parte del gigante di Mountain View. Il clima è abbastanza turbolento e la più grande concessionaria non può permettersi di fare altri passi falsi, non tanto per quanto riguarda il business, che non viene scalfito da questo boicottaggio, quanto per l’impegno assunto dalla società per costruire una pubblicità migliore, sancito con la costituzione della Coalition for Better Ads, insieme a Facebook, IAB e P&G. ornando all’annuncio di Big G ha anche detto che qualsiasi creator supererà i diecimila iscritti, dovrà superare un processo di revisione per cominciare a vendere pubblicità. I creators dovranno dunque essere accettati dallo YouTube Partner Program, un’iniziativa nata nel 2007 per dare ai produttori di video e ai canali una fonte di monetizzazione e alimentare così la piattaforma. La novità non mira solo a proteggere i brand o l’immagine di Google, ma vuole anche andare a certificare i creators affidabili, i cui contenuti sono merce preziosa per gli inserzionisti in questi tempi di carenza di fiducia e di poca trasparenza. “Vogliamo che i creators di tutte le dimensioni possano sfruttare le opportunità di YouTube, e crediamo che questo nuovo processo di applicazione contribuirà agli stessi di continua a generare ricavi”, ha scritto Ariel Bardin, VP of Product Management di YouTube.


Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 10/04/2017 @ 07:45:07, in Mercati, linkato 391 volte)

Dove vanno a finire i 20 miliardi di design italiano esportato ogni anno in tutto il mondo? La risposta arriva dalla mappa: Il design italiano nel mondo – Italian design in the world, realizzata dalla Camera di commercio di Milano in collaborazione con Promos, la sua azienda speciale per le Attività Internazionali (scaricala qui). Un export, dunque, da 20,5 miliardi in un anno. È il valore raggiunto dall’Italia nel 2016 tra arredamento, illuminazione, articoli in porcellana e ceramica e gioielleria, stabile rispetto all’anno precedente. Ma sono aumentate le esportazioni di mobili per cucine e poltrone e divani (+5%), di sedie (+3%), di apparecchi per l’illuminazione e di prodotti in vetro (+2%).

I tre maggiori partner italiani sono: Francia (13,2%), Stati Uniti (9,3% che guadagna due posizioni rispetto allo scorso anno, +7,7%) e Germania (9,3%). In ascesa anche: Israele (+13%), Paesi Bassi (+7%), Spagna (+6%) e Giappone (+5%). Tra le prime 20 destinazioni compaiono poi: Svizzera, Regno Unito, Emirati Arabi e Hong Kong. E se la Francia è il principale partner per quasi tutti i prodotti, i mobili d’ufficio vanno anche nel Regno Unito e a Singapore, le cucine negli Stati Uniti ma anche in India, i materassi in Germania e Canada, l’arredo domestico negli Stati Uniti e in Israele, le sedie in Germania e Cina, le poltrone e i divani tra Regno Unito ed Emirati Arabi, le parti di mobili in Regno Unito, le apparecchiature per l’illuminazione, i prodotti in vetro e in porcellana in Germania, la gioielleria, bigiotteria e le pietre preziose in Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Hong Kong. Emerge da elaborazioni della Camera di commercio di Milano e Promos su dati Istat e registro delle imprese anno 2016.

MAPPA---Design-italiano-nel-mondo-2017-1

LE IMPRESE. Sono 5.507 nel manifatturiero le imprese lombarde e rappresentano oltre un quinto del totale italiano (21,7%) e vedono Monza (1.598 attività) e Milano (1.088) prima e terza in Italia ma tra le prime 20 ci sono anche Como (4°), Bergamo (15°) e Brescia (16°). Nel commercio invece la Lombardia con 8.125 imprese rappresenta il 13,7% italiano con tra le prime Milano (3°), Monza (10°), Brescia (11°) e Bergamo (19°). Nella progettazione la Lombardia con 4.412 imprese sale a un quarto del totale italiano (24,8%) con Milano al primo posto con quasi 2 mila imprese mentre Bergamo e Brescia si piazzano al 5° e al 6° posto, Como al 13°, Monza e Brianza al 14° e Varese al 18°. Nell’export, Milano in crescita (+4,5%) è al 4° posto italiano, seguono Monza al 6° e Como all’8°, Brescia al 14° e Bergamo al 17°.

Design: le prime 20 destinazioni dell’export italiano

  PAESI EXP2015 EXP2016 % su tot. variaz. %
1 Francia 2.691.645.653 2.709.675.312 13,2% 0,7%
2 Stati Uniti 1.769.054.729 1.905.690.564 9,3% 7,7%
3 Germania 1.901.027.355 1.897.937.670 9,3% -0,2%
4 Svizzera 1.928.005.048 1.828.046.557 8,9% -5,2%
5 Regno Unito 1.481.464.385 1.489.562.417 7,3% 0,5%
6 Emirati Arabi Uniti 1.384.575.489 1.225.253.249 6,0% -11,5%
7 Hong Kong 834.135.179 768.103.811 3,7% -7,9%
8 Spagna 690.034.949 732.820.398 3,6% 6,2%
9 Russia 603.435.615 531.347.714 2,6% -11,9%
10 Cina 396.751.885 403.818.852 2,0% 1,8%
11 Belgio 391.436.760 397.306.287 1,9% 1,5%
12 Turchia 357.400.060 362.474.049 1,8% 1,4%
13 Polonia 337.319.863 351.316.713 1,7% 4,1%
14 Austria 272.507.492 259.247.924 1,3% -4,9%
15 Israele 216.360.728 244.432.176 1,2% 13,0%
16 Paesi Bassi 224.353.025 239.858.086 1,2% 6,9%
17 Arabia Saudita 317.672.285 232.178.361 1,1% -26,9%
18 Canada 220.908.143 216.330.333 1,1% -2,1%
19 Giappone 191.121.472 200.480.200 1,0% 4,9%
20 Australia 187.688.833 191.368.935 0,9% 2,0%
  MONDO 20.667.851.113 20.491.785.131 100,0% -0,9%

Elaborazione Camera di commercio di Milano su dati Istat anni 2016 e 2015. Valori in euro


via Business People
 
Di Max Da Via' (del 07/04/2017 @ 07:43:31, in Social Networks, linkato 457 volte)

Nel primo trimestre 2017, mediamente 1,9 milioni di utenti unici hanno commentato ogni settimana su Facebook e Twitter i programmi tv in onda su 35 emittenti digitali terrestri e satellitari in Italia con contenuti originali (post e tweet) e attività di engagement (commenti, condivisioni, like, retweet, citazioni, ecc). A rivelarlo i dati di Social Content Ratings di Nielsen, secondo i quali nello stesso periodo, le discussione sulle due piattaforme social sono state 66 milioni, con un picco massimo a febbraio quando si sono registrate 36 milioni di interazioni da parte di 7,4 milioni di utenti attivi. Il volume delle interazioni nel periodo gennaio – marzo 2017 è cresciuto del 23% rispetto al trimestre precedente.

Nello specifico, emerge che il mese di febbraio è stato determinante per la crescita, indipendentemente dal successo social del Festival di Sanremo: la settimana della kermesse canora è risultata quella con il più alto numero di interazioni e di utenti unici, rispettivamente 21 milioni e 5,2 milioni. Ma al netto del Festival, il trimestre avrebbe chiuso comunque in positivo rispetto al precedente grazie all’engagement social stimolato da programmi come ‘C’è posta per te’, ‘L’isola dei famosi’, ‘Masterchef’, le prime puntate del serale di ‘Amici’ e di ‘Ballando con le stelle’, o da eventi come la ‘Notte degli Oscar’ e i ‘David di Donatello’. Senza dimenticare il successo di fiction come il ‘Commissario Montalbano’ e ‘L’Onore e il Rispetto’ e di eventi sportivi, oltre al calcio, come l’avvio della stagione dei motori, i successi degli italiani nello sci e la vittoria di Roger Federer agli Open d’Australia di tennis.

“Oltre ai volumi rilevanti”, ha spiegato Luca Bordin, General Manager Media Sales&Solutions di Nielsen, “gli ultimi dati confermano una tendenza già riscontrata nella seconda parte del 2016, ovvero la rilevanza delle conversazioni sui social che avvengono nei giorni precedenti o successivi la messa in onda di un programma, a testimonianza del crescente valore delle piattaforme social per la Tv”. “Infatti considerando i 250 programmi più commentati, nel primo trimestre 2017 complessivamente il 37% delle conversazioni è avvenuto in modalità non lineare. La tendenza è più evidente su Facebook dove il dato arriva al 45%, mentre su Twitter si attesta al 21%: questa differenza riflette le peculiarità delle due piattaforme”.

Per quanto riguarda i generi televisivi più commentati, al primo posto c’è l’intrattenimento (che include Sanremo), seguito dagli eventi sportivi live e quindi da talent e reality show, ognuno con specifiche peculiarità riguardo all’attività sui diversi social. Mentre su Facebook l’87% delle conversazioni si è concentrato tra intrattenimento e sport, su Twitter la distribuzione dei commenti tra generi televisivi è molto meno concentrata: intrattenimento al 41%, talent e reality al 21%, sport al 19%, talk show all’11% e a seguire gli altri.

Guardando ai dati demografici degli utenti, il peso di uomini e donne è simile (51% vs 49%) ma sono ampie le differenze per genere televisivo. I primi prevalgono nel caso di eventi sportivi e talk show, ma le seconde sono molto più attive quando si tratta di commentare altre tipologie di programmi (serie tv e talent soprattutto). Stesso discorso per quanto riguarda le fasce di età: 25-34 anni la più rilevante (25% la quota sul totale TV) ma con grandi scostamenti in base al genere televisivo.

“Un altro elemento da sottolineare”, ha concluso Bordin, “è il volume delle conversazioni sui social relative alle brand che coinvolgono gli utenti della social TV. A beneficiarne sono in particolare quelle marche che si legano ai contenuti televisivi attraverso attività integrate con la struttura narrativa degli stessi. A febbraio, il 60% degli utenti che ha commentato i programmi televisivi ha partecipato anche a conversazioni relative ad una marca su Twitter. La percentuale sale fino all’80% per categorie come bevande / alcolici, alimentari e telecomunicazioni. Anche alla luce del fenomeno delle conversazioni non lineari, emerso come abbiamo visto in modo rilevante in questo trimestre, le attività cross tra social e TV forniscono alle brand opportunità di engagement che vanno ben oltre il perimetro temporale della messa in onda dei contenuti sponsorizzati”.

Leggi o scarica le slide di presentazione

Via Prima Comunicazione
 

A febbraio 2017 continua la crescita delle audience digitali in Italia, trainata dagli utenti che accedono a internet attraverso terminali mobili (28,2 milioni di visitatori unici) ormai allineati a quanti accedono tramite desktop (28,4 milioni). Sono ora il 24% del totale gli utenti che si collegano alla rete esclusivamente mediante un device mobile, in aumento del 15% nell’ultimo anno, mentre gli utenti che accedono solo da desktop nello stesso periodo sono diminuiti del 24%. 

Il ranking comScore Top 20 multi-piattaforma di febbraio 2017 evidenzia che le prime 10 properties vantano una reach complessiva superiore al 50% con Mondadori che rappresenta il primo editore digitale italiano e, insieme a Mediaset e Yahoo, consente alla concessionaria Mediamond di raggiungere oltre 30 milioni di visitatori unici per una penetrazione superiore all’80%. Il Gruppo Editoriale Espresso rappresenta invece la prima property italiana per numero di utenti su mobile (17,9 milioni), mentre i siti della RAI sono quelli ad aver registrato la maggiore crescita degli utenti mobile nell’ultimo semestre, avendone raddoppiato il numero dallo scorso settembre.


via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 04/04/2017 @ 07:23:54, in Mobile, linkato 550 volte)

Lo spostamento dei consumatori in direzione dello shopping online è continuo e i retailer tradizionali si trovano a dover fronteggiare un panorama sempre più competitivo. Questo quanto emerge dall’ultima Total Retail 2017, la ricerca annuale di PwC che ha analizzato i comportamenti di consumo online e l’attitudine alla multi-canalità di 24.500 consumatori in 32 paesi, tra i quali oltre 1.000 italiani.

Ecco i principali risultati e trend numerici emersi:

1 - L’Italia è il terzo paese al mondo per penetrazione del mobile, dietro solo a Spagna e Singapore, con l’85% della popolazione che ne utilizza abitualmente uno. Questo si riflette nella scelta di acquisto, che vede una costante crescita della frequenza di acquisti online tramite app e siti “mobile responsive”. Nel dettaglio:
- Il 20% dei consumatori italiani acquista tramite smartphone almeno una volta alla settimana (+43% rispetto al 14% del 2015);
- Il 19% acquista tramite tablet (+58% vs. 12% del 2015);
- Il 32% acquista almeno una volta a settimana tramite PC (+33% vs. 24% del 2015).

2 - Il ricorso allo smartphone è particolarmente forte nelle fasi precedenti l’acquisto. Lo scopo è quello di ricercare informazioni sui prodotti (43% degli intervistati), leggere recensioni su prodotto e retailer (40%), visualizzare codici promozionali o confrontare brand concorrenti (31%). Anche nella fase conclusiva, l’acquisto del prodotto, gli italiani si affermano tra i primi a livello mondiale (36% vs. media globale del 37%), segno di una forte fiducia dei consumatori nel pagare con uno strumento non tradizionale.

3 - Il prezzo rimane la variabile principale che influenza l’acquisto online (49%) dei consumatori italiani – più di ogni altro Paese al mondo tra le economie mature, preceduti solo dai consumatori di Cile e Brasile di un punto percentuale. Seguono la comodità (30%) e l’assortimento, che tuttavia è un driver indicato solo dal 18% dei rispondenti.

4- Social media vetrina sempre più rilevante. La maggiore fonte di ispirazione per gli acquisti dei consumatori italiani risultano essere i siti web di confronto prezzi, indicati dal 46% dei rispondenti rispetto al 35% del 2015. Seguono i siti web di retailer multi-brand (38%) ed i social network (37%).

Le proporzioni cambiano tra i Millennial: il 42% trova ispirazione nei social network tradizionali, distaccando i siti web di confronto prezzi (38%) e i siti web di retail multi-brand (34%). Crescono inoltre nella generazione più giovane i social network visivi come Instagram e Pinterest, utilizzati dal 23% dei Millennial contro il 16% del campione totale (ma solo 10% tra gli over 35).

Il 56% degli italiani, inoltre, è stato portato a spendere di più dall’interazione che ha avuto via social con un brand, e quasi il 60% dichiara di sentirsi più coinvolto dal brand proprio attraverso i social media.

5 - Si resta fedeli al negozio, ma non senza una certa delusione.
Nonostante lo shopping online abbia iniziato a prevalere su alcuni canali tradizionali, la fedeltà al negozio è uno dei maggiori trend, con il 51% dei consumatori italiani che lo visita almeno una volta alla settimana. Nel punto di vendita il 73% dei consumatori ricerca un addetto con profonda conoscenza dei prodotti, mentre al secondo posto si chiedono offerte real-time personalizzate (70%) e la possibilità di verificare rapidamente lo stock di un altro negozio (65%).

Nel complesso, il cliente non ritrova in negozio gli elementi che reputa importanti per una soddisfacente esperienza d’acquisto: la soddisfazione circa la preparazione degli addetti vendite è indicata dal 58% dei consumatori (mentre il 73% ritiene tale fattore fondamentale), come nelle offerte personalizzate che registrano un gap di oltre il 20% tra la soddisfazione (45%) e l’importanza attribuita (70%).

via Mark Up
 

È il mobile a trainare la crescita del tempo speso sul digitale negli Stati Uniti. A sostenerlo è il report di comScore “2017 US Cross-Platform Future in Focus”: la società ha scoperto che il 69% del tempo speso su internet è da attribuire al mobile con il desktop che continua a perdere terreno. Oggi circa il 60% del totale riguarda le app su mobile, con lo smartphone che da solo arriva fino al 51%.

Marketing Land, che ha dedicato un articolo sulla ricerca, ha subito sottolineato un risultato: su dieci minuti di consumo video su YouTube, sette avvengono tramite mobile. Un dato in linea con quello generale, ma che nei giorni in cui la piattaforma di Google è finita nell’occhio del ciclone per non aver garantito la brand safety di numerosi inserzionisti, assume un significato importante.

Per quanto riguarda le prime mille properties online, se si aggrega l’audience i visitatori da mobile sono circa due volte dell’audience desktop. E la fascia socio-demografica che utilizza principalmente il mobile per navigare è quella composta da donne tra i 18 e i 24 anni.

Il podio delle tre principali properties sorprende. Non tanto per le prime due posizioni, Google e Facebook, ma per la terza, rappresentata dal network Yahoo. Spostando l’attenzione sulle app mobile, è Facebook a dominare, seguita da Messenger e Facebook. Ma la crescita assoluta più importante la segna Snapchat(+114%), in nona posizione. L’app del fantasmino è seconda per engagement.

Al top tra le categorie di fruizione dei media digitali figurano i social e l’entertainment, con i primi che catturano il 20% del tempo speso complessivamente. Il 79% dell’utilizzo dei social è da attribuire ai canali mobile e il 60% attraverso app per smartphone.

Secondo comScore gli investimenti in mobile advertising sono più efficaci di quelli desktop: in questo canale la pubblicità è più performante. È questo è ancor più vero quando i consumatori sono vicini a concludere acquisti. Tuttavia, la divisione della spesa tra mobile e desktop non è ancora equilibrata: nella categoria retail l’80% della spesa va al desktop, un canale che assorbe solo il 33% dello shopping time dei consumatori.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 30/03/2017 @ 07:45:22, in Mercati, linkato 538 volte)

Duro colpo per le emittenti televisive tradizionali, a causa della sempre maggiore affermazione delle piattaforme di streaming. È quanto dimostra una recente indagine condotta nel Regno Unito, che conferma come Netflix e Amazon Prime Video abbiano comportato un rilevante innalzamento dell’età target per la classica audience TV. Una conseguenza, questa, che potrebbe avere serie conseguenze dal punto di vista degli investimenti pubblicitari.

Secondo quanto riportato da una ricerca di BBC Trust, l’avvento delle piattaforme di streaming ha comportato un innalzamento dell’età media dell’audience per i canali più importanti del Regno Unito, BBC One e BBC Two. Con una media rispettivamente di 61 e 62 anni, le proposte dell’ammiraglia britannica hanno perso il supporto, in pochissimi anni, non solo della fascia dei giovanissimi, ma anche della mezza età, quella maggiormente spendente e centrale per il target pubblicitario.

Più di 5 milioni di famiglie britanniche hanno sottoscritto un abbonamento a Netflix, mentre 1.6 milioni hanno scelto l’alternativa di Amazon Prime Video. La popolarità di queste piattaforme, e la loro grande versatilità d’uso, hanno comportato il trasferimento delle fasce più giovani, in particolare quella dai 16 ai 34 anni, dalle classiche emittenti televisive alla fruizione digitale. Ma non è tutto, poiché Netflix e Amazon sembrano aver causato anche contraccolpi per gli utenti dei servizi digitali lanciati dalle stesse emittenti: BBC iPlayer, il popolare sistema di streaming del gruppo, in nove anni ha perso progressivamente interesse e oggi è scelto solo dal 21% dei giovani consumatori, una volta la settimana. Davvero poco, se si considera come più della metà dei fruitori appartenenti alla stessa generazione acceda alle altre piattaforme di streaming quotidianamente.

Nonostante questo, le indagini dimostrano come il pubblico, con una percentuale di oltre il 73%, ritenga che BBC sia ancora in grado di proporre dei contenuti di elevatissima qualità sul fronte dell’intrattenimento, con un lieve calo su quello informativo: il 62% degli spettatori, contro il 70% del 2008. Si viene a creare, di conseguenza, una condizione abbastanza anomala, e del tutto nuova, per le tradizionali stazioni televisive: la qualità degli show non sembra poter competere con la comodità d’accesso garantita da altre soluzioni. L’utente non sembra essere più disposto ad attendere la messa in onda settimanale del proprio programma preferito, vuole accedervi istantaneamente, secondo i propri ritmi, in qualsiasi momento della giornata e in ogni luogo si trovi.

Il trend britannico potrebbe risultare interessante per predire quel che potrebbe accadere nelle altre nazioni europee, considerato come il Regno Unito disponga dei servizi di streaming da ben più anni rispetto ai Paesi limitrofi. Anche in Italia Netflix e Amazon causeranno una deriva geriatrica della classica TV?

Via Webnews
 
Di Altri Autori (del 29/03/2017 @ 07:07:49, in Mercati, linkato 605 volte)

Internet e il digitale arrivano prepotenti a minare le basi di un altro settore: quello della vendita delle automobili. Nel corso della settimana scorsa due notizie hanno acceso i riflettori su come l’e-commerce è potenzialmente dirompente anche quando si tratta di prodotti di alto costo e di alta complessità e variabilità delle configurazioni.

Le due notizie sono state l’annuncio dell’investimento da 10 milioni di dollari effettuato da due fondi europei su MotorK, scaleup italiana che ha sviluppato piattaforme di digitalizzazione per la vendita di automobili coinvolgendo sia gli utenti finali sia i dealer , e l’annuncio della nascita del negozio online di Alfa Romeo all’interno di Alibaba che al debutto ha venduto in poco più di 30 secondi 350 vetture modello Giulia nella configurazione ‘Milano’ appositamente realizzata a un prezzo per unità vicino a 63mila dollari e circa 60 Giulia Quadrifoglio Verde al prezzo di quasi 150mila dollari. Tutto online.

Tesla vende automobili a un prezzo medio di 120mila euro esclusivamente online, non ha rete di vendita e fa mai sconti sul prezzo pubblicato. Bmw ha lanciato nel Regno Unito, e a giorni anche in Cina, uno strumento online che consente di configurare la propria vettura e di procedere all’acquisto in ogni momento della giornata tra le 8 del mattino e le 10 di sera, sabato e domenica compresi, questo programma della casa tedesca è stato sviluppato con la collaborazione della rete dei concessionari che hanno aderito all’iniziativa per il 95%. In Cina i concessionari di auto vendono le vetture direttamente dall’interno di WeChat, popolare app che integra tantissimi servizi, assistendo l’acquirente in ogni fase fino a completare l’acquisto (tutti esempi questi illustrati in occasione di Internet Motors, due giorni dedicata alla digitalizzazione dell’industria automotive organizzata proprio da Motork).

Le automobili si vendono già online, anche se resta importante la rete dei concessionari fisici perché il test drive è un passaggio che molti acquirenti vogliono fare, perché non sempre è possibile consegnare la vettura presso l’indirizzo del cliente, perché per firmare i contratti di vendita bisogna che cliente e venditore si incontrino, perché una vettura ha una vita in cui servirà assistenza e supporto.

Ciò che sta accadendo è che il modello di business e soprattutto il processo che porta alla vendita sta cambiando anche quando si tratta di automobili. Se fino a ieri ci si poteva permettere di rispondere alla richiesta di un potenziale cliente in tempi misurati in ore, se non addirittura in giorni, oggi bisogna rispondere in tempo quasi reale altrimenti si rischia di perdere il cliente, le concessionarie sono sempre più grandi, multimarca, multi-provincia per accrescere da un alto le economie di scala ma anche per essere sufficientemente strutturate al fine di poter fare gli opportuni investimenti per cogliere al meglio possibile questa opportunità. Opportunità che vale per il mercato delle auto nuove, così come per quello dei veicoli usati come ha dimostrato in Usa Carvana.com che ha messo a punto una piattaforma che utilizzando anche tecnologie di realtà virtuale consente di visionare fino al più piccolo dettaglio, e difetto, prima dell’acquisto: tecnologia, servizio, trasparenza sono le chiavi di questa organizzazione che ha rivoluzionato il mercato statunitense dell’auto usata, mercato che in Italia è aggredito da startup come BrumBrum  e GoodBuyAuto . Realtà virtuale, screencast, chat sono strumenti che sempre più verranno utilizzati anche per organizzare appuntamenti online tra venditori e acquirenti.

Certo la diffusione del car sharing e l’avvento delle auto elettriche modificano da un lato il concetto stesso di rapporto con l’automobile che non è più vista unicamente come prodotto da acquistare, ma può essere anche considerata sotto forma di servizio e minano, dall’altro, il modello dei servizi di assistenza tecnica perché le auto elettriche avranno solo gli pneumatici e i freni da fare controllare ogni tanto, per il resto la manutenzione, salvo forse la periodica sostituzione delle batterie, è non necessaria.


E così cambia profondamente anche il mercato come recita questo articolo del World Economic Forum del 24 febbraio 2017  in cui si spiega come sta modificandosi il mercato negli Usa, come le nuove generazioni vedono l’automobile e come è sempre maggiore il ruolo dell’online, non solo come canale di vendita, ma anche come strumento per raccogliere informazioni e confrontare le offerte e i modelli.

Naturalmente però la vera rivoluzione ci sarà con l’avvento delle auto a guida autonoma che modificheranno il concetto stesso di base: vi saranno meno auto che viaggeranno più spesso invece delle tante auto che ci sono oggi che, per la gran parte della loro vita (si è calcolato che in Usa l’automobilista guida mediamente per 46 minuti al giorno) sono ferme tanto che qualcuno inizia a battezzare le automobili con il nomignoli di ‘autoferme’, non più ‘driving device’ ma ‘parking device’ e a pensarci bene quasi quasi un’auto oggi inquina di più, in termini di spazio ambientale occupato, quando è ferma che quando cammina.

Certo il processo di adozione dei veicoli autonomi non sarà immediato e richiede ancora alcuni elementi da perfezionare come per esempio la gestione della privacy ma, sempre secondo il World Economic Forum, è questo il futuro che ci aspetta, secondo questo articolo si analizza anche il processo di ownership delle auto a guida autonoma che dapprima saranno di proprietà dei singoli utenti come oggi avviene con le auto a guida umana, poi saranno gestite con modelli di multiproprietà e infine si arriverà alla self ownership dei singoli veicoli.

I veicoli a guida autonoma, elettrici e quindi a bassa necessità di manutenzione oltre che a basso impatto ambientale, saranno la svolta che modificherà profondamente la mobilità di ognino di noi e avrà impatto sostanziale non solo sull’industria dell’automobile ma su tantissimi altri settori: dalle assicurazioni, all’edilizia, dalla ristorazione alla sanità, dai trasporti pubblici ai media come descrive in modo puntuale un’analisi condotta di CBInsights.


via Startupbusiness
 

La National Football League (NFL) sta vendendo i diritti per lo streaming della prossima stagione di Thursday Night Football. E almeno quattro grandi aziende di tecnologia sono interessate. Facebook, Amazon, Twitter e YouTube hanno tutte presentato proposte alla NFL, nella speranza di trasmetterne le partite. Lo scrive Recode riportando fonti vicine alle società, che avevano già partecipato anche lo scorso anno per lo stesso accordo, poi vinto da Twitter con un’offerta di 10 milioni di dollari per il diritto di trasmettere 10 partite. Il campionato dovrebbe prendere una decisione entro il prossimo mese.

Il mercato dei diritti

Proprio come le reti televisive, anche le aziende di tecnologia sono interessate allo sport in diretta. Facebook e Twitter stanno facendo offerte per qualsiasi sport dal vivo su cui riescano a mettere le mani. Amazon è interessata agli eventi sportivi in diretta ma ha anche comprato diritti cinematografici. I diritti sportivi dal vivo sono costosi e difficili da trovare, però; i diritti televisivi tradizionali per le grandi leghe sportive come NFL, NBA e MLB sono già assegnati per anni. Cosa che rende quelli per Thursday Night Football i più ambiti sul mercato in questo momento. Ma Twitter l’anno scorso non ha segnalato un picco significativo nella crescita dei ricavi utente grazie allo streaming dei giochi. Twitter sostiene che 3,5 milioni di persone abbiano visto ogni partita in media, ma secondo le metriche televisive questo numero si abbassa a un paio di centinaia di migliaia di spettatori a partita. La media di CBS si avvicinava a 15 milioni di spettatori a partita nella scorsa stagione. Il pubblico più ridotto è uno dei motivi per cui i match sono stati venduti a soli 10 milioni di dollari l’anno scorso, una frazione di quello che NFL porta a casa con i diritti televisivi. Gli stream non sono esclusivi: gli spettatori possono anche guardare le partite su NBC, CBS, NFL Network e Verizon, che ha i diritti di distribuzione per la telefonia mobile. Inoltre, a Twitter è stato consentito di vendere solo una piccola percentuale della inventory pubblicitaria complessiva delle partite.


via DailyOnline
 
Di Altri Autori (del 27/03/2017 @ 07:35:15, in Mercati, linkato 533 volte)

Verallia, terzo produttore globale di contenitori in vetro per l’industria alimentare e Nomisma Wine Monitor, hanno presentato lo studio “Il ruolo del packaging nelle scelte di consumo di vino: un confronto tra i Millennials statunitensi ed italiani”. La ricerca, realizzata da Wine Monitor, si è posta l’obiettivo di valutare comportamenti e stili di consumo di vino da parte dei Millennials nei due mercati più importanti per le imprese vinicole del Belpaese: oggi 5 bottiglie di vino italiano su 10 vengono ancora consumate nel mercato nazionale, mentre delle 5 rimanenti che vengono esportate, una finisce direttamente negli Stati Uniti. Gli USA rappresentano infatti il primo mercato di export per le nostre produzioni; un mercato che nel 2016 ha importato complessivamente oltre 5 miliardi di euro di vino, di cui il 32,4% di origine italiana, facendo del nostro paese il leader di settore. La crescita a valore delle importazioni totali di vino negli Stati Uniti è stata del 52% nel corso dell’ultimo decennio (3,3% nell’ultimo anno, 2016 vs 2015).

image002L’universo di riferimento dello studio sono stati i Millennials (popolazione di età compresa tra 18-35 anni in Italia e 21-35 in USA – per legal drinking age). Si tratta della generazione su cui stanno puntando tutti i produttori e che in futuro sostituirà – in particolare in Italia – quei consumatori di vino che per anni ne hanno sostenuto il consumo in virtù di un approccio più tradizionale, per il quale questa bevanda ha spesso ricoperto un ruolo funzionale (di alimento) più che voluttuario. Nel caso degli Stati Uniti, dove questo approccio non è mai esistito, i Millennials rappresentano già oggi la generazione che in quantità consuma più vino di qualsiasi altra: 42% di tutti i consumi.

image002“I Millennials rappresentano la generazione cui stanno puntando tutti i produttori - afferma Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma. Però questa generazione ha un approccio all’acquisto di vino nettamente differente da quella che tradizionalmente ne ha sostenuto i consumi (i baby-boomers): maggiore attenzione all’innovazione, alla sostenibilità, alla creatività, tutti fattori spesso legati al packaging e per i quali ancora molte imprese italiane non ne hanno colto la strategicità a fini di mercato. L’obiettivo di questa ricerca è stato proprio quello di fornire ai produttori italiani uno strumento in più per cogliere le opportunità nei due principali mercati di vendita del nostro vino: Italia e Stati Uniti”.

La ricerca ha messo a confronto l’approccio al vino dei Millennials statunitensi e italiani, fotografandone le percezioni e i principali driver di scelta nell’acquisto e consumo di vino, tra i quali il packaging dimostra di avere un ruolo di primaria importanza. Le differenze di atteggiamento tra le due sponde dell’Atlantico sono ragguardevoli. I giovani adulti USA, ad esempio, scelgono il vino per la notorietà del brand (32%) e molto meno per il tipo di vino (21%). All’opposto, il primo criterio di scelta dei Millennials italiani è la tipologia del vino (51%), mentre la notorietà del brand è del tutto marginale (10%).
Le percezioni divergono anche sull’importanza del prezzo basso o promozionale, alta negli USA (20%) e bassa in Italia (11%), nonché sulla rilevanza del paese/territorio di origine, più alta in Italia (21%) che negli USA (15%).
Nella scelta del vino entrano anche fattori puramente estetici e di design come il packaging e le etichette, indicati dal 10% del campione USA e dal 5% di quello italiano.

Quando il campo si restringe sulle bottiglie di vino, emerge che i Millennials italiani sono più sensibili agli aspetti “etici” di sicurezza e sostenibilità del vetro (55%) dei loro omologhi USA (44%), mentre il rapporto si ribalta nell’apprezzamento degli aspetti “sensoriali”(trasparenza, freschezza al tatto) con un 53% a 40% a favore degli USA.
La distanza tra italiani più aderenti alla sostanza e americani più inclini a essere attratti dall’estetica è messa in rilievo anche dalla diversa importanza assegnata alla forma e colore dell’etichetta (82% USA - 55% Italia), forma della bottiglia (74% USA - 47% Italia) e presenza di loghi/grafiche in rilievo sul vetro (71% USA - 40% Italia).
Non stupisce, perciò, che il 76% dei Millennials USA ritenga che le bottiglie personalizzate contengano vini di qualità superiore contro il 53% degli italiani, né che dinanzi a una bottiglia di vino sconosciuto, ma dal design molto innovativo o particolare, il 92% dei consumatori USA tra i 26 e i 31 anni sarebbe interessato all’acquisto, contro il 70% dei loro coetanei italiani.

“La scelta se raccogliere le indicazioni emerse dalla ricerca spetta esclusivamente alle singole imprese italiane, però ritengo sia già un inizio promettente che se ne discuta serenamente, senza preconcetti in un senso o nell’altro - ha dichiarato Roberto Pedrazzi, direttore commerciale e Marketing di Verallia Italia. Noi di Verallia, come sempre, siamo pronti ad affiancare il made in Italy mettendo a disposizione il know-how, le risorse industriali e la ricerca avanzata su materiali e design di un gruppo internazionale interamente dedicato al packaging in vetro per il food and beverage.”

Via Mark Up
 
Di Max Da Via' (del 24/03/2017 @ 07:07:42, in Comunicazione, linkato 608 volte)

Nel mercato televisivo, Rai e Mediaset si confermano i due principali operatori in termini di audience, rispettivamente con il 36% e il 31% di quote d’ascolto, pur attestandosi su livelli di share inferiori rispetto al 2012 (-3,8% e -2,9%). Sky si attesta al 8,4% e Discovery, grazie anche ad operazioni di M&A, si assesta ad una quota pari al 6,9%. Lo rivelano i dati dell’Osservatorio sulle Comunicazioni pubblicato oggi da Agcom.

Relativamente al settore dell’editoria, sintetizza l’Ansa, a dicembre 2016 le vendite di quotidiani è risultata di poco superiore ai 2,5 milioni di copie, in flessione del 9,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Rcs MediaGroup resta leader nella distribuzione di copie vendute con il 21,7%, seguito dal Gruppo Editoriale l’Espresso che si attesta al 18,7% (+0,7%), dal Gruppo Monrif 8,6% (+0,5%) e dal Gruppo Caltagirone Editore, che raggiunge l’8,6% delle copie vendute (+0,2%).

Nel mese di dicembre 2016, oltre 30 milioni di individui si sono collegati ad Internet giornalmente. Da dispositivi mobili sono risultati 25,4 milioni (+17,7% rispetto a dicembre 2015). Le prime 4 posizioni non presentano variazioni su base annua: in particolare, Google resta stabile al primo posto con il 95,9% degli utenti che navigano in Internet. Ma Mondadori, che nel 2016 ha comprato Banzai, recupera nove posizioni e chiude al sesto posto con il 52,3% degli utenti che navigano sul web. La navigazione su Whatsapp e Facebook supera le 24 ore mensili per utente.

Riguardo all’audience radiofonica, invece, il secondo semestre 2016 segnala dati sostanzialmente stabili, con l’emittente Rtl 102.5 che mantiene la leadership.

Leggi o scarica i dati completi dell’Osservatorio Agcom sulle comunicazioni

Via Prima Comunicazione
 
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