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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 
Di Gianluigi Zarantonello (del 24/11/2014 @ 09:00:00, in Internet, linkato 64 volte)
Oggi vi segnalo questa infografica tratta dallo studio globale che GlobalDMA in partnership con Winterberry Group ha realizzato sul data-driven marketing mettendo insieme le risposte di oltre 3.000 partecipanti provenienti da 17 mercati globali.

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

Ringrazio Kawakumi per la segnalazione e vi rimando al suo articolo per un’ottima sintesi dei principali finding dell’executive summary della ricerca. Da parte mia mi piace tornare ad evidenziare come creatività e dati si stiano sempre più avvicinando in un approccio multidisciplinare che richiede una doppia anima ai marketing manager.

Noi italiani come siamo messi rispetto a questo tema?

A leggere le statistiche presenti nella ricerca di Global DMA non sembriamo tra i più fiduciosi nella possibilità di fare crescita attraverso questo tipo di approccio, il che contrasta con un certo ottimismo su temi affini, come i big data, che emerge da altre ricerche.

una chart della ricerca DDMA


A mio avviso ciò si spiega con una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, che inoltre è ancora spesso limitata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance carente.
La mancanza di competenza in effetti è ancora una delle principali preoccupazioni, e non solo nel nostro paese, quando si parla di maneggiare grandi fonti di dati.



 Ragionare però in un’ottica dove i dati sono una guida e un supporto al processo decisionale non è più qualcosa di evitabile. Si tratta di un cambiamento culturale importante, che non può che migliorare le professionalità delle persone che fanno marketing.

Last but not least, bisogna capire quali di tutti questi dati sono davvero importanti e bisogna dotarsi di sistemi efficaci di data visualization e di sintesi che possano dare degli strumenti per decidere. Ma su questo magari ci sarà spazio per un altro post…

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com
 
Di Altri Autori (del 21/11/2014 @ 07:49:34, in Tecnologie, linkato 186 volte)

Premessa: i rapporti sulla poduttività delle tecnologia tendono a essere molto ottimistici. Secondo una analisi di Frost & Sullivan nel corso dei prossimi cinque anni, le 50 tecnologie più importanti a livello globale genereranno un potenziale di mercato complessivo di 2,8 trilioni di dollari. Soltanto nel 2013, l'investimento globale in ricerca e sviluppo per queste 50 tecnologie ha superato i 120 miliardi di dollari. L’analisi si basa sul programma TechVision di Frost & Sullivan pensato su misura per identificare le tecnologie specifiche che possono influenzare e rafforzare il business di un'azienda. Afferma Ankit A. Shukla, Practice Director del gruppo Technical Insights (Europa) di Frost & Sullivan: «Abbiamo creato un programma specifico per tenere traccia delle nuove tecnologie e sfruttare le opportunità di diversi miliardi di euro che nascono dalla possibile convergenza tecnologica».

Le previsioni

Il valore quindi è generato dalla convergenza che genera (o dovrebbe generare nuovi mercati). Per esempio, secondo gli analisti emergeranno delle opportunità collegate alle infrastrutture oil & gas “self-healing” (o autoriparanti) come risultato della convergenza dell'elettronica flessibile e dei rivestimenti superidrofobici. Le tecnologie di realtà aumentata assimilate all'elettronica indossabile offriranno una migliore user experience per i settori consumer, difesa, istruzione e videogiochi. Il settore della sanità trarrà vantaggio dalla tecnologia di stampa 3D, rendendo possibile la guarigione personalizzata delle ferite grazie alla pelle artificiale stampata in 3D. Queste tecnologie registreranno un tasso di adozione significativo intorno al 2019-2020.

Ecco le 50 tecnologie più innovative.
Le 50 tecnologie più innovative identificate da Frost & Sullivan spaziano in nove diversi settori, tra cui: ict, tecnologie per dispositivi medici e di imaging, manifattura avanzata e automazione, sensori e controlli, materiali e rivestimenti, microelettronica, tecnologie “green” per l'ambiente, energie sostenibili, salute e benessere. Qui il pdf con la mappa delle tecnologie. A questo indirizzo invece il motore per trovare le 50 tecnologie emergenti.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 20/11/2014 @ 07:04:10, in Retail, linkato 219 volte)

In Italia gli investimenti in innovazione digitale dei top retailer sono ancora limitati: pochi decimi di punto percentuale del valore del venduto e circa il 15% del totale degli investimenti annuali. Nel 2014 però si registra una crescita media dell’investimento del 25%, segnale di una maggior consapevolezza e attenzione da parte dei top retailer italiani verso l’innovazione digitale che in parte giustifica un moderato ottimismo anche per il prossimo futuro.

Per studiare il livello di diffusione delle innovazioni digitali tra i retailer italiani, l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail promosso nel 2014 dalla School of Management del Politecnico di Milano ha condotto una survey sui top 250 retailer. La ricerca ha analizzato, in particolare, il livello di adozione delle innovazioni nel 2014 o in precedenza e il potenziale interesse per il 2015.

“I dati emersi dalle indagini svolte nell’ambito dell’Osservatorio”, afferma Alessandro Perego, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail, “mostrano che tra i retailer c’è sempre maggiore consapevolezza di quanto sia necessario innovare, ma che nel contempo a questa consapevolezza non corrispondono né adeguati investimenti nè una corretta impostazione strategica dei percorsi di innovazione. I retailer italiani fino a oggi si sono concentrati maggiormente sulle innovazioni digitali nel back-end, per la maggiore certezza che esse possono assicurare in termini di riduzione dei costi e/o miglioramento delle performance. Eppure se c’è un asset fondamentale e differenziale per competere con le grandi Dot Com, questo è il punto vendita: è la risorsa che può completare la strategia online, superandone i limiti. E comparti come l’Abbigliamento e l’Informatica ed elettronica di consumo, dove la competizione è accesa, stanno già operando per cogliere questa opportunità”.

Lo scenario Retail in Italia

A Giugno 2014 in Italia erano presenti circa 950.000 esercizi commerciali (esclusi ristoranti e bar), di cui l’80% a sede fissa (770.000 negozi, in calo dello 0,1% circa rispetto al 2013). Questi esercizi sono riconducibili a circa 650.000 imprese di vendita al dettaglio, pari al 18% di quelle di tutta Europa (EU 27): una volta e mezza le imprese presenti in Francia, il doppio di quelle in Germania e il triplo di quelle in UK. Il fatturato medio delle imprese italiane vale la metà di quelle francesi, un terzo di quelle tedesche e un quarto di quelle inglesi.
“Il contesto in cui i retailer si trovano ad operare sta però cambiando profondamente”, afferma Riccardo Mangiaracina, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail. “Da un lato la congiuntura economica negativa degli ultimi sei anni ha generato una progressiva diminuzione dei consumi (-0,9% rispetto ai primi nove mesi del 2013). Dall’altro, i comportamenti di acquisto dei consumatori si stanno modificando, sotto la spinta della rivoluzione digitale: nel 2014, gli internet user italiani hanno raggiunto quota 37 milioni e i web shopper 16 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2013. Ancora più esplosivo il fenomeno Mobile: in Italia nel 2014 si contano 45 milioni di smartphone e 11 milioni di tablet. Il 90% circa degli utenti smartphone utilizza il device all’interno del punto vendita e di questi il 42% lo usa per confrontare prezzi, il 30% per inviare messaggi o foto relative agli acquisti e il 25% per cercare informazioni aggiuntive sui prodotti appena visti. In questo contesto di forte trasformazione, i retailer sono chiamati a innovare e a considerare la tecnologia come uno strumento capace di abilitare nuove modalità di business.”

Innovazione digitale nel back-end

Le innovazioni digitali nel back-end sono già state implementate dal 50% dei top retailer italiani del campione e il 20% ha intenzione di implementarle nel corso del 2015. Tra le innovazioni più adottate (circa il 60% del campione), troviamo quelle volte a migliorare i processi di relazione con i fornitori (strumenti di comunicazione integrata tra imprese, fatturazione elettronica e dematerializzazione), quelle orientate a migliorare la gestione delle informazioni (sistemi di business intelligence analytics, sistemi ERP) e quelle volte a migliorare la gestione delle scorte e i processi di magazzino.

Innovazione digitale nel punto vendita

“Lo sviluppo del canale mobile e la possibilità di disporre di maggiori informazioni sui prodotti e di alternative per l’acquisto via smartphone, hanno reso il cliente ancora più esigente nella sua esperienza presso il punto vendita” afferma Valeria Portale, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail. “I retailer stanno puntando, all’interno del negozio, a migliorare anzitutto la customer experience, semplificando le fasi del processo di acquisto meno gradite (come ad esempio la fase di check-out e pagamento) e massimizzando le performance nelle altre fasi attraverso l’ingaggio di un numero maggiore di clienti e la spinta verso cross-selling e up-selling”.
Le innovazione digitale nel punto vendita sono state classificate sulla base delle fasi del processo di acquisto del cliente: pre-vendita, acquisto, pagamento e post-vendita.

Pre-vendita

Nel corso del 2014 i retailer italiani hanno investito nell’installazione di chioschi, totem o touch point (il 36% del campione ha già investito e il 34% ha intenzione di farlo nel 2015); in soluzioni di innovazione come digital signage, vetrine intelligenti e interattive (il 25% del campione ha già investito e il 43% ha intenzione di farlo nel 2015); cartellini interattivi e scaffalature intelligenti, utilizzati per fornire al consumatore maggiori informazioni sul prodotto (implementate dal 17% del campione e di interesse per il 28%); sistemi di indoor positioning, (4% del campione, ma suscitano nel 42% dei retailer un forte interesse).

Fase acquisto

Per massimizzare il valore delle visite in negozio, il 30% dei retailer italiani ha dato priorità all’integrazione del punto vendita fisico con quello digitale con l’obiettivo di estendere la gamma del negozio attraverso sistemi di sales force automation o di online selling in punto vendita, ossia tablet in dotazione alla forza vendita o sistemi self service che consentono di finalizzare l’acquisto online in negozio. Una seconda categoria di innovazioni è legata al miglioramento della fase di selezione del prodotto attraverso la visualizzazione di promozioni personalizzate o prodotti correlati (attività di up-selling e cross-selling).
Fase pagamento
La fase di pagamento per il consumatore è tra quelle a minor valore aggiunto e l’obiettivo dei retailer è utilizzare l’innovazione digitale per renderla più semplice e fluida. Il 34% dei top retailer ha già investito (mentre il 36% si dichiara interessato) in sistemi di cassa evoluti e Mobile POS. Una seconda categoria di innovazioni sviluppate dal 50% dei retailer del mondo Alimentare del campione sono i sistemi di self check-out, ossia casse non presidiate. Infine troviamo i sistemi per accettazione di pagamenti innovativi, dal contactless al Mobile Payment ancora poco diffusi tra i top retailer italiani (17% li ha adottati), ma di forte interesse (45% dichiara di volerli adottare nel 2015).

Post-vendita

Destano forte interesse tra i top retailer italiani i sistemi per l’accettazione di couponing e loyalty (digitali o Mobile) che consentono l’invio di promozioni in prossimità e la redenzione del coupon digitale direttamente alla cassa del punto vendita. L’obiettivo è duplice: da un lato aumentare le occasioni di acquisto dei clienti (sia nuovi sia già fidelizzati) e dall’altro spingere l’utilizzo delle carte fedeltà (il 23% del campione ha già investito e il 43% ha intenzione di farlo nel 2015).

 Le innovazioni digitali a supporto dell’Omnicanalità

L’Omnicanalità, definita come l’utilizzo congiunto e integrato dei diversi canali (negozi fisici, online e Mobile) a supporto del processo di interazione azienda-consumatore (fasi di pre-vendita, acquisto e post-vendita), è a oggi al centro dell’attenzione degli esercizi commerciali. Il 65% di quelli analizzati sono presenti sia online sia su Mobile, il 33% è solo online e soltanto il 2% non è presente né su online né su Mobile. Per quanto riguarda il canale online, il 52% delle insegne del campione ha un sito di eCommerce, gestito in house o in outsourcing, e il 46% ha solo il sito istituzionale. Con riferimento all’acquisto online, i comparti più evoluti sono l’Informatica ed elettronica di consumo, in cui l’88% del campione vende online, l’Editoria con l’83%, e l’Abbigliamento con il 72%. Per quanto riguarda il canale Mobile, un terzo circa delle insegne del campione ha un’iniziativa di Mobile Commerce, un altro terzo circa ha un’iniziativa di Mobile istituzionale (funzionalità di pre-vendita o post-vendita) e il restante terzo non ha nulla. Come nell’eCommerce, anche nel Mobile Commerce i comparti più attivi sono Informatica ed elettronica di consumo, Editoria e Abbigliamento.

Il mosaico in fase di composizione

“L’innovazione digitale nel Retail potrebbe essere definita come un mosaico ancora da comporre: i retailer italiani si orientano a fatica tra le numerose innovazioni digitali disponibili (le “tessere” del mosaico) per la sostanziale assenza di una strategia complessiva di innovazione (il “disegno” complessivo del mosaico)”, afferma Alessandro Perego. “Sono ancora pochi, nel nostro Paese, i retailer che hanno approcciato l’innovazione digitale in modo convinto e con una strategia chiara e di lungo termine. In questi pochi casi di eccellenza, giocano un ruolo fondamentale il commitment forte dei vertici aziendali e, laddove presente, la prospettiva internazionale dovuta al presidio di mercati più evoluti rispetto a quello italiano (ad esempio Francia, Germania, Giappone, UK e USA)”.

Via Spot and Web

 
Di Altri Autori (del 19/11/2014 @ 07:32:34, in Mercati, linkato 277 volte)

Come destinazione turistica, l’Italia continua a mantenere una forte attrattività, come dimostra anche il Country Brand Index 2012-2013, che colloca l’Italia al primo posto mondiale per patrimonio artistico e culturale, storia ed enogastronomia. L’appeal dell’Italian Life Style è testimoniato, tra l’altro, dal fenomeno crescente del turismo proveniente dai Paesi dalle nuove economie in forte crescita, come l’India. Basti pensare al caso di giorni alcuni giorni fa, in Puglia, dove due importanti famiglie imprenditoriali indiane hanno organizzato il matrimonio dei loro figli, spendendo milioni di euro sul territorio di Fasano, in provincia di Brindisi: il tutto è nato dalla passione per l’Italia innescata nei due sposi da una produzione bollywoodiana girata proprio in Puglia. Lo stesso sta accadendo coi turisti cinesi, per non parlare di mercati come quello russo, americano e certamente dell’Europa centrale e settentrionale.

Il tema a questo punto sta nel creare strumenti utili per le piccole e medie imprese turistiche per intercettare la domanda (che c’è) e massimizzare i profitti. Nonostante l’eccellenza provata del Made in Italy e il fatto che l’Italia abbia 50 siti patrimonio dell’Unesco (fra cui da ultimo il riconoscimento delle Langhe, portando l’Italia ad essere il primo Paese al mondo per siti riconosciuti), è necessario mettere a sistema questo grandissimo potenziale, che può rappresentare la vera chiave di volta dell’economia italiana.

Non dobbiamo inventare nessuna ricetta, bensì favorire quelle spinte positive che già fra i nostri imprenditori ci sono. Un primo modo per innovarsi è investire intelligentemente in tecnologia e sensibilizzare l’industria turistica in questo senso. Fra tutti i comparti del business, il turismo è stato uno dei primi settori ad essere profondamente impattato dalla rivoluzione digitale, al punto da diventare il primo segmento di mercato per l’ecommerce mondiale.

Oggi, ben oltre il 50% dei viaggiatori usa il web, in gran parte da mobile per individuare, selezionare e acquistare un viaggio o un pernottamento. Anche in Italia, il turismo raccoglie la fetta più grande del fatturato di acquisti online, generando quasi il 40% del giro d’affari dell’ecommerce del nostro Paese (si parla di 11,2 miliardi di € totalizzati nel 2012).

Nonostante questo, fra le principali destinazioni del turismo internazionale l’Italia viene, nell’ordine, dopo la Francia, gli USA, la Spagna e la Cina. Se pensiamo che nel 2013 l’indotto turistico nazionale ha generato oltre 10 punti di Pil, comprendiamo bene quale potenziale ancora inespresso abbiamo in casa. Le previsioni per il 2014 del World Travel & Tourism Council parlano di un incremento del 2,1% dell’economia turistica, che raggiungerà quota 163 miliardi di euro.

Per crescere però ogni territorio deve avere buone infrastrutture connettive, per permettere ai turisti non solo di essere raggiunto rapidamente, ma di poter offrire in modo semplice e rapido l’accesso a tutte le bellezze naturali, storiche, culturali, enogastronomiche.

Tra le infrastrutture connettive, chiaramente vi sono le reti a banda larga, che permettono al turista una fruizione web completa e una altrettanto completa e immediata condivisione delle esperienze di viaggio. I turisti oggi desiderano poter condividere in tempo reale i momenti vissuti con amici e conoscenti, altri potenziali turisti. Per fare tutto questo, è necessario disporre dell’opportuna infrastruttura di telecomunicazioni (wifi o connessioni veloci in banda mobile) per poter accedere velocemente alla rete in tutto il territorio nazionale e in primis nelle zone turistiche. Un punto prioritario è per questo la concessione di un credito d’imposta per le imprese turistiche che investano in innovazione tecnologica.

Tutto questo anche perché la crescita del turismo in Italia è anche legata al superamento della vecchia logica del “i turisti mi arrivano comunque, non devo fare nulla”. Il turismo è un settore sempre più competitivo, dove è necessario proporsi sul mercato mondiale con servizi innovativi presentati in modo flessibile, accattivante e focalizzato rispetto ai desideri dei potenziali clienti. Il concetto “ogni turista porta ricchezza e lavoro nel mio territorio”, diffuso in alcune aree del Paese, deve diventare un sentimento condiviso tra gli amministratori pubblici e tra i singoli cittadini.

Via Agenda Digitale

 
Di Altri Autori (del 18/11/2014 @ 07:30:23, in Mobile, linkato 235 volte)

Le modalità di pagamento attraverso device mobili hanno subito una brusca ed esponenziale accelerata nel corso degli utlimi mesi, anche grazie al ruolo dei Top Player del mercato digitale e nello specifico grazie ad Apple, Google ed Amazon. Le ricerche di settore hanno dimostrato l’esistenza di questa continua crescita in termini numerici che non può essere ignorata: per Juniper, 516 milioni di utenti useranno Mobile Payment tramite tecnologia NFC (Near Field Communication) entro il 2019; secondo Accenture negli Stati Uniti il 40% dei consumatori utilizza il mobile payment nei negozi; per Adyen il 23,3% delle transazioni online avviene tramite dispositovo mobile e l’Europa si attesta come primo mercato.

Le possibilità offerte dal Mobile Payment stanno crescendo e penetrando il mercato, ma la sua tecnologia di prossimità NFC non è nuova e molte soluzioni sono già state trovate da anni per il remote payment (la possibilità di pagare da remoto tramite telefono senza la componente di prossimità), come dimostra benissimo M-Pesa: servizio di micro-finanziamento e di trasferimento di denaro che nasce in Kenya e che funziona attraverso i telefoni cellulari in remoto, ampiamente diffuso nei paesi in via di sviluppo.

Se dal punto di vista tecnologico (uso dei dati biometrici di Apple, a parte) non ci troviamo di fronte ad una rivoluzione, cos’è ad essere cambiato? Il punto determinante è l’educazione del mercato di riferimento da parte dei Top Player: esattamente quello che stanno facendo Apple, Google e Amazon in misure e modalità differenti.

Google: l’E-Wallet e la disintermediazione tecnologica dalle Telco
Il colosso di Mountain View nel settore dei pagamenti digitali ha deciso di operare in due settori ben precisi: l’innovazione dal punto di vista ingegneristico dei device mobili; il ruolo di intermediazione finanziaria con MasterCard.

Il primo aspetto si concentra soprattutto con la volontà di voler escludere le telco dal processo del Mobile Payment. Google ha lavorato in questo senso riuscendo ad implementare supporti tecnologici, sviluppati da varie startup, per escludere la “SIM” come elemento obbligatorio nel proccesso di pagamento: come riporta Pagamenti Digitali, “Google (il 14 Aprile 2014, ndr) ha annunciato di supportare nella nuova versione del proprio sistema operativo (Android 4.4 KitKat), una funzione che permette di gestire transazioni NFC sicure, tramite l’adozione di HCE (Host Card Emulation), un’architettura aperta su cui è possibile sviluppare soluzioni applicative che emulano una carta di pagamento, senza la necessità di ricorrere ad un Secure Element disponibile sul telefonino. Con l’HCE è dunque possibile (almeno potenzialmente) affrancarsi dall’operatore di rete mobile, semplificando la gestione del ciclo di vita di un’applicazione NFC”.

Google ha avviato il proprio sistema di pagamento in mobilità tamite NFC (ma anche in modalità da remoto) attraverso il suo Google Wallet: il sistema funziona attraverso un conto MasterCard che viene automaticamente creato al momento dell’iscrizione; non ci sono costi per le transazioni (a parte quelli eventuali di MasterCard) e la revenue di Google è riportata così sul sito ufficiale: “se vuoi mandare denaro o aggiungere credito al tuo Wallet Balance con carta di credito o debit card (bancomat, ndr) c’è una piccola tassa del 2,9%, ricevere denaro però è sempre gratis”. I lati negativi dell’applicazione sono il fatto che richiede l’inserimento di un PIN nel momento della transazione, rendendo lungo il tempo per il processo d’acquisto (ma sempre inferiore rispetto all’uso classico di una carta di credito) e che funziona solo con alcuni device che montano Android.

Apple: il ruolo dell’educatore, dati biometrici e fee per ogni transazione
L’azienda di Cupertino ha deciso di porsi in altra ottica: abbiamo già accennato al ruolo di educatore del mercato da parte di Apple, lanciando il servizio in modo talmente potente da rendere gli utenti potenziali ad incuriosirsi sulle modalità di mobile payment tramite NFC. Secondo le parole di Tim Cook riportate da The Verge, Apple è attualmente leader nei pagamenti contactless, “una cifra superiore al totale di tutti gli altri player”. Entro 72 ore dal lancio, sembra che Apple abbia attivato un milione di carte di credito, una cifra certamente non trascurabile.

La tecnologia di Apple funziona in modo differente da quella di Google. I nuovi device I-Phone 6 e I-Phone 6 Plus, gli ultimi I-Pad e i prossimi Apple Watch, integrano un sistema per il riconoscimento dei dati biometrici provenienti dalle impronte digitali: nessun numero di carta memorizzato, nessun pin da inserire per sbloccare la transazione, solo l’uso delle dita. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante per due motivi: senza dover inserire il pin, il processo di vendita e di pagamento in store risulta estremamente veloce, riducendo notevolmente le code; gli hacker non potranno “rubare” i dati delle carte perché non sono memorizzati da nessuna parte e anche se qualcuno rubasse il device, bisognerebbe possedere anche le impronte digitali del proprietario.

Anche il modello di business è molto diverso da quello di Google: secondo fonti del Financial Times, “15 centesimi per ogni 100 dollari di transazioni andranno ad Apple, secondo due fonti che hanno familiarità con i termini del contratto che non sono pubblici. Si tratta di un accordo senza precedenti, che concede ad Apple una quota che rivali come Google non ottengono per i medesimi servizi”.

Amazon: il business del mobile payment dal punto di vista dei venditori
Anche Amazon si è di recente lanciata all’interno del mercato del Mobile Payment attraverso il proprio Mobile POS: Amazon Local Register, dispinibile in USA dal 19 agosto. Si tratta di un dispositivo che permette di accettare carte di credito e bancomat: costa 10 euro e si collega ai device mobili attraverso l’ingresso degli auricolari presente sui dispositivi. La app di Amazon dedicata permette l’accettazione e la convalida del pagamento entro un giorno lavorativo dall’avvenuta transazione.

Come riporta Wired, Amazon sta tentando di battere la concorrenza già presente sul mercato attraverso una fee molto più bassa: “per risultare vincente sui suoi competitor Square e PayPal, già piuttosto diffusi negli Stati Uniti, il colosso del commercio elettronico ha deciso di promuovere il suo prodotto ad una condizione molto vantaggiosa: per coloro che creeranno un account su Amazon Local Register prima del 31 ottobre, la commissione sul pagamento sarà di 1, 75 dollari fino al primo gennaio 2016. In caso contrario, questa sarà invece del 2,5% (comunque inferiore rispetto al 2,7% di PayPal e al 2,75% di Square). Inoltre, il lettore potrà essere arricchito con altri accessori sempre forniti da Amazon, dal registratore di cassa alla stampante per scontrini e ricevute.”

Come si è visto, Apple, Google e Amazon stanno aggredendo il mercato, in alcuni casi lo stanno cambiando (anche dal lato delle tecnologie), ma soprattutto lo stanno educando ai propri servizi e ai propri prodotti: la loro vittoria sta nella loro capacità di essere sempre stati portatori di innovazione. Il rapporto tra player innovativi come Apple, Google e Amazon e aziende dalle caratteristiche più tradizionali, come le banche e le telco, sarà impegnativo ma potrà portare anche enormi vantaggi sia per le aziende stesse che per gli utenti.

Via Tech Economy

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 17/11/2014 @ 09:00:00, in Internet, linkato 211 volte)

Ho scritto davvero spesso dei temi strategici e organizzativi che stanno dietro il processo di digitalizzazione delle aziende e all’approccio sempre più ominicanale che i mercati ed i clienti richiedono.
In questo periodo in cui mi sono assentato dal blog ho realizzato poi molto bene che la digital transformation richiede un altro pilastro importante che oggi è ancora poco presidiato: la governance.

Fonte Brian Solis

Fonte Brian Solis

Ecco 10 ragioni per cui il governo dell’ecosistema digital invece è sempre più cruciale:

1) Non si può impedire l’accesso alle tecnologie in modo parzialmente autonomo da parte di un numero sempre più ampio di persone. Dal BYOD alle soluzioni software pronte, tutti possono usare (ed acquistare) strumenti un tempo necessariamente centralizzati;

2) Il time to market è sempre più costretto per pensare sempre di costruire ex-novo. Le soluzioni ready to use possono essere utilissime, basta che siano viste in una logica di insieme e non ciascuna per conto suo;

3) Proprio perché sempre più persone usano (e acquistano) direttamente gli strumenti digitali è importante avere dietro un supporto di regia specifico che aiuti a prendere le strade corrette; 

4) Il digital va concepito come un ecosistema coerente e articolato, di cui non va sottovalutata la complessità a fronte di singole soluzioni pronte;

5) Il cliente va seguito attraverso tutti i touchpoint. Non è facile ma senza logica di ecosistema è direttamente impossibile;

6) Non si possono concepire più grandi progetti digital senza integrazione con i sistemi IT aziendali. Il che richiede competenze ibride di business e di tecnologia e soprattutto una visione di insieme;

7) L’adozione di una tecnologia deve essere figlia di strategia e studio degli obiettivi, non il contrario. Non va quindi solo scelta la “moda del momento“;

8) A meno di non essere pure player, vedere le vendite online disgiunte da una logica multicanale vuol dire capire solo un pezzo del puzzle. Ma bisogna abbattere i silos dei dati;

9) La collaborazioni tra funzioni in un contesto di competenze cross è indispensabile. Ma non è così facile abituare culturalmente le persone, senza contare le difficoltà di capirsi in linguaggi diversi. Servono dei facilitatori;

10) Le persone in azienda devono potersi preoccupare di che cosa vogliono fare, la tecnologia è un abilitante che non le deve non far pensare al “come”. Questo non vincola ad un controllo troppo soffocante di una governance ma chiede una supervisione di insieme che guidi verso gli strumenti più giusti e limiti dispersione e inefficienza.

Dove deve stare la governance nell’organigramma dell’organizzazione? Non credo che oggi ci sia una sola risposta possibile, quello che invece mi è chiaro è il profilo che questa figura di Chief Digital Officer deve avere: una persona con i piedi saldamente piantati nel business ma che, a differenza di quanto accade solitamente oggi, conosca e capisca profondamente la tecnologia e la logica di ecosistema. Per chi ha queste caratteristiche, la strada è aperta, a patto che ci sia la legittimazione del ruolo da parte dell’organizzazione.

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 17/11/2014 @ 07:32:08, in Mercati, linkato 205 volte)

Il terremoto originato dall'avvento dei servizi di streaming non crea sconquasso presso tutte le piattaforme dedicate all'acquisto di musica digitale: Google, che offre dal 2013 il servizio di streaming Play Music All Access, pronto ad integrarsi nell'offerta di YouTube Music Key, e che può soppesare le tendenze sulla base dei propri dati relativi ai download dell'offerta di Play Music, afferma di non percepire i turbamenti che stanno mobilitando gli operatori di settore nella corsa allo streaming.

Se è vero che i numeri del mercato della musica digitale stanno iniziando a pendere a favore dello streaming e di un modello di fruizione della musica basato sul consumo piuttosto che sul possesso, la dirigente della divisione Global Music Partnerships di Google, Zehavah Levine, disegna una quadro meno radicale: "Non crescono solo i sottoscrittori di abbonamenti - ha dichiarato nel corso di un'intervista rilasciata a Techcrunch - ma crescono anche i numeri dei nostri download nonostante i trend in atto sul mercato".

Levine illustra le proporzioni tra i due servizi imitandosi a spiegare che lo scorso anno il 67 per cento del fatturato in ambito musicale è stato rappresentato dai download, non spiega se i successi dei download siano determinati da uno zoccolo duro di appassionati o se la loro crescita sia determinata da un diffuso interesse da parte di tutti gli utenti, né se i download premino particolari categorie di opere. Raffigura però la posizione di Google spiegando che, fra coloro che si sono abbonati a Play Music All Access, sono di più gli utenti che hanno cominciato a comprare musica dopo essersi registrati al servizio di streaming rispetto a coloro che hanno smesso di acquistare musica dopo essersi abbonati. "Non c'è cannibalizzazione" tra i due diversi tipi di fruizione, sostiene Levine, "c'è spazio per entrambi".

Ma Google rappresenta un soggetto del tutto particolare sul mercato: rispetto ad attori come Apple detiene il vantaggio di poter contare contemporaneamente su un servizio di download e un servizio di streaming, oltre al magmatico contenitore di musica rappresentato da YouTube, e il potere totalizzante della propria presenza in Rete non consente di confrontare la sua iniziativa musicale con altri operatori che si muovono nel solo mercato musicale. Tuttavia, lo ha spiegato la stessa dirigente di Google, lo streaming diventa profittevole solo se declinato su larga scala e Mountain View, proprio come Apple con Beats e proprio come SoundCloud, da tempo si sta attrezzando per proporre lo streaming in grande stile e per concretizzare le enormi potenzialità musicali della propria piattaforma di videosharing: in parallelo alla riorganizzazione dell'offerta musicale gratuita di YouTube, ha appena lanciato YouTube Music Key, proposta su abbonamento che si combinerà a Play Music All Access per una fruizione di contenuti audio e video capace di prestarsi a una fruizione meno macchinosa e più fluida rispetto a quella del Tubo.

Anche uno degli ostacoli principali al lancio del servizio, vale a dire la ferma opposizione delle etichette indie, che rivendicano eque retribuzioni per l'utilizzo delle opere, sembra essere stato scavalcato: secondo indiscrezioni raccolte dal Financial Time alla vigilia del lancio di YouTube Music Key, Merlin avrebbe strappato a Google un accordo più favorevole di quello che le era stato sottoposto nei mesi scorsi. La Grande G ha dunque ceduto laddove sembrava incrollabile, a dimostrazione della urgenza con cui ha perseguito l'allineamento con la concorrenza degli altri importanti fornitori di musica a consumo.

Solo dopo il rodaggio di YouTube Music Key si potranno verificare le previsioni di Levine, e si potrà osservare se il nuovo servizio rosicchierà la base di utenza che ora spende per acquistare la musica con la mediazione di Google Play. Mountain View per ora mostra di non temere per il mercato dei download: la dirigente spiega che per solleticare l'interesse degli utenti è possibile proporre certe offerte premium, così come è nei programmi di Apple, quali formati di alta qualità, probabilmente capaci di far pendere la scelta dei musicofili verso il possesso della musica e invitarla a non limitarsi al semplice consumo.

Via Punto Informatico

 
Di Altri Autori (del 14/11/2014 @ 07:33:41, in Mobile, linkato 249 volte)

La corsa ai regali di Natale, si sa, per i più grandi marketplace del mondo è fatta di analisi e previsioni prima e di report e risultati dopo.
eBay non vuole farsi trovare impreparata e annuncia i risultati di una ricerca commissionata a TNS sulle abitudini degli italiani a ridosso delle festività natalizie, comparandole con quelle del resto del mondo, tramite interviste ad un campione rappresentativo di oltre 10.300 individui.

Secondo la ricerca il 44% degli italiani cercherà ispirazione dai negozi online con un italiano su tre che ha dichiarato l’intenzione di acquistare i regali di Natale anche da un dispositivo mobile. Ben 1 italiano su 3 (34%) ha dichiarato che ha intenzione di usare un dispositivo Mobile per gli acquisti di Natale, percentuale più alta rispetto a paesi come Spagna (25%), Germania (23%), Australia (22%), Francia e Canada (entrambi 19%). Su eBay il trend è ancora più in crescita, infatti quasi una transazione su due (48%) viene toccata da Mobile.

In sostanza per Natale gli italiani prevedono l’acquisto di circa 9 regali, contro gli 8 di russi e francesi e i 10 dei più generosi canadesi. I più buoni saranno, a detta della ricerca, gli inglesi con 16 regali ognuno e gli americani con 13. Spagnoli e tedeschi faranno invece solo 7 regali a testa. La spesa media per ogni italiano è prevista per questo Natale 2014 sui 194 euro a persona, contro i 281 euro stimati dagli inglesi e i 272 euro degli americani.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 13/11/2014 @ 07:49:34, in Aziende, linkato 254 volte)

Due miliardi di dollari pagati agli artisti, ai detentori dei diritti: uno tra il 2008, anno del lancio di Spotify, e lo scorso anno, l'altro dal 2013 ad oggi, quando è cominciata l'ascesa della musica consumata come servizio. Risponde così il CEO del servizio di streaming a tutti gli artisti che ancora temono di affidare le proprie opere ad una piattaforma che sembra soddisfare le esigenze delle platee degli appassionati, che potrebbe rappresentare il grimaldello per valorizzare la leggerezza e l'immaterialità della musica digitale ai danni della pirateria.

Nel momento il cui i servizi di streaming stanno dimostrando tutto il loro potenziale, anche rispetto alla soluzione dei download e agli attori più importanti del settore, nel momento in cui tutta l'industria della musica sta tentando di convertirsi rapidamente allo streaming per accogliere la domanda dei cittadini della Rete, il CEO di Spotify Daniel Ek è intervenuto per abbattere le resistenze di coloro che affidano la propria carriera a certi "falsi miti" che aleggiano intorno al servizio.

Per dissiparli, il CEO Ek li analizza uno per uno. A partire dall'incomprensione che regna sulla musica fruibile gratuitamente: "non tutta la musica gratuita è uguale - spiega Ek ai detentori dei diritti - su Spotify la musica fruibile gratuitamente è supportata dalla pubblicità, e paghiamo per ogni ascolto". Spotify, secondo il suo CEO, è la perfetta mediazione tra i servizi fruibili solo su abbonamento e la pirateria: un modello freemium che prevede di affiancare l'advertising alla musica permette di attirare l'attenzione degli utenti con un assaggio delle funzioni e della qualità che il servizio a pagamento propone loro, senza per questo svendere le opere degli artisti, che vengono puntualmente retribuiti con una quota delle entrate garantite dagli inserzionisti. "Abbiamo 50 milioni di utenti attivi, 12,5 milioni dei quali hanno sottoscritto un abbonamento per 120 dollari all'anno - ricorda Ek - è tre volte tanto quanto un consumatore medio di musica spendeva all'anno in passato": l'80 per cento di questi abbonati sono stati utenti del servizio gratuito, la maggior parte di loro ha meno di 27 anni, è cresciuta negli anni d'oro della pirateria, "non si sarebbe mai aspettata di pagare per la musica".

La seconda credenza che Ek tenta di smontare con i numeri è quella secondo cui Spotify non garantirebbe un adeguato sostentamento economico gli artisti che ospita, una convinzione radicata anche presso artisti come Thom Yorke, che da tempo si scaglia contro mediatori troppo avidi per ricompensare opportunamente gli artisti. "Poniamo che una canzone venga ascoltata su Spotify 500mila volte - questo il paragone tracciato dal CEO della piattaforma - e che venga suonata da una stazione radio statunitense che abbia 500mila ascoltatori": negli States, dove a differenza di altri paesi del mondo non si prevede un meccanismo di pagamento delle royalty per i diritti connessi degli interpreti, l'esecutore non guadagnerebbe nulla dal passaggio in radio, mentre 500mila ascolti su Spotify garantiscono una cifra fra i 3mila e i 4mila dollari. Taylor Swift, e l'esempio non è casuale dopo che il management dell'artista ha scelto di ritirare il suo catalogo da Spotify, sarebbe stata vicina a superare i 6 milioni di dollari all'anno: cifre che potrebbero raddoppiare, se le tendenze che animano il mercato dello streaming non subissero battute di arresto. "Paghiamo una enorme quantità di denaro alle etichette e alle edizioni a favore degli artisti e degli autori - spiega Ek, confermando stime già elaborate nel mesi scorsi - e decisamente più di quanto facciano altri servizi di streaming"i. Ek elegantemente non sottolinea quello che Bono, frontman degli U2 attivamente impegnato sul fronte della musica digitale, afferma esplicitamente: "Le persone criticano Spotify e si limitano a dire che dà solo il 70 per cento delle entrate ai detentori dei diritti, ma quello che le persone non sanno è dove davvero vanno a finire questi soldi, perché le etichette non sono mai state trasparenti".

Ek seziona poi la terza accusa che certa parte dell'industria della musica muove contro Spotify, che porta lo stesso stigma della pirateria, responsabile delle mancate vendite: il successo del servizio di streaming e i cali delle vendite di musica, sia fisica che digitale, non sono legati da una relazione direttamente causale, sostiene il CEO di Spotify, ma sono determinati dalle esigenze del pubblico. A dimostrazione di ciò, Ek cita l'esempio del Canada: i download languono, e Spotify non si è ancora affacciato su questo mercato. Spotify non serve il Canada, ma esistono numerosissime risorse per il consumo di musica in streaming: dalla pirateria al modello scelto ora da un attore dal passato turbolento come Grooveshark, dai servizi in evoluzione di Soundcloud a YouTube, importante fonte di approvvigionamento di musica in Rete, è chiaro che gli utenti stanno scegliendo di consumare la musica senza impegnarsi nell'acquisto del singolo album, della singola traccia di successo, distaccandosi dalle dinamiche distributive imposte per anni dall'industria tradizionale.

Il mercato dello streaming non è dunque uno scenario nel quale è pensabile misurare il proprio successo con parametri tradizionali quali i record di vendite, né sembra prestarsi ad accogliere modelli di business ibridi che cerchino di replicare i meccanismi a finestre che scandiscono il mercato dell'intrattenimento tradizionale: Spotify risulta dunque ben più di un esperimento, come lo ha definito Taylor Swift, scegliendo di non prendervi parte, ma è uno dei numerosi interpreti delle esigenze di un pubblico radicalmente cambiato dall'abitudine alla Rete.

via Punto Informatico

 

Dalle poesie pubblicate su Facebook agli scatti d'autore che fanno impazzire Instagram, fino ai filmati di visual art che si possono trovare su Vine: i social network sono un terreno fertile per una nuova generazione di artisti che pensa, crea e distribuisce interamente nel mondo digitale. Si tratta di creativi 2.0 che nella rete hanno trovato non solo una popolarità globale ma, soprattutto, nuove forme di business. Basta indagare la vicenda del trentaquattrenne newyorchese Daniel Arnold che secondo il magazine online «Gawker» è il miglior fotografo che si possa trovare su Instagram. I suoi scatti sono finiti dalla rete alla tipografia e venduti per 15mila dollari l'uno, Vogue America lo ha voluto come reporter ufficiale nelle feste più esclusive dell'ultima settimana della moda a Parigi. Arnold ha messo da parte la sua costosa macchina fotografica per lavorare con la lente digitale di un iPhone, ha abbandonato i costosi set di moda per farsi consumare le suole dalle strade della Grande Mela. «Lavoravo come assistente in uno studio di Manhattan – racconta il giovane artista –, da un giorno all'altro ho cominciato a pubblicare in rete ritratti di newyorkesi incontrati per caso lungo la Quinta Strada, erano per lo più barboni e immigrati di prima generazione ma la poesia dei loro volti mi è valsa un buon successo sui social network». Oggi Daniel vanta oltre 70mila seguaci su Instagram, la rivista «Wired» lo ha definito il «Paparazzo degli sconosciuti» e tra un post e l'altro si prepara a condividere il database del suo smartphone attraverso una mostra in una delle gallerie più famose di Londra.

C'è poi chi come Teju Cole è riuscito persino a far interagire la propria arte con gli utenti della rete. Questo scrittore trentanovenne invece di andare alla ricerca di una casa editrice, ha deciso di condividere «Hafiz», il suo terzo romanzo, in rete. Un racconto di fantascienza si è trasformato in un esperimento social che ha coinvolto oltre 1.500 utenti. Cole ha infatti inviato privatamente a ognuno dei suoi follower Twitter una frase del suo romanzo chiedendo di pubblicarla sul social network di Jack Dorsey. L'autore ha poi messo insieme i singoli cinguettii ritwittandoli nell'ordine del romanzo originale. «È stato come una caccia al tesoro – confessa Cole –, ci sono volute oltre quattro settimane prima che venissero pubblicate tutte le parti della storia, più saliva l'attesa più le persone mi esortavano a non lasciare il racconto in sospeso». Certo l'artista avrebbe potuto pubblicare direttamente sulla propria timeline il romanzo 140 caratteri alla volta, ma l'effetto non sarebbe stato lo stesso. «Il risultato è quasi una scrittura collettiva – dice Teju –, una frase è stata twittata da un amico che vive a Singapore, quella successiva da mia sorella a Los Angeles». Anche per questo l'hashtag #Hafiz è rimasta nel ranking Twitter per oltre una settimana e l'opera è arrivata nelle librerie con una scia di oltre 50mila lettori che ne avevano già sentito parlare in rete.

Per oltre tredici anni Meagan Cignoli ha cercato di portare le sue opere d'arte visiva nei musei di tutto il mondo. All'ennesimo rifiuto la decisione è arrivata in modo spontaneo: smettere con la distribuzione tradizionale e pubblicare le proprie animazioni artistiche sul web. La piattaforma scelta è stata Vine, il software per condividere filmati di sei secondi di cui Twitter è proprietario. «Il successo è stato immediato – dice Meagan –, solo con i primi video ho collezionato più visualizzazioni di quanti sono i visitatori di una grande fiera d'arte». Dalla rete il successo si è espanso nel mondo reale e oggi questa artista trentenne continua a produrre mini-filmati come direttrice di un'agenzia che da lavoro a 8 giovani creativi. «Lo spirito è rimasto sempre lo stesso – dice Cignoli –, ossia creare video animati dalla forte impronta artistica, solo che oggi anziché farli gratis li realizzo per campagne pubblicitarie di aziende come Puma ed eBay».

Una storia simile è quella di Eddie Rossetti, giovane studente di design che dopo un master in disegno del prodotto ha deciso di condividere su Pinterest il suo portfolio. Grazie all'applicazione inventata da Ben Silbermann, che nel 2013 ha dichiarato di aver incrementato le proprie iscrizioni del 50%, Rossetti ha conquistato l'attenzione e i complimenti di oltre 82mila follower. «La popolarità è arrivata con una linea di camice da uomo disegnata a partire da vecchi ritagli di giornali – racconta il giovane originario del Connecticut –. Le grandi riviste di moda hanno notato il movimento che si era creato attorno al mio profilo e mi hanno inserito nelle loro rassegne». Tra i fan di Ben ci sono tutte le più grandi case di abbigliamento del mondo, dalla spagnola Zara con la quale è nata anche una collaborazione agli italiani Versace e Ferragamo. «Con o senza social il processo creativo rimane lo stesso – dice il disegnatore –. Il lavoro di ricerca e di analisi è rimasto invariato rispetto a venti anni fa, quello che cambia è l'effetto che si ottiene condividendo in rete un'idea. Oggi si è in grado non solo di distribuire un prodotto ma anche di riceverne in tempo reale le reazioni del pubblico, quindi anche di cambiare direzione se necessario».

Via IlSole24Ore.com

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 10/11/2014 @ 09:00:00, in Internet, linkato 316 volte)

Buon lunedì. Mi è capitato recentemente e per vari motivi di leggere diversi report sul social caring e la capacità di risposta delle aziende, come questo di Blogometer e altri, anche di provenienza straniera.

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Al di là di numeri e trend quello che, secondo me, dovrebbe balzare più all'occhio è il fatto che questi canali molto spesso sono ancora trattati in modo separato dal customer care tradizionale e dal CRM.

Viene persa quindi una grandissima opportunità di arricchire la conoscenza che abbiamo dei nostri clienti (nurturing) che spesso invece sono disponibili a condividere molte informazioni con noi a patto di essere ascoltati e supportati.
La logica di ecosistema si porta dietro anche il concetto di single customer view ed i social media, spesso in bilico tra sopravvalutazione e disincanto eccessivo, sono un canale bidirezionale e quindi ideale per attingere dal dialogo. Al di là delle varie metriche, è questo il loro reale valore, non certo il numero totale di fan/follower acquisiti in modi magari non leciti.

Ovviamente tutte queste informazioni poi devono essere in qualche modo rese disponibili a tutti coloro che ne possono trarre informazioni utili al business (basta con i silos!), per dare valore agli inevitabili investimenti che questo tipo di collezionamento comporta.

È ovviamente un tema di tecnologia per gestire tutto questo ma anche e soprattutto di processo interno all'organizzazione.
E voi, che esperienze avete in merito?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 10/11/2014 @ 07:01:04, in Social Networks, linkato 301 volte)

Se la Delorean di “Ritorno al futuro” potesse portarci indietro di quindici anni almeno, in un mondo pre social media di massa, le scelte per un piccolo imprenditore italiano in campo pubblicitario appaiono alquanto limitate. Volantini, annunci pubblicitari sul quotidiano locale, cartelloni pubblicitari e per i più coraggiosi banner su internet e pay-per-click.
Forse più che limitate, sarebbe più corretto definirle onerose. Basti pensare al tempo e alle risorse spese non solo per impaginare e stampare volantini ma anche per distribuirli oppure i costi e le tempistiche dei piccoli giornali e nessun modo per misurarne l’efficacia se non contare l’aumento di clienti senza poter attribuire in maniera certa, in molti casi, se ció  fosse proprio dovuto all’investimento pubblicitario.

Una via d’uscita
Ma un salto veloce sulla Delorean ci porta avanti di qualche anno e l’arrivo dei social media, Facebook in particolare, che sconvolge la cultura italiana per sempre.
Il piccolo imprenditore vede finalmente la possibilità di farsi pubblicità gratis (parola magica!). Non serve nemmeno un sito web, la pagina Facebook diventa in molti casi il baluardo online della piccola impresa. Like dopo like, il piccolo imprenditore può comunicare con il cliente direttamente (nel bene e nel male) senza aver bisogno di capacità specifiche o risorse aggiuntive.

Una bolla pronta a esplodere, perché questo scenario c’é qualcuno che non ci guadagna abbastanza. E così Zuckerberg & co, algoritmo dopo algoritmo, azzerano o quasi le chance del piccolo imprenditore.
Prima con l’EdgeRank, che da solo ha fatto vittime anche fra i grandi marchi (si pensi a Eat24 o Copyblogger) poi con modifiche successive che portano in vista contenuti di prima classe. Sono ormai scomparsi dal blog di Facebook e dai feed le menzioni dei programmi per piccole imprese o i vari esempi di campagne di successo, persino i coupon ed offerte come opzione pubblicitaria sono passati in secondo piano.

Content is king
Facebook adesso promuove lo storytelling come maniera efficace per non annoiare i consumatori con pubblicità invadenti. Propone esempi di campagne di McDonald’s e Coca Cola, come la recente realizzazione di video con patatine fritte in stop motion che certamente avrà avuto un budget notevole.

Un miglioramento per i consumatori certamente, ma un cambiamento di direzione che dovrebbe far riflettere i piccoli imprenditori sulla validità dei social come mezzo di promozione.
Storytelling e content marketing su i social media tempo, risorse ed esperienza in maniera costante, non tutti gli imprenditori ne hanno a disposizione.

Alla luce di tutto ciò, gli esperti cominciano a tentennare e quello che era un must, adesso diventa un optional.

L’ultimo avamposto
In un mondo in continua evoluzione, dove social media come Ello o Rooms (la nuova app targata Facebook) cambiano le regole del gioco in continuazione, forse ha senso rivalutare il sito web.
Google attesta con abbondanza di dati che effettuiamo ricerche su internet più che mai e questo accade con maggior frequenza con gli smartphone.
Un sito web semplice e responsive, ottimizzato e contenente tutte le informazioni necessarie può essere valido per anni a venire, un investimento che vale la pena fare piuttosto che inseguire i mulini a vento dei social media.

Via Republic+Queen Magazine

 
Di Altri Autori (del 06/11/2014 @ 07:21:55, in Brand, linkato 402 volte)

Un marchio forte, si sa, è un bene estremamente prezioso. Le aziende di consumo, in particolare, dedicano molto tempo e risorse al consolidamento del proprio marchio.
Secondo la ricerca annuale condotta da Forbes sui marchi più importanti del mondo, Apple si guadagna il primo posto con un valore di 124,2 miliardi di dollari , il doppio rispetto alla seconda classificata Microsoft con i suoi 63 miliardi di dollari.

Il valore di Apple è cresciuto del 19% rispetto all’anno precedente, confermando la forza guadagnata nel tempo dal colosso su alcuni settori strategici: telefonia, tablet, lettori mp3 e musica. Si appresta ora ad aggredire nuovi mercati come quello degli smartwatches con Apple Watch e dei pagamenti attraverso Apple Pay. Apple ha venduto 39,3 milioni di iPhone nell’ultimo trimestre e 12,3 milioni di iPad, generando un margine di profitto superiore del 33% rispetto all’anno precedente .

Al secondo posto tra le aziende con più alto valore troviamo Microsoft, in crescita dell’11% dopo tre anni di stasi ed una strategia volta a conquistare il mercato del mobile. Grande successo anche grazie alla scelta di fornire licenze di utilizzo del software in ambiente cloud.
Microsoft sta puntando inoltre sulle sponsorizzazioni, come dimostra l’accordo  da 400 milioni di dollari firmato nel 2013 con la NFL – National Footbal League, con il marchio Surface a bordo campo e l’uso di tablet Microsoft per l’instant replay. Medaglia di bronzo a Google con un valore di 56,6 miliardi di dollari, in crescita del 19% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 12 mesi ha generato utili per 16 miliardi di dollari ed è uno dei più grandi spender pubblicitari in tecnologia con 2,8 miliardi nel 2013.

Per determinare i most valuable brands Forbes ha analizzato oltre 200 marchi globali, ponendo come requisito la presenza negli Stati Uniti, eliminando dalla classifica aziende multinazionali come Vodafone o China Mobile. L’analisi è realizzata sugli utili degli ultimi 3 anni, assegnando un punteggio percentuale in base al settore (alto per i beni di lusso e bevande, basso per compagnie aeree e petrolifere).
I 100 marchi più prestigiosi coprono 15 paesi in 20 settori industriali. I marchi di aziende con sede negli Stati Uniti costituiscono poco più della metà della lista, seguiti da Germania (9 marchi), Francia (7) e Giappone (5).
Le aziende del settore tecnologico dominano la lista con 16 marchi in totale, di cui 5 tra le prime 10 e 11 tra le prime 25. Seguono le aziende automobilistiche con 16 marchi nella top 100, guidate da Toyota al nono posto con un valore di 31,3 miliardi di dollari.
IBM con un valore di 47,9 miliardi di dollari in calo del 5% rispetto all’anno precedente si piazza al quinto posto tra due colossi del settore alimentare Coca Cola, al quarto posto con un valore di 56,1 miliardi di dollari in crescita del 2%, e McDonald’s al sesto con un valore di 39,9 miliardi di dollari, in crescita dell’1%.

Il miglior risultato tra tutti i valuable brandes di Forbes lo ottiene Facebook, classificato al diciottesimo posto ma con un aumento del 74% rispetto all’anno precedente e un valore di 23,7 miliardi di dollari. Buoni risultati anche per Amazon al 24° posto con un aumento del 45% ed un valore di 21,4 miliardi di dollari.

I numeri di Forbes rafforzano quanto già sostenuto da Eurobrand agli inizi di ottobre.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 05/11/2014 @ 07:50:06, in Aziende, linkato 366 volte)

Kindle Unlimited signfica per i possessore di un ebook Kindle l’accesso illimitato a oltre 15.000 titoli in italiano e oltre 700.000 in altre lingue da tutti i dispositivi a 9,99 euro al mese. Funziona così: i titoli disponibili sono contrassegnati dal logo Kindle Unlimited, entrando nella pagina di dettaglio del singolo eBook si clicca su Leggi gratis con Kindle Unlimited. È possibile iniziare oggi il proprio periodo di prova gratuito di 30 giorni su www.amazon.it/ku-provagratuita.

Come funziona? 

Finché si paga tutto bene. Quando annulli l'abbonamento a Kindle Unlimited, si continuia ad usufruirne fino alla scadenza del periodo di fatturazione. Decorso questo termine, non avrai più accesso a tutti gli eBook Kindle Unlimited scaricati. I segnalibri, le note e le evidenziazioni salvati all'interno dell'eBook resteranno memorizzati sul tuo account Amazon e potrai accedervi nuovamente se deciderai di acquistare l'eBook in futuro.
La vittoria della formula flat

In fondo è la vittoria dello streaming e di un modello di business che punta sull’accesso al servizio. L’idea di Amazon è quella di Spotify e dei moltissimi servizi di streaming video (Infinity, SkyGo, Apple iTunes, ecc). Si paga l’accesso e non il possesso. Quando si smette finisce l’esperienza d’uso. Quello dell’abbonamento flat è un cambio di paradigma per l’utente. Un incubo per i collezionisti e gli amanti dell’oggetto fisico. Un sogno per chi invece con pochi dollari può restare sintonizzato con le novità di mercato. Prima o poi qualcuno cercherà un modo di far parlare questi due mondi apparentemente lontani.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 04/11/2014 @ 07:29:27, in Internet, linkato 376 volte)

Audiweb ha rilasciato i nuovi dati dell’audience mobile e della total digital audience del mese di agosto 2014: in questo periodo sono stati 27,4 milioni gli italiani dai due anni in su che si sono collegati a internet almeno una volta, online in media per 42 ore e 49 minuti per persona. La total digital audience nel giorno medio è rappresentata da 19,5 milioni di utenti collegati per 1 ora e 56 minuti.

La fruizione di internet da device mobili (smartphone e tablet) nel giorno medio supera ancora l’accesso alla rete tramite computer. Sono, infatti, 15,5 milioni gli italiani tra i 18 e i 74 anni che ogni giorno hanno dedicato in media 1 ora e 37 minuti alla navigazione in mobilità, mentre l’audience online da PC registra 10,5 milioni utenti unici (2+ anni) online per 1 ora e 13 minuti a persona.

Con 1 ora e 43 minuti nel giorno medio e 45 ore e 53 minuti di tempo speso in media per persona nel mese, le donne confermano un maggiore consumo di internet da mobile rispetto agli uomini.
Oltre il 62,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni era online nel giorno medio ad agosto (7 milioni), principalmente da device mobili.
Più in dettaglio, risultano 2,6 milioni i giovani tra i 18 e i 24 anni che nel giorno medio hanno usato device mobili (smartphone e tablet) per accedere a internet (il 60,2% dei 18-24enni), mentre l’accesso da PC vede solo 962mila utenti unici di questa fascia d’età (il 22,6% della popolazione di riferimento).

Dai dati sull’uso dei differenti device utilizzati per accedere a internet, risulta che il 66,4% del  tempo totale speso online è generato dalla fruizione di internet da mobile e, più in dettaglio, il  55,7% del totale dalla fruizione tramite mobile applications.

Via Tech Economy

 
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