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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Internet (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 01/10/2015 @ 07:28:32, in Internet, linkato 1121 volte)

È diventato uno scontro di culture, ma è nato come una opposizione di modelli di business. La decisione di Apple di consentire con iOS 9 la realizzazione per iPhone e iPad di ad blockers, app che aggiungono al browser di serie Safari la possibilità di bloccare le pubblicità e molte altre funzioni dei siti web, è il punto di arrivo di una diversa visione di come dovrebbe funzionare il web in mobilità e delle conseguenze che ne derivano. Per Apple, che realizza oltre agli apparecchi anche il sistema operativo e i principali servizi connessi (app e cloud) mantenendo un forte controllo sull’ecosistema di sviluppatori terze parti (tutte le app devono preventivamente essere approvate da Apple per poter essere istallate), il maggior valore deriva dal buon funzionamento dei suoi apparecchi. Perché i margini più ampi per l’azienda vengono dalla vendita di telefoni, tablet, Mac e adesso orologi: il resto sono prodotti complementari per migliorare l’esperienza (e quindi stimolare la vendita) dell’hardware. Così, dai tempi del lancio dell’iPhone quando Steve Jobs dichiarò che Flash non avrebbe mai funzionato su iOS (lasciando nella disperazione una intera generazione di professionisti che avevano sviluppato competenze molto approfondite sulla piattaforma interattiva di Adobe e di utenti che dal telefono di Cupertino non avrebbero più potuto raggiungere quei servizi web) Apple mantiene un presidio su quello che può andare o no nei suoi dispositivi mobili.

La pubblicità sugli apparecchi di Apple, hanno pensato a Cupertino, non è una buona cosa: genera traffico dati inutile, appesantisce le pagine, fa lavorare i processori e consuma più rapidamente le batterie, oltre a raccogliere informazioni sugli utenti stessi. Consentire agli utenti di filtrare i tracker, oltre a creare una nuova categoria di app vendibili dagli sviluppatori (sulle quali Apple guadagna il 30%), fa più contenti gli utenti e limita il valore che la concorrenza può trarre da chi usa iPhone e iPad. E l’uso dei tracker per dare più servizi agli utenti, ad esempio consentire il mantenimento delle connessioni tra pagine web diverse? Per quello, dicono da sempre a Cupertino, ci sono le app. Dall’altra parte del mercato, ma bisognerebbe dire dall’altra parte del ring, c’è Google. Il cui modello di business, e di conseguenza la visione del mondo, è all’opposto: sta tutto nella rete, il browser è il sistema operativo, tutte le tecnologie che possono potenziare l’esperienza del web sono le benvenute e comunque i soldi si fanno con la pubblicità e i servizi freemium e non vendendo l’hardware con ampi margini.  La questione è ovviamente più complessa e sfumata: Apple difende la privacy dei suoi utenti non solo per motivi di lucro (ma ci sono anche quelli) e Google non vuole venderla per motivi di lucro (anzi, cerca di offrire più servizi che funzionino meglio). Ma è certo che le due aziende nel tempo hanno cominciato a parlare due lingue sempre più diverse. Il suggerimento di Gola profonda a Bob Woodward e Carl Bernstein in “Tutti gli uomini del Presidente”, “Follow the money”, vale perciò fino a un certo punto.  La “cura dimagrante” alla quale Apple sta sottoponendo i suoi stessi prodotti e servizi è infatti necessaria per dare respiro agli apparecchi che sono sempre più potenti ma con batterie sempre meno capaci (gli iPhone 6s hanno una batteria con meno capacità della precedente generazione, ma un processore due volte più potente). In rete poi stanno nascendo anche movimenti di hipster del web, che vogliono tornare alla creazione di pagine “fatte a mano”, prive di orpelli in javascript e che non vengono assemblate automaticamente dai “soliti noti”, con template in serie. A fronte di un web “a chilometro zero”, c’è però anche il bisogno di nuove tecnologie che permettano di sfruttare appieno la Internet delle cose e le possibilità offerte dal web mobile.

Perché alla fine il punto di scontro è sulla natura della navigazione dal palmo della mano, non dalla scrivania: prospettive di sviluppo diverse figlie di una cultura della rete diversa. Qui le prospettive divergono ancor più fortemente. C’è chi, come Chris Dixon, ritiene che, a fronte di un aumento dell’uso di internet su dispositivi mobili, siamo di fronte a un “declino del web”, perché «le persone passano sempre più tempo usando le app e non il web. E questo è grave, perché il mobile e il futuro e quel che le persone fanno sul mobile diventa quello che fanno su Internet. E adesso il web sta perdendo».

Altri, invece, leggono gli stessi dati all’opposto, come John Gruber: «Dovrebbe celebrare e non lamentarci del fatto che il web si stia diversificando oltre i confini del browser e i limiti di Html, Css e Javascript. Lasciamo i siti web a fare quel che sono bravi a fare nel browser e sfruttiamo invece le app native per quel che sanno fare bene anche loro. Gli utenti vanno naturalmente verso la migliore esperienza d’uso». «Soprattutto – conclude Gruber – non dobbiamo pensare al “web” solo per le cose che stanno dentro i browser. Invece, il web è il protocollo HTTP e la open internet. Dentro ci sono anche le app connesse».

Sul tema di chi raccolga il valore delle tracce lasciate dagli utenti, Gruber sfuma e così rimane aperta la questione: chi ne sa di più guadagna, ma di chi si tratta? Dei produttori degli apparecchi, dei fornitori della connessione o degli Over the top?  Internet in ogni caso resta la piattaforma di sviluppo per il web e per il mobile. Al suo interno ci possono essere forme diverse, coesistenti, di crescita a volte anche in conflitto ma sostanzialmente autonome. E l’incontro di modelli di business diversi, se sono chiare le regole fondamentali, ha come risultato il miglioramento per gli utenti e un mercato più efficiente. E magari apparecchi più performanti con pubblicità più utile ed efficace.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 16/09/2015 @ 07:38:59, in Internet, linkato 1138 volte)

Erano 29 milioni gli italiani collegati online a Giugno 2015, mentre a Luglio del corrente anno il numero è leggermente sceso a 28,3 milioni di utenti che si sono collegati a internet almeno una volta al mese, pari al 51,3% di italiani che hanno un minimo di 2 anni di età. Il tempo medio che un italiano passa connesso al web è di circa 44 ore e 20 minuti per persona (sceso da 44 ore e 50 minuti nel mese precedente).

Sono i dati aggiornati e diffusi da Audiweb relativi all’audience totale di internet (total digital audience) del mese di luglio 2015.

Nel giorno medio di Luglio 2015 l’audience totale ha raggiunto 21,3 milioni di utenti collegati in media per 1 ora e 54 minuti. Hanno avuto accesso ad internet da device mobili 20,5 milioni di utenti unici (da smartphone e tablet), il 46,4% degli italiani di 18-74 anni, e 17 milioni nel giorno medio. Gli accessi da pc a luglio sono rappresentati da 26,2 milioni di utenti (dai due anni in su) e 11,5 nel giorno medio.


Il rapporto rivela che, in base ai dati socio-demografici, nel giorno medio di Luglio erano online 11 milioni di uomini (il 40% degli uomini dai 2 anni in su) e 10,3 milioni di donne (il 37% delle donne dai 2 anni in su).

La fruizione di internet nel giorno medio da device mobili ha superato il 58% dei giovani tra i 18 e i 34 anni e sono i più giovani di 18-24 anni a trascorrere più tempo online con una media di 2 ore e 14 minuti ciascuno.

Per quanto concerne i dati sulla distribuzione del tempo trascorso online attraverso i device rilevati, nel mese di luglio Audiweb ha rilevato che il 71% del tempo totale passato online è generato dalla fruizione di internet da mobile e, più nello specifico, il 60,6% del tempo totale è generato dalla fruizione tramite applicazioni mobile.

La ricerca Audiweb Mobile è basata su un modello di rilevazione ‘user centric’ che integra i dati di navigazione da device mobili (smartphone e tablet) con i dati della fruizione PC. Al panel PC di oltre 40.000 panelisti viene affiancato un per gli smartphone un panel di circa 3000 persone (1.500 per il sistema operativo Android e 1500 per iOS), e per i tablet circa 1000 panelisti (Android e iOS). Il campione di riferimento della total digital audience è composto da persone con età di almeno 2 anni, ad esclusione dei dati “Mobile” che sono rilevati per i soli 18-74enni.

Via Punto Informatico

 
Di Altri Autori (del 12/08/2015 @ 07:06:53, in Internet, linkato 1414 volte)

La legge spagnola che obbliga gli aggregatori di notizie online a pagare un contributo ai produttori di contenuti anche per poterne pubblicare solo una piccola anteprima fa più male ai detentori dei diritti che l'hanno voluta inizialmente che a Google News e affini, ed è costata loro almeno 6 per cento del traffico registrato.

In gran parte su pressione dell'Asociaciòn de Editores de Diarios Espanoles (AEDE), il Parlamento spagnolo aveva approvato lo scorso ottobre la nuova legge, entrata in vigore a gennaio, che ha modificato l'art. 32.3 della normativa sul diritto d'autore riconoscendo la tutela dei cosiddetti snippet (le anteprime) dei contenuti pubblicati online ed utilizzate dagli aggregatori per contestualizzare e presentare i link alle notizie.

Da un lato la legge ha di fatto riconosciuto che il servizio Google News fosse fino a quel momento lecito, dall'altro ha fatto intendere che non lo considerasse giusto nei confronti dei produttori di notizie, che ha finito per appoggiare nelle loro posizioni più estreme: anche prima che fosse adottata la normativa, d'altra parte, vi erano discussioni circa l'opportunità di una tale strategia e sul valore intrinseco di Google News come vetrina e moltiplicatore di link per i giornali online stessi.

Google, in ogni caso, non si era fatta intimorire: convinta delle proprie ragioni aveva risposto, subito dopo l'introduzione della nuova forma impropria di tassazione, annunciando di voler abbandonare con il proprio aggregatore di notizie la Spagna.

La mossa ha subito spinto gli editori a fare un passo indietro sostanziale, chiedendo al governo di intervenire nuovamente sulla questione per porvi rimedio: Google non ha visto il loro bluff e gli editori si sono ritrovati con una mano perdente, proprio come gli editori tedeschi prima di loro, che nel braccio di ferro con Mountain View hanno ben presto capito che non potevano fare a meno dell'aggregatore di BigG e gli hanno "concesso" una licenza gratuita per indicizzare le proprie notizie.

Proprio come per loro, anche per gli spagnoli al momento di mostrare i propri punti i conti non sono tornati: a dirlo è lo studio voluto proprio dall'editoria spagnola, che conclude affermando che l'implementazione della legge costerà agli editori 10 milioni di euro, con danni maggiori per i piccoli editori che vedono il proprio traffico crollare del 14 per cento.

Secondo le conclusioni della ricerca, i supposti effetti distorsivi legati agli utenti che si limitano a leggere l'anteprima della notizia senza approfondirla cliccando effettivamente su di essa sono più che compensati dall'effetto "espansivo sul mercato" generato dagli aggregatori di notizie: in base ad esso i netizen leggono più notizie, potendo scegliere quali leggere.

Ai danni per gli editori bisogna poi aggiungere quelli per gli aggregatori: mentre Google ha potuto scegliere la fuga, piccole realtà locali come Planeta Ludico, NiagaRank, InfoAliment e Multifriki hanno semplicemente chiuso i battenti.
In particolare la chiusura di NiagaRank è emblematica: pur rappresentando un aggregatore alternativo, che cercava di mettere in evidenza le notizie più condivise sui social network, la zona grigia della legge in cui era finito il servizio ha convinto i suoi gestori semplicemente a chiudere.

Oltre ai numeri nudi e crudi, secondo lo studio, è la ratio a dare torto alla legge: non ci sarebbero "né giustificazioni teoriche né empiriche" per il balzello, stessa conclusione cui è giunto alla fine del dibattito il report europeo portato avanti dalla Pirata Julia Reda.

Via Punto Informatico

 
Di Altri Autori (del 07/08/2015 @ 07:54:17, in Internet, linkato 1373 volte)

Erano 29,3 milioni gli italiani collegati online a maggio 2015, mentre a Giugno del corrente anno il numero è leggermente sceso a 29 milioni di utenti che si sono collegati a internet almeno una volta al mese, pari al 52,6% di italiani che hanno un minimo di 2 anni di età. Il tempo medio che un italiano passa connesso al web è di circa 44 ore e 50 minuti.

Nel primo semestre del 2015, Audiweb ha rilevato che 41 milioni di italiani hanno avuto accesso a internet, 30,6 milioni da smartphone e circa 11,6 milioni da tablet. Nel mese di giugno 2015, in particolare, 29 milioni italiani hanno navigato almeno una volta nel mese, il 52,6% degli italiani dai due anni in su. L’audience online nel giorno medio è cresciuta del 5,9% in un anno, con crescita di accessi dai dispositivi mobili: +14,7% in un anno.

Nel nuovo rapporto di Audiweb sulla Ricerca di Base sulla diffusione dell’online in Italia con i dati dell’audience totale di internet (total digital audience) del mese di giugno 2015 viene riportato che nel mese di giugno 2015 risultano 29 milioni gli utenti che si sono collegati almeno una volta da PC e device mobili (smartphone e tablet), il 52,6% degli italiani dai 2 anni in su, connessi per 44 ore e 50 minuti. La total digital audience nel giorno medio è di 21,7 milioni di utenti, online in media per quasi 2 ore.

Accedono a internet da device mobili 17,3 milioni di italiani nel giorno medio (il 39,2% degli individui di 18-74 anni), mentre da PC 12,3 milioni di utenti (il 22,2% degli italiani dai 2 anni in su).

I dati rilevano un incremento del 5,9% dell’audience totale online nel giorno medio nell'ultimo anno, grazie alla crescente abitudine di utilizzare device mobili per accedere a internet.

Andando ad analizzare i dati socio-demografici, nel giorno medio a giugno online si sono connessi il 41% degli uomini (11 milioni di utenti dai 2 anni in su) e il 38% delle donne (10,6 milioni di utenti dai 2 anni in su). E' in crescita poi l'uso di Internet da parte dei più giovani, soprattutto tramite device mobili.

Anche se si è registrato un lieve calo rispetto al mese precedente, l’accesso a internet nel giorno medio via mobile raggiunge circa il 59% dei 18-24enni (2,5 milioni di utenti, -6,4% rispetto a maggio 2015) e il 60% dei 25-34enni (4,2 milioni, -1% rispetto a maggio 2015).

Il 70% del tempo totale speso online nel giorno medio è da device mobili e, più nello specifico il 63,4% tramite applicazioni mobili.

Le categorie di siti più visitati nel mese di Giugno 2015 sono: la ricerca “Search” (il 91,6% degli utenti online), i portali generalisti “General Interest Portals & Communities” (90,6%), i social network “Member Communities” (87,1%). Per l'intrattenimento e l'informazione, i siti più visitati sono delle categorie “Videos / Movies” (80,3%) e “Current Event e Global News” (68,9%). I siti e applicazioni dedicati alla gestione delle email sono visitati dal 77% degli utenti online, i siti di ecommerce dal 71,3% degli utenti online e i siti per la consultazione di mappe e informazioni di viaggio dal 60,3%.

La ricerca Audiweb Mobile è basata su un modello di rilevazione ‘user centric’ che integra i dati di navigazione da device mobili (smartphone e tablet) con i dati della fruizione PC. Al panel PC di oltre 40.000 panelisti viene affiancato un per gli smartphone un panel di circa 3000 persone (1.500 per il sistema operativo Android e 1500 per iOS), e per i tablet circa 1000 panelisti (Android e iOS). L’universo di riferimento della total digital audience è composto da individui con età di almeno 2 anni, ad esclusione dei dati “Mobile” che sono rilevati per i soli 18-74enni.

Via PianetaCellulare

 
Di Altri Autori (del 21/04/2015 @ 07:00:45, in Internet, linkato 1480 volte)

Si preannunciano settimane dure per i siti web non ottimizzati per il mobile: Google martedì  21 aprile avvierà l’aggiornamento del suo algoritmo “segreto” con cui determina il posizionamento dei siti nel search per favorire i siti che sono “mobile friendly”, mentre retrocederà i siti che non rispettano i criteri. Gli esperti di SEO lo chiamano Mobilegeddon, più volte annunciato dallo stesso colosso, poichè si prevede che determinerà notevoli scossoni, anche per siti “inaspettati”, che potrebbero subire pesanti penalizzazioni in termini di visibilità sul motore di ricerca.

Anche colossi come Microsoft, nota il Financial Times, potrebbero essere penalizzati così come l”Unione Europea: il sito del grande accusatore di Google che nei giorni scorsi ha accusato ufficialmente il colosso di Mountain View di abuso di posizione dominante, non sarebbe mobile friendly come dimostrato facendo un rapido controllo su Mobile Friendly test messo a disposizione dal colosso per verificare lo stato dei siti web.

Il cambiamento algoritmo non influirà, invece, sulle ricerche via tablet o desktop. Ma, dal momento che il mobile ora rappresenta la metà di tutte le ricerche su Google le aziende, prevede il FT, potranno notare le conseguenze eccome. In questo senso non riuscire a prepararsi in tempo all’aggiornamento potrebbe realmente avere un impatto economico rilevante tanto che la stessa Google ha annunciato: “Questo cambiamento interesserà ricerche mobile in tutte le lingue in tutto il mondo e avrà un impatto significativo sui risultati di ricerca.”

La mossa di Google non fa che ribadire il peso che il mobile sta assumendo nella fruizione di contenuti da parte degli utenti globali e nell’attrazione di ampie quote di investimenti pubblicitari da parte di imprese e organizzazioni.

Via Tech Economy

 

Record di utenti online e massiccia presenza sul social network: il 12esimo Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione presentato oggi a Roma, dà conto di un trend in continua crescita: nel 2015 gli utenti di internet aumentano ancora (+7,4% rispetto al 2013) e arrivano alla quota record del 70,9% della popolazione italiana anche se solo il 5,2% di essi si connette con banda ultralarga. E continua la forte diffusione dei social network: è iscritto a Facebook il 50,3% dell’intera popolazione (il 77,4% dei giovani under 30), YouTube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter.

La televisione continua ad avere una quota di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione (il 96,7%), con un rafforzamento però del pubblico delle nuove televisioni: la web tv è arrivata a una utenza del 23,7% (+1,6% rispetto al 2013), la mobile tv all’11,6% (+4,8%), mentre le tv satellitari si attestano a una utenza complessiva del 42,4% e ormai il 10% degli italiani usa la smart tv connessa in rete. Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’83,9% degli italiani), con l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari (+2%) e via internet (+2%) ancora in ascesa. L’uso degli smartphone continua ad aumentare vertiginosamente (+12,9%) e ora vengono impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani (il 52,8%), mentre i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione nel giro di un biennio e oggi si trovano tra le mani di più di un quarto degli italiani (il 26,6%).

Sul fronte della carta stampata, invece, l’indagine non rileva una inversione di tendenza rispetto alle perdite del passato: -1,6% i lettori dei quotidiani rispetto al 2013, tengono i settimanali e i mensili, mentre sono in crescita i contatti dei quotidiani online (+2,6%) e degli altri portali web di informazione (+4,9%). Dopo la grave flessione degli anni passati, non si segnala una ripresa dei libri (-0,7%): gli italiani che ne hanno letto almeno uno nell’ultimo anno sono solo il 51,4% del totale, e gli e-book contano su una utenza ancora limitata all’8,9% della popolazione (+3,7%).

Spiccano le distanze tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli anziani. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 91,9%, mentre è ferma al 27,8% tra gli anziani; l’85,7% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 13,2% dei secondi; il 77,4% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 14,3% degli over 65; il 72,5% dei giovani usa YouTube, come fa solo il 6,6% degli ultrasessantacinquenni; i giovani che guardano la web tv (il 40,7%) sono molti di più degli anziani che fanno altrettanto (il 7,1%); il 40,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, dieci volte di più dei secondi (4,1%); e mentre un giovane su tre (il 36,6%) ha un tablet, solo il 6% degli anziani lo usa. Al contrario, l’utenza giovanile dei quotidiani (il 27,5%) è ampiamente inferiore a quella degli ultrasessantacinquenni (il 54,3%).

Oggi le prime cinque fonti di informazione usate dagli italiani sono: i telegiornali (utilizzati dal 76,5% per informarsi), i giornali radio (52%), i motori di ricerca su internet come Google (51,4%), le tv all news (50,9%) e Facebook (43,7%). Aumento record dell’utenza delle tv all news, in crescita del 34,6% rispetto al 2011, Facebook +16,9%, le app per smartphone +16,7%, YouTube +10,9% e i motori di ricerca guadagnano il 10% dell’utenza di informazione. Ma tra i più giovani la gerarchia delle fonti cambia: al primo posto si colloca Facebook come strumento per informarsi (71,1%), al secondo posto Google (68,7%) e solo al terzo posto compaiono i telegiornali (68,5%), con YouTube che non si posiziona a una grande distanza (53,6%) e comunque viene prima dei giornali radio (48,8%), tallonati a loro volta dalle app per smartphone (46,8%).

Ma cosa fanno gli italiani su internet? Si cercano strade e località (lo fa il 60,4% degli utenti del web), informazioni su aziende, prodotti, servizi (56%). Poi viene l’home banking (46,2%) e un’attività ludica come l’ascolto della musica (43,9%, percentuale che sale al 69,9% nel caso dei più giovani). Fa acquisti sul web ormai il 43,5% degli utenti di internet, ovvero 15 milioni di italiani. Guardare film (25,9%, percentuale che si impenna al 46% tra i più giovani), cercare lavoro (18,4%), telefonare tramite Skype o altri servizi voip (16,2%) sono altre attività diffuse tra gli utenti di internet. Sbrigare pratiche con uffici pubblici è invece un’attività ancora limitata al 17,1% degli internauti.

Gli utenti si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che li mettono a diretto contatto con i loro interlocutori o con i servizi di loro interesse, evitando l’intermediazione di altri soggetti. “Si sta sviluppando così una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. Negli anni della crisi la diminuzione delle disponibilità finanziarie ha costretto gli italiani a tagliare su tutto. Ma non sui media digitali connessi in rete, perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha comportato un risparmio netto finale nel bilancio familiare”.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 09/02/2015 @ 07:43:39, in Internet, linkato 1523 volte)

Navigare online senza pubblicità di alcun genere, evitando banner, interruzioni, annunci testuali, video sovrapposti al contenuto da leggere, più o meno intrusivi. Uno studio a cura di Page fair stima in 144 milioni (4,9%) gli utenti su scala globale dotati di strumenti per bloccare la pubblicità (ad block), in crescita del 69% rispetto all’anno precedente. La ricerca, su dati relativi a giugno 2014, pone Google Chrome in testa alla classifica dei browser più usati a tale scopo, con 86 milioni di utenti, seguito da Mozilla Firefox con 41 milioni; Chrome è inoltre responsabile del 63% della pubblicità bloccata con Internet Explorer e Safari fermi al 4%. La Polonia è il paese con i navigatori più attivi (28,6%), seguita da Grecia (24,5%) e Svezia (21,6%). L’Italia non figura nella top 10 ma il tasso di crescita su base annua si attesta a +61% rispetto al 2013.

Chi sono questi navigatori e perché bloccano la pubblicità? Una indagine condotta negli USA mostra come l’identikit corrisponda a un maschio giovane, con un picco del 54% tra i maschi compresi tra 18 e 29 anni. Il fenomeno è guidato dal passaparola, con il consiglio di installare una estensione dedicata da parte di un amico o di un familiare (49%). La motivazione principale addotta per questo comportamento è il rigetto totale (45%) o parziale (27%) della pubblicità, seguita da chi vuole evitare di essere tracciato (11%) e chi cerca migliorare le performance della navigazione (8%). L’intolleranza più elevata si concentra sugli annunci noiosi (animazioni e suoni) o fonte di distrazione (annunci prima del video o prima del contenuto), mostrando la disponibilità di accettare pubblicità più semplice e integrata.

La reazione degli addetti ai lavori si divide tra chi invita a rivedere il modello di business dell’editoria online, certo che il fenomeno non si possa arrestare, e chi condanna questi utenti, suggerendo di impedire loro di accedere ai contenuti. Se la reazione di alcuni editori tedeschi (RTL Group e ProsiebenSat1) e francesi è stata di citare in tribunale Eyeo, l’azienda titolare del più popolare tra i software di blocco, AdBlock Plus, Frédric Filloux auspicherebbe che editori e inserzionisti si riunissero intorno a un tavolo per affrontare la questione, studiando forme di pubblicità maggiormente in linea con i desideri degli utenti. Un sondaggio tra i 25 principali editori internazionali realizzato da DCN Research evidenzia una forte disponibilità (80%) a considerare metriche di vendita della pubblicità basate sul tempo invece che sul numero di visualizzioni, ma la mancanza di standard relativi costituisce ancora un ostacolo alla sperimentazione e alla diffusione.

Il fattore tempo non gioca a favore degli editori. La crescita della generazione dei Millennial (18-29 anni), dove il fenomeno è già di massa, e l’implementazione di nuovi strumenti pensati per il mondo mobile, oggi quasi escluso dal blocco per la complessità tecnica necessaria, richiedono un ripensamento dello strumento pubblicitario, rapido e innovativo. Compensare le perdite virtuali degli ad blocker con pubblicità più invasiva rischia soltanto di accelerare la fuga degli utenti.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 06/02/2015 @ 07:25:44, in Internet, linkato 1594 volte)

Google e Twitter tornano insieme. Dopo una falsa partenza cinque anni fa, i due colossi del web hanno raggiunto un accordo che permette ai tweet di 140 caratteri di essere visualizzati dal motore di ricerca non appena pubblicati. La notizia dell’intesa siglata nella giornata di ieri è stata riportata da Bloomberg News e per il momento non è stata confermata dalle due aziende.

L’accordo prevede che i messaggi inviati dai 284 milioni di utenti di Twitter siano visualizzati quasi in diretta sulla pagina dei risultati di Google, senza attendere la scansione del crawler del motore di ricerca. L’obiettivo è di far aumentare il traffico del sito di microblogging, aprendo quindi la piattaforma - così come la pubblicità e la possibilità di sottoscrizione - anche ai navigatori non iscritti.

Twitter, che ha già accordi simili con Bing e Yahoo!, rinnova l’intesa con Big G sottoscritta per la prima volta nel 2009, ma che in realtà non ha mai dato i risultati auspicati e che era quindi stata sciolta due anni dopo. In realtà i dissidi riguardavano anche la visualizzazione dei tweet sulla pagina dei risultati del motore di ricerca e l’utilizzo dei risultati da parte di Google: Twitter voleva soltanto che i messaggi finissero nella pagina dei risultati, mentre il motore di ricerca chiedeva che questi fossero integrati in maniera organica in tutti i suoi prodotti, a partire dal social network Google Plus. Secondo le indiscrezioni di Bloomberg, Google non verserà a Twitter una percentuale sugli introiti pubblicitari generati dal traffico supplementare, ma pagherà un fisso per l’accesso al database dei tweet.

Proprio questa settimana Twitter aveva accelerato sul fronte pubblicitario, siglando per la prima volta accordi con Flipboard e Yahoo Japan per vendere pubblicità al di fuori della propria piattaforma. Questa sera il sito di microblogging comunicherà i risultati del quarto trimestre: le previsioni di Thomson Reuters stimano un balzo dell’87% del fatturato a 453 milioni di dollari nonostante un rallentamento della crescita di nuovi utenti.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 02/02/2015 @ 07:54:47, in Internet, linkato 1667 volte)

Qual è la nazione che trascorre più tempo su Internet? Quale il paese che sfrutta maggiormente i device mobili? Quanti sono gli account attivi sui social media e chi sono i frequentatori più assidui di Facebook piuttosto che di WhatsApp?
A svelare questi dubbi sono Digital, Social e Mobile 2015 elaborato da We Are Social. La relazione 2015 copre più di 240 paesi con un focus approfondito su 30 tra le nazioni più “influenti” a livello economico e offre una panoramica regionale e globale dei dati chiave per internet, social media e l'utilizzo mobile.
L’intero report offre puntuali informazioni di scenario per capire come si sta evolvendo il mondo digitale a livello globale oltre a delineare alcuni trend che caratterizzeranno l’intero 2015. Una panoramica a livello mondiale.

FACEBOOK E SMARTPHONE. Gli indicatori mondiali sono all’insegna della crescita: la popolazione mondiale è arrivata a quota 7.2 miliardi di persone e il numero di utenti internet attivi ha superato i 3 miliardi (contro i 2.5 miliardi di 12 mesi fa) con una penetrazione che ha raggiunto il 42% dell’intera popolazione mondiale.
Gli account attivi sui social media sono oggi più di 2 miliardi ed è cresciuto del 23% il numero di persone che usano attivamente i social media dai propri smartphone. A livello globale il numero di pagine visitate da desktop è diminuito del 13% mentre è aumentato del 39% da smartphone (e 17% da tablet).
La piattaforma più usata si conferma Facebook (1.36 miliardi di utenti attivi), ma è interessante osservare come continui il trend di crescita dei servizi di instant messaging: WhatsApp ha superato i 600 milioni di utenti e Facebook Messenger è usato oggi da più di 500 milioni di persone.

L'ITALIA. Nel nostro Paese gli utenti Internet attivi in Italia sono 36.6 milioni con una penetrazione pari al 60% mentre gli account social media attivi sono 28 milioni (22 milioni accedono da dispositivi mobile): quest’ultimo (accesso a canali social da mobile) è il dato che ha visto il maggior incremento negli ultimi 12 mesi (+11%), a dimostrazione di una sempre maggior propensione di interagire in mobilità.
Gli italiani trascorrono in media 6.7 ore al giorno su Internet (tra mobile e desktop), e 2.5 ore sono dedicate all’utilizzo dei canali social, dato quest’ultimo che si posiziona leggermente sopra la media mondiale (2.4 ore).
Anche in Italia si conferma la forte crescita delle piattaforme di instant messaging; nel Belpaese questo dato risulta ancora più marcato rispetto alla media internazionale considerando che WhatsApp risulta il servizio più usato ogni mese, ancor più di Facebook.
SHOPPING ONLINE. Risultano interessanti inoltre i dati relativi all’utilizzo dei device durante il processo di acquisto; corrisponde al 39% la percentuale della popolazione che ha cercato un prodotto da desktop contro il 20% da smartphone.
Il processo di acquisto avviene maggiormente da desktop (39%) piuttosto che da smartphone (16%).

Potete trovare il report completo qui.

Via Business People

 
Di Altri Autori (del 27/01/2015 @ 07:01:20, in Internet, linkato 1591 volte)

I commenti sui social sono un diluvio intorno al sito VeryBello, e le ragioni di critica stanno crescendo e consolidandosi nel tempo.

Poiché si tratta di un ambito fondamentale (è convinzione diffusa che Expo2015 può essere una importante occasione per l’economia italiana) e poiché ci sono già diversi problemi legati al completamento dei lavori e alla trasparenza (che grazie all’operazione Open Expo è in via di decisiva ripresa), è importante condividere precocemente le criticità dell’iniziativa, come contributo al MiBACT per un loro superamento.

Proviamo a sintetizzarle:

  • Dal punto di vista formale, il dominio di un sito istituzionale non può essere di proprietà di un privato, come è in questo caso;
  • Dal punto di vista di strategia operativa, il sito VeryBello, come vetrina di eventi, si sovrappone al sito Italia.it e lo priva di uno dei ruoli principali. Poiché non si comprende l’integrazione, siamo tra la sovrapposizione, la duplicazione di sforzi e il cannibalismo interno. In un momento di difficoltà gestionale di Italia.it e di necessità di ottimizzazione delle risorse l’iniziativa appare poco comprensibile;
  • Dal punto di vista tecnico, il sito VeryBello, monolingua (solo italiano) e statico (al momento in cui scrivo sono presenti eventi già trascorsi), privo di funzionalità chiave (la navigazione per calendario/agenda e per mappa geografica), è chiaramente un passo indietro rispetto allo stesso sito Italia.it e molto lontano dal poter supportare gli obiettivi di “vetrina internazionale per Expo2015” che il MiBACT si propone di raggiungere.

È certamente difficile fare dei passi indietro dopo la pubblicizzazione di un’iniziativa, ma lo sforzo organico che in questi mesi il governo sta producendo, anche con la produzione di documenti strategici e l’avvio di progetti di sistema, obbliga a valutare attentamente vantaggi e svantaggi delle iniziative, benefici e problemi, così da intervenire precocemente sugli errori, anche rivedendo profondamente le scelte fatte. Questo sembra il caso.

Via Agenda Digitale

 
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