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  mymarketing.it: il marketing fresco di giornata... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Mercati (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Dalla cameretta allo stadio grazie agli eSport. Nessuno tra quelli che hanno preso in mano un joystick di un Sega Mega drive avrebbe mai pensato di poter diventare una superstar mondiale con una vera e propria curva di fan ad esultare per un suo gol a FIFA. E invece gli eSport sono diventati un vero e proprio fenomeno del digitale (e non solo). Le sfide ai videogiochi hanno iniziato ad attrarre pubblico già dalla fine degli anni ’90, nel suo primo evento, Alexander Muller, managing director SK Gaming, ha raccolto un pubblico di 1200 persone. “Ho subito capito che le sfide tra videogiocatori erano uno spettacolo con un forte potenziale. Adesso riusciamo a radunare facilmente 15000 persone riempiendo interi palazzetti”.

 L’industry degli eSport è nata circa 7 anni fa, cresce del 40% anno su anno “e per la fine dell’anno prossimo raggiungerà un valore complessivo di 1 miliardo di dollari. Le iniziative proliferano, così come i partner. L’ultimo in ordine temporale è Mercedes, con cui abbiamo firmato un accordo globale. È un segmento giovane, mondiale, dove i fan sono anche giocatori e team owner”, racconta Bernhard Mogk, senior vice president global sales & business development di ESL – Turtle Entertainment.

 Un nuovo filone di entertainment che valica le barriere del digitale per conquistare anche i broadcaster tradizionali. I canali televisivi si stanno già preparando per ospitare le sfide dei videogiocatori a diversi titoli, ma c’è chi è già on air da più di un anno. “Abbiamo introdotto gli eSport nel palinsesto televisivo qualche tempo fa. Abbiamo fatto il primo passo, ora dobbiamo consolidare la presenza di questi contenuti all’interno della nostra programmazione. Per ora è un fenomeno che attrae i giovani, più che la massa, ma nei prossimi 10 anni avrà una diffusione molto più ampia. L’anno scorso abbiamo trasmesso la eLeague, quest’anno abbiamo ritagliato lo spazio per un magazine settimanale in cui facciamo il punto delle varie leghe. L’obiettivo è creare show live, in primetime”, rivela Zeljko Karajica, ceo di 7 Sport – ProSiebenSat 1 Sports.

 Uno dei driver della crescita forsennata degli eSport è la community, “che ha ancora voce in capitolo sull’evoluzione della industry. Infondo è nata così, da una venue che ospitava circa un migliaio di persone, ed è cresciuta fino a ospitare 15000 persone. Alcuni player fanno decine di migliaia di chilometri all’anno per partecipare ai tornei, e guadagnano cifre molto alte”, commenta Muller.

Il prodotto è appetibile, anche a livello pubblicitario. P&G ha scelto alcuni videogiocatori del Bayern Monaco come testimonial per una campagna, e non vedo perchè gl altri brand non dovrebbero prendere in considerazioni altri player per le loro pubblicità. Hanno un grande seguito social e un pubblico targetizzato. Qualunque tipo di brand avrebbe un potenziale interesse a investirci”, spiega Karajica

 Le stesse franchige sportive hanno messo gli occhi sul segmento, creando le proprie squadre di player. Bayern Monaco, PSG, Shalke 04 e AS Roma, per esempio, stanno già competendo sui campi virtuali. “Queste squadre si portano dietro i loro sponsor, e sono sempre più numerose quelle che dimostrano interesse nel formare il proprio team”, aggiunge ancora Karajica. “Brand e organizzaioni ci cercano sempre più spesso, ci vogliono e sanno che hanno bisogno di noi”, conclude Muller


Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 16/05/2017 @ 07:49:01, in Mercati, linkato 1392 volte)

L’ultimo report di Contactlab ed Exane BNP Paribas, intitolato Online Offer Dive & Pricing Landscape FW16/17 (https://goo.gl/b9zObG), rileva una convergenza tra le strategie di prodotto e di pricing utilizzate dai brand del lusso nei canali di vendita online e offline. Lo sforzo di questi brand per conservare il loro carattere esclusivo e i rapporti personali con i clienti che acquistano online si sta traducendo in una drastica ridefinizione dell’offerta di prodotti e delle scelte di pricing online. Nella stagione FW 2016/17, brand come Fendi, Luis Vuitton, Saint Laurent, Ferragamo, Moncler, Bulgari e Cucinelli hanno ampliato di più del 20% la loro gamma di prodotti disponibili online.

Secondo l’analisi i 32 brand del lusso presi in esame stanno modificando le loro strategie di prodotto e di pricing nel continuo tentativo di aumentare quote di mercato e redditività. Dal 2014 al 2016 alcuni player del segmento soft luxury come Prada e Ferragamo hanno aumentato l’offerta di prodotti venduti online più della media. Sebbene in genere sul web sia presente l’intero catalogo di un brand, non tutti i prodotti sono acquistabili online, come nel caso del ready-to-wear per Prada e Louis Vuitton. Una conseguenza di questa strategia è quello di stuzzicare la curiosità dei consumatori, invogliandoli a recarsi in negozio per conoscere tutta la gamma di prodotti e  quindi spendere di più. Burberry, dal canto suo, per recuperare l’esclusività e redditività ha scelto di ridurre drasticamente l’offerta di prodotti consolidando marchi secondari come Brit.

Anche Gucci ha scelto di ridurre la quantità complessiva di prodotti venduti online, in particolare in riferimento alle sue due categorie chiave: borse e soft luxury. D’altra parte, però, Gucci ha aumentato in maniera significativa l’offerta di ready-to-wear (+ 60%) e di categorie di prodotti non-core come gioielli e orologi. Il primato della più vasta offerta di borse spetta a Michael Kors, seguito a ruota da Louis Vuitton.

Il trend non è omogeneo nemmeno in relazione al pricing, con un incremento del 3% circa del prezzo mediano medio dei brand. Bulgari, Zegna ed Hermès hanno considerevolmente aumentato sia i prezzi mediani che gli entry price, mentre Dolce & Gabbana, Tiffany e Burberry hanno adottato la strategia opposta, riducendoli entrambi e rendendo così i loro prodotti alla portata di una fascia più ampia di consumatori. Per quanto riguarda i mega-brand, i prezzi applicati da Louis Vuitton (in calo) e da Gucci (in leggero aumento) continuano a convergere.

Marco Pozzi, senior advisor di ContactLab, commenta: “Sebbene i prezzi massimi dei prodotti acquistabili online siano aumentati da 150.000 dollari nella stagione FW15 (collana Tiffany) a 181.000 nella stagione FW16 (orologio Cartier), ben 11 brand sui 32 analizzati vendono prodotti a un prezzo inferiore ai 20 dollari! Il canale online, infatti, è ideale per attirare i clienti più aspirazionali. Ralph Lauren, Tiffany ed Hermes hanno un entry price inferiore a 150 dollari e sono i leader nella differenziazione dei prezzi per categoria di prodotto. Nel canale di vendita online persino brand del settore “luxury” come Chanel e Dior hanno entry price molto accessibili (rispettivamente 38 e 28 dollari), tutt’altro che distanti da quelli del marchio premium Swatch (38 dollari).

Il report mette in luce come i vari brand stiano sperimentando nuove strategie di prodotto e di pricing con l’obiettivo di trovare la giusta strada per catturare nuovi clienti nell’arena digitale. Considerando però che i consumatori che acquistano beni di lusso sia online che nei negozi fisici spendono circa il 50% in più all’anno rispetto a chi acquista soltanto in negozio, gli acquisti multicanale e non solo online sono la vera priorità e sfida per le aziende del lusso.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 10/05/2017 @ 07:01:44, in Mercati, linkato 1005 volte)

La classifica dei quotidiani a marzo (.xls) per diffusione carta+digitale elaborata da Primaonline.it su dati Ads. La classifica è realizzata comparando il dato appena diffuso da Ads con quello del mese precedente per permettere un confronto omogeneo visto che, a causa della questione ‘copie multiple digitali’, un paragone anno su anno non è ancora proponibile.

Ads ha fatto sapere che i primi dati sulla diffusione digitale prodotti con il nuovo regolamento saranno quelli relativi alle stime di maggio 2017 che verranno pubblicati a luglio.
- Leggi o scarica le tabelle con dati Ads di diffusione della stampa di quotidiani e settimanali a marzo e dei mensili a febbraio

Ads – Accertamenti Diffusione Stampa è la società che certifica e divulga i dati relativi alla tiratura e alla diffusione e/o distribuzione della stampa quotidiana e periodica di qualunque specie pubblicata in Italia.

Via Prima Comunicazione
 
Di Max Da Via' (del 10/04/2017 @ 07:45:07, in Mercati, linkato 1138 volte)

Dove vanno a finire i 20 miliardi di design italiano esportato ogni anno in tutto il mondo? La risposta arriva dalla mappa: Il design italiano nel mondo – Italian design in the world, realizzata dalla Camera di commercio di Milano in collaborazione con Promos, la sua azienda speciale per le Attività Internazionali (scaricala qui). Un export, dunque, da 20,5 miliardi in un anno. È il valore raggiunto dall’Italia nel 2016 tra arredamento, illuminazione, articoli in porcellana e ceramica e gioielleria, stabile rispetto all’anno precedente. Ma sono aumentate le esportazioni di mobili per cucine e poltrone e divani (+5%), di sedie (+3%), di apparecchi per l’illuminazione e di prodotti in vetro (+2%).

I tre maggiori partner italiani sono: Francia (13,2%), Stati Uniti (9,3% che guadagna due posizioni rispetto allo scorso anno, +7,7%) e Germania (9,3%). In ascesa anche: Israele (+13%), Paesi Bassi (+7%), Spagna (+6%) e Giappone (+5%). Tra le prime 20 destinazioni compaiono poi: Svizzera, Regno Unito, Emirati Arabi e Hong Kong. E se la Francia è il principale partner per quasi tutti i prodotti, i mobili d’ufficio vanno anche nel Regno Unito e a Singapore, le cucine negli Stati Uniti ma anche in India, i materassi in Germania e Canada, l’arredo domestico negli Stati Uniti e in Israele, le sedie in Germania e Cina, le poltrone e i divani tra Regno Unito ed Emirati Arabi, le parti di mobili in Regno Unito, le apparecchiature per l’illuminazione, i prodotti in vetro e in porcellana in Germania, la gioielleria, bigiotteria e le pietre preziose in Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Hong Kong. Emerge da elaborazioni della Camera di commercio di Milano e Promos su dati Istat e registro delle imprese anno 2016.

MAPPA---Design-italiano-nel-mondo-2017-1

LE IMPRESE. Sono 5.507 nel manifatturiero le imprese lombarde e rappresentano oltre un quinto del totale italiano (21,7%) e vedono Monza (1.598 attività) e Milano (1.088) prima e terza in Italia ma tra le prime 20 ci sono anche Como (4°), Bergamo (15°) e Brescia (16°). Nel commercio invece la Lombardia con 8.125 imprese rappresenta il 13,7% italiano con tra le prime Milano (3°), Monza (10°), Brescia (11°) e Bergamo (19°). Nella progettazione la Lombardia con 4.412 imprese sale a un quarto del totale italiano (24,8%) con Milano al primo posto con quasi 2 mila imprese mentre Bergamo e Brescia si piazzano al 5° e al 6° posto, Como al 13°, Monza e Brianza al 14° e Varese al 18°. Nell’export, Milano in crescita (+4,5%) è al 4° posto italiano, seguono Monza al 6° e Como all’8°, Brescia al 14° e Bergamo al 17°.

Design: le prime 20 destinazioni dell’export italiano

  PAESI EXP2015 EXP2016 % su tot. variaz. %
1 Francia 2.691.645.653 2.709.675.312 13,2% 0,7%
2 Stati Uniti 1.769.054.729 1.905.690.564 9,3% 7,7%
3 Germania 1.901.027.355 1.897.937.670 9,3% -0,2%
4 Svizzera 1.928.005.048 1.828.046.557 8,9% -5,2%
5 Regno Unito 1.481.464.385 1.489.562.417 7,3% 0,5%
6 Emirati Arabi Uniti 1.384.575.489 1.225.253.249 6,0% -11,5%
7 Hong Kong 834.135.179 768.103.811 3,7% -7,9%
8 Spagna 690.034.949 732.820.398 3,6% 6,2%
9 Russia 603.435.615 531.347.714 2,6% -11,9%
10 Cina 396.751.885 403.818.852 2,0% 1,8%
11 Belgio 391.436.760 397.306.287 1,9% 1,5%
12 Turchia 357.400.060 362.474.049 1,8% 1,4%
13 Polonia 337.319.863 351.316.713 1,7% 4,1%
14 Austria 272.507.492 259.247.924 1,3% -4,9%
15 Israele 216.360.728 244.432.176 1,2% 13,0%
16 Paesi Bassi 224.353.025 239.858.086 1,2% 6,9%
17 Arabia Saudita 317.672.285 232.178.361 1,1% -26,9%
18 Canada 220.908.143 216.330.333 1,1% -2,1%
19 Giappone 191.121.472 200.480.200 1,0% 4,9%
20 Australia 187.688.833 191.368.935 0,9% 2,0%
  MONDO 20.667.851.113 20.491.785.131 100,0% -0,9%

Elaborazione Camera di commercio di Milano su dati Istat anni 2016 e 2015. Valori in euro


via Business People
 
Di Max Da Via' (del 30/03/2017 @ 07:45:22, in Mercati, linkato 1091 volte)

Duro colpo per le emittenti televisive tradizionali, a causa della sempre maggiore affermazione delle piattaforme di streaming. È quanto dimostra una recente indagine condotta nel Regno Unito, che conferma come Netflix e Amazon Prime Video abbiano comportato un rilevante innalzamento dell’età target per la classica audience TV. Una conseguenza, questa, che potrebbe avere serie conseguenze dal punto di vista degli investimenti pubblicitari.

Secondo quanto riportato da una ricerca di BBC Trust, l’avvento delle piattaforme di streaming ha comportato un innalzamento dell’età media dell’audience per i canali più importanti del Regno Unito, BBC One e BBC Two. Con una media rispettivamente di 61 e 62 anni, le proposte dell’ammiraglia britannica hanno perso il supporto, in pochissimi anni, non solo della fascia dei giovanissimi, ma anche della mezza età, quella maggiormente spendente e centrale per il target pubblicitario.

Più di 5 milioni di famiglie britanniche hanno sottoscritto un abbonamento a Netflix, mentre 1.6 milioni hanno scelto l’alternativa di Amazon Prime Video. La popolarità di queste piattaforme, e la loro grande versatilità d’uso, hanno comportato il trasferimento delle fasce più giovani, in particolare quella dai 16 ai 34 anni, dalle classiche emittenti televisive alla fruizione digitale. Ma non è tutto, poiché Netflix e Amazon sembrano aver causato anche contraccolpi per gli utenti dei servizi digitali lanciati dalle stesse emittenti: BBC iPlayer, il popolare sistema di streaming del gruppo, in nove anni ha perso progressivamente interesse e oggi è scelto solo dal 21% dei giovani consumatori, una volta la settimana. Davvero poco, se si considera come più della metà dei fruitori appartenenti alla stessa generazione acceda alle altre piattaforme di streaming quotidianamente.

Nonostante questo, le indagini dimostrano come il pubblico, con una percentuale di oltre il 73%, ritenga che BBC sia ancora in grado di proporre dei contenuti di elevatissima qualità sul fronte dell’intrattenimento, con un lieve calo su quello informativo: il 62% degli spettatori, contro il 70% del 2008. Si viene a creare, di conseguenza, una condizione abbastanza anomala, e del tutto nuova, per le tradizionali stazioni televisive: la qualità degli show non sembra poter competere con la comodità d’accesso garantita da altre soluzioni. L’utente non sembra essere più disposto ad attendere la messa in onda settimanale del proprio programma preferito, vuole accedervi istantaneamente, secondo i propri ritmi, in qualsiasi momento della giornata e in ogni luogo si trovi.

Il trend britannico potrebbe risultare interessante per predire quel che potrebbe accadere nelle altre nazioni europee, considerato come il Regno Unito disponga dei servizi di streaming da ben più anni rispetto ai Paesi limitrofi. Anche in Italia Netflix e Amazon causeranno una deriva geriatrica della classica TV?

Via Webnews
 
Di Altri Autori (del 29/03/2017 @ 07:07:49, in Mercati, linkato 1091 volte)

Internet e il digitale arrivano prepotenti a minare le basi di un altro settore: quello della vendita delle automobili. Nel corso della settimana scorsa due notizie hanno acceso i riflettori su come l’e-commerce è potenzialmente dirompente anche quando si tratta di prodotti di alto costo e di alta complessità e variabilità delle configurazioni.

Le due notizie sono state l’annuncio dell’investimento da 10 milioni di dollari effettuato da due fondi europei su MotorK, scaleup italiana che ha sviluppato piattaforme di digitalizzazione per la vendita di automobili coinvolgendo sia gli utenti finali sia i dealer , e l’annuncio della nascita del negozio online di Alfa Romeo all’interno di Alibaba che al debutto ha venduto in poco più di 30 secondi 350 vetture modello Giulia nella configurazione ‘Milano’ appositamente realizzata a un prezzo per unità vicino a 63mila dollari e circa 60 Giulia Quadrifoglio Verde al prezzo di quasi 150mila dollari. Tutto online.

Tesla vende automobili a un prezzo medio di 120mila euro esclusivamente online, non ha rete di vendita e fa mai sconti sul prezzo pubblicato. Bmw ha lanciato nel Regno Unito, e a giorni anche in Cina, uno strumento online che consente di configurare la propria vettura e di procedere all’acquisto in ogni momento della giornata tra le 8 del mattino e le 10 di sera, sabato e domenica compresi, questo programma della casa tedesca è stato sviluppato con la collaborazione della rete dei concessionari che hanno aderito all’iniziativa per il 95%. In Cina i concessionari di auto vendono le vetture direttamente dall’interno di WeChat, popolare app che integra tantissimi servizi, assistendo l’acquirente in ogni fase fino a completare l’acquisto (tutti esempi questi illustrati in occasione di Internet Motors, due giorni dedicata alla digitalizzazione dell’industria automotive organizzata proprio da Motork).

Le automobili si vendono già online, anche se resta importante la rete dei concessionari fisici perché il test drive è un passaggio che molti acquirenti vogliono fare, perché non sempre è possibile consegnare la vettura presso l’indirizzo del cliente, perché per firmare i contratti di vendita bisogna che cliente e venditore si incontrino, perché una vettura ha una vita in cui servirà assistenza e supporto.

Ciò che sta accadendo è che il modello di business e soprattutto il processo che porta alla vendita sta cambiando anche quando si tratta di automobili. Se fino a ieri ci si poteva permettere di rispondere alla richiesta di un potenziale cliente in tempi misurati in ore, se non addirittura in giorni, oggi bisogna rispondere in tempo quasi reale altrimenti si rischia di perdere il cliente, le concessionarie sono sempre più grandi, multimarca, multi-provincia per accrescere da un alto le economie di scala ma anche per essere sufficientemente strutturate al fine di poter fare gli opportuni investimenti per cogliere al meglio possibile questa opportunità. Opportunità che vale per il mercato delle auto nuove, così come per quello dei veicoli usati come ha dimostrato in Usa Carvana.com che ha messo a punto una piattaforma che utilizzando anche tecnologie di realtà virtuale consente di visionare fino al più piccolo dettaglio, e difetto, prima dell’acquisto: tecnologia, servizio, trasparenza sono le chiavi di questa organizzazione che ha rivoluzionato il mercato statunitense dell’auto usata, mercato che in Italia è aggredito da startup come BrumBrum  e GoodBuyAuto . Realtà virtuale, screencast, chat sono strumenti che sempre più verranno utilizzati anche per organizzare appuntamenti online tra venditori e acquirenti.

Certo la diffusione del car sharing e l’avvento delle auto elettriche modificano da un lato il concetto stesso di rapporto con l’automobile che non è più vista unicamente come prodotto da acquistare, ma può essere anche considerata sotto forma di servizio e minano, dall’altro, il modello dei servizi di assistenza tecnica perché le auto elettriche avranno solo gli pneumatici e i freni da fare controllare ogni tanto, per il resto la manutenzione, salvo forse la periodica sostituzione delle batterie, è non necessaria.


E così cambia profondamente anche il mercato come recita questo articolo del World Economic Forum del 24 febbraio 2017  in cui si spiega come sta modificandosi il mercato negli Usa, come le nuove generazioni vedono l’automobile e come è sempre maggiore il ruolo dell’online, non solo come canale di vendita, ma anche come strumento per raccogliere informazioni e confrontare le offerte e i modelli.

Naturalmente però la vera rivoluzione ci sarà con l’avvento delle auto a guida autonoma che modificheranno il concetto stesso di base: vi saranno meno auto che viaggeranno più spesso invece delle tante auto che ci sono oggi che, per la gran parte della loro vita (si è calcolato che in Usa l’automobilista guida mediamente per 46 minuti al giorno) sono ferme tanto che qualcuno inizia a battezzare le automobili con il nomignoli di ‘autoferme’, non più ‘driving device’ ma ‘parking device’ e a pensarci bene quasi quasi un’auto oggi inquina di più, in termini di spazio ambientale occupato, quando è ferma che quando cammina.

Certo il processo di adozione dei veicoli autonomi non sarà immediato e richiede ancora alcuni elementi da perfezionare come per esempio la gestione della privacy ma, sempre secondo il World Economic Forum, è questo il futuro che ci aspetta, secondo questo articolo si analizza anche il processo di ownership delle auto a guida autonoma che dapprima saranno di proprietà dei singoli utenti come oggi avviene con le auto a guida umana, poi saranno gestite con modelli di multiproprietà e infine si arriverà alla self ownership dei singoli veicoli.

I veicoli a guida autonoma, elettrici e quindi a bassa necessità di manutenzione oltre che a basso impatto ambientale, saranno la svolta che modificherà profondamente la mobilità di ognino di noi e avrà impatto sostanziale non solo sull’industria dell’automobile ma su tantissimi altri settori: dalle assicurazioni, all’edilizia, dalla ristorazione alla sanità, dai trasporti pubblici ai media come descrive in modo puntuale un’analisi condotta di CBInsights.


via Startupbusiness
 
Di Altri Autori (del 27/03/2017 @ 07:35:15, in Mercati, linkato 1053 volte)

Verallia, terzo produttore globale di contenitori in vetro per l’industria alimentare e Nomisma Wine Monitor, hanno presentato lo studio “Il ruolo del packaging nelle scelte di consumo di vino: un confronto tra i Millennials statunitensi ed italiani”. La ricerca, realizzata da Wine Monitor, si è posta l’obiettivo di valutare comportamenti e stili di consumo di vino da parte dei Millennials nei due mercati più importanti per le imprese vinicole del Belpaese: oggi 5 bottiglie di vino italiano su 10 vengono ancora consumate nel mercato nazionale, mentre delle 5 rimanenti che vengono esportate, una finisce direttamente negli Stati Uniti. Gli USA rappresentano infatti il primo mercato di export per le nostre produzioni; un mercato che nel 2016 ha importato complessivamente oltre 5 miliardi di euro di vino, di cui il 32,4% di origine italiana, facendo del nostro paese il leader di settore. La crescita a valore delle importazioni totali di vino negli Stati Uniti è stata del 52% nel corso dell’ultimo decennio (3,3% nell’ultimo anno, 2016 vs 2015).

image002L’universo di riferimento dello studio sono stati i Millennials (popolazione di età compresa tra 18-35 anni in Italia e 21-35 in USA – per legal drinking age). Si tratta della generazione su cui stanno puntando tutti i produttori e che in futuro sostituirà – in particolare in Italia – quei consumatori di vino che per anni ne hanno sostenuto il consumo in virtù di un approccio più tradizionale, per il quale questa bevanda ha spesso ricoperto un ruolo funzionale (di alimento) più che voluttuario. Nel caso degli Stati Uniti, dove questo approccio non è mai esistito, i Millennials rappresentano già oggi la generazione che in quantità consuma più vino di qualsiasi altra: 42% di tutti i consumi.

image002“I Millennials rappresentano la generazione cui stanno puntando tutti i produttori - afferma Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma. Però questa generazione ha un approccio all’acquisto di vino nettamente differente da quella che tradizionalmente ne ha sostenuto i consumi (i baby-boomers): maggiore attenzione all’innovazione, alla sostenibilità, alla creatività, tutti fattori spesso legati al packaging e per i quali ancora molte imprese italiane non ne hanno colto la strategicità a fini di mercato. L’obiettivo di questa ricerca è stato proprio quello di fornire ai produttori italiani uno strumento in più per cogliere le opportunità nei due principali mercati di vendita del nostro vino: Italia e Stati Uniti”.

La ricerca ha messo a confronto l’approccio al vino dei Millennials statunitensi e italiani, fotografandone le percezioni e i principali driver di scelta nell’acquisto e consumo di vino, tra i quali il packaging dimostra di avere un ruolo di primaria importanza. Le differenze di atteggiamento tra le due sponde dell’Atlantico sono ragguardevoli. I giovani adulti USA, ad esempio, scelgono il vino per la notorietà del brand (32%) e molto meno per il tipo di vino (21%). All’opposto, il primo criterio di scelta dei Millennials italiani è la tipologia del vino (51%), mentre la notorietà del brand è del tutto marginale (10%).
Le percezioni divergono anche sull’importanza del prezzo basso o promozionale, alta negli USA (20%) e bassa in Italia (11%), nonché sulla rilevanza del paese/territorio di origine, più alta in Italia (21%) che negli USA (15%).
Nella scelta del vino entrano anche fattori puramente estetici e di design come il packaging e le etichette, indicati dal 10% del campione USA e dal 5% di quello italiano.

Quando il campo si restringe sulle bottiglie di vino, emerge che i Millennials italiani sono più sensibili agli aspetti “etici” di sicurezza e sostenibilità del vetro (55%) dei loro omologhi USA (44%), mentre il rapporto si ribalta nell’apprezzamento degli aspetti “sensoriali”(trasparenza, freschezza al tatto) con un 53% a 40% a favore degli USA.
La distanza tra italiani più aderenti alla sostanza e americani più inclini a essere attratti dall’estetica è messa in rilievo anche dalla diversa importanza assegnata alla forma e colore dell’etichetta (82% USA - 55% Italia), forma della bottiglia (74% USA - 47% Italia) e presenza di loghi/grafiche in rilievo sul vetro (71% USA - 40% Italia).
Non stupisce, perciò, che il 76% dei Millennials USA ritenga che le bottiglie personalizzate contengano vini di qualità superiore contro il 53% degli italiani, né che dinanzi a una bottiglia di vino sconosciuto, ma dal design molto innovativo o particolare, il 92% dei consumatori USA tra i 26 e i 31 anni sarebbe interessato all’acquisto, contro il 70% dei loro coetanei italiani.

“La scelta se raccogliere le indicazioni emerse dalla ricerca spetta esclusivamente alle singole imprese italiane, però ritengo sia già un inizio promettente che se ne discuta serenamente, senza preconcetti in un senso o nell’altro - ha dichiarato Roberto Pedrazzi, direttore commerciale e Marketing di Verallia Italia. Noi di Verallia, come sempre, siamo pronti ad affiancare il made in Italy mettendo a disposizione il know-how, le risorse industriali e la ricerca avanzata su materiali e design di un gruppo internazionale interamente dedicato al packaging in vetro per il food and beverage.”

Via Mark Up
 
Di Altri Autori (del 02/01/2017 @ 18:43:13, in Mercati, linkato 1794 volte)
Carissimi insonni, è giunto il momento di un’elettrizzante buonanotte. Il bacio che vi farà addormentare non è uno schiocco di labbra di principi o principesse, ma arriva sotto forma dei più prosaici big data e wearable device – sussurrati direttamente dalla Silicon Valley – dove i guru delle tecnologie digitali hanno deciso di occuparsi anche delle nostre notti in bianco. Sì, avete capito bene, quei ragazzotti diventati in fretta e furia miliardari grazie al Web che ci hanno agganciato alla pervasività dell’Internet delle cose, fatto immergere nel magma totalizzante di social network sempre accesi, e ci hanno reso raggiungibili e contattabili in ogni dove e a ogni ora, adesso – bontà loro – vogliono metterci a letto e farci staccare la spina. Almeno per qualche ora, giusto il tempo per ricaricare le batterie. E poi ricominciare tutto daccapo.
Si capisce: dormiamo sempre meno e sempre peggio. E siamo meno produttivi. Ma il malessere notturno è contagioso e sta diventando un business formidabile. Solo in Italia ci sono circa 13 milioni di persone che hanno un pessimo rapporto con il materasso. Stando alle stime presentate nel corso della Giornata del sonno, che cade il 16 marzo, rispetto a 50 anni fa dormiamo due ore in meno.
Si accorcia la durata del riposo, che comunque diminuisce con l’avanzare dell’età, e peggiora anche la qualità del sonno. Sul comodino, infatti, al posto del bicchier d’acqua, si accumulano insonnia, apnee notturne, bruxismo, risvegli frequenti e perfino sonnambulismo. Un ginepraio da incubo, causato dagli stress della modernità e spinto al limite anche dal bombardamento digitale a cui siamo sottoposti ogni giorno.

PECORE ELETTRONICHE
L’economia del sonno non dorme mai. E questa, tutto sommato, è una buona notizia. Perché grandi multinazionali e start up stanno investendo massicciamente per trovare terapie e soluzioni per farci dormire su morbidi guanciali. Si stima che ogni anno gli abitanti dei Paesi industrializzati spendano qualcosa come 32 miliardi di dollari per cercare un sollievo a cuscini che di notte si trasformano in fili spinati. Il giro d’affari fino a oggi è stato composto di atomi: pillole, bustine, cure nei centri del sonno, e anche i vecchi stratagemmi della nonna, tra camomilla e passiflora, per prendere sonno. E ora spuntano sul mercato anche le cuffie cancella rumore, che oltre a riprodurre suoni sono in grado di ridurre a zero tutti i suoni molesti che ci circondano. Ma da domani la sleeping economy sarà soprattutto composta da silenziosissimi bit. Perché nella migrazione della sanità verso la rivoluzione digitale, aziende e start up stanno investendo in ricerca e prodotti nella cosiddetta “consumerizzazione” della salute, pensata anche per monitorare e migliorare la qualità del sonno.

Le analisi di Pwc hanno stimato che ci sono in circolazione 165 mila app che riguardano la salute, per oltre 1,7 miliardi di download l’anno. La maggior parte di queste applicazioni (collegate a dispositivi indossabili) si occupano di monitorare i parametri fisiologici, in primis quelli del sonno per poi misurare il battito cardiaco, la pressione o semplicemente la dieta alimentare. Apple ha lanciato una vera e propria cartella clinica negli iPhone di ultima generazione. E tutti gli altri player stanno seguendo a ruota libera. Il caso di successo dei braccialetti fitness e benessere della start up americana Fitbit sta a lì a dimostrare il crescente interesse delle persone nel monitorare il proprio stato di salute, incluso quello del sonno. Braccialetti, anelli e fasce, tutti collegati in wi-fi e tramite app, che possono fornire informazioni utili ai medici di fiducia o ai centri specializzati del sonno. L’elettronica promette di farci ricadere nelle braccia di Morfeo. E vista la posta in palio, un giro d’affari che vale svariati miliardi di dollari, c’è da credere che non verranno lesinate risorse. I big della salute e dell’elettronica sono pronti alla sfida. La divisione Health di Wolters Kluwer ha annunciato l’aggiunta della specialità Medicina del sonno alla propria risorsa di supporto alle decisioni cliniche. Anche Philips, ormai sempre più votata al digital health, sta mettendo in campo diverse soluzioni dedicate alle terapie del sonno, come la soluzione Dream Family, corredata da una maschera notturna e da un’app (DreamMapper) progettate per dare sollievo ai pazienti che soffrono di apnee notturne. E c’è anche chi come Beddit ha sfornato un materasso dotato di fasce a sensori in grado di farci dormire meglio monitorando tutte le fasi del sonno. Lungo questa scia, la start up italiana Eight ha inventato il primo materasso (si chiama Luna) che traccia il sonno e regola la temperatura.

IL MORFEO ITALIANO
L’Italia è il Paese che investe meno in Europa per la digitalizzazione della sanità, circa 1,4 miliardi di euro l’anno secondo il Politecnico di Milano, appena l’1,2% della spesa sanitaria. Eppure uno dei top influencer globali del digital health è italianissimo. Si chiama Roberto Ascione, nato a Napoli, classe 1973, ed è un imprenditore che è stato appena nominato Best Industry Leader alla conferenza californiana di Health 2.0, una sorta di premio Oscar per chi si occupa di tecnologia e salute. Lui è il Ceo e fondatore di Healthware International e partner di Digital Magics Healthtech, il primo acceleratore d’impresa del settore. «Il mondo del sonno», dice Ascione, «è forse quello più competitivo e presidiato nel campo della salute digitale. Ci sono centinaia se non migliaia di app, anche se non tutte performanti sotto il profilo dell’affidabilità, che si occupano della salute notturna. Ma il futuro sta nell’integrazione di queste soluzioni di digital healthcare. Immagino un’app unica che organizza, a seconda delle esigenze del paziente, la sua cartella clinica che raccoglierà i dati e li fornirà ai medici in occasione delle visite di controllo, sia fisiche che da remoto». Sul fronte degli investimenti, la prima start up ospitata dal Digital Magics Health Tech si chiama Grampit ed è un sistema innovativo di assistenza per gli anziani, che fa leva su indicazioni vocali avvertendo i familiari in caso di necessità e monitorando l’assistito a casa. «Ora intendiamo focalizzarci sulle terapie digitali. In Italia se ne parla poco ma è uno delle grandi frontiere della medicina del futuro: pensiamo alle soluzione di Nykomed società italosvizzera che con un algoritmo controlla la pressione del paziente e produce ricette di stili di vita adeguati per farla abbassare. Questa è una frontiera che, abbinata al farmaco, avrà grandi possibilità di sviluppo, in tutti i campi della salute».

IL FUTURO DELLA RICERCA
Nei laboratori di ricerca più prestigiosi del pianeta il sonno è l’osservato speciale. Al di là delle soluzioni in bit e delle terapie della telemedicina, ci sono scienziati che stanno lavorando alla pietra filosofale che potrebbe spezzare l’incantesimo dell’insonnia. Si tratta ancora di esperimenti. Ma chissà se un domani potremmo ricorrere al Tms, acronimo di Transcranial Magnetic Stimulation. Si tratta di una valigetta da letto collegata alla testa che, grazie alla stimolazione con onde magnetiche, è in grado di portarci nel sonno profondo saltando tutte le fasi intermedie. C’è poi il prototipo di casco del sonno progettato dallo Stanford Center for Sleep Sciences and Medicine, che isola occhi e orecchie da qualsiasi tipo di segnale ambientale e riscalda la zona oculare, che regola il meccanismo del riposo. Allo studio c’è anche il Fisher Wallace Stimulator, un dispositivo lontano parente dell’elettroshock che con una stimolazione elettrica, molto più blanda del suo antenato, consente di “disattivare” gradualmente le attività del cervello.

Via Business People
 

Dinamiche economiche, aspetti finanziari, giuridici e manageriali del mercato sportivo sono state le tematiche al centro dell’attenzione del primo Forum Sport e Business organizzato dal Sole 24 Ore presso la sua sede milanese, a una settimana dalla presentazione del “Piano Periferie” con cui il Governo ha stanziato 100 milioni per realizzare oltre 180 nuove strutture sul suolo nazionale. Ad aprire i lavori è stato Marco Nazzari, chief revenue officer Europe e managing director Italy di Nielsen Sports, che ha snocciolato numeri e trend principali della sport industry, tracciando anche una panoramica sullo scenario internazionale.

Le sponsorship sportive valgono 62 miliardi, trainate dall’Asia

«Il mondo dello sport sta crescendo in modo esponenziale e, secondo le nostre stime, nel 2017 la spesa globale per le sponsorizzazioni supererà i 62 miliardi di dollari, l’80% in più rispetto al 2010 quando ne valeva “soltanto” 35. Esiste comunque il potenziale per il settore sponsorship di crescere oltre quanto già previsto, grazie all’impatto dei nuovi player delle digital platform. A oggi gli elementi chiave della crescita sono sostanzialmente 3: un maggiore interesse per gli eventi premium, la nascita di mercati emergenti – il caso dell’Azerbaijan è esemplare – e di nuove property, e infine l’evoluzione della distribuzione e delle modalità di consumo di questi contenuti, che vanno sempre più in direzione digital only, IPTV e OTT». Questo trend non è destinato ad arrestarsi, soprattutto grazie alle nuove fonti d’investimento, in società e property di settore, che arrivano dall’Est e dall’Asia: i casi Wanda Group, Huawei e Gruppo Suning ne sono un esempio. «Guardando al futuro – continua Nazzari – ci aspettiamo che digital, betting e gaming rights vadano ad alimentare la velocità del cambiamento e che il settore tecnologico continui a essere la categoria merceologica di sponsor con l’incremento più importante».

Millennial e donne trainano lo sport business

Una questione importante da monitorare è l’audience di questo circo che, prima ancora che sportivo, rischia di diventare mediatico. «I Millennial e le donne sono i due segmenti chiave e hanno un potere d’acquisto, rispettivamente, di 2,5 e 3 trillioni di dollari. Entrambi sono bacini d’audience dall’alto potenziale e presentano diverse opportunità per i brand, che devono capire come intercettarli nel modo giusto», ha spiegato Nazzari. Ne sono un esempio l’NBA, che intercetta giornalmente oltre 100 milioni di utenti su Snapchat, e diverse squadre di calcio, che hanno stretto con Facebook una partnership per trasmettere live gli allenamenti. «La vera sfida del futuro è creare maggior engagement nei Millennial e sostenere investimenti nello sport femminile, sia in ambito amatoriale sia professionistico», ha concluso.

OTT: opportunità o minaccia?

 

Sul fronte dei diritti audiovisivi, i costi continuano a salire dimostrando che il live sport è un contenuto premium: NBA +186%, NHL +163%, Premier League +70%, Bundesliga +53%, CSL +2567% e AFL +67%. «Le emittenti spingono sempre di più per contratti a lungo termine e per ottenere i diritti delle piattaforme digitali. Ma se da un lato la concorrenza di nuovi player nel mondo media provoca l’aumento dei prezzi per i diritti degli sport più seguiti, dall’altro gli stessi sport stanno sviluppando prodotti media proprietari, creando così tensioni con gli stake holder». Infatti piattaforme di direct to consumer e ott si stanno conquistando spazio, diventando per molti player più tradizionali quasi una minaccia: «Piattaforme che distribuiscono contenuti esclusivamente in digitale si sono assicurate diritti esclusivi di contenuti premium: Tencent, per esempio, ha ottenuto i diritti digitalu e streaming esclusivi per l’NBA in Cina per 700 milioni in 5 anni. Ma anche Telco, Right Older e gli stessi brand in prima persona si stanno facendo largo, costruendo le proprie offerte OTT», ha commentato managing director Italy di Nielsen Sports, che intravede un futuro sempre pià incentrato sugli OTT e, per forza di cose, le emittenti dovranno trovare le giustre contromisure.

L’avvento di una nuova categoria: Fast Growth Sport

«Esports, nuovi formati di competizioni ed eventi, il mondo fitness e i combat sports sono il presente e il futuro della sport industry», spiega ancora Marco Nazzari. Gli Esports, in particolare, conosceranno una crescita esponenziale, con l’Asia a guidare questo mercato, e un’audience da fare invidia ai maggiori eventi sportivi mondiali. «Emergeranno nuovi format ed eventi sportivi negli sport tradizionali che finiranno per rimpiazzare del tutto i vecchi formati».

La monetizzazione su digital e social è tutto

Brand sportivi e Right Holder, dopo essersi concentrati sulla costruzione e sul consolidamento di una loro community, hanno successivamente puntato i riflettori sulle pratiche di engagement e di monetizzazione. «Questa è l’era della monetizzazione, con i maggiori Right Holder che vanno a integrare le brand partnership attraverso contenuto online di qualità e usano abitualmente i canali social per attirare utenti sui propri siti di ticketing e merchandising. Costruire Fan Stories, New Asset e puntare sui video rappresentano le tre modalità per ottenere valore attraverso i social media e questo comporta la nascita di nuovi asset digitali e opportunità di sponsorship, come quella Chevrolet – Manchester United». «La monetizzazione dunque – conclude il managing director Italy – rappresenterà il maggiore flusso dei ricavi nello sport».

Via DailyOnline
 
Di Altri Autori (del 07/10/2016 @ 07:09:42, in Mercati, linkato 1366 volte)
Il Music Consumer Insight Report 2016 (pdf) è una ricerca condotta da IPSOS e finalizzata a delineare il mercato musicale dopo la grande rivoluzione che ne ha investite le strutture, il modello di business, i protagonisti, le dinamiche e gli equilibri. E la fotografia non è solo quella di un mercato profondamente cambiato, ma anche di un immaginario che va stravolgendosi rispetto a pochi anni prima.

Quello che era il ragazzino intento a scaricare MP3 su pc, oggi è diventato il ragazzino disposto a spendere pochi euro per un abbonamento legale con cui accedere a musica dal proprio smartphone. Ciò ha determinato uno spostamento dell’asse gravitazionale del mondo musicale, sempre più lontano dal desktop e sempre più incentrato sui dispositivi portatili, sul traffico dati e sulle playlist. I numeri descrivono fatti inconfutabili: il 71% degli utenti online tra i 16 e i 64 anni accede a musica legalmente e un terzo della fascia tra i 16 e i 24 anni paga per un servizio di audio streaming.

I giovani continuano ad essere fortemente attratti dalla musica e dai suoi personaggi, ma è cambiato radicalmente il canale di accesso (e pertanto tutte le dinamiche ivi correlate): la mutazione non è dunque antropologica ma meramente tecnologica, il che ha spostato le abitudini di fruizione su nuovi strumenti e nuovi servizi, ha modificato le modalità di accesso ai contenuti, ma non ha cambiato il forte feeling che l’utenza media ha nei confronti della musica. Si consuma sempre più musica, insomma, ma in modi completamente nuovi.
Il ruolo di YouTube

Uno di questi, il più diffuso, è YouTube. Il servizio, di proprietà Google, è usato dall’82% dei suoi visitatori per l’ascolto di musica: gratuito, semplice ed efficace, con l’aggiunta delle immagini per quanti vogliano aumentare il coinvolgimento nella fruizione, YouTube è diventato oggi uno degli strumenti più importanti per l’accesso ai contenuti musicali. Se lo si volesse immaginare come la MTV dei Millennials, insomma, non si andrebbe troppo lontano dalla verità.

I motivi per cui si approccia YouTube sono in molti casi legati al desiderio o alla mancata possibilità di investire in contenuti musicali: YouTube è gratis, YouTube consente fruizioni altrimenti non possibili, YouTube consente di accedere alla musica senza dover investire in anticipo su tale operazione. Il denaro è insomma alla base del modello che porta l’utenza online ad ascoltare musica su un servizio nato originariamente come la più grande ed efficiente repository video al mondo.

Ciò ha però alcune ripercussioni sulla ricchezza del palinsesto e sulla cultura musicale diffusa: la maggior parte degli utenti che utilizza YouTube per l’ascolto musicale, infatti, tende a consumare musica già conosciuta e non ha stimoli né desiderio di scoprire nuovi generi, nuovi autori e nuove passioni. Ciò va ad appiattire l’offerta, concentrandola sui grandi nomi e riducendo gli spazi per giovani artisti, generi particolari e nicchie di ascolto.
Il ruolo della musica in streaming

A questa tendenza fa da contraltare il successo dei canali di streaming a pagamento (Spotify e similari), sempre più in voga come strumenti di accesso privilegiato alla musica: la loro grande offerta, il concetto di tariffa flat e la proposta di playlist che vanno ad ampliare i gusti musicali dei singoli rappresentano il miglior spot alla musica legale nella sua complessità, facilitando peraltro anche l’incontro con autori e generi altrimenti di difficile fruizione. In Italia tali strumenti trovano linfa soprattutto sugli smartphone, che gli utenti utilizzano in due casi su tre proprio per l’ascolto musicale in mobilità. L’arrivo di device come Google Home potrebbero estendere il bacino d’utenza della musica in streaming e riportare gli equilibri verso una fruizione casalinga, ed in ogni caso premiano la musica attraverso un abbattimenti di ogni forma di resistenza alla libertà di ascolto.

La pirateria non muore e trova nuove forme espressive attraverso lo streaming ripper, ma la grande vastità di offerte (di molteplice fattura, di ogni prezzo, per raggiungere qualsivoglia tipologia di musica) sta riportando l’utenza verso un approccio legale ai contenuti. Ad avvantaggiarsene sarà l’intero comparto, al netto di alcune deformazioni nel modello di business che le case discografiche stanno da tempo discutendo con i grandi player della distribuzione online.

Via Webnews
 
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