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  mymarketing.it: il marketing fresco di giornata... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Internet (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 18/12/2008 @ 07:09:41, in Internet, linkato 1989 volte)

Chi lo ha detto che per organizzare un viaggio bisogna affidarsi a un tour operator oppure ad un’agenzia? Da tempo la Rete offre una serie di opportunità a chi non vuole sentirsi ingabbiato nei pacchetti offerti dagli operatori specializzati.

L’ultima tendenza, manco a dirlo, è affidarsi a blog e socialnetwork per progettare le proprie vacanze. Chi vuole godersi l’essenza di una città, mimetizzandosi tra i suoi abitanti e assaporandone l’atmosfera quotidiana, evitando di farsi travolgere dal flusso scontato del turismo di massa, non deve che affidarsi al web. Un vero e proprio punto di riferimento in questo campo è Couchsurfing (Couchsurfing.com) che può essere definito il socialnetwork dei “ciceroni”.

Coachsurfing consente a chi vuole visitare una città di mettersi in contatto con un membro del network che in quella città vive e lavora, e che si offre per fare da guida ma anche, se c’è la possibilità, per dare ospitalità a casa propria, “mettendo a disposizione il proprio divano o la propria cucina anche solo per bere un caffe’ ”, come si legge nel sito. Un modo per vivere le città non come mete turistiche ma conoscendole attraverso gli occhi di chi ci vive ogni giorno e a costi molto bassi. Ovviamente, il resoconto del viaggio viene poi condiviso con gli altri utenti, come vuole la logica dei socialnetwork. E viene valutata anche la qualità dell’ ospitalità.

I numeri di Couchsurfing sono impressionanti: oltre 853mila iscritti e 810mila viaggi andati a buon fine. Sono rappresentati 230 paesi e oltre 51mila città, tra cui molte italiane. Roma al momento conta oltre 2mila divani disponibili, Milano poco meno di 1700. Ben rappresentate anche Firenze, Napoli, Torino e Palermo.

Se pensate che Couchsurfing sia troppo per voi ma non volete rinunciare ad assaporare l’atmosfera autentica dei posti che volete visitare, allora potete affidarvi ai blogger di Spotted by Locals. (Spottedbylocals.com). Saranno loro che in quelle città ci vivono a guidarvi e a consigliarvi la trattoria dove si mangia bene spendendo poco, oppure il locale più adatto per trascorrere la vostra serata. I blogger scrivono da una ventina di grandi città europee, tra cui Milano. Ancora più ricca è l’offerta di Tipi Metropolitani (Tipimetropolitani.it) , e-magazine che comprende anche un network di blog dedicati ad una trentina di città sparse per il mondo. Anche qui chi scrive vive la città dal di dentro, offrendo spunti e consigli a chiunque voglia saperne di più su tendenze ed eventi in programma ad Amsterdam, Bangkok, Madrid, Roma, Barcellona o New York, giusto per fare qualche esempio. Non resta che fare le valigie e salire sul primo volo. Low cost, naturalmente.

Elvira Pollina su affaritaliani.it

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 17/12/2008 @ 08:00:00, in Internet, linkato 2076 volte)

Durante la lettura del recentissimo libro “Io, società a responsabilità illimitata” di Sebastiano Zanolli ho trovato degli spunti interessanti sul tema del personal branding, su cui anche io stavo riflettendo, seppure da un altro punto di vista.

Nella definizione di Zanolli si tratta di “l’insieme di valori, competenze, visioni, passioni, caratteristiche e ricordi in genere che immediatamente chi ci sta attorno collega alla nostra comparsa fisica o anche solo virtuale”.

Il collegamento che subito mi è venuto alla mente è quello con il mondo del web 2.0 ed in particolare dei social network.
Infatti la rivoluzione di tali sistemi è che il protagonista della comunicazione è l’individuo, i suoi pensieri, le sue foto, le sue skills professionali e così via.
Allo stesso modo in questi siti noi cerchiamo persone, le valutiamo, decidiamo di entrare in relazione con loro sulla base di come si presentano e per le stesse ragioni, magari, li assumiamo nella nostra azienda.

Ecco che emerge in tutta la sua importanza il valore della presentazione che ciascuno sa dare di se stesso, con il medesimo criterio e la grande attenzione con cui un bravo marketing manager gestirebbe il proprio prodotto.
Non più nickname nei forum o identità parallele su Second Life: qui si mette la faccia, e non in senso metaforico visto che moltissimi siti richiedono obbligatoriamente l’inserimento di un’immagine del profilo.

Per questo trovo ancora una volta che il web sta diventando sempre di più fatto di persone che come mai prima nella storia possono valorizzare se stesse davanti ad un pubblico potenzialmente illimitato.
Ecco perché ai loghi dell’industria si affianca un nuovo protagonista, la persona come brand, che interagisce e crea relazioni attraverso le quali cresce e si fa conoscere.

Buon networking dunque e siate attenti e consapevoli mentre curate il vostro marchio di maggior successo: voi stessi.

Gianluigi Zarantonello via http://webspecialist.wordpress.com

 
Di Altri Autori (del 17/12/2008 @ 07:02:20, in Internet, linkato 1911 volte)

Per una volta una pubblica istituzione locale del Belpaese può vantarsi di essere arrivata prima nei confronti delle pari entità europee. Il riconoscimento va al Comune di Genova, che proprio oggi ha annunciato la nascita di un progetto on line per dialogare con i cittadini e promuovere il proprio patrimonio artistico e culturale a livello internazionale sfruttando in toto la vetrina di uno dei più noti attori del social networking.

Il sito www.myspace.com/genova è stato infatti strutturato grazie alla collaborazione di MySpace.com e si configura come vero e proprio "hub" urbano per rendere più funzionale il dialogo fra la popolazione e l'amministrazione del capoluogo ligure. I diretti interessati l'hanno addirittura battezzato un esperimento di "e-democracy", in quanto fra le sezioni del "social portal" dedicato alla città vi sono non solo notizie istituzionali ma anche informazioni inerenti mostre, appuntamenti, approfondimenti e consigli per il tempo libero. Oltre naturalmente a un'ampia galleria di foto e video.

L'interattività, propria di un progetto digitale come quello del Comune di Genova, è invece garantita dal fatto che tutti gli ospiti del profilo aperto su MySpace - cittadini, associazioni, centri culturali e artisti locali e anche turisti – potranno dare il loro contributo attivo sottoforma di contenuti a questa nuova comunità globale. Stupisce il fatto che a Genova non abbiano pensato a Facebook? No, e per il semplice motivo che MySpace (più di Facebook) ha forse maggiori "capacità" di mettere in contatto realtà on line e off line e di creare una comunità partendo da un progetto di dialogo sociale e non da una collaudata comunità di amici. Di sicuro è un esempio di matrimonio fra tecnologie 2.0 e pubblica amministrazione: se durerà e se sarà solo il primo di una lunga lista lo vedremo prossimamente.

di Gianni Rusconi su ILSOLE24ORE.COM

 
Di Altri Autori (del 05/12/2008 @ 07:16:54, in Internet, linkato 1556 volte)

Il cuore degli italiani è pur sempre pronto ad accendersi. Anche quando è di una tecnologia che si innamorano, gli italiani gettano appassionatamente quel cuore oltre qualunque ostacolo: non importa se hanno poco tempo, se non sanno bene come funziona, se regalano valore a chi lo trasforma in un business gigantesco. È successo con la televisione e con il telefonino, per quasi tutti gli italiani, ed è successo, con internet, per una buona metà. E sulla rete, il fenomeno del momento è Facebook, il social network nato a Harvard, cresciuto tra la California e Londra, esploso in tutto il mondo. Un fenomeno al quale è dedicato il volume che da oggi i lettori del Sole 24 Ore trovano in edicola con il giornale. Oltre 4 milioni di italiani usano Facebook: all'inizio dell'anno erano 100mila, prima dell'estate poco più di mezzo milione, in settembre erano raddoppiati e in altri due mesi sono raddoppiati di nuovo.

Una moda? Un segnale profondo? Un cambiamento radicale? Di certo, è un fenomeno che impone una riflessione: perché sta urlando qualcosa, ma non è facile distinguere quello che dice. E questo libro è anche un tentativo di capirlo.
Facebook è certamente una moda, ma diversa dalle altre. Un'analisi della relazione tra la crescita degli abbonati italiani a Facebook e gli articoli dedicati a questo social network dai media tradizionali, pubblicata su Nòva il 27 novembre 2008, dimostra che gli italiani sono andati su Facebook indipendentemente dai canali che di solito alimentano le mode. Ci sono andati per passaparola. Il boom di Facebook è un fenomeno che appartiene alle persone che lo stanno vivendo.

Che cosa ci dicono? Evidentemente, milioni di persone trovano in Facebook una risposta a un bisogno. Quale? La risposta è nella stessa struttura di Facebook, definita dalla sua parola chiave: "amici". Il bisogno è proprio quello di recuperare relazioni personali o almeno simulazioni di amicizia. È il bisogno cui rispondono in modo diverso i social network, da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali, dai blog a Wikipedia. Nell'insieme, non sono tanti piccoli media ma un unico grande medium fatto di persone che si esprimono e si connettono. Un medium a rete, diverso dai media gerarchici nei quali i produttori di contenuti sono da una parte e i fruitori dall'altra: qui, invece, i fruitori e i produttori sono dalla stessa parte, sono un grande pubblico attivo. La partecipazione a una rete di persone può rivelarsi molto gratificante, come dimostrano le ricerche degli "economisti della felicità", da Richard Easterlin al premio Nobel Daniel Kahneman. E, sebbene l'"amicizia su Facebook" sia un concetto ben diverso da quello di "amicizia" tout court, riesce almeno ad alludere a quel genere di gratificazione.

Sulla base della metafora dell'"amicizia su Facebook", il servizio creato da Mark Zuckerberg è riuscito a convincere più di altri, superando MySpace, riassorbendo innovazioni sviluppate da altri - video, foto, chat, posta, status update, condivisione di link - e sviluppando una piattaforma che offre spazio ai programmatori di applicazioni divertenti e utili, dalla segnalazione di eventi agli strumenti di aggregazione sociale, dai giochi ai test, dalla pubblicità all'e-commerce.
Il successo, in questi casi, è figlio del successo. L'effetto-rete è la dinamica per cui quando molte persone usano uno strumento per connettersi, altre sono invogliate ad adottarlo. E Facebook sta volando sulle ali dell'effetto rete. È un cambio radicale nell'uso di internet?

La storia di internet è stata anche un'evoluzione delle piattaforme per l'espressione e la connessione delle persone. Dall'epoca della pubblicazione di pagine in linguaggio html al tempo dei blog, la progressiva semplificazione delle attività necessarie alla pubblicazione ha moltiplicato gli utenti attivi. E quella quantità ha avuto effetti qualitativi importanti sul sistema dei media. Con Facebook, il pubblico attivo fa un altro salto quantitativo e, dunque, qualitativo.

È improbabile che questo sia il punto di arrivo. È invece probabile che, anche grazie a Facebook, si assista a un'integrazione più intelligente tra le diverse dimensioni mediatiche. Se Facebook accelera la crescita del pubblico attivo alimentandosi delle relazioni tra le persone, non è forte nella costruzione di un'agenda interpretativa. Che continua ad arrivare piuttosto da altri media, come tv, libri e giornali, che infatti chi usa Facebook spesso cita e riprende. Ma i media tradizionali non possono più far finta che la rete non esista.

La rete è ecosistema dell'informazione. Vive di infodiversità. E tra le molte specie che la popolano quelle che vivono meglio sono in simbiosi con le altre. Lo stesso successo di Facebook, una piattaforma di proprietà di un'azienda, potrebbe andare in crisi adottando una strategia di conquista aggressiva. Chi voglia prosperare nel contesto della rete dovrà invece concentrarsi soprattutto su una questione: come mettersi al servizio dell'insieme.

di Luca De Biase su ILSOLE24ORE.COM

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 03/12/2008 @ 18:57:58, in Internet, linkato 1199 volte)

Venerdì sera ero ad un interessante incontro del social network Innovatori, che ha iniziato un tour di appuntamenti in giro per l'Italia per dare modo ai propri soci di conoscersi.

Si tratta di un modello che conosco bene e condivido pienamente avendo iniziato ad abbinare community online con appuntamenti reali già nel 2003 con il progetto Connecting-Managers, tutt'ora attivo e di grande successo.

Oggi molti social network stanno seguendo questa via (Innovatori, MilaniIN, Codice internet, VenetoIN e altri ancora) e lo stesso successo delle feste di Facebook ha stupito i media (ma non me).

Infatti il rischio che si corre mantendo delle relazioni solo su Internet è che esse restino solo virtuali e non portino poi, se non per casi specifici, ad un momento di reale conoscenza, questo dunque sta spingendo molte realtà a promuovere momenti di incontro.

Questo mi porta ad un'altra riflessione: oggi vanno per la maggiore Facebook e la piattaforma di Ning, mentre (a livello mediatico) l'anno sorso la killer application sembrava essere Second Life.

Tutte le tecnologie, secondo il noto ciclo di Hype, vivono un momento di euforia che poi porta ad una disillusion ed un assestamento, non bisogna quindi affidare solo agli strumenti lo sviluppo delle relazioni ma bisogna servisi di essi per sviluppare reali e proficui rapporti.

Le relazoni infatti sono il nuovo vantaggio competitivo e saranno in grado di passare da una piattaforma all'altra traendo il meglio da ciascuna (ricordiamoci che il networking precede, in termini temporali, il web 2.0).

Mi piacerebbe sentire il vostro parere in merito.

Gianluigi Zarantonello
via http://webspecialist.wordpress.com

 
Di Altri Autori (del 03/12/2008 @ 07:26:16, in Internet, linkato 1315 volte)

Ci si dà appuntamento la mattina presto, quando i cancelli sono ancora chiusi, si attende pazientemente l'orario di apertura e poi via, tutti dentro a fare shopping. Chi prima arriva, prima compra. Un po' come da Wal-Mart nel Black Friday, con la differenza che qui è molto difficile che ci scappi il morto. Già, perché tutto questo avviene nel mondo virtuale di Internet, dove l'ultima frontiera per ripararsi dalla recessione è l'outlet online. Ci si iscrive, si aspetta la email che ti convoca per il tale giorno alla tale ora, si entra, si acquista. A prezzi da discount.

Nomi ancora sconosciuti al grande pubblico come "Born4shop", "Saldiprivati", "Vente-privee" rappresentano l'avanguardia più aggressiva dell'e-commerce di casa nostra, promettono di essere l'antidoto alla crisi dei consumi. E infatti in Italia le vendite su Internet non conoscono flessione. Alla fine dell'anno segneranno un aumento del 20% rispetto al 2007 mentre in America, per fare un esempio, il colpo del "global turmoil" si farà sentire eccome: tra novembre e dicembre la crescità sarà tra lo zero e l'uno per cento, ma deve proprio andare bene.

La spiegazione naturalmente c'è, e non è di quelle più confortanti. Il primo acquisto elettronico in Italia fu un libro di Camilleri ordinato dieci anni fa dalla California, La concessione del telefono. Nonostante il titolo bene augurante (Internet viaggia sulle linee telefoniche) da allora i progressi non sono stati brillanti. E così se negli Stati Uniti sono disperati perché gli acquisti online resteranno fermi a quota 29 miliardi di dollari nel solo periodo di Natale, da noi si stappa lo champagne perché il fatturato dell'intero 2008 raggiungerà i 6 milioni di euro.

Il confronto tra l'Italia e gli Usa è ingeneroso? Guardiamo allora all'Europa: l'e-commerce francese vale tre volte il nostro, quello tedesco sei, quello inglese addirittura dieci. Insomma, siamo dei nani. Tra gli ultimi nel Vecchio Continente, come spesso avviene. Questo perché dove i consumatori non fanno differenza tra l'acquisto al supermarket e quello in Rete la crisi colpisce tutti, negozi fisici e negozi virtuali. In Italia, dove le vendite online sono appena l'1% del totale, l'impatto è molto relativo.

Ciò che sta accadendo proprio in questi giorni è tuttavia interessante. Mentre il commercio tradizionale prevede un calo dell'1,5% degli affari natalizi in quello su Internet avviene il contrario. Su lastminute.com gli italiani continuano a prenotare viaggi, come facevano negli anni precedenti, se non di più. Magari acquistando pacchetti più piccoli, da 4-5 giorni. E ibs.it venderà un terzo dei libri in più rispetto al 2007. Ancora: monclick.it (elettronica) aumenterà il proprio giro d'affari del 100%, e chi non vorrà rinunciare al bijou andrà su gioie.it dove per ogni prezioso acquistato te ne regalano un altro. E così via.

Roberto Liscia, presidente del consorzio Netcomm che raggruppa alcune tra le maggiori aziende dello shopping online, la spiega così: "La gente cerca prezzi più bassi e va su Internet, perché conviene, perché si possono comparare i prezzi e risparmiare. Infatti i volumi di vendita aumentano, e di molto, rispetto al 2007". E anche quell'1% di consumi online - assicura - sotto Natale sale parecchio.

Resta il fatto che dei 24 milioni di italiani che vanno in Rete per cercare informazioni sui prodotti solo 6 milioni fanno acquisti. Ancora pochi, per avere un vero impatto sui consumi. Così l'e-commerce, che potrebbe rappresentare un canale anticrisi, resta per il momento un'occasione perduta. Sul mercato incombe il macigno della diffidenza. Quella dei consumatori che non si fidano a usare in Rete la propria carta di credito, anche se ora un sigillo di Netcomm certificherà sicurezza e convenienza dei siti di shopping. E quella dei commercianti, soprattutto i grandi marchi, che non considerano Internet un grande affare, vista la scarsità di compratori.

L'offerta resta così assai limitata. "Un circolo vizioso che bisogna rompere - dice Alessandro Perego, professore al Politecnico di Milano - ma fare il primo passo spetta alla grande distribuzione moderna che deve entrare in campo seriamente, ne ha solo da guadagnare".

di Riccardo Liguori su Repubblica.it

 
Di Altri Autori (del 02/12/2008 @ 07:58:08, in Internet, linkato 1099 volte)

La ricerca trimestrale Audiweb in collaborazione con l’istituto di ricerca DOXA, (ricerca quantitativa su un campione di 7.200 intervistati face to face e consultabile sul sito Audiweb) ha reso noti i risultati sulle abitudini degli italiani nell’utilizzo di internet.

Ne è emerso che il 45,2% delle famiglie italiane (9,2 milioni) accede a internet da casa e il 70,5% lo fa scegliendo l’Adsl e un abbonamento flat (88,6%).

Una famiglia su due è in possesso di un computer di proprietà (54,6%), e all’aumentare dei componenti in famiglia aumenta la possibilità di possedere un pc (31,2% di possibilità con un unico componente e 80,6% di possibilità con 4 componenti).

Ha accesso a internet in situazioni di mobilità invece il 5,6% della popolazione (smartphone/cellulare/PDA, e l’88,8% ne fa uso da almeno 3 anni, con una carta prepagata o ricaricabile nel 76,4% dei casi e con una spesa intorno ai 30 euro nel 56,3% dei casi).

Nella larga fascia presa in esame (tra gli 11 e i 74 anni) il 58,3% degli italiani (quindi 27,6milioni di persone) dichiara di accedere a internet da qualsiasi luogo (casa, ufficio, studio o altro) e lo fa attraverso qualsiasi device. Nello specifico per il 62,2% dei casi si tratta di uomini e nel 54,4% di donne (soprattutto appartenenti alla fascia di età tra gli 11 e i 17 anni nel primo caso con il 77,6% e tra i 18 e i 34 anni nel secondo caso con il 72,8%,) e di persone della zona Nord-Est d’Italia per il 65,2% e Centro per il 63,8%.

Il livello di istruzione degli utilizzatori è spesso medio-alto (91,8% dei laureati e l’80% dei diplomati), svolge un lavoro che richiede qualifica (96,6% dei dirigenti e il 92,3% degli imprenditori) o è studente (95,8% degli universitari e 81,4% dei liceali).

Conoscere meglio gli utilizzatori permette di effettuare offerte sempre più mirate e pertinenti riguardo alla pianificazione delle campagne pubblicitarie.

Via Quo Media

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 01/12/2008 @ 08:00:00, in Internet, linkato 1479 volte)

La reputazione è un bene prezioso e di questo qualsiasi azienda è pienamente consapevole, almeno per quanto riguarda i media trazionali. Ma sul web?

Beh sulla rete, in particolare nei forum e nella blogosfera, le voci corrono ad una velocità enorme e con un'ampiezza di diffusione che può rapidamente uscire dai confini nazionali ma pochi se ne rendono conto.

Come si monitora la rete ed in particolare il mondo magmatico del web 2.0?

La cosa migliore è di dotarsi di un tool software apposito, in grado di farci avere in tempo veloce e in modo costante notizia di tutto ciò che si dice di noi, naturalmente con criteri di settaggio che evitino omonimie e risultati non realmente rilevanti.

E una volta trovato qualche commento negativo che si fa?

Si deve decidere volta per volta ma si possono dare alcuni consigli:

a) Non intervenire a tutti i costi, se è una critica non troppo aggressiva, in una fonte poco nota e se, dopo qualche giorno non genera strascichi è meglio non essere ossessivi.

b) Se dobbiamo invece intervenire è bene farlo dichiarando la propria identità, meglio se con il ruolo aziendale, mai cercare di fingersi un altro utente comune.

c) Per far sì che sui motori di ricerca nel breve periodo non compaiano solo i commenti negativi su di voi si possono acquistare degli annunci pay per click con le parole/argomenti incriminati.

d) In tutti i casi (compreso il punto a) bisogna tempestivamente prevedere delle pagine sull'argomento sul proprio sito, in modo che esse siano disponibili per gli interessati e siano indicizzate.

Infatti anche dopo mesi, quando la protesta è passata, restano reperiti dai motori i risultati negativi e se non ci sono i nostri argomenti di risposta lasciamo di fatto la parola agli avversari.

Naturalmente le attività di gestione della reputazione online non servono a ripulire dai commenti negativi il web (bene lo spiega questo post) ma permettono all'azienda di capire cosa pensano e dicono gli utenti e consentono l'intervento tempestivo su voci, magari infondate, che possono fare grossi danni all'azienda.

Pensate sia un'esagerazione? Leggete questa storia...

Gianluigi Zarantonello
via http://webspecialist.wordpress.com

 
Di Altri Autori (del 28/11/2008 @ 07:17:53, in Internet, linkato 4975 volte)

Un aggregatore di contatti e di frammenti di vita, una grande conference call con l'aggiunta di Skype e Flickr, un buco della serratura dal quale spiare e farsi spiare, ma anche un mezzo semplice, immediato, a volte perfino virulento per comunicare. Per capire che cos'è Facebook e come stanno evolvendo i social network, Nòva24 l'ha chiesto a chi lo utilizza, a chi ne è uscito e anche a chi proprio non ne vuole sapere di entrarci. L'indagine, la prima di questo genere in Italia, ha raccolto oltre 2.500 risposte, sia dentro al social network che fuori, in poco più di una settimana. La ricerca in dieci domande, che rimarrà aperta online (sul blog di Nòva24 e nella pagina dei lettori in Facebook) per seguire l'evolversi di quello che si conferma un nuovo mezzo di comunicazione, non ha la pretesa di essere uno studio scientifico, ma vuole contribuire con un racconto diretto da parte di chi con il network vive, convive e lavora.

A conferma della sua crescente popolarità, oltre il 70% degli utenti che hanno risposto utilizzano Facebook. Amicizia e divertimento sono le due motivazioni principali (rispettivamente 42 e 43%), ma un 10% ne dichiara un uso prevalentemente professionale, spesso accoppiato con altri sistemi come Linked-in. «Utilizzo Facebook per lavoro, come rubrica e solo in minima parte lo ritengo uno strumento di svago» osserva Mattia Ballan sul suo Webepoque.it che dichiara senza esitare «meglio tanti amici», ma non rinuncia per questo agli incontri faccia a faccia con quelli che considera più importanti. La privacy è considerata importante, ma poco più di uno su tre ha letto le condizioni di servizio, ma l'uso è quotidiano e spesso prolungato. Se oltre il 60% non supera la mezz'ora di utilizzo al giorno. C'è una fetta consistente che arriva fino all'ora (23%) e uno su dieci si collega fino a due ore. Soprattutto nel tempo libero e da un terminale privato, ma il 13% ammette di consultarlo in ufficio. Al di là di messaggi e amici più o meno reali, tag e applicazioni forse non proprio indispensabili, sono molti quelli che, nonostante il fortissimo rumore di fondo, vedono Facebook come un medium che va nella giusta direzione del web. Quella auspicata da uno dei suoi creatori, Tim Berners Lee che, come ricorda Pietro Zanarini, direttore dell'Ict del Crs4 in Sardegna, va verso la creazione di nuove geometrie sociali, nuovi sistemi di relazione, partcipazione democratica e governance.

Un fenomeno che emerge dal basso, plasmato dai suoi stessi utilizzatori con una modalità empirica che ricorda i processi di selezione naturale, e che in qualche modo condivide una parte della tensione ideale della sua creazione. «La mia speranza – osservava Berners Lee parlando della rete – è che questo nuovo modo di interagire produrrà nuovi modi di lavorare insieme in maniera efficiente e leale, da utilizzare a livello globale per gestire il pianeta nel suo insieme».

Chi avverte, a ragione, che Facebook e gli altri social network non sono la rete, non può però trascurare che il loro successo sta portando, e in qualche modo educando, a interagire on line, milioni di persone che fino a poco tempo fa erano digiune di un utilizzo collaborativo del web e meno di uno su quattro possiede o scrive su un blog. Un segnale ancora più importante per il fatto che il fenomeno sembra ormai entrato nella cultura dei più giovani, molto probabilmente per restarci. «La massa critica si è raggiunta solo di recente in Italia – osserva Michele di Maio, early-adopter in Bocconi dove è studente e che ha collegato Fb al suo hardrockblog.it – un social network può essere anche il migliore del mondo, ma se non si viene a creare un network non serve a niente. Nella mia università, la Bocconi di Milano, il network ha cominciato a nascere circa 3 anni fa portato dagli studenti in scambio nelle università straniere dove era già imprescindibile. Da allora è uno strumento utilizzato in massa». Ed è infatti tra i più giovani che Facebook diventa una tessera di un mosaico molto più articolato di cui fanno parte sempre più spesso servizi come Twitter, Flickr, Oknotizie, meemi, Del.icio.us e Mogulus.

A motivare l'uso di uno strumento che per ammissione praticamente unanime è disegnato piuttosto male, spesso confuso e laborioso, c'è: «La sua la capacità di farti sentire parte di una rete in una sorta di dialogo uno a molti o molti a molti, la facilità di diffusione delle informazioni grazie al passaparola (nel senso che ho trovato parecchie segnalazioni che mi interessavano e che non avrei visto altrimenti, triviali o lavorative)» come osserva la possibilità di aggregare diverse funzioni (attività sociali, bookmarking, lavoro...) in un unico "servizio", l'essere potenzialmente ampliabile all'infinito, il concetto di trasparenza, il fatto che tutti appaiono più "umani" come osserva Marika De Acetis. Tra le richieste più comuni spicca quella per una maggiore trasparenza su chi sponsorizza le applicazioni prima di doverle adottare e quindi fornire l'accesso ai propri dati. Su un punto gli utenti sembrano comunque concordare. Se i social network sono una grande passione, non è detto che Facebook, che oggi cavalca con successo quest'onda, sia il network definitivo. Nel mondo digitale, Microsoft e Google ci hanno insegnato che chi ha una posizione dominante si avvantaggia di ritorni crescenti. Ma è anche vero che la rete è tradizionalmente cresciuta grazie a standard aperti e le piattaforme proprietarie sono divenute spesso un limite all'innovazione.

di Guido Romeo su ILSOLE24ORE.COM

 

Uno dei Top Gun dell'interactive marketing di Procter (Ted McConnell, general manager-interactive marketing and innovation) ha recentemente espresso i propri (personali e ovviamente aziendali) dubbi sul potenziale di Facebook come strumento di marketing- specialmente dal punto di vista dell'advertising.

Il tema del suo discorso alla Digital Non-Conference è stato centrato prioritariamente sul contesto, ovvero sul fatto che le aziende, dal punto di vista della comunicazione, non hanno uno spazio sensato o meglio una ragione di essere su Facebook dal punto di vista pubblicitario.

In effetti dentro Facebook ci sono gli utenti che si fanno i fatti loro, socializzano e si raccontano, si scazzano e dicono vaccate, costruiscono gruppi socialmente utilissimi o totalmente inutili.

Insomma, contesta il fatto che FB sia un "media" in termini pubblicitari; la conseguenza, estrapolo io, è che stiamo cercando di infilarci in una conversazione tra persone dove le aziende rischiano di essere degli intrusi che parlano fuori contesto, cercando di monetizzare i loro scambi.

L'eminente (ed influente) guru ritiene invece ci sia molto più spazio di azione per le applicazioni su FB come strumenti di interazione e di promozione della marca, insomma, di pubblicità, marketing e comunicazione...

 
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