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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Benvenuti nel blog di mymarketing.it. Il sito è a disposizione di tutti coloro che vogliono confrontarsi su tematiche di marketing. Buona lettura!

WebLog
 
Di Altri Autori (del 23/12/2014 @ 07:26:14, in Tecnologie, linkato 136 volte)

Oggi il fenomeno della smart home e dei dispositivi integrati si declina soprattutto in termini di fitness, tra strumenti intelligenti per la palestra casalinga abbinati a terminali indossabili. Entro cinque anni, tuttavia, la prospettiva muterà drasticamente: saranno i frigoriferi ad avere la meglio. È quanto dimostra una recente analisi di Acquity Group, sui desideri e le esigenze dei consumatori.

Stando a un’indagine condotta sui consumatori a stelle e strisce, il gruppo ha rilevato come solo il 10% dei consumatori si consideri informato sui prodotti e i servizi connessi alla smart home. Ma entro il 2019 ben due terzi di tutti gli acquirenti pianificherà l’acquisto di un prodotto intelligente per la casa. E mentre ora l’accento è sul fitness, in futuro sarà su frigoriferi, termostati, cucine, rilevatori di fumo, dispositivi per il giardinaggio e molto altro ancora.

Stando alle previsioni dell’azienda, in 5 anni il 70% dei consumatori sarà possessore di un termostato smart, mentre il 60% si avvarrà di un sistema di sicurezza integrato e connessi in Rete. Questo perché la smart home sembra rispondere a due delle esigenze primarie della famiglia statunitense: risparmiare denaro sulle bollette ed evitare i furti. Ben disposti a pagare di più rispetto alle classiche alternative di mercato, il 59% dei consumatori afferma come sia pronto a sborsare qualche centinaio di dollari in più per godersi un frigorifero tecnologico, sempre connesso a Internet e pronto ad avvisare il proprietario della scarsità di alcuni alimenti. O, fatto ancora più futuristico, in grado di effettuare direttamente gli ordini per il supermercato.

Si tratta di un’esplosione di settore davvero importante, poiché rappresenta il trend tecnologico di più ampia crescita. Nello stesso periodo di riferimento, infatti, solo il 50% dei potenziali clienti avrà acquistato un dispositivo wearable e, non ultimo, solo il 40% dei vestiti tecnici e tecnologici.

In definitiva, la casa sta diventare un perfetto hub digitale per tutte le esigenze della famiglia, dall’intrattenimento all’alimentazione, passando per energia, riscaldamento, salute e benessere.

Via Webnews

 
Di Altri Autori (del 22/12/2014 @ 07:07:19, in Social Networks, linkato 156 volte)

Gli adolescenti stanno perdendo interesse verso Facebook, tanto che l'utilizzo, in termini percentuali, è crollato in un solo anno, a quota 88% se consideriamo la fascia 13 - 17 anni.

Rispetto infatti al 2012, la popolarità di Facebook tra gli adolescenti americani ha visto una netta contrazione di presenze passando dal 94% nel 2013 all'88% nel 2014.

Un calo netto rispetto allo scorso anno, che sarà sempre più accentuato nei prossimi anni, soprattutto qualora si affermassero altre piattaforme.

Leggera riduzione anche su altre fasce, con utenti che, ormai passata la novità, iniziano via via a ridurre i propri tempi di permanenza finendo con il disattivare il proprio account.

Tra i principali motivi di abbandono da parte degli adolescenti, il controllo da parte dei genitori, che ormai, preso confidenza con il mezzo, sono in grado di controllare a distanza l'operato dei propri figli.

Facebook ha progressivamente ridotto l'apporto informativo a favore di maggiori interazioni con i propri amici. Una mossa, però, che non ha portato i propri frutti visto che quasi il 20% degli utenti accede a Facebook per informarsi su cosa accade nel mondo.

Oggi, sappiamo che le pagine Facebook hanno una portata tanto ridotta che molto probabilmente da diversi mesi non visualizzate più nessun post di molte delle pagine che teoricamente vorreste seguire.

Un problema per chi gestisce le pagine Facebook, ma un problema anche per gli utenti che vedono sparire dalle loro bacheche, informazioni e notizie.

Tra i motivi di riduzione della popolarità di Facebook, troviamo anche la crescita di sistemi verticali, che si contrappongono al più generalista Facebook e consentono di migliorare le interazioni su precisi ambiti.

Instagram, property di Facebook, sta crescendo e spostando miliardi di foto che, se prima venivano pubblicate su Facebook, ora resteranno confinate altrove. Cresce anche Pinterest (+111%) sempre in ambito fotografico.

Linkedin, in crescita in termini di utilizzo, sta assorbendo molti flussi informativi collegati al mondo Business.

Tumblr cresce, e non poco, oltre oceano grazie alle funzionalità di microblogging.

Via PianetaCellulare

 
Di Altri Autori (del 19/12/2014 @ 07:02:36, in Aziende, linkato 224 volte)

Amazon ha annunciato un nuovo servizio che offre la consegna di 'prodotti essenziali quotidiani' entro un'ora o due ore. Soprannominato Prime Now, il servizio è disponibile solo per clienti Amazon Prime, che possono utilizzare per ricevere prodotti come asciugamani di carta, shampoo, libri, giocattoli, batterie e altri del genere dalle 6 del mattino a mezzanotte, sette giorni su sette.

Il servizio è attualmente disponibile in aree selezionate di Manhattan, anche se la società sta incoraggiando tutti i membri di Prime (anche nelle aree non al momento coperte dal servizio) di scaricare la nuova app Prime Now, che è disponibile sia per iOS che Android, promettendo che saranno avvisati quando il servizio sarà lanciato nella loro area. Il servizio, infatti, è fruibile attraverso l'apposita app mobile.

"Ci sono momenti in cui non si può andare in negozio e altre volte in cui semplicemente non si vuole andare. Ci sono tanti motivi per non iniziare un viaggio e i membri di Prime Now a Manhattan possono ottenere gli elementi di cui hanno bisogno consegnati in un'ora o meno", ha dichiarato Dave Clark, senior vice presidente delle operazioni internazionali della società.

Per quanto riguarda il prezzo, la consegna di due ore è gratuita per i clienti Amazon Prime, mentre la consegna entro un'ora costerà 7,99 dollari.

Amazon testa consegne in bici a New York
 Amazon sta, nel frattempo, testando la consegna in bicicletta a New York City, il che significa che la società potrebbe consegnare i prodotti ai clienti nel giro di poche ore dall'ordine, addirittura un'ora, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal. Sono già in atto delle prove a tempo su un edificio nei pressi dell'Empire State Building nella Grande Mela. Il sito funge da base operativa per coloro che effettueranno le consegne in bicicletta, stando a quanto hanno riferito fonti anonime al giornale.

Se Amazon persegue questo tipo di servizio di consegna andrebbe a togliere uno dei pochi vantaggi che ha ancora un negozio: attirare i clienti. Mentre un consumatore può acquistare un oggetto e lasciare il negozio con in mano subito il prodotto, il nuovo servizio di consegna di Amazon potrebbe offrire il vantaggio di acquistare da casa comodamente ed avere il prodotto in consegna entro la fine della giornata: in tal caso perchè andare ancora in un negozio?

Via PianetaCellullare

 

Il 10 dicembre sono stato all’interessante conferenza conclusiva dell’Osservatorio Big Data e Business Intelligence del Politecnico di Milano e le impressioni che ho avuto sono all’origine di questo post.

Il big data è ormai un concetto con un buzz molto forte nella business community, fino a far temere perfino un effetto hype prima ancora di diventare concreto. Io trovo che invece sia un altro di quei casiin cui la tecnologia corre più veloce della sua comprensione.

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L’interesse c’è, eccome

A vedere i dati della ricerca il tema è bello caldo: il big data analytics rappresenta la principale priorità di investimento per il 56% dei CIO per il 2015, con un budget in crescita del +23% rispetto al 2013. Sebbene per l’83% sia dedicata ancora a soluzioni di Performance Management & Basic Analytics e solo il 17% ad Advanced Analytics queste ultime crescono in modo maggiore (+34%) rispetto a quella in Performance Management & Basic Analytics (+23%).
Un mercato in grande fermento quindi, dove spesso a tirare la volata verso l’adozione è il marketing.
Probabilmente poi c’è un po di confusione sulla definizione se solo il 16% dei dati analizzati sono diprovenienza esterna all’azienda, ma alcuni trend, come la crescita dei dati destrutturati (+31% vs. 21% degli strutturati), sono comunque incoraggianti.

Mancano le competenze

Che cosa impedisce allora di far partire le iniziative? Il budget sicuramente non rispecchia l’attenzione dimostrata nelle dichiarazioni: gli investimenti previsti in Marketing Analytics in Italia rappresentano ancora solo il 2% del budget Marketing 2014 (negli Stati Uniti media il 5%).
Il problema più grande di pone però nelle competenze richieste.

Solo il 17% delle aziende lamenta infatti carenze di software adeguati, mentre nel convegno e nella ricerca si parla molto di Data scientist e Chief Data Officer, che però non sono previsti nemmeno nel futuro dal 73% delle organizzazioni e hanno invece un ruolo formalizzato nel 2% (è presente in qualche modo in altro 11%).

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Un salto troppo grande? Sì e no…

Il salto da fare non è banale. La verità infatti è che per molte aziende si vuole oggi passare dal non usare i dati, anche i più basilari, ad un super uso evoluto e cross channel. La prima domanda da porsi quindi è: siamo sicuri che le nostre fonti dati siano già mappate e gestite, o piuttosto c’è da costruire una logica coerente e aperta su cui innestare il futuro?

Inoltre dai dati bisogna farsi guidare, ovviamente con raziocinio.
I dati vanno gestiti, selezionati, analizzati per trovare correlazioni nascoste e anche presentati in un modo che sia comprensibile e con valore aggiunto reale. Pochi giorni fa poi ho scritto un post sul data driven marketing, in cui ribadivo il fatto che c’è una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, tecnologia che a sua volta è ancora spesso ostacolata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance del digital carente.

Durante l’incontro ho ascoltato poi volentieri i vendor, competenti, che sono stati protagonisti delle tavole rotonde e mi sono però chiesto: riescono a farsi comprendere dalle persone di business? E soprattutto, quante persone non addette ai lavori ci saranno in questa sala?
Di nuovo, il salto organizzativo e culturale che chiedono questi temi è forte e non basta essere solo tecnici o solo “commerciali”: serve scambio e comprensione del cambiamento a 360 gradi.

Un argomento così tecnologico e insieme così accattivante per il business come il big data può essere un’ottima occasione per iniziare questo processo di collaborazione fra diverse competenze, che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 16/12/2014 @ 07:26:31, in Internet, linkato 434 volte)

Batteria dell'iPhone, bolletta, matrimonio e carburante. Ecco su cosa cercano di risparmiare gli italiani. Lo si scopre dalla fotografia che ritrae un anno di ricerche degli utenti internet su Google: insieme alla parola “risparmiare” sono questi gli accostamenti più frequenti e digitati sul motore di ricerca nel corso degli ultimi 12 mesi. Non manca, infine, chi si chiede come tagliare i costi del riscaldamento oppure le spese in cucina o per i rifiuti.

Sono questi alcuni dei risultati più curiosi che emergono dai Google trends 2014 relativi alle ricerche degli utenti italiani, in particolare da alcune classifiche che fotografano il loro rapporto con l'economia, elaborate in esclusiva per il Sole 24 Ore. I Google trends, che l'anno scorso erano stati battezzati con il nome di Zeitgeist (“spirito del tempo” in lingua tedesca), da stanotte sono pubblici online in tutto il mondo (e si possono consultare su www.google.com/trends/2014).

Qualche distrazione se la concede chi cerca su Google cosa “comprare”. È proprio sul web, infatti, che si scatena la caccia allo shopping più improbabile, quello che si fatica a trovare nei negozi tradizionali. Tanto che insieme alla parola “comprare” gli italiani googlano più spesso le maglie dell'Nba, oppure vanno alla ricerca di un flipper. Buone notizie per i retailer di gioielli che puntano sull'e-commerce: sempre più italiani si muovono per acquistare pendenti, monili e collane su internet. Una curiosità, infine, per gli amanti dei fumetti: a Milano forse non sono abbastanza le librerie che vendono Manga giapponesi... perchè sono davvero tanti a cercare questo genere di strisce in Rete.

Continua a far scaldare gli animi degli utenti anche la necessità di dover “pagare” Whatsapp, l'app ormai installata in quasi tutti gli smartphone degli italiani: a chiedersi (e a cercare informazioni su) come e quanto costa il servizio sono stati davvero numerosi utenti nel 2014. L'appuntamento con i conti su Google scatta anche con le scadenze fiscali. C'è soprattutto chi si orienta nel labirinto delle tasse locali: Tares e Tasi prima di tutto. Le migliaia di delibere comunali hanno moltiplicato la confusione e sul web si cerca prima di tutto “come pagare”, visto che le istruzioni e le aliquote si sono moltiplicate sul territorio (l'ultima scadenza è fissata proprio per oggi, con il saldo Imu-Tasi). Ma in tempi di crisi emerge anche chi si interroga su “come pagare Equitalia” oppure come pagare “in solido”. E anche in questo caso le responsabilità di fronte al Fisco sono protagoniste delle pagine di ricerca.

Guarda la mappa delle parole più cercate
Ecco le classifiche con le parole «risparmiare», «comprare» e «pagare»
Risparmiare
batteria iPhone
bolletta Enel
matrimonio
batteria Android
carburante
acqua
riscaldamento
in cucina
bolletta luce
sui rifiuti

Pagare
Whatsapp
Fastweb
Tares
un regista
non pagare alimenti
come pagare Equitalia
in solido
la Tasi
bollette Enel
dove pagare bollo

Comprare
gioielli online
maglie Nba
un flipper
immagini online
cuoio
Viacard
piercing online
un cavallo
manga a Milano
oro puro

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 15/12/2014 @ 07:29:34, in Strategie, linkato 335 volte)

I più meritevoli avranno uno sconto. Nel senso che pagheranno meno (cinque dollari al mese) l’assicurazione sanitaria se dimostreranno, dati alla mano, di essere in forma, di mangiare in modo corretto, di fare un po’ di attività fisica, e dunque di tenere alla propria salute. E non potranno barare. Perché a monitorare tutte queste buone abitudini sarà Pact, un’app disponibile sia su Google Play che su App Store. Che grazie a un sistema di sensori terrà traccia delle attività dell’utente, calcolando le calorie assunte con la colazione, i battiti del cuore ogni minuto, i respiri durante il jogging mattutino, gli zuccheri nel sangue, i millimetri di mercurio per la pressione, i passi sul tapis roulant della palestra.... Succede nel Massachusetts, lo Stato americano che, primo al mondo, sta per implementare nell’offerta assicurativa un piano che preveda rimborsi (o multe, per chi promette ma non mantiene) ai salutisti. Ed è il segno di una rivoluzione molto concreta che ha portato sul mercato un’intera generazione di prodotti e servizi digitali legati alla forma fisica, al benessere, ma anche alla gestione delle terapie e al rapporto con il medico di base: un mare di app sono già in commercio, poi piattaforme web, sensori o dispositivi indossabili).

Così cambia il nostro mondo-salute, ma cambia - e molti ne sono preoccupati - il vecchio modello della “proprietà” delle informazioni sanitarie, che il nostro organismo fornisce ogni giorno a chi le sa captare.

Pact ne è l’esempio più lampante. E in arrivo anche in Italia c’è The Band, il braccialetto di casa Microsoft appena lanciato sul mercato statunitense, battendo sul tempo l’iWatch di Apple atteso per l’anno prossimo. 199 dollari per portare al braccio un sensore in grado di monitorare costantemente i propri parametri vitali, tra cui appunto la frequenza cardiaca, il consumo di calorie durante l’attività fisica, e persino i movimenti compiuti durante il sonno. Cuore del bracciale smart è l’applicazione Microsoft Health, «una piattaforma studiata», spiega l’Ad Carlo Purassanta: «Per aiutare le persone a tenere traccia dei dati personali sul fitness». E che di fatto proietta l’azienda di Seattle nel mondo promettente della salute.

Perché il piatto della digital health, è ricco, e sono in tanti a volerci mettere le mani: Google e Facebook in testa, e poi Samsung, Intel, Apple, LG. D’altra parte i numeri sono da capogiro. Il tasso di crescita del settore, stimato per i soli Stati Uniti, è del 7,4 per cento annuo, e il volume di affari è destinato a raggiungere i 31,3 miliardi di dollari nel 2017. Secondo le ultime stime di RockHealth, la società americana che finanzia le startup, gli investimenti hanno raggiunto i tre miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2014, con una crescita del 100 per cento sull’anno precedente.

A fare gola è soprattutto il segmento degli over 50, quei baby boomers nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta che oggi, smartphone alla mano, si sentono ancora in forma ma hanno tutto l’interesse a tenere d’occhio i propri parametri vitali. Sono, questi, la prossima generazione di anziani digitali. Solo in Italia, 5,1 milioni di cinquantacinquenni navigano in Internet (dati comScore giugno 2014), pari al 15 per cento del totale dei navigatori. Usano i social network e i blog (4,4 milioni, ossia l’86 percento del totale. Condividono foto e pensieri su Facebook (3,6 milioni) e su Twitter (600 mila). E lo fanno non soltanto dal Pc di casa, ma anche in mobilità: il 55 per cento possiede uno smartphone (8,5 milioni di persone). Insomma, un fiume di persone che giovane non è più e che si è messa in testa di avere servizi dedicati ai loro bisogni.

Un recente rapporto di McKinsey mostra come, negli Stati Uniti, i pazienti over 50 chiedano servizi relativi alla salute quasi quanto i pazienti più giovani, anche se in generale sono più interessati a quelli che aiutano a gestire malattie croniche. Altri dati arrivano dal The Pew Research Internet Project, un’indagine compiuta su anziani americani tra i cinquanta e i 64 anni: la stragrande maggioranza di loro (80 per cento) possiede un computer, un tablet o un e-reader e tra loro una quota pari al 64 per cento usa i dispositivi elettronici per tenere sotto controllo il peso, l’alimentazione, l’attività fisica e altri parametri relativi al benessere. «La digital health è una forma di innovazione fortemente trainata dalla domanda del cittadino-paziente, che ha ormai una sua vita digitale e si aspetta che la tecnologia soddisfi i suoi bisogni anche nel campo della salute», commenta Luca Buccoliero, docente al Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi, e responsabile del “Citizens Lab” del Cermes.

GOOGLE IN POLE POSITION
E Google è in pole position con la nuova società Calico che sta lavorando all’implementazione del servizio Helpouts (helpouts.google.com), con una funzionalità in grado di mettere in contatto diretto pazienti e medici attraverso delle videochat. Attualmente il servizio è in fase di test: il sistema, a partire dalle query effettuate sul motore di ricerca, darà la possibilità di parlare (quasi in tempo reale rispetto alla ricerca) con uno specialista. Per esempio, se si digita “dolore al ginocchio”, oltre ai soliti risultati, comparirà un avviso che recita più o meno così: «Sulla base della tua ricerca, pensiamo che tu stia cercando informazioni su una condizione medica. Qui puoi trovare degli operatori sanitari da contattare in videochat. Il costo delle visite sarà coperto da Google per questo periodo limitato di prova». Anche se ovviamente è lecito aspettarsi che una volta in funzione, l’onorario sarà a carico del paziente.

Ma che Big G non puntasse solo agli adolescenti era già evidente in occasione del lancio dei Google Glass. Secondo alcuni analisti, infatti, il vero punto di forza dei superocchiali potrebbe essere proprio nella cura e nella gestione degli anziani. Basterebbero alcune applicazioni mirate per aiutare famiglie e comunità ad affrontare i problemi di salute legati all’invecchiamento: specifici sensori sulla montatura potrebbero monitorare l’andatura di una persona e identificare i problemi di mobilità, prevenendo cadute e fratture. Gli occhiali potrebbero mostrare video o inviare messaggi audio per ricordare di assumere le medicine e scongiurare il pericolo di assunzioni multiple. Grazie al riconoscimento facciale, poi, gli occhiali potrebbero identificare membri della famiglia e offrire informazioni a chi li indossa, soprattutto se affetto da leggere forme di demenza: «Questo è tuo figlio, lei è tua nuora, ricordati di farle gli auguri di buon compleanno». Gli occhiali potrebbero inoltre essere usati come strumento per chiedere aiuto in situazioni di difficoltà, ad esempio dopo una caduta.
Un occhio di riguardo nei confronti degli over 50 è poi quello che il colosso di Mountain View ha mostrato in occasione della Google Science Fair 2014, la competizione scientifica destinata ai giovani innovatori. Nella categoria Science in Action 
ha infatti vinto il progetto di Kenneth Shinozuka, che si è inventato dei sensori indossabili per rivelare i movimenti di persone anziane allettate, migliorandone la sicurezza e alleviando il lavoro delle badanti.
Non basta. Oltre a progettare lenti a contatto per diabetici, dotate di sensori per rilevare i livelli di zuccheri nel sangue, Google starebbe anche lavorando a una tecnologia che combina una pillola a base di nanoparticelle magnetiche a un sensore da polso con un sistema di allerta. Le nanoparticelle sarebbero in grado di individuare i primi segnali di una malattia, per esempio un tumore, monitorando i cambiamenti nella biochimica dell’organismo, e invierebbero una segnalazione al dispositivo per la diagnosi precoce. Il progetto, guidato da Andrew Conrad - il biologo molecolare del National Genetics Institute americano già noto per aver sviluppato un test a basso costo per la diagnosi dell’Hiv - è portato avanti dall’unità di ricerca GoogleX, e non sarà ragionevolmente operativo prima di cinque anni. Big G non ha intenzione di svelare gli investimenti dedicati all’impresa, cui però partecipano almeno un centinaio tra astrofisici, chimici e ingegneri. E di certo non si lascia intimorire dalle critiche, che lo descrivono di volta in volta come un progetto fantascientifico degno di Star Trek (come Chad A. Mirkin, direttore dell’International Institute for Nanotechnology della Northwestern University), o più brutalmente come l’ennesimo sistema per raccogliere dati sensibili su tutti noi.

LA MALATTIA È SOCIAL
Visto che Larry Page ha imboccato l’autostrada della digital health, Mark Zuckerberg non poteva essere da meno. Ecco quindi che anche Facebook, in gran segreto, come riporta l’agenzia di stampa Reuters, starebbe esplorando la possibilità di creare una serie di “comunità di supporto online” suddivise per aree patologiche, così da connettere gli utenti del social media colpiti dalle stesse malattie. Non contenti, nelle scorse settimane i dirigenti dell’azienda di Menlo Park avrebbero incontrato rappresentanti dell’industria farmaceutica, esperti e imprenditori della sanità, per sviluppare e testare nuove applicazioni relative al settore della salute e del benessere: aree nei confronti delle quali i coniugi Zuckerberg (la moglie Priscilla Chan è pediatra all’Università di California a San Francisco) sembrano essere particolarmente sensibili, visto anche il successo dell’iniziativa lanciata nel 2012 sulla donazione di organi. Il giorno in cui Facebook ha consentito agli utenti di aggiungere al proprio status la dicitura “donatore di organi”, riporta uno studio dell’“American Journal of Transplantation”, oltre 13 mila persone negli Stati Uniti si sono accreditate online come donatori (in media si registrano 600 registrazioni al giorno).
Di fronte a tanto attivismo, qualcuno prova a sollevare l’obiezione: cosa ne farà il social media di tutte queste informazioni sensibili, relative allo stato di salute degli iscritti? Negli Stati Uniti già adesso chi seleziona il personale può chiedere di aver accesso al profilo dell’aspirante impiegato. E in futuro, quello che abbiamo postato anni fa sulla nostra bacheca potrebbe ritorcersi contro di noi. «Il tema della privacy presenta aspetti contrastanti», continua Buccoliero: «Fino a qualche tempo fa, il dato clinico era considerato di proprietà del sistema sanitario. Ora, grazie a un progressivo processo di empowerment generato dalle nuove tecnologie, il cittadino si sente padrone dei propri dati, e vuole condividerli o raccontarli a chi meglio crede. Questo, da una parte, è un bene. Dall’altra, però, servirebbe più accortezza nel lasciare informazioni preziose in mani altrui».

IL FUTURO È ADDOSSO
Non solo web: il futuro della digital health passerà infatti soprattutto per i wearable computer, i dispositivi indossabili destinati a controllare in tempo reale tutto ciò che accade nell’organismo umano. Secondo gli analisti di Abi Research sarebbe infatti questo il segmento destinato a crescere con maggiore rapidità, con un giro d’affari che si duplicherà entro tre-cinque anni raggiungendo i cinquanta miliardi di dollari e i cento milioni di pezzi venduti nel mondo. E il bracciale proposto da Microsoft è solo l’ultimo di una lunga serie. La Airo Health, uno spin off dell’Università canadese di Waterloo, sta per esempio testando le potenzialità di un bracciale per controllare automaticamente, grazie a un piccolo spettrometro interno che individua le diverse sostanze disciolte nel sangue, non soltanto l’alimentazione e l’esercizio fisico, ma anche la qualità del sonno e i livelli di stress.
In attesa di conoscere le dieci e più applicazioni su fitness e salute programmate sull’iWatch di Apple si può intanto scegliere tra il GearFit di Samsung, bracciale a schermo curvo completo di contapassi e misurazione del battito cardiaco, e il Jawbone Up, dispositivo flessibile da polso che per meno di cento dollari, grazie ai sensori di vibrazione e movimento, 
analizza i dati relativi all’alimentazione, al sonno e all’attività fisica. O preferire il Lark, con funzionalità Bluetooth, che inviando piccoli impulsi all’arteria radiale controlla la pressione al polso. Per i mesi estivi c’è June, della francese Netatmo, il bracciale-gioiello che misura l’esposizione al sole in ogni momento della giornata e suggerisce anche il fattore di protezione solare più adatto al tipo di pelle e ai raggi UV di quel particolare momento, indicando quando rimettere il cappello, gli occhiali, o cercare l’ombra. I bio-orologi di Neumitra monitorano invece il sistema nervoso centrale per individuare i primi segnali di stress e ansia e i loro effetti sulle prestazioni fisiche e mentali, mentre un’app sullo smartphone connesso indica quando è il momento di prendersi una pausa. I belgi di Imec propongono invece un sistema indossabile integrato che include una collana smart con sensori per l’elettrocardiogramma in grado di individuare aritmie cardiache, e un casco per monitorare l’attività elettrica del cervello in caso di crisi epilettiche.

Tempo è invece il sistema indossabile progettato dall’azienda CarePredict appositamente per gli anziani, con l’obiettivo di prevedere importanti cambiamenti nel loro stato di salute. Il dispositivo è composto da sensori da polso che inviano segnali ai rilevatori da parete, controllando il numero di ore dormite o gli spostamenti tra le mura domestiche, e inviando segnalazioni di allarme se i parametri si discostano sensibilmente da quelli definiti. Ma il più completo è probabilmente lo smartphone LifeWatch V, basato su Android e in grado di rilevare la temperatura, gli zuccheri nel sangue, la saturazione di ossigeno, la percentuale di grassi corporei e i livelli di stress valutati sulla base della variabilità del ritmo cardiaco, e di inviarli poi a un centro clinico.

Ma c’è un problema. Buccoliero sottolinea che non tutti i dispositivi producono dati affidabili. Per questo il Centro per la Tecnologia Medicale Mobile dell’Università di Stanford ha appena inaugurato un laboratorio il cui compito sarà proprio quello di stabilire degli standard qualitativi minimi per le informazioni biometriche, così da rendere gli strumenti wearable un aiuto valido per i medici, e non solo un’ossessione per i salutisti della domenica.

Via L'Espresso

 
Di Altri Autori (del 12/12/2014 @ 07:40:15, in Media, linkato 294 volte)

Il difficile rapporto tra gli editori e Google News segna il suo punto più basso. In Spagna, Google ha annunciato che dal prossimo 16 dicembre il servizio verrà chiuso. La decisione era stata anticipata ieri da alcuni media spagnoli e l’azienda americana ha confermato con un post firmato da Richard Gingras, il responsabile globale di Google News.

«Ci dispiace, ma in seguito a una nuova legge spagnola a breve dovremo chiudere Google News in Spagna» scrive. La legge citata è quella sulla proprietà intellettuale e obbliga gli aggregatori di notizie a pagare gli editori per ogni porzione del loro lavoro che viene utilizzata. Nella fattispecie, Google News nella sua vetrina propone un elenco di articoli presi da decine di fonti che vengono presentati in un ordine deciso da un algoritmo che non è pubblico, e nel farlo mostra qualche riga di anteprima per ogni news.

Google sarebbe obbligata a pagare per la pubblicazione di questi sommari e gli editori non si possono rifiutare di chiedere questo compenso. Google spiega che «visto che Google News non genera ricavi (non pubblichiamo pubblicità sul sito) questo nuovo approccio è semplicemente non sostenibile». Ecco perché il 16 dicembre, prima che la legge sia operativa, ovvero da gennaio, verranno rimossi i contenuti e poi, quando Google News sarà vuoto, non risulterà più raggiungibile.

Google spiega la sua decisione con ragioni di business, ma si tratta soprattutto di una presa di posizione di principio. Il servizio è attivo in 70 Paesi e non ha voluto che quello spagnolo diventasse un precedente. Gli editori da tempo contestano a Google l’utilizzo dei sommari negli articoli oltre che lo sfruttamento commerciale se non direttamente all’interno di Google News, nelle pagine che arrivano dal motore di ricerca grazie a link e rimandi al servizio. Inoltre, i servizi di Google sono decisamente integrati: portare utenti su News è un modo per portarli all’interno del mondo Google. La risposta di Google è che News è fatto di link che generano traffico per le pagine web dei singoli editori, e dunque potenziali ricavi.

Era successo qualcosa di simile in Germania circa un mese fa: una legge chiedeva a Google di pagare il diritto d’autore per l’anteprima degli articoli. L’azienda aveva passato la palla agli editori, dando a loro la scelta: rimanere gratuitamente (scelta non permessa in Spagna) oppure lasciare solo il titolo e il link, senza foto e sommario. Axel Springer, grande editore tedesco e tra i promotori della battaglia a Google, aveva tenuto duro qualche giorno per poi decidere di rimanere gratuitamente in seguito al crollo degli utenti. Una scelta «non volontaria», aveva spiegato l’editore, ma dettata dal fatto che al momento non vede «altre possibilità considerato il dominio di mercato di Google e la pressione economica che ne consegue».

È chiaro che anche in Spagna la dura presa di posizione di Google sta dando fiato a un dibattito tra favorevoli e contrari alla legge sul copyright. Già a maggio, quando la legge era in fase di dibattito, l'antitrust spagnola aveva espresso diverse perplessità. Lo stesso vale per i piccoli editori, preoccupati dal perdere traffico per i loro siti.

La cronaca sta facendo il giro del mondo almeno quanto fece a febbraio 2013 la foto della firma tra il primo ministro François Hollande e il ceo di Google Eric Schmidt. L’accordo sanciva la possibilità per Google di utilizzare le news a fronte di un finanziamento di 60 milioni di euro in un fondo destinato a sostenere lo sviluppo dell'informazione online.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 11/12/2014 @ 07:12:43, in Social Networks, linkato 321 volte)

Il servizio di photo-sharing ha festeggiato un nuovo traguardo: 300 milioni di utenti hanno utilizzato il servizio almeno una volta al mese. E' un numero in crescita del 50 per cento negli ultimi nove mesi, ha detto la società Mercoledì. Instagram aveva annunciato in precedenza di aver raggiunto 200 milioni di utenti al mese di marzo di quest'anno.

Instagram, che è stata acquistata da Facebook due anni fa, ha anche detto che conta 70 milioni di foto e video condivisi ogni giorno, altro dato in crescita da marzo, quando erano 60 milioni i contenuti condivisi quotidianamente.

"Siamo entusiasti di vedere questa comunità prosperare", ha dichiarato il CEO di Instagram Kevin Systrom in un comunicato.

Instagram è osservata dagli investitori come un caso di studio della strategia di Facebook di acquistare alcune startup e consentire loro di crescere investendo su di esse. Il servizio di messaggistica WhatsApp, che aveva 600 milioni di utenti attivi al mese di agosto, e la startup specializzata nella tecnologia della realtà aumentata Oculus VR acquistata da Facebook lo scorso anno, sono state soggette della stessa strategia da parte del social network.

Per Instagram, la crescita è anche l'affermazione dei suoi sforzi nel rimuovere lo spam disattivando account associati a persone inesistenti, account doppi o creati solo per fare spam sul servizio. Negli Stati Uniti, si stima che circa un utente su sei di smartphone utilizza Instagram, secondo la società di ricerche di mercato eMarketer. La maggior parte di questi utenti, circa il 79 per cento, sono di età compresa tra 12 e tra 34 anni.

Instagram ha anche detto che prevede di offrire un sistema di certificazione di alcuni account, quelli più popolari, dopo aver verificato la loro autenticità - sistema che ricorda la spunta blu in Facebook con lo stesso scopo. Questa mossa, che è simile anche alla soluzione di Twitter, aiuterà gli utenti a identificare gli account di celebrità e personaggi pubblici, ed far loro evitare di seguire gli account fasulli.

Via PianetaCellulare

 
Di Altri Autori (del 09/12/2014 @ 07:26:44, in Mobile, linkato 398 volte)

I dispositivi mobili stanno diventando sempre più il primo dispositivo per le comunicazioni e il consumo di contenuti tanto che, dice Gartner, nelle economie emergenti gli utenti stanno adottando gli smartphone come i loro dispositivi mobili esclusivi, mentre nelle economie sviluppate le famiglie multi-device stanno diventando la norma, con i tablet che crescono al ritmo più veloce di qualsiasi dispositivo informatico. Per questo motivo Gartner prevede che, entro il 2018, oltre il 50% degli utenti sceglierà tablet e smartphone come prima opzione per svolgere tutte le attività online.

“Il modello di utilizzo che è  emerso per quasi tutti i consumatori è che lo smartphone è il primo dispositivo che viene portato quando si è in mobilità, seguito dai tablet che viene utilizzato per sessioni più lunghe, con l’uso del PC riservato a compiti più complessi”, ha spiegato Van Baker di Gartner “Questo comportamento si amplierà a incorporare device indossabili, non appena essi saranno ampiamente disponibili per gli utenti.” In sintesi, questi “nuovi” usi legati alla mobilità, dice Gartner, determineranno uno spostamento sempre più massiccio verso i device mobili a svantaggio del pc. Anzi, per quasi la metà degli utenti i device mobili saranno gli unici strumenti di accesso e consumo della rete.

Per effetto di questo panorama, entro il 2018 Gartner prevede che il 40% delle imprese specificherà la connessione Wi-Fi come la modalità predefinita per i dispositivi non mobili, come i desktop, telefoni fissi, proiettori, sala conferenze.

“Mano a mano che smartphone, laptop, tablet e altri dispositivi consumer si sono moltiplicati, lo spazio dei consumatori si è ampiamente convertito al mondo wireless “, ha detto Ken Dulaney, Vice President e Distinguished Analyst di Gartner.” Se l’uso del BYOD, ovvero il portare il proprio dispositivo personale sul luogo di lavoro, è aumentato in molte organizzazioni, l’incontro del mondo imprese e di quello dei consumatori, ha cambiato le richieste stesse dei lavoratori. “
E il wifi come prima modalità di connessione aziendale non solo offrirà la possibilità di muoversi senza preoccupazioni ma farà risparmiare tempo e denaro alle imprese in caso di spostamenti e/o l’installazione di nuove postazioni di lavoro.

Entro il 2020, il 75% degli acquirenti di smartphone pagherà meno di 100 dollari per un dispositivo.
Entro il 2018, secondo Gartner, il 78% delle vendite globali di smartphone verrà dalle economie in via di sviluppo e per device a basso costo. Questo per effetto di due trend: da una parte i nuovi acquirenti in queste regioni crescono costantemente e, dall’altra, nei mercati più maturi,e gli smartphone di fascia premium hanno raggiunto livelli di saturazione poichè sempre più legati alla sostituzione di un device invece che ad un nuovo acquisto.
Altro importante cambio di scenario, dice Gartner, è che se gli smartphone diventeranno sempre più strumenti unici di accesso alla rete e strumenti per accedere a servizi e anche pagamenti, è presumibile che anche sovvenzioni e sponsorizzazioni dovrebbero aumentare, con un ulteriore impatto sull’abbassamento dei costi dei device.

Entro il 2018, più della metà di tutte le applicazioni mobili B2E (business to employee) saranno create utilizzando strumenti che non necessitano di scrivere codice.
L’uso di tali tool per il rapido sviluppo di progetti semplici da parte dell’IT e degli analisti di business aziendali, diventerà un’alternativa all’outsourcing limitando anche il coinvolgimento di partner per lo sviluppo di progetti più avanzati. In questo modo i reparti IT che forniscono API pulite per le applicazioni interne e anche strumenti di supporto senza codice creeranno un quadro che consente e accelera la crescita del business digitale affidabile.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 05/12/2014 @ 07:15:01, in Prodotti, linkato 495 volte)

I nuovi iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno fatto registrare alla Apple un enorme aumento delle vendite di melafonini a livello globale, secondo un nuovo rapporto.

Per i tre mesi terminati nel mese di ottobre, la quota di vendite in Europa di smartphone della Apple è aumentata di 5,7 punti percentuali rispetto allo stesso periodo di un anno fa, al 20,7 per cento. L'incremento viene associato ai nuovi iPhone dal ricercatore di mercato Kantar Worldpanel ComTech.

Questo dato è significativo se si considera che i nuovi telefoni non sono usciti prima del 19 settembre, in particolare negli Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Germania, Hong Kong, Giappone, Puerto Rico, Singapore e Regno Unito.

"Nelle principali economie europee, gli Stati Uniti e l'Australia, la quota di vendite di Apple è aumentata", ha detto Dominic Sunnebo di Kantar in un comunicato. "Questo successo è particolarmente evidente in Gran Bretagna, dove Apple ora ha la sua più alta percentuale di vendite al 39,5 per cento" - un picco di oltre 10 punti percentuali rispetto all'anno precedente.

"La maggior parte di queste vendite sono state guidate dagli utenti fedeli di Apple", ha detto Sunnebo. "Circa l'86 per cento degli acquirenti britannici si sono aggiornati da un vecchio modello di iPhone, solo il 5 per cento proviene da [un dispositivo della] Samsung."

Nel Regno Unito, l'iPhone 6 ha superato l'iPhone 6 Plus con un rapporto di quattro a uno, Kantar ha detto [un iPhone 6 Plus venduto ogni quattro iPhone 6 venduti].

Le prime ragioni citate dai consumatori britannici per cui hanno acquistato iPhone 6 sono il supporto per le reti 4G (51 per cento), le dimensioni dello schermo (49 per cento) e il design (45 per cento).

Il sistema operativo mobile iOS di Apple è ancora indietro rispetto alla quota che ha Android di Google in tutto il mondo. iPhone 6 è però diventato più competitivo grazie all'aumento delle dimensioni dello schermo. Da uno schermo da 4 pollici che si trova in iPhone 5S e 5C, l'iPhone 6 è cresciuto a 4,7 pollici, mentre l'iPhone 6 Plus (che si può definire a tutti gli effetti un phablet) ha una dimensione dello schermo di 5,5 pollici.

Negli Stati Uniti, gli utili delle vendite di iPhone non sono così impressionanti, in crescita di appena 0,7 punti percentuali al 41,5 per cento in termini di quota di mercato, rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Gli abbonati Verizon hanno rappresentato il 42,2 per cento delle vendite di iPhone 6, mentre i clienti di AT&T riguardano il 41,4 per cento delle vendite, Kantar ha detto. Ma gli abbonati AT&T hanno scelto più il modello da 5,5 pollici, in quanto rappresentano il 63 per cento delle vendite di iPhone 6 Plus negli USA.

L'iPhone 6 ha superato iPhone 6 Plus con un rapporto di tre a uno negli Stati Uniti, Kantar ha detto. Ancora, l'iPhone 6 Plus ha rappresentato il 41 per cento del mercato dei dispositivi ibridi smartphone/tablet - noti anche come phablet - con le vendite negli Stati Uniti per i tre mesi conclusi ad ottobre. Le vendite di phablet, come Kantar definisce gli smartphone con schermi di dimensioni di 5,5 pollici o più, hanno rappresentato il 10 per cento delle vendite complessive di smartphone nel periodo di riferimento.

Gli acquirenti che hanno optato per l'iPhone 6 Plus hanno detto che la dimensione dello schermo è stata la motivazione principale per l'acquisto, mentre la compatibilità con le reti 4G LTE è stato il secondo fattore che ha influenzato l'acquisto.

In particolare, gli iPhone di Apple hanno rappresentato quattro dei cinque più venduti smartphone negli Stati Uniti nei tre mesi terminanti in ottobre, Kantar ha detto.

Via PianetaCellulare

 
Di Altri Autori (del 04/12/2014 @ 07:30:06, in Tecnologie, linkato 463 volte)

I braccialetti per il fitness stanno per diventare scatole nere che rivelano dati sul nostro corpo, a fini legali o assicurativi. A nostro vantaggio…o contro noi stessi.  È uno scenario che sta prendendo forma rapidamente. Negli Usa è in corso il primo processo dove i dati di un fitness tracker (il Fitbit) sono addotti come prova per ottenere un risarcimento assicurativo. Nel contempo, è appena nata la prima app connessa a un’assicurazione sanitaria. Si chiama Pact e permette di aumentare o abbassare la franchigia di un’assicurazione a seconda se facciamo poca o molta attività fisica, monitorata da uno strumento come Jawbone Up o Fitbit.

L’idea di portare i dati a un processo è venuta a uno studio legale che sta assistendo una giovane personal trainer, per una causa assicurativa. La ragazza ha avuto un infortunio. I dati del Fitbit (confrontati prima e dopo l’evento) provano che ha dovuto ridurre di molto la propria attività fisica e ha così diritto a un adeguato risarcimento dall’assicurazione. Lo studio legale ha fatto subito sapere che l’idea si sta diffondendo: gli stanno arrivando numerosi clienti che vogliono usare i dati di un fitness tracker a supporto delle proprie cause, per un motivo o per l’altro.

Per ora è una cosa volontaria, domani chissà: alcuni giuristi americani (come Neda Shakoori dello studio McManis and Faulkner) già prevedono un giorno in cui un giudice obbligherà qualcuno a svelare, al processo, i dati del proprio braccialetto. Proprio come si fa con le scatole nere degli aeroplani in caso di incidente. Lo stesso può avvenire con le assicurazioni.  Per ora solo Pact consente ai datori di lavoro di legare l’attività fisica dei propri dipendenti a una copertura assicurativa più o meno vantaggiosa. Ma se questa soluzione si rivelerà più competitiva, sarà imitata da altre assicurazioni e quindi non sarà più una libera scelta.

Insomma, man mano che i fitness tracker si diffondono, se ne rivelano le implicazioni sociali e legali. Smettono quindi di essere strumenti (solo) personali e cominciano ad avere una ricaduta sui propri rapporti con il mondo, le leggi, le istituzioni.

Ma può succedere solo negli Usa, dove i valori della privacy sono meno stringenti? «In Italia non ci sarebbero grandi difficoltà a utilizzare in giudizio anche questo genere di dati proprio come si utilizzano già tanti dati acquisiti dai dispositivi mobili o dai computer di bordo delle auto o dai social network – risponde Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di diritti digitali -. Nel caso in cui il monitoraggio dell’attività fisica divenisse sistematico, invece, mi sembra un po’ diverso».

«È davvero libero – mi chiedo – il mio consenso a permettere all’assicurazione un trattamento tanto invasivo dei miei dati personali, a fronte di uno sconto importante?». E ancora: «Che cosa ci farebbero gli assicuratori con una quantità di dati tanto preziosi? Siamo sicuri che, con un apposito consenso, non finirebbero per utilizzarli anche commercialmente? Chi assicurerebbe e a che condizioni le persone più a rischio?».

«Nella sostanza – aggiunge Scorza – l’idea non mi piace e mi sembra muovere da una concezione della privacy – addirittura quella legata ai dati sensibili – un po’ troppo business oriented. Il diritto alla privacy dovrebbe essere meno disponibile di quanto in genere si pensa».

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 03/12/2014 @ 07:31:58, in Internet, linkato 477 volte)

Il 16% degli internauti italiani si collega a Internet solo da smartphone e tablet, il 42% solo da Pc e il restante 42% lo fa da entrambe le piattaforme. I dati emergono da un’indagine di ComScore presentata stamani a Roma in occasione del seminario Mobile Measurement & Monetizing organizzato dalla stessa ComScore e da Yahoo.

In base allo studio, 24,3 milioni di italiani guardano video da desktop e 12,3 milioni lo fanno da mobile. A fruire di video sullo smartphone almeno una volta a mese è il 49%. Il dato, relativo al settembre 2014, si mostra in crescita rispetto al 38% registrato nel settembre 2013. Nello stesso arco di tempo, la percentuale di chi guarda video su smartphone almeno una volta a giorno è passata dal 12% al 15%. “L’utenza si sta spostando sul mobile ed è lì, insieme al social networking, che stiamo investendo fortemente”, ha detto Lorenzo Montagna, numero uno di Yahoo! Italia.

Sul mobile Yahoo ha messo al lavoro globalmente 500 ingegneri, e nel settore ha investito con diverse acquisizioni, a cominciare da Tumblr. Il sito di microblogging, che secondo l’ultimo rapporto del Globalwebindex è il social con la maggiore crescita di utenti (+120%), ha 400 milioni di utilizzatori, di cui 120 milioni in Europa. E 400 milioni di utenti attivi al mese li conta la stessa Yahoo, mentre BrigtRoll, la piattaforma di video advertising della società, ne ha ha 160 milioni. “L’obiettivo è avere massa critica e veicolare una pubblicità targettizzata“, ha spiegato Montagna. Sul fronte degli spot mobile “pop-up e banner non funzionano, occorre una soluzione ponte tra desktop e mobile, che è il native advertising”

Via Tech Economy

 

Ho ricevuto con piacere da Netcomm dei dati sulle tendenze dell’e-shopping natalizio, che testimoniano come progressivamente l’e-commerce sta entrando nelle vite degli italiani e che mi piace commentare nell’ottica della rivoluzione digitale che sta avanzando, talvolta senza clamore ma inesorabilmente.

Infatti si conferma in crescita il numero d’italiani che acquisteranno online almeno un regalo per amici:9,2 milioni di individui acquisteranno almeno una parte dei propri regali di Natale online, a fronte dei 7,2 milioni che hanno utilizzato il canale eCommerce nel periodo natalizio 2013, per un controvalore stimato in 2,5 miliardi di euro.

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Tra gli acquirenti online di regali natalizi si riscontra anche quest’anno un aumento di quelli definiti“Online first”: salgono infatti a quota 2 milioni coloro che compreranno i propri regali di Natale principalmente o esclusivamente su internet, registrando un aumento del +35% rispetto allo scorso anno.

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Il 18,6% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà meno acquisti rispetto all’anno scorso, ma ben il 34,8% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà più acquisti rispetto all’anno passato. Le categorie che ricavano maggior impulso dagli acquisti della stagione natalizia sono, nell’ordine: prodotti di Salute & Benessere, Attrezzatura sportiva, Biglietti di viaggio, Abbigliamento e scarpe, Soggiorni di vacanza.

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Che cosa ci dicono questi dati? A mio avviso un primo punto è che l’abitudine degli italiani a usare più canali per i loro acquisti avanza, magari senza un certo clamore tipico di certi hype mediatici ma proprio per questo secondo me in modo più persistente. Si pensi poi ai dati sull’e-commerce da mobile, che confermano una “dieta digitale” molto più evoluta di quanto talvolta pensiamo.

Il fatto che poi l’e-commerce sia una fonte di acquisti che si abbina ad altri canali dovrebbe suonare come un forte promemoria a quei player che possono agire sul terreno dell’omnicanalità, che sempre più dovranno saper sfruttare tutte le occasioni di contatto e incanalare percorsi complessi di customer journey.

Anche nel recentissimo Osservatorio sull’Innovazione Digitale nel Retail si è dimostrato un grande interesse per l’apporto delle nuove tecnologie unito a molta prudenza, il punto è farsi trovare preparati, perché il consumatore forse va più veloce di quanto non ci immaginiamo.

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 02/12/2014 @ 07:09:22, in Tecnologie, linkato 454 volte)

Secondo il Pew Research Center il 90% degli americani usa il proprio smartphone per qualsiasi tipo di comunicazione, sia privata, sia pubblica. Grazie a tali dati i funzionari governativi hanno capito che proprio tramite la velocità delle comunicazioni via mobile i residenti erano in grado di mettersi in contatto con i vari operatori urbani. Città, quindi, come Atlanta, Philadelphia e Chicago stanno tentando di attingere alle potenzialità tecnologiche e alle varie app per ristabilire e creare un rapporto co-partecipativo con i cittadini.

In questa rete di stategiche esplorazioni e scoperte, Boston pare sia la metropoli più smart, tecnologicamente adulta. Citizen’s Connect, infatti, è un’applicazione municipale approvata e sostenuta dal sindaco che funziona come una sorta di numero verde, disponibile 24 ore su 24, attraverso cui i residenti possono segnalare problemi come buche, graffiti abusivi, semafori malfuzionanti, segnaletica stradale inesistente, incidenti che mettono in pericolo la vita urbana. Gli utenti, attraverso l’applicazione (sia per Android sia per IOS), scattano una foto e la inviano al centro di monitoraggio che codifica la posizione e manda soccorsi. Oltre all’utilizzo della app è possibile usare il servizio via web e comunicare via chat con un operatore. La risposta è garantita. Per facilitare le operazioni, infatti, il comune ha assunto una serie di City Workers che aiutano gli impiegati municipali a raccogliere data e vigilare costantemente sulle varie attività.

Citizen’s Connect è stata sviluppata dal team di Nigel Jacob, co-presidente del Dipartimento di New Urban Mechanics: una sorta di una società di consulenza digitale strettamente legata al comune che ha l’obiettivo di instaurare relazioni solide e di fiducia con i cittadini, al fine di scoprire quali sono i reali bisogni di ogni individuo e come la partecipazione attiva dei residenti possa sviluppare e migliorare l’efficienza urbana. Con questa iniziativa, quindi, Boston, si è aggiudicata il titolo di città “tech savy” e presa dall’entusiasmo dei risultati positivi ottenuti, ha recentemente istituito Darg (Design Action Reserach with Government), una sorta di laboratorio di ricerca che si avvale di tecnologie civiche per migliorare la sicurezza cittadina. Per tale progetto il comune di Boston ha collaborato con Eric Gordon, direttore del Game Engagement Laboratory dell’Emerson College, che esamina come i giochi e social media possono influenzare la vita urbana. Attraverso Darg, il team di Gordon analizzerà i vari sistemi messi a disposizione dal comune per capire quale comportamento civico ha bisogno di un cambiamento radicale e quali sono gli strumenti migliori per raggiungere tale scopo. “E’ tutta una questione di porre le domande giuste prima di distribuire una applicazione civica, in modo che l’attenzione, non tanto sul successo assoluto o il fallimento, sul trovare un sistema e un meccanismo che i residenti possano usare”, ha detto Gordon in un comunicato pubblicato sul sito del comune. Per essere più efficaci in questa ricerca Darg ha promosso “Via Cred”, un’applicazione che misura l’ impegno civico degli utenti in base a un sistema di punteggi che vengono dati secondo la loro partecipazione al benessere urbano.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 24/11/2014 @ 09:00:00, in Internet, linkato 595 volte)
Oggi vi segnalo questa infografica tratta dallo studio globale che GlobalDMA in partnership con Winterberry Group ha realizzato sul data-driven marketing mettendo insieme le risposte di oltre 3.000 partecipanti provenienti da 17 mercati globali.

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

Ringrazio Kawakumi per la segnalazione e vi rimando al suo articolo per un’ottima sintesi dei principali finding dell’executive summary della ricerca. Da parte mia mi piace tornare ad evidenziare come creatività e dati si stiano sempre più avvicinando in un approccio multidisciplinare che richiede una doppia anima ai marketing manager.

Noi italiani come siamo messi rispetto a questo tema?

A leggere le statistiche presenti nella ricerca di Global DMA non sembriamo tra i più fiduciosi nella possibilità di fare crescita attraverso questo tipo di approccio, il che contrasta con un certo ottimismo su temi affini, come i big data, che emerge da altre ricerche.

una chart della ricerca DDMA


A mio avviso ciò si spiega con una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, che inoltre è ancora spesso limitata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance carente.
La mancanza di competenza in effetti è ancora una delle principali preoccupazioni, e non solo nel nostro paese, quando si parla di maneggiare grandi fonti di dati.



 Ragionare però in un’ottica dove i dati sono una guida e un supporto al processo decisionale non è più qualcosa di evitabile. Si tratta di un cambiamento culturale importante, che non può che migliorare le professionalità delle persone che fanno marketing.

Last but not least, bisogna capire quali di tutti questi dati sono davvero importanti e bisogna dotarsi di sistemi efficaci di data visualization e di sintesi che possano dare degli strumenti per decidere. Ma su questo magari ci sarà spazio per un altro post…

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com
 
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