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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Internet (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 26/03/2009 @ 07:53:28, in Internet, linkato 1171 volte)

A quasi quindici mesi dall’annuncio iniziale, Last.fm introdurrà ufficialmente una versione premium e a pagamento del suo servizio. La più famosa radio on demand del web, finora completamente gratuita, vorrebbe in questo modo incrementare i propri utili, così da pagare le royalties sulle canzoni e soddisfare le aspettative del potente proprietario, Cbs Interactive.

Il sito di musica in streaming aveva dichiarato all’inizio del 2008 di voler introdurre un sistema di sottoscrizione (a pagamento) al servizio per gli utenti che avrebbero ascoltato più di tre brani consecutivamente. Ma l’idea non si concretizzò.

Oggi arriva invece la conferma che dal 30 marzo gli internauti dovranno pagare un’iscrizione mensile di 3 euro per servirsi dell’applicazione già esistente Last.fm Radio. La nuova tassa verrà applicata ovunque nel mondo, con l’eccezione di Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, ovvero i suoi mercati più importanti con una solida base di utenti.

Last.fm sta dunque mutando il suo servizio in streaming in un’applicazione a pagamento in quei paesi dove non ha un numero soddisfacente di accessi, dove cioè gli introiti pubblicitari non garantiscono guadagni soddisfacenti.

La compagnia non ha dato alcuna spiegazione per il cambio di rotta della sua radio online, anche se è facile intuire che, in un periodo di recessione e con i difficili accordi con le case discografiche in fase di rinegoziazione, la scelta di introdurre un obolo per l’ascolto sia stata quasi obbligata.

Lo scorso giugno, Warner Music non ha sottoscritto il nuovo contratto con Last.fm proprio per l’assenza di introiti certi derivanti da un servizio a pagamento. A inizio 2009, inoltre, Cbs Interactive ha attuato un piano di risanamento aziendale che ha portato alla riduzione del 25% dello staff della popolare discoteca del web.

E, se ideologicamente il cambiamento è importante perché segna probabilmente la fine dei grandi servizi on demand musicali della rete (gratuiti e legali), il sacrificio richiesto all’utenza sarà piuttosto basso. Tre caffè al mese per ascoltare (quasi) tutte le canzoni di proprio gradimento, direttamente dal computer.

Via Quo Media

 
Di Roberto Venturini (del 24/03/2009 @ 07:44:37, in Internet, linkato 1087 volte)

Secondo i dati del Pew Project, il segmento in cui è cresciuta più rapidamente l'adozione di Internet negli USA è stato quello degli ultra settantenni, con tassi di crescita vicini al raddoppio in tre anni.

In Italia, secondo i dati Istat, nel gruppo 60-64 la penetrazione è aumentata del 21% in un anno e nella fascia 65-74 del 31%.

Messi insieme questi due gruppi fanno una milionata scarsa di utenti - un target appetibile per chi lavori su nicchie ma poco per chi vuole lavorare sulle masse (il target... beh, sono "tutti").

Quel che è certo è che, con una società che invecchia, non considerare la relazione tra Internet e i senior citizens tra breve potrebbe voler dire mancare delle serie opportunità di mercato...

 
Di Roberto Venturini (del 20/03/2009 @ 07:19:53, in Internet, linkato 1283 volte)

Sappiamo benissimo quanto siano critici i motori di ricerca come fonte di traffico per i nostri siti - e normalmente ci siamo abituati a pensare immediatamente a Google in primis e al resto poi.

Secondo quanto riporta la società di ricerche Hitwise, però, per una serie di siti ha portato recentemente più traffico Facebook che non Google. Anche grazie a un uso intelligente del mezzo, alla creazione di "fan pages", a strategie che vanno a monetizzare i circa 180 milioni di utenti che sono li' su FB a passare il tempo...; - )

Da seguire con attenzione l'evolvere del comportamento dei naviganti - non è da escludere in un prossimo futuro una revisione (piccola o grande ) delle strategie di Search Marketing di molti player importanti e dei relativi investimenti...

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 16/03/2009 @ 08:00:00, in Internet, linkato 1419 volte)

Il mondo dei social media si sta manifestando in maniera sempre più dirompente e sta iniziando a contagiare, in termini di interesse, anche le aziende brick & mortar lontane dalla tecnologia web.
Resta però piuttosto difficile trovare chi, in azienda, conosca e padroneggi questi mezzi e sia in grado di affrontarli con un approccio strategico.

Ecco dunque alcune riflessioni sul tema prese da alcuni siti di riferimento, essenziali per cercare di realizzare una prima stesura della propria strategia.

Su Social Media Marketing ad esempio qualche giorno Enzo Santagata ha pubblicato questi utili e semplici consigli:

1. Non parlare ai consumatori. Non vogliono ascoltarti, vogliono essere ascoltati.
2. Offri una ragione per partecipare. Se le persone non percepiscono di ottenere un valore aggiunto dal condividere le loro opinioni, non verranno da te (magari vanno dal tuo diretto concorrente, che ha saputo soddisfarli meglio).
3. Resisti alla tentazione di vendere a tutti i costi.
4. Sperimenta e tieniti aggiornato. Ma soprattutto sperimenta, e se sbagli sperimenta ancora.
5. Ascolta le conversazioni che avvengono anche al di fuori del tuo sito. E partecipa anche lì indicando chiaramente chi sei e perché stai partecipando. Chi ha provato a fare il furbo è stato smascherato prima che potesse rendersene conto.
6. Cedi il controllo della comunicazione. Non aver paura di aprire le tue porte alle critiche. Quando una community si sente controllata e forzata verso una direzione a senso unico imposta dall’azienda, non dura molto.
7. Fai in modo che nella tua organizzazione ci siano quante più persone possibili che abbiano un background composto dal pensiero pragmatico da uomo di marketing, dalla curiosità incosciente di un sociologo e che siano grandi appassionati di social network.

Leonardo Bellini invece sul suo blog cita il libro Groundswell di Charlene Li e Josh Benoff (in edizione italiana, L’onda anomala, edito da ETAS) ed il loro approccio riassunto nell’acronimo POST.

P sono le persone. Non avviate una strategia Social senza aver compreso le reali capacità, conoscenza ed utilizzo delle tecnologie social da parte della vostra audience.
O sta per Obiettivi. Quali obiettivi vi potete realisticamente aspettare di raggiungere con il vostro target di riferimento?
S è la strategia. Come pensate di raggiungere questi obiettivi?
T sta per tecnologia. Una community. Una wiki, Un blog o 100 blog.

In entrambi gli approcci è comunque evidente la necessità dello studio e della pianificazione, spesso trascurati sul web (e in particolare sui social media).

A questo si lega anche il problema della misurazione dei risultati, uno dei temi più caldi rispetto al web 2.0 su cui ho scritto su queste pagine pochi giorni fa.
Credo infatti che aldilà delle indubbie difficoltà di rilevazione e valutazione ci sia un problema di fondo nei KPI utilizzati per misurare la redditività degli investimenti.

La prospettiva corretta infatti è quella della costruzione di relazioni, di fiducia e di reciproco scambio di informazioni e collaborazioni.
E’ necessario perciò predisporre strumenti che ci consentano di capire che cosa si dice di noi in rete, per essere consapevoli della nostra reale reputazione, e ascoltare molto, anche fuori dal nostro circuito di siti posseduti o di quelli di settore.

Si possono poi utilizzare software pensati appositamente per la gestione delle campagne social che ci permettono di svolgere queste attività in modo ordinato e pianificato.

Il messaggio di fondo che possono sentirmi di lanciare in conclusione è quello di affrontare i social media preparati e con l’aiuto di persone esperte, consapevoli delle particolarità del web 2.0 e pronti a reagire alle novità continue di questo magmatico mondo.

Siete pronti?

Gianluigi Zarantonello via http://webspecialist.wordpress.com/

 
Di Roberto Venturini (del 13/03/2009 @ 07:59:37, in Internet, linkato 1209 volte)

Intelligente Case History.

Kogi è... come definirlo... diciamo che in estrema sintesi sono due furgoni che vendono BBQ Coreano avvolti in un taco nella zona di Los Angeles. Un bel misto, non c'è che dire.

Sotto comunque c'è una precisa idea istintiva di marca - basata sull'irriverenza, sulla comunicazione molto diretta, molto "one of us", molto simpatia... insomma guardatevi il sito - in realtà è un blog - fin qui nulla di radicalmente nuovo anche se l'esecuzione è ben fatta.

La genialata, dato che i due furgoni sono ovviamente mobili, è di segnalare su un canale Twitter dove sono in ogni momento questi ristoranti in movimento, in modo che i fan sappiano dove convergere o siano avvisati quando uno di questi è nei loro pressi (e, ovviamente, i fan possono interagire su Twitter con il team sul furgone...)
La cosa, per banale che possa sembrare, funziona alla grande: per ogni stop annunciato, si ritrovano tra i 300 e gli 800 clienti (scusate, followers di quello che sta diventando un culto virale) - e scusate se è poco per un furgoncino di un'impresa che non avrà tanti soldi per comunicare ma che comunque ha portato a bordo un "New Media Team".

A quando i furgoni dei porchettari notturni su FriendFeed?

 
Di Altri Autori (del 12/03/2009 @ 07:09:08, in Internet, linkato 1039 volte)

Una ricerca di Sapient Interactive rivela che il 41% degli investitori e degli analisti dichiara di non capire a pieno i social media, limitando così i propri investimenti (soprattutto pubblicitari) nel mercato specifico.

Il 19% degli interpellati giustifica la propria diffidenza con il fatto che non ci sono chiari criteri di misurazione per il successo o meno degli investimenti nei social network, mentre un altro 17% dice che si è ancora in una fase di studio e sperimentazione del mezzo. Un’altra ragione della scarsa fiducia verso questo mercato è l’eccesso di informazione e possibilità (come dice il 14% del campione).

Le riserve persistono, nonostante il 50% degli analisti creda che il 2009 sarà l’anno del social networking, forti anche del fatto che la metà degli intervistati ha lavorato a una campagna per/su Facebook et similia negli ultimi 6 mesi (campagne spesso legate al marketing o alla promozione tramite community online).

“I social network dovrebbero essere il sogno degli investitori - dice Nigel Vaz, vice preseidente di Sapient Interactive - Il tempo speso su questi siti è in crescita, l’utenza è aumentata e maturata, ma c’è ancora molta confusione su come analisti e investitori abbraccino il mercato del social networking, se con campagne indipendenti o come un ramo delle campagne marketing”.

Quel che è certo è l’utilizzo dei social network anche da parte degli scettici del mercato: nell’ultimo anno il 60% degli intervistati dalla ricerca ha aperto un account Flickr o Twitter, o ha aperto un proprio blog.


“Crediamo stia tutto nel creare una social experience che personifichi il proprio brand - continua Nigel Vaz - Segmentazione e contenuto sono le chiavi. Se non si ragiona in questi termini, si fallisce”.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 11/03/2009 @ 07:12:50, in Internet, linkato 1493 volte)

Circa 765 milioni di euro. A tanto ammonta il giro d'affari dei prodotti tecnologici di consumo – Tv, computer, telefonini, dispositivi multimediali e grandi e piccoli elettrodomestici - acquistati via Internet in Italia nel 2008. Il dato, reso noto nel corso della terza edizione del convegno annuale dedicato alle tendenze del canale on line organizzato da GfK Retail & Technology e Andec (Associazione Nazionale Importatori e Produttori di Elettronica Civile aderente a Confcommercio), è in leggero rialzo rispetto all'anno precedente (+5%) e quel che più conta di segno opposto a quello registrato dai canali tradizionali (-2,2%).

Lo shopping via Web regge, seppur con ritmi di crescita modesti, in un momento di generalizzata recessione e tutti gli acquisti effettuati in Rete hanno alla fine pesato per il 4,8% sulle vendite totali del settore.  Bene i computer portatili e le Tv flat, in ribasso i telefonini. Informatica (8,7%), fotografia digitale (7,3%) ed elettronica di consumo (5,5%) si confermano i settori per cui il canale telematico gioca (anche su scala europea) un ruolo particolarmente significativo, almeno a detta degli oltre 320 merchant che compongono il campione esaminato da Gfk. Più nel dettaglio, il cosiddetto mercato del "Technical Consumer Equipment" (elettrodomestici quindi esclusi) ha sviluppato in Italia nel 2008 un fatturato (in flessione dell'1,2%) di quasi 12 miliardi di euro e di questi il 5,9% è transitato attraverso Internet. Nell'economia del business di Tv & Co., il Web vale quindi parecchio – poco meno di 700 milioni di euro nel complesso – e tale cifra sarebbe stata anche superiore se non fosse sopraggiunta la crisi, che ha causato un forte rallentamento delle vendite soprattutto nei telefonini (per cui il peso del canale on line è sceso al 3%). Computer portatili e televisori a schermo piatto, manco a dirlo, sono stati i "best seller" del 2008 mentre ottimi risultati hanno prodotti categorie marginali in termine di valore, come i grandi elettrodomestici, i cui acquisti sono cresciuti su Internet dell'11,8% a fronte invece di una flessione registrata dalle vendite dei negozi fisici.

In Rete si spende mediamente di più
Il cosiddetto l'e-commerce B2C (business to consumer) regala in sostanza qualche sorriso ai grandi nomi (e non solo a loro) dell'elettronica di consumo e la tendenza fotografata in Italia è comune a tutto il resto d'Europa, dove nel complesso il canale on line ha rappresenta mediamente il 10,2% dell'intero mercato dei prodotti hi-tech. Che si suo si presenta in ribasso del 4,2% per un fatturato complessivo (il dato si riferisce alle vendite in Italia, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna) di poco più di 102 miliardi di euro. Tornando alla situazione del Bel Paese, "il Web – lo ha detto esplicitamente Maurizio Iorio, Presidente di Andec - non sostituisce il canale distributivo tradizionale ma è bensì visto dagli operatori come un canale integrativo". Sta di fatto che, per alcune categorie di beni di consumo, Internet si comporta addirittura meglio. Secondo Silvestre Bertolini, amministratore delegato di GfK Retail and Technology Italia, "per alcuni specifici fattori competitivi caratteristici del mezzo digitale: disponibilità immediata dei prodotti lanciati recentemente, trasparente ed immediata comparabilità dei prezzi, superamento dei limiti geografici ed efficienza nel tempo dedicato alle scelte. Pur con un numero medio di modelli offerti inferiore ai canali tradizionali, le vendite sono fortemente concentrate su prodotti nuovi, innovativi e di alta gamma".

Dunque non è la caccia al prodotto "low cost" a far crescere la dimensione dello shopping via Internet quanto la possibilità per i consumatori di acquistare beni con meno di sei mesi di vita (caratteristica alla base di oltre il 40% degli acquisti di dispositivi tecnologici in tutta Europa nello scorso dicembre) e quindi tendenzialmente fra i più cari (tanto che la spesa media per acquisto risulta essere superiore a quella dei canali tradizionali). In media, ed è questo il dato su cui riflettere, ogni 100 euro spesi oggi dai consumatori europei per prodotti di elettronica di consumo, 10 vengono destinati allo shopping via computer o via telefonino. E che il fenomeno sia in parte favorevolmente condizionato dalle influenze del Web 2.0 – community, blog, forum ei in misura minore siti di social network – è praticamente un fatto acquisto. Come quello secondo cui on line si risparmia: Gfk ha infatti rilevato che il prezzo di listino dei prodotti tecnologici è del 5% al 20% inferiore rispetto a quello dei canali tradizionali.

di Gianni Rusconi su ILSOLE24ORE.COM

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 09/03/2009 @ 08:00:00, in Internet, linkato 736 volte)

Uno dei temi caldi rispetto ai social media e al web 2.0 è quello della profittabilità e della misurazione del ROI.

Se lato consumer infatti il successo di tali strumenti continua a crescere è invece sempre molto difficile trovare dei modelli di business che consentano alle aziende di trarre benefici dal loro utilizzo.

Di sicuro la natura individuale e relazionale di questi mezzi pone delle barriere all’entrata per le aziende, soprattutto se esse usano un approccio pubblicitario pensando di fare della tradizionale comunicazione push sul mezzo.

Credo però che aldilà di tali indubbie difficoltà ci sia un problema di fondo nei KPI utilizzati per misurare la redditività degli investimenti.

La prospettiva corretta infatti è quella della costruzione di relazioni, di fiducia e di reciproco scambio di informazioni e collaborazioni.

Scrive Jeremy Rifkin: “Il reale valore nel terzo millennio delle aziende e dei manager che le dirigono, non sarà il fatturato che essi producono, bensì il numero e la qualità delle relazioni da essi instaurati con i propri target interlocutori e di riferimento interni ed esterni“

Come misurare tutto ciò?

Intanto è necessario predisporre strumenti che ci consentano di capire che cosa si dice di noi in rete, per essere consapevoli della nostra reale reputazione.

In seguito ad attività sui social media poi un parametro di valutazione potrebbe essere quello delle conversazioni che si generano nelle community di riferimento e alla quantità di nostri contenuti oggetto di sharing (accompagnati da commenti positivi) da parte degli utenti.

Ancora, in caso di iniziative in cui si chiede agli utenti un parere o una forma di collaborazione, è corretto monitorare non solo la quantità di feedback ma anche la qualità e soprattutto la ricorrenza nel tempo di forme di interazione con le medesime persone.

Si tratta solo di considerazioni a livello molto generale che però portano all’individuazione di un criterio di base: il vero ROI dei social media consiste nella qualità e nel numero di persone con cui l’azienda riesce a stabilire qualche forma di dialogo e di collaborazione continuativa nel tempo.

Diffidate quindi del solo volume immediato di traffico che vi viene portato e cercate invece di capirne la qualità: anche uno scandalo o una protesta contro un vostro intervento in un social media infatti faranno salire le visite al vostro sito ma non credo che lo possiate considerare un successo…

Gianluigi Zarantonello via http://webspecialist.wordpress.com/

 
Di Altri Autori (del 06/03/2009 @ 07:22:03, in Internet, linkato 798 volte)

Secondo quanto anticipato dal Wall Street Journal, Google, YouTube e Universal Music stanno discutendo una possibile partnership che consentirebbe la creazione di un nuovo hub online per video musicali.

YouTube provvederebbe, oltre che a fornire la piattaforma tecnologica, anche alla vendita degli spazi pubblicitari che aiuteranno la distribuzione dei filmati Universal ad altri siti web del genere.

La collaborazione sarebbe per YouTube un notevole passo in avanti verso la presentazione di materiale ufficiale, che consentirebbe l’incremento degli introiti pubblicitari.

I dettagli dell’accordo, che ancora non è stato chiuso, restano tuttavia misteriosi. Si conosce solo il nome del nuovo progetto, che al momento è Vevo.

Nessuno dei rappresentanti delle società coinvolte ha voluto rilasciare commenti a riguardo.

Certo è che una partnership tra questi attori protagonisti del web segnerebbe un nuovo stadio della distribuzione di contenuti video ufficiali su internet. Sia YouTube sia le case di produzione stanno fronteggiando l’instabilità della crisi finanziaria, e hanno bisogno di massimizzare i profitti pubblicitari.

In dicembre, Warner Music ha rimosso i suoi video da YouTube, mentre Sony ha da poco rinnovato l’accordo: una lotta tra colossi andrebbe a danneggiare ulteriormente il mercato di entrambe le parti.

Dopo la rivoluzione Mtv e la nascita del video musicale popolare, negli anni ottanta, e dopo la novità internet (tra peer to peer e video online) dei novanta, ecco un altro terreno di scontro e conquista per le major musicali.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 03/03/2009 @ 07:23:32, in Internet, linkato 779 volte)

Il computer è diventato un mezzo presente nella quotidianità delle giornate degli adolescenti e da qualche hanno la sua presenza si è imposta anche nella vita dei bambini: il computer viene utilizzato in Italia dal 44,9% della popolazione dai 3 anni in su, con una frequenza di utilizzo giornaliera del 24,2%, mentre l’accesso a internet avviene per il 40,2% della popolazione dai 6 anni in su con frequenza giornaliera del 17,7%.

La crescita di utilizzo del pc più significativa si è registrata nella fascia d’età che va dai 15 ai 19 anni con l’80% e per internet tra i 15 e i 24 anni per il 71%. Per le persone più adulte tra i 35 e i 44 anni l’uso del pc è più contenuto, del 58,6% e per internet del 53,8%.

La fascia di età tra i 60 e i 64 anni registra un uso del pc del 20,5% e di internet del 18%. Rispetto agli anni scorsi il divario tra le diverse fasce di età si è accentuato sia per l’uso del computer che per quello di internet, così come è cresciuta la differenza tra i generi: il 50,4% degli uomini a fronte del 39,7% delle donne usano il pc e il 45,8% degli uomini  a fronte del 35% delle donne navigano su internet.

Via Quo Media

 
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