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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 

Il mobile payment, i “digital wallet” e le applicazioni che consentono il pagamento di beni e servizi via smartphone si stanno diffondendo sempre di più: Starbucks è una delle prime aziende che si è mossa in questo senso diversi anni fa creando un’applicazione dedicata al mobile payment, inclusa e che a sua volte include, una serie di strategie di marketing orientate a sconti, benefits esclusivi e offerte per i clienti dell’app.

La novità è che ora Starbucks sta sperimentando un nuovo servizio che permette ai propri clienti di pagare prima di recarsi nello store: attraverso l’app e un sistema di mobile payment, i clienti potranno così evitare la fila (che spesso si crea all’interno dei punti vendita, in particolare negli orari del mattino prima del lavoro) pagando comodamente da qualsiasi luogo per poi scegliere il proprio Starbucks preferito in cui consumare il proprio caffè. Il sistema sarà in sperimentazione nei prossimi mesi a Portland, prima di estendersi in tutto il territorio statunitense entro il 2015.

Starbucks tiene così tanto all’utilizzo di questa app, e a buona ragione se è vero che si tratta dell’app di mobile payment che ha più successo in assoluto in America, che ha pensato di regalare casualmente ad alcuni utenti che ne usufruiscono, una fornitura per 30 anni di caffè e alimenti Starbucks. Sharon Rothstein, vice presidente esecutivo, ha dichiarato in un comunicato riportato da Usatoday: “questa è la prima volta che offriamo ai clienti qualcosa di questa portata.”

Via Techeconomy.it

 
Di Altri Autori (del 17/10/2014 @ 07:58:44, in Advertising, linkato 143 volte)

Facebook supera di slancio YouTube, il portale storicamente numero uno dei video in rete. Non è passato nemmeno un anno dal momento in cui il colosso di Menlo Park ha iniziato a sperimentare i video i auto-playing, che iniziano senza che l’utente debba cliccare (basta scrollare la timeline). Secondo i dati di comScore Video Metrix rivelati a Beet.TV dal cofondatore Gian Fulgoni «in agosto Facebook sui desktop ha registrato un miliardo di views più del rivale controllato da Google, un risultato davvero stupefacente».

e si guarda all’insieme dei dispositivi utilizzati, in realtà, Facebook insegue ancora i siti che fanno capo a Google (come YouTube), anche se nel corso degli ultimi 12 mesi il salto di qualità è stato sensibile: oggi le views sono un miliardo al giorno, con un incremento del 50% tra maggio e luglio 2014. Tra l’altro il colosso fondato da Mark Zuckerberg l’estate scorsa ha acquisito LiveRail, società di video advertising, segno che ha tutta l’intenzione di trasformare in oro il decollo delle visite.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 16/10/2014 @ 07:14:18, in Strategie, linkato 162 volte)

Quale è il più pericoloso rivale di Google nel mercato delle ricerche online? Non è Yahoo! e neppure Bing, il motore di ricerca di Microsoft, come sarebbe logico aspettarsi. Bensì Amazon. Lo ha detto a chiare lettere Eric Schmidt, presidente di Google durante un intervento a Berlino. La competizone nel mondo dell’online «non è sempre tra simili», ha detto aggiungendo: «Nessuno pensa ad Amazon come a un motore di ricerca ma se cerchi qualche cosa da comprare di solito vai anche sul loro sito». Come riportato dalla Bbc, secondo Schimdt per quanto più concentrati sul commercio elettronico il colosso di Jeff Bezos ha lavora a fondo sulle tecnologia di ricerca e sugli algoritimi per far incontrare la domanda e offerta sulla base delle nostre abitudini di consumo.

Il caso Twitch.

Che ci fossero sovrapposizione tra Google e Amazon era chiaro solo in teoria. In agosto l’acquisizione di Twitch da parte di Amazon aveva confermato ai due interessavano le stesse cose. All’inizio dell’estate si dava infatti per certo il passaggio del sito di game streaming al gigante di Mountain View. Uomini di Google erano andati in visita e l’operazione aveva un senso chiaro visto l’interesse di Brin e Page per i contenuti video. Le cose poi sono andate diversamente e Twitch è diventata l’acquisizione più costosa della storia di Amazon. «Qualcuno da qualche parte in un garage - ha aggiunto Schmidt - sta lavorando per prendere il nostro posto. Lo sappiamo perché anche noi veniamo da un garage. I cambiamenti arrivano da dove meno te lo aspetti».

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 15/10/2014 @ 07:49:58, in Brand, linkato 213 volte)

Secondo la classifica di Eurobrand, la società produttrice degli iPhone ha un "brand value" di oltre 113 miliardi di euro, quasi il doppio di Google che con un balzo del 23% sorpassa la bevanda sul podio. Dominano gli Usa nei primi dieci posti, "dimenticata" la FerrariNel 2014 Apple, con un 'brand value' di 113,165 miliardi di euro, resta il primo marchio a livello mondiale. Segue Google (67,471 miliardi) che nel 2014 supera Coca-Cola (64,775 miliardi) che si colloca al terzo posto. Microsoft (62,309 mld) si conferma al quarto posto. E' quanto emerge dalla classifica 'Global Top 100' stillata da Eurobrand nella quale nei primi cento posti non figurano marchi italiani.

Nei primi dieci posti si trovano solo marchi Usa. Al quinto posto, infatti, si conferma Ibm (54,436 mld). Al sesto posto si colloca McDonald's (48,058 mld) come nel 2013. Al settimo si conferma Procter & Gamble (47,768 mld), all'ottavo Johnson & Johnson (47,218 mld) che conquista un posto, al nono At&t (44,968 mld) che conquista due posti e al decimo Philip Morris che perde due posti.

All'undicesimo posto si colloca l'operatore cinese China Mobile (43,929 mld) che perde un posto rispetto al 2013 mentre al dodicesimo posto il gruppo di lusso francese Lvmh (39,351 mld). Nestlé (33,049 mld) si colloca al 18esimo posto e perde tre posti rispetto al 2013. Volkswagen (25,611 mld) guadagna due posti e si colloca al 21esimo posto nel 2014.

La classifica completa dei 100 marchi

Le classifiche sulla "forza" dei marchi sono variegate. Nel caso di Eurobrand, si parla di valorizzazione monetaria del simbolo delle maggiori case internazionali. In una diversa graduatoria, quella di Brand Finance, il Cavallino Rampante "è  immediatamente riconoscibile in tutto il mondo anche dove non ci sono ancora le strade" e per questo è definito il più "influente" del globo. La sua valorizzazione, però, di 4 miliardi lo proietta fuori dalla top 100 di Eurobrand, che pone in fondo al gruppone il marchio BhpBilliton da 9,8 miliardi.

Via Repubblica.it

 
Di Altri Autori (del 14/10/2014 @ 07:57:21, in Digitale, linkato 183 volte)

C'era solo un modo per colmare la distanza che separa film, dischi, libri e videogiochi digitali dalle loro controparti fisiche: la condivisione. Prima dell'avvento degli acquisti virtuali eravamo soliti comprare una sola copia di un determinato libro, Cd o Dvd che poi veniva condivisa dalla famiglia. Al contrario nell'economia digitale i file risiedono all'interno dei nostri dispositivi personali e quella condivisione ha subito un blocco: se scarico legalmente un file sul mio cellulare non posso farlo ascoltare, vedere o leggere ad altri a meno che non gli dia anche lo smartphone. Qualcosa però sta cambiando.

A far rumore è soprattutto Apple che con il nuovo iOs 8 ha lanciato In Famiglia, un sistema per condividere tutti i propri acquisti, dalle app ai film passando per la musica, con un massimo di sei persone e dieci dispositivi. Chiaramente è previsto un controllo genitori per stabilire diversi livelli di accesso per ogni contenuto e per ogni utente incluso nel nucleo famigliare. Mossasi la Mela ecco arrivare uno dei suoi concorrenti, Amazon, che sta per lanciare Family Library, la libreria di famiglia. In questo caso i contenuti condivisi dovrebbero essere solo ebook, app e audiobook, senza musica e film, ma d'altra parte funzionerà sia sui dispositivi di Amazon sia tramite la sua app per Android e iOs. Se Amazon e Apple propongono la condivisione dello stesso contenuto su più dispositivi c'è anche chi sta lavorando alla condivisione del device stesso: il gaming. Al grido di “Condividi il tuo computer? Ora condividi anche i tuoi giochi”, il negozio virtuale Steam ha attivato il “Family Sharing” che consente di giocare coi videogame di tutta la famiglia senza bisogno di installarne nuove copie sullo stesso pc. Sony invece risponde con Share Play, previsto per novembre insieme al nuovo firmware della Playstation 4. Qui non si parla più di famiglia ma di amici e la teoria di un solo dispositivo condiviso diventa totale. L'amico che avremo invitato infatti giocherà con la nostra console e avrà pieno accesso alla nostra libreria di giochi attraverso la sua Play 4. Non c'è bisogno di nessun download, il passaggio avviene tutto in streaming, e ovviamente entrambi i giocatori dovranno avere l'abbonamento Playstation Plus. «Giocare insieme, condividere lo stesso videogioco, rappresenta da sempre un'esigenza imprescindibile degli utenti», afferma Marco Saletta, general manager di Sony Computer Entertainment Italia. «Se in passato questo avveniva riunendo più amici all'interno della stessa stanza, Share Play consentirà di vivere l'esperienza di condivisione senza limiti, mettendo in comunicazione tra loro utenti di tutto il mondo, connessi grazie a Playstation Network».

Insomma, la condivisione è la strada del futuro e i servizi che la mettono in pratica non mancano di certo ma a ben guardare quella che sembra una novità è in realtà una cosa già vista. Nell'ambito delle aziende la condivisione era in voga già dall'avvento della tecnologia. Nelle logiche di rete i fornitori di contenuti per le imprese offrono da tempo delle piattaforme a pagamento su cui poi vendono diversi servizi che possono essere usati da tutti i dipendenti. Senza dimenticare poi i software con licenze plurime in cui si compra un solo Cd o Dvd e lo si installa su più computer usando diversi seriali. La condivisione offerta agli utenti poi non è un regalo o una gentile concessione: a offrirla sono aziende che vendono sia i contenuti che i dispositivi per usufruirne. E non è un caso, con questo sistema Apple, Amazon e Sony raggiungono diversi obiettivi. Prima di tutto ci portano sempre più all'interno dei propri negozi, secondo poi tentano di convertirci definitivamente alla distribuzione digitale, che abbatte i costi e aumenta i ricavi. Terzo e più importante, si sprona tutta la famiglia e gli amici a comprare dispositivi che fanno parte del medesimo ecosistema. Se il papà ha l'iPhone e la mamma l'iPad il figlio non potrà avere Android, altrimenti addio condivisione. Se il mio amico ha una ricca libreria sulla Playstation non comprerò certo l'Xbox, sarei folle. Nel caso di telefoni e tavolette il vero passo avanti sarebbe stato avere In Famiglia, Family Library e soci, più una funzione per passare rapidamente da un utente all'altro sullo stesso device, così da poter condividere anche il device con tutta la famiglia, con un profilo per ognuno. I maggiori produttori però si rifiutano categoricamente di inserirla nei propri dispositivi e c'è da capirli: condividere va bene ma meglio non esagerare.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 13/10/2014 @ 07:08:14, in Digitale, linkato 236 volte)

Il mondo del turismo è sempre più digitale: la spesa più innovativa, infatti, quella che passa attraverso i canali digitali, è in crescita del 10%, per un valore complessivo vicino a 9 miliardi di euro nel 2014. A riferirlo sono i dati contenuti nella prima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale promosso della Scho­ol of Management del Politecnico di Milano, presentato oggi.

Dall’analisi emerge che se è vero che gli acquisti 2014 per Turismo e viaggi in Italia, sia riguardanti gli italiani che scelgono l’Italia o gli italiani che vanno all’estero, sia riguardanti gli stranieri che vengono in Italia sono rimasti stazionari (+1%) rispetto all’anno precedente, attestandosi intorno ai 50 miliardi di euro, la componente digitale ha un ruolo sempre più preponderante sul totale sia in valore, passando dal 16% del 2013 al 18% del 2014, sia a livello di importanza attuale e prospettica nelle considerazioni strategiche delle aziende di settore.

La spesa digitale degli italiani
La spesa digitale degli italiani in turismo vale più di 7 miliardi di euro nel 2014, in crescita del 10% rispetto al 2013. Il peso della componente digitale sul totale mercato (31,5 miliardi) aumenta rispetto al 2013, passando dal 20% al 22%.
Sui canali digitali, la spesa degli italiani è così suddivisa: per il 57% destinata a viaggi in Italia (in crescita in valore assoluto dell’11% rispetto al 2013) e per il 43% all’estero (+9% rispetto allo scorso anno).
Cresce sul canale digitale il transato di tutti i settori merceologici: quello raccolto dalle strutture ricettive aumenta del 6% rispetto al 2013, il settore dei trasporti cresce dell’11%, quello dei pacchetti viaggio cresce del 13%. Rispetto allo scorso anno non cambia la com­posizione a livello di prodotti acquistati: il settore dei trasporti pesa per il 77% della spesa digitale nel Turismo, il 12% è destinato a pacchetti viaggio e l’11% direttamente alle strutture ricettive.
Continua a crescere l’incidenza del Mobile Commerce sulla spesa digitale degli italiani in ambito Turismo: vale circa 340 milioni nel 2014, in crescita del 40% rispetto ad un anno fa. Rispetto al totale della spesa turistica digitale, il Mobile Commerce pesa per il 5% del mer­cato. La compente PC cresce anch’essa, seppur ad un ritmo inferiore (+9%). Gli attori del settore dovranno perciò adattarsi rapidamente anche a questa evoluzione, effettuando un doppio salto tecnologico: oltre alla digitalizzazione della propria offerta, sarà necessario essere già presenti su quei canali, come il Mobile, che sempre più influenzeranno e veicoleranno le vendite nei prossimi anni.

Le Agenzie di Viaggio
Per comprendere al meglio l’impatto del digitale sulla filiera del Turismo, L’Osservatorio ha ana­lizzato l’approccio delle Agenzie di Viaggio italiane all’utilizzo degli strumenti digitali.
Tra gli agenti che hanno partecipato all’indagine (oltre 500, con punte di oltre 700 sulla singola domanda), il 49% dei rispondenti stima per l’anno 2014 una stabilità del proprio fatturato (ossia un valore compreso tra -5% e +5% rispetto all’anno 2013), il 24% una decre­scita maggiore a -5% e, inaspettatamente, il 27% una crescita superiore al 5%. In particolare, è interessante notare come ben il 64% abbia dichiarato di prevedere a breve una crescita positiva per il proprio fatturato, segnale importante per un settore che negli ultimi anni ha conosciuto periodi di forte decrescita.

Incrociando l’andamento del fatturato atteso per il 2014 e la dimensione del fatturato dell’agenzia stessa, emerge che più la dimensione è piccola e più le prospettive sono positive: ad esempio, il 32% delle agenzie con un fatturato inferiore a 250 mila euro prevede infatti di crescere oltre il +5%, il 42% di rimanere stabile, il 26% di decrescere. Al contrario, sono le agenzie più grandi ad avere una visione più pessimista: infatti il 31% delle agenzie con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro prevede di decrescere, il 62% di restare stabile e solo il 7% di crescere.

Se ci si sofferma sull’utilizzo degli strumenti digitali, ne emerge un uso diffuso in tutte le fasi di relazione con il cliente, ad esempio:
il 74% li utilizza nella fase di scelta per comparare le alternative da offrire,  il 70% li utilizza per comunicare con il cliente durante il viaggio; l’82% li utilizza per raccogliere le impressioni dei viaggiatori dopo il viaggio e il 77% li utilizza per raccogliere dati digitali per inviare altre nuove comunicazioni al cliente.

Se entriamo nella fase di promozione dell’offerta, le Agenzie di Viaggio utilizzano sia cana­li a pagamento sia canali gratuiti per sponsorizzare i propri servizi. Tra i canali a pagamento, i più utilizzati sono le pubblicità sui social network (29%) e le pubblicità sui motori di ricerca (26%). Più di un terzo dei rispondenti non utilizza strumenti digitali a pagamento (34%). Tra i canali gratuiti, quasi la totalità dei rispondenti ha attivato un sito web dell’agenzia (82%), mentre il 70% invia e-mail pubblicitarie al proprio database contatti e il 60% utilizza fan page e profili all’interno di social network. Solo il 4% non utilizza strumenti digitali gratuiti.
Strutture Ricettive e i loro clienti
L’indagine sulle Strutture Ricettive, che ha coinvolto oltre 1700 esercizi, evidenzia un ele­vato utilizzo degli strumenti digitali in tutte le fasi di relazione con i clienti.
Innanzitutto, emerge che la quasi totalità (98%) dei rispondenti ha costruito un proprio sito internet. L’86% delle strutture ha anche un proprio profilo su almeno un social network e un ulteriore 5% vorrebbe crearlo nei prossimi 12 mesi. Tra i social network, il più diffuso è Facebook (scelto da oltre il 98% di coloro che hanno almeno un profilo su un social network), seguito a distanza da Google Plus e Twitter (entrambi attorno al 50%). Meno comuni invece le strutture che hanno sviluppato addirittura una propria applicazione per Smartphone e/o Tablet (il 39% dei rispondenti).

Dall’analisi dei canali di provenienza delle prenotazioni emerge che mediamente il 25% del fatturato di una Struttura Ricettiva deriva da prenotazioni intermediate dalle OTA; il 20% proviene da Tour Operator, Agenzie di Viaggio tradizionali e grossisti. Ben il 44% del tran­sato delle strutture rispondenti è legato a prenotazioni provenienti direttamente dal cliente finale, senza quindi alcuna intermediazione. Fatto 100 questo transato proveniente diretta­mente dal cliente finale, il 47% è generato da prenotazioni provenienti via email e il 21% da prenotazioni provenienti direttamente dal sito internet della struttura stessa.

Tra i canali di promozione digitali a pagamento, utilizzati da oltre il 70% di chi fa promo­zione, un ruolo di primo piano è svolto dalla pubblicità a pagamento sui motori di ricerca (43% circa dell’intero campione). Vi è poi la pubblicità sui social network (37%), quella su siti web in qualche modo legati al territorio e alla destinazione (25%) e quella su blog di viaggio e community online in cui si discute di temi correlati (15%).

 “Dalle indagini su Agenzie di Viaggio e Strutture Ricettive emerge chiaramente la già diffusa presenza degli strumenti digitali a supporto delle fasi di relazione con il cliente. A questa pre­senza tuttavia non segue una reale conoscenza e un utilizzo strutturato e strategico di questi strumenti -spiega Alessandro Perego, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo- Occorre quindi, per il futuro, che le Agenzie di Viaggio dedichino non solo tempo alla fase pre-viaggio ma sfruttino appieno le opportunità digitali che permettono un continuo contatto con il turista anche nelle fasi successive dell’esperienza di viaggio. Tale contatto e i servizi di assistenza connessi potrebbero essere fondamentali nell’indurre il cliente a ripresentarsi nuovamente in agenzia. Dall’altra parte, è necessario che le Strutture Ricettive effettuino un vero processo di ottimizzazione dei diversi canali digitali per evitare sovrapposizioni e arrivare al cliente finale, sfruttando appieno anche la raccolta dei dati e dei riscontri dai clienti.”

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 10/10/2014 @ 07:19:09, in Strategie, linkato 314 volte)

L’evoluzione delle tecnologie digitali sta rapidamente rivoluzionando l’editoria e il mondo dell’informazione si sta sempre più spostando verso il mobile. In questo nuovo scenario gli editori sono chiamati a ripensare non solo alle modalità con le quali i contenuti vengono distribuiti ma anche agli strumenti da adottare per sviluppare una relazione con i propri lettori che consenta di creare fidelizzazione, sviluppare engagement e accrescere la propria readership.
Da questo punto di vista il pensiero va immediatamente – e non potrebbe essere diversamente visto il ruolo che hanno ormai assunto nella nostra dieta digitale – ai social, che abbiamo identificato come una delle strategie da adottare nelle azioni di marketing editoriale assieme a mobile e video.

Ma cosa vuol dire oggi per una testata avere una strategia social? Se in prima battuta viene infatti in mente lo sviluppo di una presenza sui social network più diffusi, il tema – una volta che lo si affronta lato editore – è in realtà molto più complesso di quanto non si possa immaginare.

Per inquadrare nel modo corretto l’argomento occorre anzitutto capire quale sia il ruolo dei social network nel consumo di news. Secondo i dati che emergono dal’edizione 2014 del Digital News Report realizzata dal Reuters Institute for the Study of Journalism, in Italia nella ricerca di news è il search al primo posto, seguito dall’accesso diretto ai siti web dei brand editoriali e poi dai social network.

Sono dati che fanno riflettere sull’effettiva portata dell’accesso alle testate editoriali tramite social network e che, tra tutti, spostano l’attenzione principalmente su Facebook. Secondo quanto emerso dall’indagine infatti su cento persone che dichiarano di accedere ogni settimana a siti di news e informazione, 20 provengono da post condivisi su Facebook, 8 da YouTube, 4 da Google+ e 3 da Twitter.

Il problema è che il consumo di news attraverso Facebook è quasi sempre incidentale. Gli iscritti entrano in contatto con le notizie per caso. Il motivo principale per cui ci si collega è diverso: attiene molto di più alla sfera personale e dei rapporti con il proprio network di conoscenze, piuttosto che alla ricerca di informazioni. E’ una distinzione di grande importanza per capire cosa vuol dire effettivamente adottare una social media strategy per un gruppo editoriale.

Secondo uno studio del Pew Research Center sul livello di engagement e di fidelizzazione dei lettori online, chi arriva direttamente su un sito di informazione infatti spende più tempo, legge più pagine e visita più spesso il sito di quanto non faccia chi ci arriva da un referral social o search.

Sono dati confermati anche da analoghe indagini realizzate da diversi gruppi editoriali. Trasformare una di queste due ultime tipologie di visitatori (chi arriva da un motore di ricerca o chi arriva da un social network) in un lettore fedele è un’impresa molto complessa. Senza contare che Facebook, come ormai noto (vedasi anche un interessante studio di Ogilvy@Social sul tema), per privilegiare le inserzioni a pagamento e quindi la “paid reach”, ha ridotto in modo drastico la portata della cosidetta “reach organica” ai post, scesa da una media del 16% nel 2012 a circa il 6% nel 2014, mettendo in discussione anche l’italica passione per i fan la cui importanza andrebbe completamente ripensata.

Da questo punto di vista quindi la strategia social per una testata vuol dire molto di più che la semplice distribuzione di contenuti su Facebook e Twitter perché sono canali che rischiano di diventare sempre meno efficaci e sempre più costosi.

La strada corretta passa piuttosto per la capacità delle singole testate di diventare abilitatori di conversazioni digitali e investire nello sviluppo di tecnologie e applicazioni che consentano la partecipazione dei cittadini-lettori e il loro coinvolgimento attivo con il giornale all’interno dell’ecosistema digitale della testata. Perché non dobbiamo dimenticarci che una testata è di per se una community, con i suoi lettori, che ne condividono la linea, l’impostazione e il taglio editoriale.

Lo sviluppo delle tecnologie in ambito digitale ci consente di fare un passo in più che è quello appunto di mettere in relazione questa community con ognuno dei suoi singoli componenti, i singoli lettori con i redattori, giornalismo professionale e giornalismo partecipativo: è il vero significato del social media applicato all’editoria.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 09/10/2014 @ 07:11:36, in Mobile, linkato 223 volte)

Il 9 settembre 2014 TIM Cook ha annunciato il lancio di Apple Pay, il sistema di pagamento messo a punto da Apple, che sfrutta la tecnologia NFC ed il Secure Element dei nuovi iPhone e che sarà disponibile in Europa nel 2015.

Apple finalmente sdogana la tecnologia NFC per i mobile payment, spinta dagli operatori mobili e da  alcune banche, tecnologia già adottata da alcuni big (vedi Google e i principali circuiti come Visa, Mastercard e American Express) e messa in dubbio da altri (vedi PayPal).

L’ingresso in campo di Apple, oltre a confermare le scelte fatte dagli operatori mobili e dalle banche, accende i riflettori sulle nuove relazioni che si verranno a stabilire nel mondo dei pagamenti.

Fino a pochi anni fa il business dei pagamenti elettronici era chiuso tra banche, circuiti e loro fornitori; con i mobile payment nuove figure entrano nella filiera, come gli operatori mobili, i fornitori di smartphone e SIM ed i tanto temuti operatori “Over The Top”, primi tra tutti Google ed Apple. Come questi sposteranno il business si capirà in un futuro prossimo.

I nuovi operatori hanno interessi diversi tra loro e, fatta eccezione di PayPal che opera direttamente sui pagamenti e da essi trae i propri ricavi, in molti casi i mobile payment saranno uno strumento a supporto del core business delle aziende coinvolte (es. raccolta dati e pubblicità per Google, vendita di terminali e rafforzamento della propria piattaforma per Apple, consolidamento della customer base e dell’ARPU per gli operatori mobili) oppure come trampolino di lancio per nuovi servizi. Sicuramente l’ingresso in campo dei nuovi operatori darà nuova spinta al settore, incrementando l’uso dei pagamenti elettronici. Questa ipotesi è supportata dall’attenzione mostrata loro dai circuiti di pagamento, con cui hanno stretto accordi strategici.

In paesi come l’Italia, dove il contante è ancora il principale strumento di pagamento e dove il telefonino è così diffuso e apprezzato, la disponibilità dei mobile payment potrebbe finalmente spostare i pagamenti dal contante alla moneta elettronica, con tutti i vantaggi che ne deriverebbero sul fronte della lotta all’evasione e su quello della sicurezza. Proprio la sicurezza è una delle principali preoccupazioni degli utenti quando pensano di utilizzare la carta di credito, a maggior ragione se la pensano “smaterializzata” nello smartphone. Ma un pagamento con carta di credito è molto più sicuro di uno in contanti, la perdita di un portafogli pieno di contanti è sicuramente più rischiosa della perdita di un telefonino abilitato ai mobile payment.

La sicurezza è infatti il driver principale nella definizione delle caratteristiche di un sistema di mobile payment; nei diversi modelli che si stanno affermando, elemento comune è la presenza di un Secure Element, uno spazio sicuro in cui conservare i dati che non devono finire in mani sbagliate. Gli operatori mobili hanno scelto la SIM come Secure Element, che oltre alla sicurezza permette di portare le informazioni da uno smartphone all’altro, Apple ha scelto un chip sul telefono, Google ha scelto la rete.

Risolto il dubbio della sicurezza, usare il telefonino per pagare porta con sé solo vantaggi: è sempre con me, è comodo, quando pago posso controllare lo stato del conto in tempo reale.

Telecom Italia si occupa di mobile payment da parecchi anni, lavorando attivamente in GSMA con altri operatori mobili e con i fornitori di smartphone e SIM per definire ed adottare degli standard comuni con il settore dei pagamenti elettronici (EMV e Global Platform sono solo alcuni dei riferimenti). Gli standard sono stati la base per costruire un’infrastruttura che è a disposizione delle banche.  Esse ora possono virtualizzare le carte di pagamento sulle nuove SIM di TIM, permettendo ai clienti in possesso di uno smartphone NFC Android e presto Windows Mobile di pagare con il proprio telefonino presso gli oltre 200.000 POS NFC abilitati in Italia e milioni nel resto del mondo.

Le nuove SIM “NFC” sono disponibili per i clienti TIM da giugno 2014, insieme all’applicazione TIM Wallet che guida alla scelta, installazione e utilizzo della carta di pagamento sullo smartphone. A partire da ottobre 2014 TIM Wallet darà la possibilità ai clienti TIM di attivare la TIM SmartPAY, la carta prepagata sviluppata con Visa ed Intesa Sanpaolo che permetterà anche a chi non ha una carta di pagamento o un conto in banca di pagare con il proprio telefonino.

I mobile payment sono solo uno dei nuovi servizi che potremo attivare nei prossimi mesi con i nostri smartphone. La tecnologia NFC, le nuove SIM e applicazioni come TIM Wallet ci permetteranno presto di lasciare a casa il portafogli, mettendo tutto nel telefonino, dalla tessera trasporti alle carte fedeltà, il badge aziendale, le chiavi di casa, la chiavetta per i distributori automatici.

Il sogno si è finalmente avverato: il telefonino fa anche il caffè!

Via Agenda Digitale

 
Di Altri Autori (del 08/10/2014 @ 07:26:58, in eCommerce, linkato 313 volte)

I consumatori sono sempre meno guidati dai giudizi social network nei loro acquisti. E' questa la conclusione di un report globale realizzato da Capgemini realizzato intervistando oltre 18.000 acquirenti digitali di 18 Paesi per capire i cambiamenti intervenuti nelle abitudini degli acquisti online. Internet si conferma in assoluto il canale preferito (anche più dei negozi fisici) a livello mondiale per perfezionare le decisioni di shopping (75% dei consumatori lo considera importante o molto importante) mentre rispetto a due anni fa i consumatori danno meno retta ai social (come Twitter e Facebook) per scoprire nuovi prodotti sui blog e partecipare alle community online riservate ai clienti dei retailer. Secondo lo studio insomma le promesse dei social media nel settore retail e dei beni di consumo non si sono materializzate .

Delusione social
Le risposte ottenute a livello globale - si legge ne report - indicano non solo un declino rispetto all'edizione dello studio di due anni fa, ma dimostrano anche come i social media siano meno importanti nel percorso di acquisto rispetto ai negozi tradizionali, al Web, agli smartphone, alla posta elettronica o all'uso delle tecnologie in-store. «Nonostante la crescita del fatturato pubblicitario di Facebook e le innovazioni di marketing come il pulsante 'Buy' di Twitter - afferma Alberto Filippone, Digital Proposition Lead, Digital Customer Experience MRD di Capgemini Italia - esiste un punto interrogativo per capire dove e come i social si inseriscano nel percorso di acquisto». Il social media sarebbero in questo senso più importanti nelle fasi di 'consapevolezza' e 'scelta' (soprattutto nel caso della moda), ma molto meno nelle fasi di 'transazione, consegna e post-vendita'. Come dire si va sui social per farsi una idea ma poi l'acquisto vero e proprio avviene attraverso canali online più "tradizionali".

La rivincita del negozio fisico.
La bottega vince ma solo nei mercati maturi. Almeno per ora . Nelle transazioni retail, il 72% degli acquirenti considera il negozio importante o molto importante rispetto al 67% di Internet. Solo il 14% considera meno importante il negozio fisico. Tuttavia, la maggioranza degli acquirenti (51%) indica la volontà di spendere di più in futuro sull'online che nei negozi. Completamente diverso lo scenario su mercati emergenti. Per esempio, quando si tratta di ricercare informazioni sui prodotti, confrontare i prezzi e acquistare, Brasile, Messico, India e Cina attribuiscono molta più importanza a smartphone, social media e tecnologia in-store rispetto a tutti i mercati maturi analizzati. I mercati ad alta crescita sono anche significativamente più interessati a offerte e segnalazioni personalizzate, con India (46%), Messico (40%) e Brasile (38%) che lo ritengono 'estremamente importante', in netto contrasto con i dati relativi a Regno Unito (13%), Francia (15%) e Germania (24%).

Preoccupa la gestione della privacy.
A livello globale oltre un terzo dei consumatori ritiene di non disporre di informazioni chiare circa il modo in cui i rispettivi dati personali vengono utilizzati dai retailer. Le attese personali in merito sono basse: un consumatore su quattro non si aspetta che i propri retailer preferiti attingano allo storico dei rapporti al fine di fornire un servizio migliore, specialmente in Canada, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 06/10/2014 @ 07:22:59, in Aziende, linkato 296 volte)

Facebook si prepara ad investire nel settore dell’healthcare. Dopo amici e interessi, pare che il colosso di Zuckerberg potrebbe conoscere anche lo stato della nostra salute. Sulla scia di altre aziende tecnologiche della Silicon Valley, come Apple e Google, Facebook starebbe progettando i suoi primi passi nel promettente campo della sanità. Secondo alcune fonti anonime vicine all’azienda riportate da Reuter, la società starebbe valutando la creazione di comunità online di “supporto” per determinate patologie. Un secondo team starebbe anche considerando un ulteriore campo di sviluppo per questo tipo di applicazioni, quello della prevenzione, con l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare il loro stile di vita.

Negli ultimi mesi il gigante dei social networking ha tenuto riunioni e meeting con esperti e imprenditori del settore medico mentre è stata creata, sul fronte interno, un’unità tecnica dedicata alla ricerca e allo sviluppo di applicazioni utili in campo sanitario. Il lavoro è ancora “in progress” ma sono già state create le basi operative, forti di un interesse non inedito in questo campo.

Già nel 2012 Facebook aveva lanciato delle operazioni sul tema della salute ma con risultati discontinui. Il successo più rilevante è stata la campagna che ha consentito agli utenti negli Usa di segnalarsi come donatori: in un solo giorno 13.054 persone si sono registrate online come donatori di organi, contribuendo ad un aumento di 21 volte superiore rispetto alla media giornaliera di 616 iscrizioni, secondo uno studio pubblicato nel mese di giugno 2013 sull’American Journal of Transplantation.

Gli esperti di Facebook hanno notato che le persone con malattie croniche, come il diabete, spesso cercano aiuto e informazioni on line sui siti di social networking: per un consiglio, per avere supporto, per parlare apertamente della propria patologia. Inoltre, l’aumento delle reti create dai pazienti, come PatientsLikeMe, dimostrano che le persone si trovano a proprio agio a condividere le proprie esperienze online. Di fronte a questo scenario anche l’interesse personale dell’amministratore delegato Mark Zuckerberg contribuisce ad un maggiore coinvolgimento della compagnia nel campo della sanità.

Il problema più complesso, però, rimane quello della privacy, soprattutto per un’azienda che negli ultimi tempi ha dovuto affrontare notevoli critiche su questo terreno spinoso. Ma in questo senso Facebook è in ottima compagnia visto che anche le altre big hanno problemi simili. Quel che è certo è che un tema così complesso ha bisogno di norme certe per proteggere l’anonimato dei propri utenti e per evitare che i dati e le osservazioni condivise non siano a disposizione di inserzionisti o aziende farmaceutiche, ha dichiarato Frank Williams, a capo della Evolent Health, compagnia che fornisce software e servizi ai medici statunitensi.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 03/10/2014 @ 07:13:37, in Prodotti, linkato 316 volte)

Nuovo prodotto, nuova piattaforma di vendita. Per la prima volta nella sua storia Pepsi lancia sul mercato una nuova bibita, la Pepsi True, esclusivamente su un canale di vendita online. Il sito di e-commerce scelto dalla multinazionale è stato Amazon che, a partire dalla metà di ottobre, venderà la bevanda nuova di zecca, che contiene il 30% di zuccheri in meno grazie al mix di stevia e zucchero naturale. Gli insider del settore, come riporta Reuters, ritengono che la mossa sia esemplificativa del sempre maggior interesse da parte dell’industria del food&beverage nei confronti dei canali di vendita non tradizionali, e-commerce su tutti. La bibita, infatti, inizialmente non sarà distribuita negli store, ma sarà disponibile solo sul web, anche se l’azienda statunitense ha comunicato che è nei piani una distribuzione ‘reale’ del prodotto. “Le vendite online sono un fatto relativamente nuovo”, ha detto Simon Lowden, chief marketing officer di Pepsi Beverages North America. “E ci si può aspettare a buon diritto che diventeranno una parte sempre più importante del nostro business da qui in avanti”.

Pepsi True La nuova Pepsi si beve solo su Amazon - {focus_keyword}
PEPSI TRUE
Altre incursioni nella distribuzione online sono state fatte di recente da altri colossi del food, fa notare l’agenzia di stampa, che evidenzia come sempre più spesso i canali e-commerce siano utilizzati per testare i nuovi prodotti: per esempio, Coca-Cola ha fatto sapere che riporterà in auge Surge, una soda che ha smesso di commercializzare più di una decina di anni fa, e che invece godrà di nuova vita proprio grazie ad Amazon.

Via PambiancoNews

 
Di Altri Autori (del 02/10/2014 @ 07:16:28, in Internet, linkato 384 volte)

Boom dei nuovi social. Tra i tredicenni imperversa WhatsApp, a usarlo sono 8 su 10. Inoltre il 93% degli adolescenti si collega a internet dallo smartphone. Sempre più tempo speso a chattare nelle ore notturne. E’ in estrema sintesi quanto emerge dall’indagine nazionale della Società italiana di Pediatria, condotta su un campione nazionale rappresentativo di 2107 studenti di terza media. L’indagine registra, ininterrottamente da sei anni, un incremento esponenziale dell’uso di internet tra gli adolescenti: nel 2008 solo il 42% del campione utilizzava internet tutti i giorni contro l’attuale 81%. Due sono le novità che emergono quest’anno. La prima è che si è conclusa la migrazione dal computer allo smartphone: la percentuale di adolescenti che si collega a internet dal telefonino è passata dal 65% del 2012 al 93% nel 2014. La quasi totalità degli adolescenti, dunque, ha internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E internet vuol dire essenzialmente social network. 

La seconda novità è rappresentata dal boom di nuovi social, attraverso i quali gli adolescenti esercitano le loro sperimentazioni. Il 75% del campione ha un profilo su Facebook, ma ormai ben l’81% degli adolescenti è sbarcato su WhatsApp, che non è solo uno strumento di messaggistica; il 42% su Instagram, il 30% dei maschi e il 37% delle femmine  su Ask.me, dove la possibilità di comunicare sotto anonimato lo ha reso teatro di casi di cyberbullismo; infine solo il 23% è su Twitter, social meno gettonato tra i giovanissimi. Il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio selfie provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato online il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile.

Per il presidente della Sip Giovanni Corsello “i social network non vanno demonizzati, il problema come sempre è l’abuso. La migrazione degli adolescenti dal computer al telefonino rende difficilissimo per i genitori rendersi conto del tempo effettivamente speso dai figli sui social. E’ inoltre difficile dettare regole di comportamento dal momento che la stragrande maggioranza degli adulti non ha idea di come si sviluppa la socialità sui nuovi network in rete, di come si strutturano le relazioni, non conosce il linguaggio utilizzato. Le nostre risorse per prevenire comportamenti a rischio sono il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale che noi adulti di riferimento abbiamo insegnato ai figli. I quali prima di essere adolescenti sono stati bambini”. 

Il 56,6% % chatta la sera dopo cena e circa il 40% continua a farlo fino a tardi, prima di addormentarsi in una fascia oraria che interferisce con il sonno, con conseguenze non trascurabili sulla salute. Spiega ancora Corsello: “Alcuni problemi clinici e comportamentali descritti con frequenza maggiore negli adolescenti in questi ultimi anni come cefalea, insonnia, scarso rendimento scolastico, possono trovare motivazione dalla riduzione delle ore di sonno o dal condizionamento indotto da un abuso di internet e da stili di vita non appropriati”. E internet è il “primo pensiero” della giornata: non va trascurato il significativo incremento di adolescenti che iniziano le loro escursioni in rete già la mattina appena svegli. Dal 2013 al 2014 la percentuale di chi lo fa spesso è passata dal 2,6 al 12,5%.

C’è poi un altro pericolo. Teoricamente vietato ai minori, ma nella pratica di facile accesso per teenager e giovani adulti che navigano sul web. Si tratta del gambling, il gioco d'azzardo online che, secondo gli esperti, sta diventando una pericolosa tentazione alla quale riesce sempre più difficile resistere anche tra le fasce di età più basse. E che potrebbe costare cara. Secondo l’indagine il 13% degli adolescenti intervistati ha dichiarato di aver giocato, e puntato denaro, su siti di gioco online. Il tutto nonostante una legge che vieta ai minori l’azzardo. E la percentuale di adolescenti intervistati che ammette di aver frequentato questi siti e di aver giocato "a soldi", una o più volte, sfiora il 17% se si considerano solo i maschi. Tra i baby-giocatori, il 45% ha sostenuto di aver vinto, solo il 13% ha ammesso la sconfitta con conseguente perdita in denaro, mentre il 36% non ha ricordato l'esito economico delle esperienze. Ma, che si sia vinto o perso, il 32% del campione si è comunque dichiarato orientato a ripetere l'esperienza.

Via Quo Media

 

Nessuna sorpresa per le prime posizioni. , Singapore, Svezia e Hong Kong occupano le prime tre posizioni nella classifica dei paesi che si candidano ad accogliere il prossimo miliardo di utenti internet, grazie alle loro economie digitali evolute e ancora in crescita. Il Regno Unito e la Svizzera completano la top 5, mentre gli Stati Uniti occupano la sesta posizione tra i 50 paesi presi in esame. L’indice è appena nato e ha lo scopo di consentire a imprese, governi e istituzioni di comprendere l'evoluzione del panorama digitale mondiale.

Come è stato elaborato l’indice

Il Digital Evolution Index è stato elaborato da MasterCard e The Fletcher School presso l'Università di Tufts analizzando i dati provenienti da fonti pubbliche, come la World Bank, e da fonti private come EMPEA e Dow Jones VentureSource. Il team di ricercatori ha creato un quadro analitico per riconoscere modelli e rappresentare il panorama digitale globale, distinguendo i trend di ogni paese e valutando i loro punti di forza e di debolezza.
La metodologia alla base dell'indice di evoluzione digitale misura l'attuale capacità di ogni paese di rispondere alle richieste dei consumatori, di offrire le infrastrutture necessarie alle imprese, considerando anche le politiche di governo e l'atteggiamento verso l'innovazione – i quattro motori che definiscono la predisposizione verso il digitale, alla base della ricerca. In aggiunta alla situazione attuale, lo studio prende in esame la traiettoria di ogni paese secondo i quattro fattori, dal 2008 sino al 2013. L'indice fornisce, infine, un quadrante per visualizzare la traiettoria di un determinato paese.

Le economie digitali che corrono di più.

Cina, Malesia e Tailandia si classificano ai primi 3 posti tra i paesi che evolvono più rapidamente verso l'economia digitale, grazie alla rapido aumento degli utenti internet e degli utilizzatori di smartphone. L'Italia si classifica alla 38° posizione, subito dopo il Messico e prima di Polonia e Russia e viene considerata nello studio con buone potenzialità (anche se tuttora non pienamente espresse) per diventare un paese a elevato sviluppo digitale, soprattutto grazie alla propensione nei confronti dell'innovazione (con un punteggio di 39,27, simile alla Spagna).

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 30/09/2014 @ 07:35:29, in Media, linkato 407 volte)

L’attuale esplosione dei servizi video on line, in particolare il video on demand (oltre 3000 servizi nella sola Europa secondo un recente studio della Commissione), è frutto principalmente di due fattori.

Il primo è la crescente penetrazione di nuovi servizi e dispositivi in grado di veicolare contenuti video a richiesta e di elevata qualità, che hanno determinato un drammatico aumento del traffico sulle reti IP. Tale tendenza non accenna a rallentare. Smart TV, game console, tablet  e altri apparati mobili alimenteranno la crescita di tale mercato. L’imminente commercializzazione su vasta scala di televisori Ultra HDTV (4k) rafforzerà tali tendenze.

In definitiva, se il traffico internet è destinato a crescere, a ritmi sostenuti, ciò sarà determinato principalmente dal video. Anche in Europa occidentale, secondo Cisco, il traffico internet rappresenta oltre il 50% del traffico complessivo già nel 2013. Inoltre, sempre in Europa Occidentale, il traffico video su reti mobili sarà cresciuto di quasi 20 volte tra il 2011 e il 2016, a un tasso medio annuo dell’80%, costituendo già a partire dal 2015 oltre il 50% del traffico dati mobile.

L’altro elemento è la trasformazione dell’industria cinematografica, soprattutto a livello distributivo, con la crisi dell’home video fisico (modello Blockbuster) e l’emergere di nuovi agguerriti player come Netflix e Amazon. Ciò ha aperto la strada a nuove opportunità nell’offerta di contenuti video online, collegate alla distribuzione legale a pagamento attraverso noleggio o  vendita di film e di altri prodotti audiovisivi (serie TV, documentari). Si tratta di un fenomeno simile a quanto accaduto all’industria discografica con l’avvento di i-Tunes.

La tipologia dei servizi prescelta è molto diversa dal modello bundle (basic+premium) ad alto costo (dai 30-40 euro in su al mese) dei tradizionali broadcaster pay-TV europei e si basa sull’offerta a richiesta, il cosiddetto Video on Demand (VOD), prevalentemente in modalità pay-per-view o transactional (TVOD) o per abbonamento (SVOD), anche se alcuni servizi poggiano su sistemi di remunerazione basati solo sulla pubblicità (AVOD) o misti (Freemium) .

Questi nuovi attori fanno leva sulla massa critica di utenti raggiunta grazie all’attività originaria su internet e beneficiano così di esternalità di rete per espandersi nel nuovo mondo connesso dei contenuti. iTunes ha iniziato a rivolgersi agli amanti della musica, che la ascoltano tramite dispositivi Apple, e oggi è diventato uno dei negozi di contenuti digitali più visitato al mondo.

Amazon pratica e-commerce, vendendo inizialmente libri, ma dal 2008 ha iniziato a offrire film e video in streaming sotto il marchio Amazon Instant Video Prime; inoltre, agli utenti del programma di fidelizzazione Amazon Prime garantisce la spedizione gratuita degli articoli acquistati online dietro pagamento di un canone di abbonamento annuale di $79.

La stessa Netflix distribuisce il proprio servizio Watch Instantly  a numerosissimi dispositivi, tra cui Xbox 360, Nintendo Wii, PS3 della Sony, lettori Blu-ray e televisori Sony, LG, Panasonic, Insigna, Philips, Pioneer, Samsung, Toshiba, Yamaha, Vizio, l’iPhone, l’iPad, etc.

Ciò che distingue al proprio interno questi operatori è soprattutto il modello di business, nel quale sembra emergere l’abbonamento SVOD, a costi molto bassi (dai 7 ai 10 euro mensili), ritenuto dal consumatore più conveniente ed efficiente dell’acquisto del singolo contenuto, spesso a impulso, del TVOD.

Se dunque contenuti legali e modelli di business cominciano a delinearsi, la loro possibilità di competere soprattutto in Europa con gli operatori pay consolidati e sottrarre loro abbonati – il cosiddetto cord cutting – è condizionato all’accesso illimitato ai contenuti premium, che spesso sono controllati dai broadcaster e che, in tutti i casi, si rivelano troppo costosi (minimi garantiti o margini bassi sul revenue sharing). Alcuni di loro stanno quindi puntando sulla produzione di contenuti originali (vedi House of Cards di Netflix), anche se i loro investimenti, pur sempre significativi, costituiscono ancora una percentuale bassa sui ricavi, soprattutto in confronto alla capacità di spesa dei broadcaster.

Se guardiamo a un processo che negli USA si è naturalmente manifestato con molto anticipo, va sottolineato come l’anno chiave del cambiamento sia stato il 2011, quando i ricavi da SVOD, che valevano 4,3 milioni nel 2010, sono cresciuti di oltre il 10.000%, raggiungendo $454 milioni. Di conseguenza, lo SVOD è diventato dal 2011 il segmento più importante del mercato del video on demand, superando il transactional VOD (quello di iTunes, che si fa pagare il noleggio di ogni singolo film).

Due le motivazioni di questo successo: prima tra tutte, la decisone di Netflix di iniziare a farsi pagare direttamente l’accesso online e, in secondo luogo, la crescita degli utenti che usano la banda larga. Si è trattato di un cambiamento epocale nel modo in cui i consumatori pagano per fruire di film online.

Negli USA la popolarità dei servizi SVOD ha ormai raggiunto la pay-TV, i cui abbonati sono diminuiti negli ultimi due anni. Si tratta di un abbandono della pay-TV tradizionale legato al cord cutting, mentre i servizi SVOD tentano di imporsi al pari di canali premium, con contenuti  originali ed esclusive.

In questo senso la grande attrattività delle serie rispetto ai film e gli investimenti in produzioni proprie (vedi serie di successo internazionale come House of Cards) e l’ingresso nella produzione e distribuzione di programmi in Ultra HD segnano un ulteriore step nel confronto diretto e serrato con gli operatori pay, i quali a loro volta rispondono con accordi, fusioni e acquisizioni miliardarie, quali quelle tra Comcast e Warner e AT&T e Direct TV.

L’evoluzione del mercato verso il modello SVOD pone automaticamente Netflix in posizione dominante. Netflix è il leader di mercato, con 30 milioni di abbonati, seguito, a distanza, da Hulu e Amazon, considerati anche come servizi secondari, in aggiunta a Netflix.

Netflix sta cercando ora di trasferire questo suo potere di mercato anche in Europa, dove la competizione con Amazon e con i broadcaster appare oltremodo accesa e destinata ad allargarsi nei prossimi mesi. Basti considerare che in Europa Netflix, a due anni dal lancio, rappresenta oltre il 20% del traffico downstream su alcune reti nel Regno Unito. Netflix ha impiegato quasi quattro anni per raggiungere la stessa proporzione di traffico negli Stati Uniti.

In Europa, a fine 2013, lo streaming audio-video è la prima categoria di traffico. In down streaming, rappresenta oltre il 47% in orario di punta, +7,4% rispetto al 40% del primo semestre dell’anno. Tuttavia questa percentuale varia nei diversi paesi, tra il 35% fino a oltre il 60% del traffico downstream. Questa fluttuazione è dovuta principalmente alla presenza di servizi video OTT nei vari mercati. I paesi in cui sono operativi Netflix e Lovefilm/Amazon hanno quote maggiori di traffico legato allo streaming audio e video.

Di fronte alla sfida dei giganti del web la questione chiave per l’industria dei contenuti europea, e per i broadcaster in particolare, che detengono le principali leve economiche e le maggiori quote di mercato in Europa nel settore audiovisivo, è di come impedire il ripetersi dell’effetto distruttivo che si è verificato in altri settori dei media (vedi discografia ed editoria) e trovare dunque il modo migliore per combattere i nuovi entranti nell’ambito del proprio territorio.

I broadcaster pay-TV, maggiormente soggetti alla competizione sui prezzi, stanno adottando una duplice strategia. La prima, utilizzata in una prima fase in maniera prevalentemente difensiva, si basa sullo sviluppo della social TV e degli schermi secondari. La monetizzazione non è molto chiara perché inizialmente - vedi Sky Go e Sky On Demand - i servizi vengono offerti ai soli abbonati alla pay-TV, gratuitamente, allo scopo di fidelizzarli e ridurre il tasso di abbandono (cord cutting).

La monetizzazione tramite pubblicità al contempo non è sostenibile, anche perchè la correlazione tra attività sui social network, ascolti e ricavi da pubblicità tradizionale si è dimostrata finora più complicata del previsto.

Una seconda strategia, ben più aggressiva e rischiosa, consiste nell’offrire servizi “stand alone”, che competono direttamente con Netflix e soci, svincolando questi contenuti (per lo più film  e serie) dal servizio principale dell’operatore, mettendolo quindi a disposizione senza dover sottoscrivere un abbonamento bundle. Chi ha intrapreso quest’avventura lo ha fatto con cautela: tanto BSkyB in Uk con Now TV e più di recente in Italia con Sky online, quanto MTG, con Viaplay, hanno mantenuto inizialmente i prezzi del servizio OTT a un prezzo intermedio rispetto all’accesso agli stessi contenuti sulla piattaforma principale, in modo da non cannibalizzare eccessivamente gli abbonamenti tradizionali, assai più redditizi.

Questa tipologia di servizi, ormai presenti in tutte le esperienze nazionali, si rivolge a quella parte del pubblico tuttora maggioritario, che non vuole vincolarsi con un abbonamento, ma desidera un accesso meno costoso a  contenuti selezionati d’intrattenimento.

Per gli operatori dunque, ormai consapevoli della saturazione del mercato broadcast, la sfida si gioca dunque sulla qualità dei contenuti messi a disposizione, di cui dispongono ancora di ampie esclusive, e della necessità di tenere un prezzo competitivo con gli operatori di VOD web nativi e, al contempo, distinto su tutte le piattaforme. Ciò per valorizzare al massimo la propria offerta e i contenuti premium di cui dispongono, evitando di cannibalizzare il proprio core business, così da scongiurare il rischio che gli abbonati abbandonino la piattaforma principale per il servizio OTT del rivale (cord cutting) o perché il proprio servizio OTT è più conveniente rispetto a quello broadcast (cord shaving).

Trasferito alla situazione italiana, i broadcaster nazionali (Sky e Mediaset in primis), ma anche i servizi OTT puri come Chili e TIM Vision, possono ancora trarre vantaggio dall’assenza di grossi competitor internazionali, Netflix in primis, sia per l’incertezza del quadro economico, sia per l’ancora scarsa presenza di banda larga, per mettere a punto strategie d’ingresso sul mercato, senza scontare i ritardi verificatisi in altre realtà (USA e Regno Unito su tutti). I tempi però sono stretti e tra qualche mese il contesto competitivo rischia di essere meno stabile e comunque radicalmente diverso da quello attuale.

Via Agenda Digitale

 

Ancora non buone notizie per il social commerce: se i recenti numeri di Capgemini disegnano un panorama in cui i social media sono visti come una componente meno importante del percorso di acquisto rispetto a due anni fa, anche e-Marketer, riportando dati di Harris Poll per DigitasLBi sul mercato Usa, non fornisce dati confortanti. A dispetto degli sforzi dei colossi, l’ultimo quello di Twitter che ha aggiunto il tasto buy ai Tweet, non sono molti gli utenti americani che compiono l’ultimo passo verso il social-acquisto: al momento solo il 5% degli utenti Internet adulti ha fatto un acquisto su un social network come Facebook, Twitter o Pinterest. Secondo i ricercatori però, questi dati rivelano ”l‘enorme potenziale inutilizzato di crescita che c’è nel commercio social, soprattutto tra i consumatori più giovani“, spiega Tony Weisman, CEO, DigitasLBi Nord America. “Il 5% di americani che hanno effettuato un acquisto su un sito di social media equivale a circa 14 miliardi di dollari di fatturato di vendita al dettaglio on-line. Se saremo in grado di raggiungere il 20%, la cifra scalerebbe a 56 miliardi dollari. Per attivare questo potenziale, i marchi e le reti sociali hanno bisogno di fornire esperienze di social shopping che soddisfino le esigenze dei consumatori, compresa la sicurezza sui dati finanziari, privacy, e un processo di acquisto senza soluzione di continuità.”

Infatti sulla base della ricerca, migliori misure di sicurezza potrebbero motivare i social networker ad acquistare attraverso i social: il 42% degli utenti ha dichiarato che sarebbe più propenso a fare un acquisto se sapesse che le informazioni di credito sono sicure, mentre il 38% dichiara che avere la certezza che gli acquisti non sarebbero condivisi, farebbe aumentare la probabilità di portare a termine l’operazione. Eppure, a sottolineare estrema “mobilità” sul tema anche da parte degli acquirenti, nonostante molti mostrino un desiderio di sicurezza, circa un quarto degli intervistati ha dichiarato che non avrebbe problemi a comprare pur sapendo che il brand in questione potrebbe conoscere e tracciare la loro storia d’acquisto.

Età del campione e prezzo dei prodotti papabili sono gli altri due ambiti di riflessione su cui si sofferma la ricerca:  i giovani tra i 18 e i 34 anni sono quelli più propensi a fare un acquisto attraverso social media anche rispetto ai 35enni  (11% contro il 3%, rispettivamente.) Sul fronte prezzi, un terzo degli intervistati si dichiara disponibile a fare un acquisto se il totale dello shopping non superasse i 25 dollari e ulteriori risposte indicano che il costo sicuramente ha un’influenza elevata nella motivazione o meno alla spesa: il 35% sarebbe disposto ad utilizzare un  hashtag se ciò significasse ottenere uno sconto.

Via Tech Economy

 
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