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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Social Networks (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 10/12/2013 @ 07:17:24, in Social Networks, linkato 1825 volte)

Continua la nostra inchiesta sui Digital Champion europei. Nelle scorse settimane abbiamo parlato della centralità del ruolo  ed abbiamo illustrato il percorso che ha portato l’Unione Europea alla definizione della figura del Digital Champion. In questo percorso, non sono mancate le riflessioni dei nostri Visionist. Cristoforo Morandini ci ha parlato del Campione digitale che non c’è, Francesca Quaratino ci ha riportato alle origini del significato della parola Campioni,e poi Sonia Montegiove ha condiviso con noi le sue speranze in una lettera molto speciale.

Questa volta vi raccontiamo non solo chi sono i diversi Digital Champion, ma anche se e come utilizzano i social network: strumenti che fanno parte di quell’ecosistema culturale e tecnologico che queste figure hanno l’obiettivo di promuovere.

Maschio, con una età compresa tra i 50 e 60 anni  e proveniente dal mondo del privato. È  questo, in sintesi, l’identikit del Digital Champion europeo, delineato attraverso un’indagine che la nostra redazione ha condotto sul web, alla ricerca di informazioni e modalità di presenza online che potessero aiutarci a definire meglio il volto e la presenza online dei Campioni. Se è vero che la loro mission è quella di promuovere l’inclusione e, in generale, di contribuire alla divulgazione della cultura del digitale nei propri paesi, come vivono la rete, se lo fanno, i Digital Champion?

Qualche dato anagrafico
Sui 25 professionisti nominati dai rispettivi Stati per essere ambasciatori dei principi dell’agenda digitale in patria, ben il 72% è rappresentato da uomini mentre le donne si fermano al 28% (pari a sette campionesse). Un dato, quello della presenza femminile, inferiore alla rappresentanza delle donne nel Parlamento Europeo, al momento pari al 31%. Dato che oltretutto non rende giustizia all’efficacia dell’azione che trova nei campioni in rosa attori molto attivi.

Come detto la fascia di età maggiormente rappresentata la troviamo tra i cinquantenni, che rappresentano il 20% del campione, seguiti da trentenni e quarantenni che si fermano ad un 16% a pari merito. Il più giovane registrato? Una campionessa classe under 30, la ventisettenne Linda Liukas, svedese. È invece irlandese il più “anziano”: il 72 enne David Puttnam. Ma il dato più significativo è rappresentato dal fatto che nel 36% dei casi è stato impossibile risalire all’età anagrafica. Sul web infatti, a fronte della presenza su siti ufficiali, come quello dell’Ue, informazioni inerenti l’età di ben 9 campioni su 25 sono risultate assenti. Sono questi i soli dati di difficile reperimento, tra quelli obiettivo di indagine della nostra inchiesta? La risposta è no dal momento che, nota curiosa ed a nostro parere preoccupante, non ci è stato possibile reperire il contatto e-mail di 4 campioni su 25!

Digital Champion: ambito professionale


Per quanto riguarda l’ambito professionale dei Digital Champion, la ricerca ha provato a identificare la provenienza dei Campioni, distinguendo tra privato, con un universo composto da imprenditori, filantropi, manager, professionisti, e mondo pubblico (quindi politici ma anche docenti e funzionari).
L’indagine ha poi ulteriormente distinto, per il segmento “privati”, quanti appartengono al vasto mondo del digitale (dall’informatica alle telco al mondo dei media) e quanti, invece, provengono da settori differenti.
Dalla ricerca emerge che la maggioranza, ovvero il 64% dei Digital Champion, proviene dal mondo “privato” dell’imprenditoria e/o del management, mentre il restante 36% fa riferimento alla sfera pubblica.
Ancora più interessante è il dato su quanti Digital Champion facciano riferimento, in termini di formazione e/o professione, al vasto mondo del digitale. Coerentemente con l’incarico di DC, ben l’88% del campione è legato ad esso e si va da ingegneri e manager legati all’It, ad esperti di comunicazione e formazione online, passando per imprenditori. Solo il 12%, invece, pari a 3 Campioni, non afferisce al più vasto “ecosistema” digital.
Tutti di Campioni provenienti dal mondo privato hanno un radicamento diretto con le tematiche digitali, anche se in modalità diverse. 

Digital Champion: la presenza su web e social network
Se è vero che oggi web e social network rappresentano strumenti di dialogo e confronto sempre più presenti nella comunicazione pubblica è presumibile, e forse anche doveroso, pensare che gli stessi Digital Champion utilizzino tali strumenti per parlare a istituzioni, cittadini e imprese, della loro mission.
Purtroppo però, analizzando la presenza dei 25 sul web e sui principali social network (Facebook, Twitter, LinkedIn e Google+) ci si accorge che il panorama non è dei più confortanti, al netto di comportamenti invece estremamente virtuosi.
Il 69% del campione, infatti, possiede un account Twitter e, almeno nominalmente, il 68% ha un profilo Facebook, e il 44% ha un account Google+. Va meglio solo a LinkedIn, il social network site professionale per eccellenza, che registra l’84% delle presenze, sebbene solo in pochi casi ci si imbatta in profili realmente “vissuti” e aggiornati. Non va meglio a siti o blog dedicati, all’attività in patria dei Campioni: neppure la metà dei DC ha uno spazio web attraverso cui illustrare esaustivamente progetti e/o muovere azioni di sensibilizzazione.

Quale attività e modalità di presenza sui social?
“Nominalmente”, si diceva prima. L’indagine ha ulteriormente approfondito, per quella parte di Digital Champion che hanno degli account, la loro reale attività, nella convinzione che avere un profilo è la condizione minima, ma “viverlo” davvero, è condizione necessaria. Nello specifico, per i principali social network site presi in considerazione, è stata rilevata la presenza o meno di post aggiornati. Ulteriore dato analizzato, è la tipologia di presenza sui social, se con profili prettamente “personali”, legati alla vita privata del Campione, o “professionali”, legati anche all’incarico di DC. Sono questi, tipologia di presenza social e attività sui profili, i due parametri “minimi” con cui provare a tratteggiare la “digitalità” dei nostri Campioni.

Twitter: lo strumento più aggiornato
Focalizzando l’attenzione sui social network più conversazionali, è Twitter a registrare il maggiore attivismo dei Campioni. L’83% dei possessori di un account sul social del cinguettio ha, infatti, un profilo che risulta aggiornato (ma, lo ricordiamo, si tratta comunque di numeri molto contenuti, solo 15 su 25). Nei casi più “fortunati”, all’ultimo mese, in quelli meno fortunati a due mesi fa. Sono stati considerati invece, non aggiornati, i profili Twitter fermi da tre mesi o più così come quelli in cui non è stato possibile registrare aggiornamenti, poichè “aperti” ma mai popolati.
Attraverso Twitter la maggioranza dei Campioni dà conto prevalentemente della propria attività professionale, ma anche delle azioni legate all’incarico di Digital Champion.

Facebook: un uso prevalentemente privato
Ancora meno incoraggiante appare il panorama di Facebook, in cui solo il 24% degli “aventi profilo” lo aggiorna con regolarità (in questo numero sono incluse anche due pagine, quelle di David Puttnam e di Martha Lane-Fox). Al contrario, nel 76% dei casi, per chi è presente su FB si registra una apparente mancanza di aggiornamenti soprattutto a causa di profili “chiusi”. Ad una richiesta di amicizia, infatti, non ha fatto seguito un’accettazione, il che induce a pensare che si tratti di profili privati. In sostanza la stragrande maggioranza dei Dc su Facebook non utilizza tale strumento come luogo per dare conto della propria esperienza di Digital Champion.

Google+: il deserto
Ancora più desolante lo scenario su Google+. Al già scarso numero di possessori nominali di un account, ovvero 11 Campioni, si associa anche uno scarsissimo attivismo. Eccezion fatta per un solo campione il cui profilo registra un aggiornamento pubblico a novembre 2013, gli altri 10 possessori di account hanno pagine apparentemente abbandonate: sembrano account semplicemente aperti ma mai utilizzati. In altri casi non è stato possibile stabilire se la pagina aperta faccesse capo ai Digital Champion oppure ad omonimi. Per questi motivi, ovviamente, non è stato neppure possibile definire se l’uso dei profili è professionale o meno.

Piuttosto che nulla, meglio piuttosto…
Gli unici Champion che non hanno alcuna presenza social né un sito web o blog, eccezion fatta per profili Linkedin che comunque appaiono “poco frequentati”, sono: Istvan Erenyi, ungherese, Francesco Caio, italiano e Antonio Murta, Portoghese. Come se non bastasse, alcuni dei campioni digitali non pubblicano nemmeno un’e-mail connessa alla loro attività. Tra questi, Darko Paric, croato, Gilles Babinet, francese, Reinis Zitmanis  lettone, e – purtroppo – di nuovo anche il nostro Francesco Caio che, on-line, è letteralmente un fantasma.

Questa rapida panoramica ci porta a definire ulteriormente il profilo dei Digital Champion. Quel maschio tra i 50 e 60 anni, proveniente dal mondo del privato è sì esperto di tematiche connesse al digitale, ma è anche scarsamente social. Più orientato a frequentare LinkedIn e Twitter per parlare di professione e incarico Dc, ma comunque, complessivamente poco presente in rete. Un quadro non precisamente confortante, ma anzi paradossale perché, eccezion fatta per la provenienza legata nella maggioranza dei casi al mondo privato su temi del digitale, i Digital Champion designati non appaiono attenti alla vita della rete. In questo senso colpiscono le percentuali così basse di presenza ed utilizzo dei social: come farsi promotori del digitale in patria, se parte di tale digitale, la rete, non è né vissuta né utilizzata dai Digital Champion? Come far passar ai cittadini e alle nuove generazioni l’importanza della rete per l’innovazione del paese senza il famoso “buon esempio?”. Ma soprattutto: come essere testimoni di qualcosa che non si usa, non frequentanto i canali sui quali sono le persone verso le quali essere testimoni?

Nelle prossime settimane proveremo a dare conto anche di cosa, nel concreto, i 25 Digital Champion stanno facendo nei rispettivi Paesi.

Via Tech Economy

 

E’ una domanda che si fanno in molti e alla quale in molti hanno provato a dare risposta. L’argomento è recentemente tornato di moda col caso Snapchat, l’ultimo tra i servizi social che ha attirato l’attenzione degli analisti di mezzo mondo per aver rifiutato un offerta di 3 miliardi di dollari cash (a fronte di un profitto vicino allo zero). Si tratta di un’ offerta sensata o esagerata, come hanno detto in molti? Nessuno conosce i numeri dell’utenza di Snapchat, tenuti segreti dai fondatori e non ancora misurati dalle altre compagnie di ricerca. Avendo la fortuna di lavorare per una compagnia di ricerca che agisce molto rapidamente ai cambiamenti del mercato, ho già a disposizione stime sulle dimensioni della sua utenza e sulle quali mi baserò per analizzarne il valore e di cui nessun altro dispone.

snapchat. La mancanza di dati consistenti riguardo alla base attiva di ogni servizio ha prodotto risultati discrepanti e non attendibili. Cercherò qui di dare risposta alla domanda utilizzando i dati di GlobalWebIndex che consentono di avere una base quantomeno consistente su cui fare delle ipotesi. La metodologia di GlobalWebIndex indica come “attivi” gli utenti che hanno utilizzato un determinato servizio in maniera attiva nell’ultimo mese. Login accidentali non vengono considerati. Account doppi o inesistenti vengono tenuti anch’essi fuori dalla conta e per questo le stime potrebbero sembrare più bassi del dovuto. La ricerca, inoltre, viene svolta tra gli utenti 16-64 di 32 paesi al mondo.

Per il calcolo del valore del singolo utente mi sono invece affidato ad un semplice calcolo matematico basato sul valore di mercato della compagnia divisa per la base di utenti attiva. Il valore è dato dalla capitalizzazione di mercato, quando la compagnia è quotata in borsa, o da stime degli analisti quando invece la compagnia è fuori dai listini. Tutte le valutazioni vengono fatte in base al valore della compagnia al 22/11/2013.

Iniziamo da Facebook la cui valutazione di mercato a Wall Street secondo il sito del NASDAQ è di circa $114mld. Questo diviso per una base utenti attiva stimata secondo i parametri sopra indicati di 637mln , porta a un valore utente di poco meno di 179 dollari.

Twitter è anch’esso quotato a Wall Street ed ha una capitalizzazione di mercato pari a 22,741mld  di dollari che, divisi per una base attiva di 321,5mln di utenti nei 32 paesi della ricerca, porta a un valore utenti pari a 70.73 dollari.

Linkedin, il social network professionale più di successo nel mondo, ha il valore utente più alto del mercato data la alta qualità dei dati contenuti al suo interno. Con una capitalizzazione di poco meno di 26,5mld di dollari e una base utenti attiva di poco più di 132mln, il valore per utente è appena superiore ai 200 dollari. Certo è che il valore dell’utente di Linkedin non si basa tanto sulla sua attività quanto sulla mera presenza stessa sul Social, visto che la maggior parte degli introiti li guadagna vendendo servizi di recruiting. Se prendiamo, quindi, in analisi il numero di account creati (265mln) raggiungiamo un valore di quasi 100 dollari per utente.

Con Pinterest, non ancora quotato in borsa, entriamo nell’area delle stime. In seguito all’ultimo round di finanziamenti di 200mln di dollari il valore della compagnia è ora stimato sui 3,8mld di dollari che divisi per una base utenti attiva di 81,3mln, da un valore utenti di 46.69 dollari.

LinkedIn è quindi la compagnia col più alto valore per utente ed in effetti è anche quella che raccoglie i maggiori profitti in scala. Facebook invece appare essere piuttosto sopravvalutato sulla base dei dati raccolti da GlobalWebIndex. E’ vero che diventato uno dei leader mondiali per la vendita di spazi pubblicitari, ma le stime sul suo valore vengono fatti su numeri inesatti. Twitter ha un valore di mercato che è addirittura 22 volte i guadagni previsti per il 2014, quasi il doppio rispetto a Facebook, nonostante la maggior difficoltà a vendere spazi pubblicitari e a farli accettare ai propri utenti. Ma il suo valore per utente sembra essere più in linea con la realtà delle altre piattaforme.

Prima di arrivare a Snapchat occorre dare un’occhiata al valore utente di altre piattaforme di social su mobile, tanto per aver le giuste misure.

WhatsApp, ad esempio, ha un valore stimato, secondo alcun rumors di acquisizione da parte di Google, di circa 1mld di dollari e conta una base utenti di poco meno di 170mln. Ancora una volta, con un semplice calcolo arriviamo a 5.89 dollari a utente. Non male considerando che l’app ne costa 1 a utente.

Per quanto riguarda Instagram, dobbiamo rifarci alla quotazione di un anno fa quando fu acquistata da Facebook. All’epoca gli analisti stimavano un valore di 500,000 dollari ma noi ci baseremo sul valore di acquisizione di 1mld di dollari  su una base utenti attiva di 40mln. Nel 2012, quindi, un utente valeva 25 dollari e se volessimo, per gioco, fare una proiezione sulla base utenti attuale di 109mln, otterremmo che oggi Instagram vale 2,731mld di dollari. Meno di quanto offerto per Snapchat.

Arriviamo quindi al punto.

Sono 3 miliardi di dollari giustificati per l’acquisto di Snapchat? Quanti utenti attivi conta?

Secondo le stime di GlobalWebIndex, Snapchat conta ora 25,5mln di utenti attivi nel mondo, che, basandosi sul valore di mercato di 3mld di dollari, portano a un valore utente stellare di 117,6 dollari. Quasi 20 volte quello di Whatsapp e quasi 5 volte quello di Instagram.

Se da un lato può essere vero che Snapchat ridefinisce il concetto di comunicazione online e di messaggistica istantanea e non ha ancora raggiunto interamente il suo pubblico di riferimento, dall’altro lato avrebbe giovato enormemente dall’acquisizione da parte di Facebook e non è detto che se tra qualche tempo avra’ il doppio degli utenti il valore di mercato rispecchierà tale crescita. Inoltre Snapchat dovrà affrontare il problema di ogni altra piattaforma, e cioè la monetizzazione degli utenti.

Che Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, abbia nascosto nella manica un business model in grado di tradurre i propri utenti in denaro sonante, che nessun altro ancora ha esplorato, ho i miei dubbi.

In poche parole se fossi stato in lui, io, come molti altri avrei preso i soldi senza nessuna esitazione.

Via Tech Economy

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 26/11/2013 @ 09:00:00, in Social Networks, linkato 2948 volte)

I social media sono un tema di dibattito sempre caldo e sempre controverso, perché se è chiara la potenza e la diffusione di questi strumenti tra le persone (anche in Italia) molto meno evidente è la misurabilità dei benefici per le aziende, e come tutti gli argomenti in cui la valutazione è difficile dunque l’alternanza è tra l’entusiasmo e lo scetticismo.

Io credo che ci sia una sopravvalutazione del social media come strumento di comunicazione puro, troppo spesso i messaggi delle aziende si inseriscono come corpi estranei nelle normali conversazioni delle persone, perché partono da una logica unidirezionale di vecchio stampo. In più il social per antonomasia, Facebook, ha ridotto ulteriormente la visibilità dei messaggi non a pagamento indebolendo pesantemente l’efficacia.

Inoltre l’economicità e la facilità di questi strumenti è bella fin quando non viene il momento della critica o della crisi, perché nel social media il controllo della comunicazione è parziale e il canale è aperto in forma bidirezionale.

Infine a molte aziende sfugge un particolare fondamentale: un fan di Facebook o un follower di Twitter restano iscritti del social network, e quindi persone di cui l’azienda sa poco o nulla. Acquistare fan dunque non è solo è dannoso ma è soprattutto è inutile, perché i loro dati sono destinati a restare inaccessibili e volatili nel momento in cui uno qualsiasi di questi servizi decida di chiudere o cambiare politica.

Tutto sbagliato e inutile dunque? Assolutamente no.

l'importanza dell'ascolto (immagine tratta da http://iprexvoices.com/)

l’importanza dell’ascolto (immagine tratta da http://iprexvoices.com/)

Come ho scritto la settimana scorsa uno dei benefici fondamentali del social è l’ascolto, che permette di intercettare bisogni, richieste e stimoli dei clienti come mai prima è stato possibile. Il punto è che bisogna voler ascoltare. Inoltre le fonti sono così tante e destrutturate che, anche senza arrivare al tema del big data, occorre dotarsi di strumenti idonei e di un piano strategico per capire che cosa si vuole ricercare davvero.

Immagine tratta da http://www.conversity.be/

Immagine tratta da http://www.conversity.be/

Inoltre Facebook e tutti i suoi simili sono un caso in cui viene portata alla massima evidenza l’errore che si fa spesso guardando al digitale: quello di vederlo come ramo a sé e non come parte di una strategia e di un ecosistema di strumenti. I social infatti fanno parte di uno dei tre tipi di media che oggi sono disponibili, gli earned, ossia quelli su cui conquista dello spazio grazie all’attenzione che si riesce a stimolare. Ci sono però anche i paid media (semplificando, la pubblicità) e gli owned (quelli di proprietà). Come ho già scritto, le tre cose devono andare assieme.

In più, pensare al digitale in modo sganciato dal resto della strategia aziendale è ormai qualcosa di superato dai fatti, ma non dalle pratiche, e per questo spesso i linguaggio, le logiche e gli obiettivi sono divergenti. Non è il massimo, nel punto i maggiore contatto e dialogo diretto con i clienti e gli stakeholder.

Senza dunque arrivare a una social enterprise, su cui oggi già si discute in contesti evoluti, resta ancora molto da fare per una corretta valutazione di un fenomeno straordinario e dirompente. E non certo nato dal nulla.

Che ne dite, qual è la vostra esperienza in merito?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 12/11/2013 @ 07:44:03, in Social Networks, linkato 2143 volte)

Sapevate che dal 2010 i lavori retribuiti che includono attività sui social media sono aumentati del 1357% a livello globale? Il dato arriva da un analisi fatta da LinkedIn, che ha monitorato le offerte di lavoro postate sulla propria piattaforma negli ultimi 3 anni.

 Inoltre, un recente studio condotto da Adobe mostra come il social media rimarrà la più importante area marketing dei prossimi tre anni.

 Quindi, negli ultimi tre anni si sono aperti nuovi scenari e nei prossimi tre ci sarà spazio per ampliare il business. Per avere un quadro completo non ci resta che capire lo stato di salute delle principali piattaforme per individuarne i trend.

 A questo proposito Facebook con i suoi 1,18 miliardi di utenti, di cui quasi il 58% attivi tutti i giorni con una media di 20 minuti al giorno, è destinato a mantenere una posizione di privilegio, ma rischierà di perdere la leadership.

 Al di fuori dei mercati emergenti, dove la crescita è ancora in corso, Facebook avverte un calo tra le generazioni più giovani, in particolare quella degli adolescenti [13-17 anni].

 Uno studio condotto Piper Jaffray a fine Settembre di quest’anno ha rilevato che sempre più adolescenti stanno passando da Facebook a Twitter e soprattutto a Instagram. Questo perché si tratta di strumenti meno impegnativi e la privacy è assicurata dall’assenza dei genitori.

Gli altri social, Google+ e Pinterest su tutti, rischiano di dividersi le briciole, mentre Tumblr sembra stazionario.

 In forte crescita la tendenza a entrare in altre piattaforme, sicuramente minori e focalizzate su argomenti specifici. Instagram si è oramai emancipata da social di nicchia ma ne mantiene tutte le caratteristiche che troveremo chiaramente nel 2014: mobilità, velocità e verticalità di contenuto.

Via Republic+Queen Magazine

 
Di Altri Autori (del 05/11/2013 @ 07:13:44, in Social Networks, linkato 1106 volte)

Non sono più solo i grandi social network mondiali ad attirare le attenzioni degli utenti. Business Insider ha confrontato le grandi reti sociali di tutto il mondo in due modi, ovvero valutando la dimensione totale del pubblico e considerando i mercati in cui ognuno ha il maggior potenziale di crescita, insieme ai loro dati demografici in termini di paese di origine.

Dal confronto emergono dati interessanti:

Facebook vanta ancora la più grande popolazione di utenti a 1,16 miliardi al mese ma è meno noto che Youtube non abbia numeri così inferiori, viaggiando sul miliardo anch’esso. L’86% degli utenti Facebook sono esterni agli Stati Uniti.

Il gigante social network della Cina, Qzone, è in terza posizione a 712 milioni di utenti totali . Per avere una dimensione del fenomeno basti pensare che è due volte più grande della app di messaggistica WhatsApp, e tre volte più grande di Twitter.

Tre dei primi 10 sociali del mondo sono piattaforme di messaggistica : WhatsApp , LINE , e WeChat.

Facebook ha 95 milioni di utenti in Cina ( nonostante il fatto che sia ufficialmente bloccato ), 68 milioni in India , 42 milioni in Brasile . In altre parole in questi mercati si raggiunge una massa di utenti due volte più grande della popolazione di Facebook negli USA.

Quasi il 25% degli utenti di LinkedIn sono in India ed è l’unico grande social a non essere bloccato in Cina, dove ha oltre 20 milioni di utenti nel paese.

Google+ ha 100 milioni di utenti in Cina , Twitter ne ha 80, e YouTube 60 milioni.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 28/10/2013 @ 07:47:46, in Social Networks, linkato 1286 volte)

Tre anni compiuti qualche settimana fa, il social network Pinterest sembra voler festeggiare in grande stile. Nel giro di pochi giorni, infatti, si sono susseguiti numerosi annunci riguardanti l’espansione del colosso fondato da Ben Silbermann.
Un po’ come è successo per Twitter, trovare un modo per iniziare a fare soldi (di quelli a 9 cifre) non è sempre facile.

L’idea c’è, è geniale, ma come monetizzarla?

I cervelli dietro Pinterest si sono finalmente decisi e hanno presentato alla stampa il nuovo business model per il social network, che finora era sostentato da sponsorship e venture capital.
Niente di innovativo ma nemmeno troppo scontato: Silberman dice no ai banner pubblicitari, ma segue piuttosto la strada di Facebook e lancia i “promoted pins“. Questi contenuti pubblicitari, appariranno a fianco dei risultati organici con solo una didascalia a distinguerli. Visto la contraddistinta attenzione allo stile che pervade il brand, tutto sarà confezionato ad arte ed il cattivo gusto messo al bando.

Al momento in fase di rodaggio e disponibile solo per alcuni importanti marchi, la piattaforma pubblicitaria sarà presto disponibile tramite API anche per gli altri inserzionisti.
L’azienda è una favorita nella Silicon Valley, tanto da essere stimata $2.5 miliardi. Con 46 milioni di iscritti in tutto il mondo, Pinterest è secondo solo a Facebook nell’indirizzare utenti ad un sito esterno. Ci si aspettava che Pinterest mettesse in piedi un sistema di affiliazione e ci aveva anche provato mettendosi in partnership con Skimlinks, ma è durata solo un mese. Nel futuro, c’è un’altra partnership, questa volta con Telefónica che renderà l’app sempre aperta in Home Page per tutti gli utenti del gestore di telefonia mobile.

Tutto questo sembrerebbe incitare ogni pubblicitario a lasciar perdere Facebook, Twitter & co. per focalizzarsi su Pinterest. Eppure, sulla base dei dati di GlobalWebIndex, aggiornati al 2013, emerge che il fenomeno Pinterest è veramente esploso solo negli Stati Uniti ed in Canada, mentre in Italia non sembra aver attecchito. Infatti negli Stati Uniti si trova il 15% degli utenti equivalenti approssimativamente al 46% dell’utenza attiva mondiale, mentre da noi non si supera il 7% di account creati con solo il 2% di utenza attiva.

Chi è su Pinterest?
Maggiormente donne, 2/3 rispetto agli uomini. Di conseguenza, i Brand che hanno maggior successo appartengono ai settori del fai-da-te, arredamento, cosmesi con qualche rara eccezione per alcuni marchi di tecnologia.

Vale la pena investire su Pinterest?
Si, se operate nel commercio (in-store & online), avete un marchio women-friendly e siete disposti a dedicare parecchie risorse per creare una strategia di successo.
Per tutto il resto, forse è meglio rispolverare la cara e vecchia email. Infatti il 13% dei clienti abituali conclude un acquisto tramite questo formato, mentre solo l’1% arriva da contenuti social.

Via Republic+Queen Magazine

 
Di Altri Autori (del 21/10/2013 @ 07:54:44, in Social Networks, linkato 1321 volte)

I messaggi condivisi su Facebook e Twitter portano alla luce segnalazioni sulla diffusione di alcune malattie nelle nazioni e nel mondo: la piattaforma Sickweather può rivelare quali sono le aree più interessate da un'epidemia durante la giornata. Abilita ad esempio le previsioni di picchi improvvisi di influenza grazie al monitoraggio continuo del web. Raccoglie i post degli iscritti nei social network che dichiarano di essere ammalati fino a plasmare una bussola sul territorio durante le emergenze. Inoltre permette l'accesso agli archivi dei giorni precedenti ricostruiti ora dopo ora. Ha anche un'applicazione su Facebook. Negli ultimi anni i social media hanno dimostrato di essere una risorsa decisiva di data mining. E diventano un laboratorio dove costruire applicazioni creative in crowdsourcing grazie alla collaborazione del pubblico online.

Downrightnow è un punto di riferimento quando nei social network si diffonde la voce dell'inaccessibilità di una piattaforma sul web come ad esempio la posta elettronica, una rete sociale digitale o uno spazio di videostreaming. Aggrega gli avvisi e indica quando superano una soglia critica: in questo modo se una persona non riesce a consultare la sua casella email può verificare in tempo reale quando un problema è locale oppure coinvolge una platea più ampia. Anche in caso di attacchi distributed denial of service da parte dei pirati informatici Downrightnow contribuisce a una stima dell'estensione dei danni e della velocità di reazione degli spazi inclusi nelle sue analisi fino al ripristino delle attività online.

I social media sono un'agorà dove monitorare in diretta gli umori sul web. La Loughborough University ha avviato il programma Emotive: nel Regno Unito esamina 2mila tweet al secondo per capire lo stato d'animo che le persone esprimono nei micropost fino a sviluppare un'ampia lente d'ingrandimento nel territorio. Anche l'United States Geological Survey ha una sonda nei social network e ha elaborato una piattaforma che scandaglia i tweet con la parola «terremoto»: i dati raccolti sulla frequenza dei micropost sono poi distribuiti mediante Twitter quando avvengono catastrofi naturali. Finora la rete sociale online ha dimostrato di essere utile nella ricerca scientifica per contribuire a rilevare le prime segnalazioni di un sisma percepibile dagli esseri umani. Metwit, invece, è uno spazio di previsioni meteo arricchite dal crowdsourcing con indicazioni dal territorio che possono aggiungere informazioni preziose e insieme compongono una visualizzazione dei fenomeni.

Quello del data mining nei social media è un settore ancora in evoluzione come emerge anche nella documentazione preliminare inoltrata da Twitter alla Sec in vista della quotazione in Borsa: nei primi nove mesi dell'anno l'accesso della sua piattaforma online abilitato ai partner esterni ha generato l'8% del fatturato del social network in grado di alimentare la sua macchina da soldi attraverso la pubblicità. Twitter evidenzia l'interesse dei servizi finanziari ad avere informazioni in tempo reale acquisite mediante i micropost.

Via llSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 16/10/2013 @ 07:25:54, in Social Networks, linkato 1437 volte)

In un post sul suo blog ufficiale, Twitter fa sapere che ora tutti i marketers che utilizzano Twitter Ads, potranno pianificare i loro “cinguettii” con date ed orari specifici fino ad un anno di anticipo.

Potranno essere coordinati con nuove o già esistenti campagne di Promoted Tweet e permetteranno, a chi si occupa della pubblicazione di contenuti, di poter gestire comodamente i post senza dover sottostare a vincoli di orari. In questo modo, inoltre, chi si occupa della creazione di campagne promozionali, avrà maggiore flessibilità nel pianificare la pubblicazione dei contenuti in linea con eventi o anteprime.

Come si può notare dall’immagine, i tweet potranno essere creati e programmati tramite il pulsante in alto a destro sulla barra di navigazione o tramite il pulsante “Compose tweet” nella pagina “Creatives” che, a detta di Twitter, sta per essere incrementata con la possibilità per gli utenti di creare e gestire sia i tweet programmati sia le schede in un unico spazio.  Il nuovo tab “Creatives” farà la sua apparizione nella barra di navigazione in alto tra “Campaigns” e “Analytics”.

Via Tech Economy

 

Una moda che ha preso piede anche alle nostre latitudini, trovando spazio in alcuni dei talk show più popolari del palinsesto televisivo in chiaro. Stiamo parlando della possibilità di inviare in diretta via Twitter un commento relativo al tema del dibattito che anima il programma Tv. Seduti sul divano di casa, tablet e "hashtag" alla mano e pronti a scrivere la propria idea (ovviamente in meno di 140 caratteri) su fatti di cronaca, attualità e politica.

 È una delle facce della rivoluzione digitale, quella che prevede l'uso del "secondo schermo" (il pc a tavoletta) in combinazione con quello da sempre più utilizzato (il televisore) dentro le mura domestiche. Da qualche mese questa attività è sistematicamente misurata, grazie a Nielsen. "Twitter TV Ranking", i cui primi risultati dovrebbero essere annunciati oggi, è infatti un servizio che andrà misurare i tweet inviati dell'audience unica nel corso di un determinato programma. Gli impatti sulle campagne di advertising Perché si è reso necessario dare vita a un servizio di questo tipo? Perchè, e lo documenta con opportuni esempi il Wall Street Journal, gli show televisivi che evidenziano maggiore attività sul microblogging spesso non sono quelli che vantano l'audience di pubblico più alta. Conoscendo nel dettaglio i numeri delle trasmissioni più seguite e trainate dagli utenti di Twitter, gli inserzionisti potranno avere spunti e dati più precisi per pianificare le rispettive campagne, anche sul social media.

 Alla base del nuovo "Tv Ranking" c'è, del resto, una motivazione di natura commerciale, fondata sull'idea che più è alto il coinvolgimento su Twitter (il cosiddetto "engagement") maggiore potrebbe essere l'attenzione dei telespettatori per le pubblicità inserite nei programmi. Per il social network, inoltre, si apre un importante nuovo filone di partnership a livello di contenuti, e l'accordo siglato un mese fa con Cbs, che abiliterà il network Tv americano ad integrare video clip di un'ampia varietà di suoi programmi nei propri tweet, va proprio in questa direzione. I numeri del social network Le ultime cifre di Twitter, in attesa di sapere se il valore di quotazione sfonderà o meno il muro dei 10 miliardi di dollari (si parla di una capitalizzazione possibile di 15- 20 miliardi subito dopo l'Ipo), sono le seguenti: oltre 218 milioni di utenti unici mensili (contro i circa 1,2 miliardi di Facebook) e circa 500 milioni di tweet al giorno. A questi numeri va aggiunto quello che registra gli aggiornamenti della "timeline": 287 miliardi di volte nella prima metà del 2013, dato in crescita del 79% sull'analogo periodo del 2012. Non mancano, però, numeri che costituiscono ombre non indifferenti per il social network.

Nell'ultimo esericizio (terminato al 30 giugno), i ricavi sono stati di 450 milioni, di cui due terzi provenienti dalla pubblicità; la perdita netta dei dodici mesi è stata di oltre 100 milioni. I ricavi dell'ultimo trimestre sono sì in forte aumento (140 milioni di dollari) ma costituiscono solo l'8% di quelli di Facebook, che può oltre tutto esibire entrate di 1,6 dollari per ogni singolo utente, contro i 64 centesimi attualmente accreditati a Twitter. A dispetto di un 75% di utenti mobili mensili, infine, Twitter pare lamenti circa 10 milioni di profili falsi e una quota di spammer pari al 5%. Senza dimenticare i blocchi e le restrizioni cui è soggetto in Cina, Iran, Libia, Pakistan e Siria. Paesi che probabilmente non appartengono, per ovvie ragioni, al panel messo in piedi da Nielsen per misurare l'audience dei cinguettii in Tv.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 08/10/2013 @ 07:38:04, in Social Networks, linkato 1317 volte)

La pubblicità in Instagram è in arrivo. Il gruppo, fondato da Kevin Systrom e Mike Krieger, ha confermato ufficialmente in un post sul suo blog che inizierà l’inserimento di annunci pubblicitari nella timeline degli utenti nei prossimi mesi.

“Negli ultimi tre anni abbiamo guardato con stupore come Instagram è cresciuta a una comunità globale di oltre 150 milioni di persone catturare e condividere momenti di tutto il mondo. Instagram è un luogo dove le persone vengono a connettersi ed essere ispirati, e la nostra attenzione con ogni prodotto che costruiamo è mantenere in questo modo. Abbiamo grandi idee per il futuro, e la parte di realizzarle sta costruendo Instagram in un business sostenibile. Nei prossimi due mesi, si può iniziare a vedere un annuncio occasionale nel tuo feed Instagram negli Stati Uniti”.

Secondo quanto dichiarato dall’azienda, la pubblicità inizierà ad essere visualizzata dagli utenti degli Stati Uniti e la società si “concentrerà in un piccolo numero di belle foto di alta qualità e video inseriti da una manciata di brand che sono già grandi membri della comunità Instagram”. L’obiettivo è quello di fare qualsiasi pubblicità come se fosse una foto “naturale per Instagram” ossia come le foto ed i video degli utenti.

Instagram precisa che nonostante l’inserimento della pubblicità, gli utenti manterranno tutti i loro diritti per le loro foto e video caricati: “Instagram non sarà in grado di vendere i diritti di immagini e video caricati dagli utenti senza un cambio di termini e condizioni del servizio”.

La società aggiunge che: “ci siamo anche assicurati di darvi il controllo. Se vedete un annuncio che non vi piace, sarete in grado di nasconderlo e fornire un feedback su ciò che non giudicavate buono. Contiamo sul vostro contributo per aiutarci a migliorare continuamente l’esperienza di Instagram”.

Via Tech Economy

 
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