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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 
Di Altri Autori (del 28/07/2015 @ 07:20:24, in Advertising, linkato 140 volte)

Nielsen ha rilasciato un report sulla raccolta pubblicitaria in Italia, realizzato attraverso un sondaggio annuale condotto su un campione rappresentativo del mercato italiano della pubblicità di circa 800 aziende investitrici, fornendo un dettaglio informativo sul panorama del web advertising.

Le stime sono favorevoli: la raccolta pubblicitaria complessiva sul web in Italia durante l’arco del 2015 supererà i 2 miliardi, più precisamente 2,1 miliardi di euro, coprendo il 26,5% del totale degli investimenti. L’incremento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2014 (era 24,8%) sarà tra i fattori di traino verso una chiusura a +1,5% (7,9 miliardi rispetto ai 7,8 dello scorso anno) e del solo web a +8,4%.

Oltre i 2/3 degli investimenti nel digital si dividono tra i segmenti display (principalmente banner) e search (parole chiave sponsorizzate sui motori di ricerca): entrambi registrano una quota in diminuzione nel 2015 rispetto allo scorso anno, in favore del video e del social advertising che, secondo le stime di Nielsen, arriveranno a coprire rispettivamente il 17% e 11% di quota sul totale degli investimenti online.

La quota del canale directory (micro inserzioni in categorie web tematiche) scenderà al 7% dopo un 2014 in cui si attestava al 9%. A livello di crescita del valore dell’investimento per il 2015, video e social registrano incrementi a due cifre, rispettivamente del +16% e +46%. Più contenuti il display, +2%, e il search, +7%. In calo le directories: -8% nel 2015.

“In aggiunta al prevedibile successo dei social – ha dichiarato Alberto Dal Sasso, AIS Business Director di Nielsen – dalla survey emerge che una quota di circa ¼ degli investimenti è destinata al mobile: si tratta di un dato interessante se letto in relazione al fatto che circa la metà delle aziende intervistate dichiara di aver sviluppato una app per il proprio business. Senza dimenticare gli ampi margini di crescita dell’innovativo programmatic buying”.

Relativamente ai macro settori, le aziende del settore Persona investono il 39% del proprio budget sul mezzo internet. Ampi margini di crescita per il Largo Consumo, che ancora si attesta a meno del 10% in termini di quota. Al suo interno, però, si registra una buona performance del video advertising, che raccoglie il 25% degli investimenti totali del macrosettore sul web. Tale quota si differenzia molto tra alto spendenti (oltre i 10 milioni di investimenti all’anno) dove si attesta al 21% e basso spendenti (meno 500.000 € anno) per i quali scende al 15%.

I settori Distribuzione e Automobili sono quelli che destinano al digital advertising le quote più elevate rispetto alla media del mercato, rispettivamente 53% e 41%, seppur con differenze al loro interno in termini di canali web: nel primo caso, il 70% del budget è rivolto a display e directories, per l’Automotive questa stessa porzione di budget è investita in search e video.

Via Tech Economy

 

I social media sono sempre più presenti nelle strategie di business delle imprese e Youtube e Facebook che giocano un ruolo predominante nelle preferenze delle imprese. Il Rapporto “The state of social marketing” realizzato da Simply Measured fotografa in modo puntuale quanto sta accadendo al mondo dei brand che si muovono, oggi, in un panorama che ha cifre impressionanti: oltre 2 miliardi di persone in tutto il mondo utilizzano i social media, il che vuol dire che il 28% della popolazione mondiale è interconnesso. Per le organizzazioni questa rete di connessioni presenta una grande opportunità per avere impatto su un numero senza precedenti di persone tanto che il social marketing è diventato una priorità per le aziende: secondo il report il budget disponibile per i social media rappresenta il 9,9% di quello del marketing digitale nel 2015, una cifra che è destinata a raggiungere il 22,5% nei prossimi cinque anni.

Le evidenze
Le principali evidenze che riguardano il rapporto tra brand/imprese e social media ci dicono che il trend è in crescita: non solo aumenta la disponibilità di budget ma cresce anche l’attenzione verso la creazione di team specifici, composti normalmente da uno a tre persone, che hanno esigenze distinte: strategia centralizzata e pianificazione, obiettivi di business, e infine, l’execution. La maggior parte dei social media team fanno parte dei settori marketing: il 49%, infatti, riferisce alla leadership del marketing.

Dimostrare il valore delle attività social, il ROI, resta il problema principale per il 60% dei social media marketers ma, paradossalmente, l’indagine rileva anche la mancanza di un’attività puntuale di social media analysis: solo il 22% dei marketer pensa che i dati dei social media abbiano un impatto effettivo sulle business.

Lo stato dei social
Il report passa poi ad analizzare singolarmente le piattaforme social in relazione ai brand: quelli presi in considerazione dall’indagine sono i brand compresi nella classifica Interbrand Top 100 Global Brands e, nello specifico, le imprese che hanno account globali o specifici per gli Usa che ne hanno fatto uso nel corso di aprile 2015. Quello che emerge per tale cluster è che YouTube batte tutti, seguito da Facebook e Twitter: sono loro quelli che attirano le maggiori attenzioni dei brand. YouTube è utilizzato dal 100% dei marchi presenti in classifica, con Twitter e Facebook che seguono a ruota. Reti più giovani come Instagram e Pinterest stanno guadagnando terreno.

Lo Stato di Facebook
Il 96% degli Interbrand Top 100 brand  hanno un account Facebook dedicato e il 94% ha postato contenuti nel mese della rilevazione. Si evidenzia un minore attivismo su Fb rispetto all’anno scorso ma è cresciuto il livello di engagement.

Twitter
Il 98% dei brand presenti nell’Interbrand Top 100 brand sono attivi su Twitter, e ognuno di loro ha postato contenuti nel mese di aprile. Da notare come il 55% di tutti i tweet inviati includono contenuti fotografici. La rilevazione dimostra che il tweeting regolare è la chiave del successo: il 74% dei marchi twittano almeno tre volte al giorno (compresi i retweet e risposte). In termini di engagement con gli utenti, i tweet di relazione con i brand sono aumentati del 105% in un anno. Infine, i tweet con hashtag è vero che creano più engagement ma un abuso di essi rischia di essere controproducente.

Youtube
Il 100% dei brand Interbrand hanno un account YouTube e il 92% ha pubblicato video nel mese di aprile a dimostrazione della rilevanza.

Instagram, per suo conto, pur essendo una applicazione mobile, ha attirato l’85% delle 100 aziende Interbrand con il 79% di esse attive nel mese di aprile; Pinterest, invece, ha attirato l’attenzione del 67% delle 100 aziende considerate che ne fanno un uso “vetrina”: solo il 41% dei marchi ha pubblicato attivamente in aprile 2015. Infine Google, che ha il 78% di imprese che lo usano con il 66% attivo nel mese della rilevazione.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 17/07/2015 @ 07:20:04, in eCommerce, linkato 278 volte)

Novità dal mondo dello shopping online: Facebook e Google hanno confermato in queste ore di essere a lavoro per  offrire agli utenti la possibilità di fare acquisti direttamente dalle rispettive piattaforme, senza dover andare su siti e e-commerce delle aziende.

Google, che già aveva confermato i molti rumor sul tema, ha ufficializzato la nuova funzionalità che si chiama “Purchase on Google”, Compra su Google, e sarà integrata direttamente nelle SERP: i consumatori, vedranno un pulsante dedicato all’acquisto in alcuni annunci sponsorizzati nelle pagine di ricerca sui propri dispositivi mobile; premendo sul pulsante si aprirà una pagina dedicata dove sarà possibile effettuare l’acquisto. Un dettaglio importante è che la pagina di acquisto Google recherà il nome e il logo dell’azienda che sta vendendo effettivamente il prodotto: la società ha sottolineato che questa scelta è dettata dall’idea di non voler porre distanze e barriere tra i retailer e i propri clienti.

Come riporta TechCrunch, il colosso di Mountain View ha dichiarato che sta testando questa funzione grazie ad una partnership siglata una decina di retailer proprio in queste settimane, con l’intenzione di  renderla accessibile a tutti i consumatori e a tutte le aziende USA entro la fine del 2015 o, al più tardi, all’inizio del 2016.

Quasi contemporaneamente anche Facebook spiega stare testando sulle pagine aziendali un pulsante “buy “ e una sezione “shop”: in sostanza sarà possibile implementare “vetrine” e gallery dove mostrare i propri prodotti all’interno delle pagine, trasformandole così in un canale diretto d’acquisto. Facebook ha confermato che la nuova funzionalità è in questo periodo in fase di sperimentazione su un numero ristretto di utenti e aziende.

Come evidenzia il mockup diffuso da Facebook, dal mobile sarà possibile visualizzare una nuova sezione denominata “shop” direttamente in pagina, mentre nella versione da desktop la sezione avrà una propria scheda a parte dedicata. La sezione però non obbliga i retailer a vendere tramite Facebook: le aziende potranno liberamente scegliere se eseguire le vendite direttamente dalla pagina oppure se veicolare gli utenti sul proprio e-commerce al momento dell’effettiva transazione.

Entrambe le notizie arrivano in un contesto in cui anche altre piattaforme social stanno cercando di aumentare i propri sforzi (e con essi, ovviamente, le entrate) per offrire agli utenti esperienze di shopping direttamente sui propri siti: Pinterest, su tutti, ha dato il via al primo luglio proprio al tasto buy sulle sue board (solo per utenti USA e iOS), attraverso una  nuova particolare categoria di pin, i “Buyable Pins”.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 16/07/2015 @ 07:08:45, in Pubblicità, linkato 305 volte)


Uno spot per apparire, un capolavoro creativo per rimanere nella mente dei consumatori. Realizzare una comunicazione efficace non è facile, soprattutto se si considera che poco meno del 30% di chi è esposto a una pubblicità in Tv (la fetta più importante dell’adv in Italia) ne ricorda correttamente il contenuto e la associa al brand. Il dato emerge dall’indagine Tv Brand Effect, la nuova soluzione con la quale Nielsen misura l’efficacia delle campagne pubblicitarie televisive; dopo essere stata lanciata nel Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Stati Uniti, Messico Cina e Australia, Tv Brand Effect arriva anche in Italia. Il servizio, come sottolineato dall’a.d. di Nielsen Italia, Giovanni Fantasia, è in grado di determinare quanto uno spot riesca a rimanere impresso nella memoria, analizzando il comportamento delle persone che vi sono state esposte. Le pubblicità vengono analizzate sia sulle Tv generaliste che tematiche, nel panorama free e pay; vengono valutate le migliori performance in termini di “secondaggi”, permettendo così alle aziende di aumentare l’efficienza degli investimenti.
I PRIMI RISULTATI. Nielsen ha monitorato oltre 150 creatività di aziende appartenenti ad alcuni dei principali settori merceologici presenti sul mercato pubblicitario italiano: Largo Consumo, Viaggi e Automotive.

Prendendo in esame il settore del Largo Consumo, emerge che lo spot è efficace nel 43% dei casi (ricordo del messaggio e corretta associazione al brand). Analizzando più in dettaglio questa quota di intervistati, si registra un’intenzione di acquisto del prodotto da parte del 77% e un apprezzamento dello spot da parte dell’81%. Per questo settore è cruciale utilizzare una creatività che lasci il segno: secondo i dati provenienti dai modelli econometrici Nielsen, più del 70% delle vendite generate dagli investimenti pubblicitari deriva dalla Tv.
Per quanto riguarda i valori che emergono dall’analisi delle campagne pubblicitarie del settore Travel, a fronte di un’efficacia degli spot del 23% si registra una comprensione media del messaggio nell’88% dei casi. Gradimento dello spot e intenzione di acquisto si attestano entrambi al 79%.

Nell’Automotive, dove la Tv riveste un ruolo centrale con una quota del 76% sul totale degli investimenti, le performance risultano più contenute rispetto ad altri settori, soprattutto in termini di efficacia (26%), mentre si mantengono elevati il gradimento medio (75%) e la comprensione del messaggio (70%). “Tra le campagne di maggior successo analizzate nel 2015”, afferma Cristina Papini, R&A Director di Nielsen, “quella di Fiat 500x (vedi video qui sotto, ndr), risulta essere quella con il più elevato livello di efficacia, a conferma che un buon copy e un po’ di humor attraggono anche nei settori le cui scelte finali sono dettate da razionalità e pianificazione”.

Via Business People

 
Di Altri Autori (del 13/07/2015 @ 07:16:54, in Pubblicità, linkato 361 volte)

L’andamento della pubblicità registra un miglioramento nei primi cinque mesi del 2015. Il mercato degli investimenti pubblicitari segna una crescita del 2,6% per il singolo mese di maggio, facendo registrare per i primi cinque mesi dell’anno un calo dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2014, con un saldo negativo di circa 35,5 milioni. Se si aggiungesse anche la stima della raccolta sulla porzione di web attualmente non monitorata (principalmente search e social), il mercato chiuderebbe i primi cinque mesi dell’anno a +1,1%.

“Continuano gli alti e bassi di questa prima parte dell’anno” - spiega Alberto Dal Sasso, Advertising Information Service Business Director di Nielsen. “La situazione greca di certo non aiuta a far crescere ottimismo tra gli investitori sulla fine della crisi e a consolidare le prospettive di crescita. Siamo comunque di fronte a un dato di mercato che ad oggi rappresenta la crescita tendenziale maggiore da inizio anno, che, però, difficilmente troverà conferma il mese prossimo quando il confronto generale si farà con i Mondiali di Calcio del 2014”.

Relativamente ai singoli mezzi, la TV registra un incremento del 4,5% per il singolo mese, con i tipici andamenti differenti al suo interno, chiudendo il periodo cumulato gennaio – maggio a -0,7%.

Migliora l’andamento del mezzo stampa, in particolare dei periodici: a maggio si registra un calo del 2% per i quotidiani e una crescita del 2,2% per i magazine. Ne beneficia il trend del periodo cumulato sui primi cinque mesi dell’anno, che chiude rispettivamente a -5,9% e -3,6%.

Resta in terreno positivo la radio nel singolo mese (+1,1%) e nel periodo gennaio – maggio (+5,5%), continuando a mostrare segnali molto confortanti se si considera l’andamento generale del mercato e il peso rilevante del mese di maggio sul resto dell’anno.

Internet, relativamente al perimetro attualmente monitorato in dettaglio, resta leggermente negativo a maggio (-0,6%), con un decremento di 2,2% sui primi cinque mesi. Sulla base delle stime di Nielsen sul totale del web advertising, aggiungendo dunque la porzione di mercato non monitorata, il digitale crescerebbe dell’8,8% per il periodo gennaio – maggio 2015.

Continuano a perdere il cinema (-2,8%) e il direct mail (-3,1%). Buoni segnali anche dal mondo dell’out of home, trainato da Expo. Nel dettaglio: outdoor a +3,2%, transit a +9,4% e out of home tv in recupero (-10,1%).

Per quanto riguarda i settori merceologici, se ne segnalano 10 in crescita o intorno alla parità, con un apporto di circa 55 milioni di euro. Per i primi comparti del mercato si registrano andamenti differenti nei cinque mesi: alla crescita di finanza / assicurazioni (+3,9%, circa 5,3 milioni) e dei farmaceutici (+8%, circa 11,4 milioni), si contrappongono il calo dell’automotive (-2,2%, circa 6,3 milioni) e delle telecomunicazioni (-14,1%, circa 23 milioni). I maggiori apporti alla crescita arrivano dai servizi professionali (+17,8%), gestione casa (+7,3%), oggetti personali (+7,6%) ed enti / istituzioni (+4,8%).

“I segnali positivi ci sono e arrivano da più parti – conclude Dal Sasso -, soprattutto dalle parole degli investitori: le recenti dichiarazioni di UPA nella assemblea annuale ne sono la significativa testimonianza”.

“La pubblicazione dei dati di maggio conferma i segnali di ripresa”, ha dichiarato il Presidente dell’UPA Lorenza Sassoli de Bianchi commentando l’uscita dei dati Nielsen di Maggio.

“Registriamo il +2,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente; e un picco record per la televisione del +4,5%. Questi dati ci spingono a confermare la nostra previsione di chiusura dell’anno vicina al +2%.”

Via Spot and Web

 

Emis Killa, rapper, scelto per promuovere la marca Beck’s, risulta, tra i testimonial del settore Beverage, la celebrità che fa registrare il sentiment più positivo. I commenti che lo riguardano sono per la stragrande maggioranza positivi. Dall’analisi Social Celebrities dei valori che ciascun personaggio veicola, emerge che il pubblico ne apprezza il fascino, la leadership e la bravura. Dal web piovono invece critiche sulla scelta di Owen Wilson di essersi prestato a diventare il volto di Crodino. Per molti internauti tale decisione non si addice ad una star di Hollywood come lui. Sono alcuni dei risultati che emergono dalla ricerca Social Celebrities di Blogmeter, che ha analizzato a maggio il posizionamento in rete di 14 dei principali testimonial recenti di industrie di bevande. Sotto la lente di ingrandimento di Blogmeter sono sfilati personaggi come Bruno Barbieri, Chiara Biasi, Enrico Brignano, Sergio Castellitto, Laura Chiatti, Orso Maria Guerrini, Federica Panicucci, Gerry Scotti, Tullio Solenghi, Gianfranco Vissani, Alessandro Del Piero e i già citati Emis Killa e Owen Wilson.
Del Piero il personaggio più coinvolgente e il più citato

Ma il leader per capacità di coinvolgimento sui suoi profili social (Facebook e Twitter) risulta Alessandro Del Piero, storico volto di Uliveto, che stacca nettamente tutti gli altri testimonial del settore, dietro di lui Emis Killa. L’ex capitano della Juventus risulta anche il personaggio di cui si parla maggiormente sul web grazie agli oltre 97 mila messaggi raccolti nel mese di maggio. Alle sue spalle, seguono a distanza Emis Killa (32.500 post) e Chiara Biasi (29.200). Per quanto invece riguarda l’accoppiata brand/testimonial più citata in rete, spicca il binomio tra Peroni e Chef Rubio (che torna alla ribalta dopo essere risultato il testimonial del no-profit con il sentiment più positivo nel mese di marzo), seguito dalle coppie Baileys/Chiara Biasi e Crodino /Owen Wilson. Si segnala che dei 14 personaggi analizzati solamente tre non sono presenti con propri profili ufficiali sui principali social media, a testimonianza della comprensione crescente da parte delle celebrity della rilevanza dei social per promuovere la propria immagine e da parte dei brand dell’importanza di selezionare un “testimonial social” per creare engagement con i consumatori.

Classifica generale: lo juventino Bonucci batte Belen

Infografica generaleSempre a maggio, al di fuori del settore Beverage, la celebrità che risulta più coinvolgente su Facebook in relazione alla propria fan-base è il difensore della Juventus Leonardo Bonucci. Alle sue spalle si collocano Francesco Facchinetti e Belen Rodriguez, testimonial di Jadea. Miley Cyrus, volto di Golden Lady, è invece il personaggio che raccoglie il più ampio passaparola (oltre 532 mila messaggi), vantando una platea internazionale. Supera Emma Marrone (291 mila post), e Fedez (oltre 263 mila). L’indagine Social Celebrities analizza il valore comunicazionale di una celebrità (personaggi sportivi, dello spettacolo e della musica, giornalisti, blogger, etc.) basandosi sull’analisi delle conversazioni online e ne misura popolarità, reputazione, capacità di engagement e valori. Il servizio è pensato per fornire agli inserzionisti e alle agenzie un supporto nella definizione delle strategie pubblicitarie, attraverso la generazione di insights essenziali per la scelta delle personalità più efficaci e più coerenti con gli obiettivi di ciascuna marca da utilizzare come testimonial o ambassador, ma anche per supportare gli editori, in particolare televisivi, ma non solo, nella selezione dei personaggi più adatti a raggiungere le simpatie del pubblico o a veicolare determinati messaggi nei contesti più diversi.

Via Spot and Web

 
Di Admin (del 07/07/2015 @ 07:46:21, in Prodotti, linkato 454 volte)

Per i dispositivi da indossare è un vero e proprio boom: più 200% in pochi mesi. Nei primi quattro mesi del 2015, sono stati  distribuiti in tutto il mondo 11,4 milioni di pezzi, contro i 3,8 milioni dello stesso periodo del 2014. A fare i conti è stato il Worldwide quarterly wearable device tracker di Idc, secondo cui, ad aver trainato le vendite, sarebbero stati in particolare i Paesi asiatici.

E le previsioni per i prossimi mesi restano ottimistiche, grazie soprattutto all’ingresso sul mercato del nuovo Apple Watch. La prima marca della classifica dei dispositivi più venduti è l’americana Fitbit che, però, anno su anno ha perso il 10% in termini di quote, scendendo al 34 per cento. Al secondo posto c’è invece una società cinese, Xiaomi, seguita da Garmin, Samsung e Jawbone.

Nel complesso, si stima che nel 2015 saranno venduti oltre 72 milioni di device, ben il 173,3% in più rispetto al 2014. Secondo le ultime previsioni, nel 2018 il mondo della realtà virtuale e della realtà aumentata (un esempio per tutti, i Google Glass) varrà quattro miliardi di dollari e i dispositivi venduti saranno circa venti milioni.

Via PambiancoNews

 
Di Altri Autori (del 06/07/2015 @ 07:53:52, in Marketing, linkato 451 volte)

Unilever punta sui contenuti digitali e sulle donne e, per avvicinarsi al proprio target femminile sul canale online, si allea con il magazine Vice. Il gigante olandese dell’agroalimentare e dei cosmetici ha firmato un’intesa di diversi anni con il giornale nato in Canada e con base a New York per il lancio di Broadly, un canale online dedicato alle donne. Il sito, che debutterà ad agosto, ha come scopo quello di “veicolare contenuti che interessano alle giovani a un audience di centinaia di milioni di utenti nel mondo”. Secondo l’accordo, Unilever sponsorizzerà il lancio del canale e si occuperà della creazione di contenuti con Vice: insieme, Unilever e Vice proporranno quotidianamente documentari e news, con una forte predominanza dei video, su una serie di argomenti, tra cui la moda, il sesso e la cultura, rilevanti per il pubblico femminile. Il progetto partirà dagli Stati Uniti e dal Canada e inizialmente coinvolgerà soprattutto i brand di Unilever Dove e Tresemmé.

Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere: è la prima volta che una multinazionale e un giornale si alleano ufficialmente per un progetto a cavallo tra editoria e marketing. Il taglio delle notizie, si legge in una nota diffusa da Unilever, rispetterà “l’atteggiamento e il tono di Vice e il suo approccio coinvolgente alla narrazione”. La rivista oggi presente in ben 36 Paesi, in effetti, si è spesso distinta per i suoi articoli dissacranti e ironici. Da capire rimane come verranno promossi i marchi di Unilever: sembra che sul sito verranno inseriti contenuti pubblicitari tradizionali, fermo restando che il focus sarà sul contenuto editoriale. Quel che è certo è che la sponsorizzazione da parte di Unilever non è casuale: più del 70% degli acquirenti dei prodotti del gruppo sono donne.

Via PambiancoNews

 
Di Altri Autori (del 01/07/2015 @ 07:24:35, in Aziende, linkato 547 volte)

Il rivoluzionario servizio di consegna entro un'ora di Amazon, chiamato Prime Now, è sbarcato in Europa. Si comincia dal Regno Unito, più precisamente da Londra. Il servizio al momento è limitato solo a poche zone all'interno della città di Londra e solo a coloro che sono iscritti al programma Amazon Prime.

Amazon ha annunciato il suo servizio che offre la consegna di 'prodotti essenziali quotidiani' entro un'ora o due ore lo scorso Dicembre, negli Stati Uniti. Soprannominato Prime Now, il servizio è disponibile solo per clienti Amazon Prime, che possono utilizzare per ricevere prodotti come asciugamani di carta, shampoo, libri, giocattoli, batterie e altri del genere dalle 6 del mattino a mezzanotte, sette giorni su sette.

Negli USA, il servizio è attualmente disponibile in aree selezionate di Manhattan, anche se la società sta incoraggiando tutti i membri di Prime (anche nelle aree non al momento coperte dal servizio) di scaricare la nuova app Prime Now, che è disponibile sia per iOS che Android, promettendo che saranno avvisati quando il servizio sarà lanciato nella loro area. Il servizio, infatti, è fruibile attraverso l'apposita app mobile.

"Ci sono momenti in cui non si può andare in negozio e altre volte in cui semplicemente non si vuole andare. Ci sono tanti motivi per non iniziare un viaggio e i membri di Prime Now a Manhattan possono ottenere gli elementi di cui hanno bisogno consegnati in un'ora o meno", ha dichiarato Dave Clark, senior vice presidente delle operazioni internazionali della società.

Per quanto riguarda i prezzi, negli USA la consegna di due ore è gratuita per i clienti Amazon Prime, mentre la consegna entro un'ora costa 7,99 dollari. Nel Regno Uniti, la consegna entro un'ora dall'ordine ha un costo di 6,99 sterline, mentre la consegna "lenta" entro due ore dall'ordine o nell'arco della giornata è gratuita.

Amazon testa consegne in bici a New York

Amazon sta, nel frattempo, testando la consegna in bicicletta a New York City, il che significa che la società potrebbe consegnare i prodotti ai clienti nel giro di poche ore dall'ordine, addirittura un'ora, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal. Sono già in atto delle prove a tempo su un edificio nei pressi dell'Empire State Building nella Grande Mela. Il sito funge da base operativa per coloro che effettueranno le consegne in bicicletta, stando a quanto hanno riferito fonti anonime al giornale.

Se Amazon persegue questo tipo di servizio di consegna andrebbe a togliere uno dei pochi vantaggi che ha ancora un negozio: attirare i clienti. Mentre un consumatore può acquistare un oggetto e lasciare il negozio con in mano subito il prodotto, il nuovo servizio di consegna di Amazon potrebbe offrire il vantaggio di acquistare da casa comodamente ed avere il prodotto in consegna entro la fine della giornata: in tal caso perchè andare ancora in un negozio?

Via PiavetaCellulare

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 30/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 604 volte)

Ho letto sull’ultimo numero di Wired una bella intervista a John Sculley, ex CEO Apple e Pepsi, in cui il manager parla di innovazione dicendo che “genio vuol dire anche avere prospettiva nel momento giusto”. Ossia non inventare per forza qualcosa di nuovo ma intuire la le potenzialità di quello che ci circonda e collocarlo in un contesto piu ampio.

innovation

immagine tratta da Forbes

Possiamo parlare di adaptive innovator, un concetto che ho ritrovato anche nel libro Digital Disruption: Unleashing the Next Wave of Innovation che sto leggendo in questi giorni.
Anche nel volume infatti si parla di adjacent possible, ossia di innovazione incrementale che sfrutta gli strumenti che già esistono e li lega fra loro per migliorare il proprio prodotto o servizio, partendo dai bisogni del clienti.

QUANDO L’INNOVAZIONE VIENE FRAINTESA

Spesso quindi nel difficile compito di fare innovazione nelle azienda si tende a pensare cheinnovazione sia solo sinonimo di rivoluzione, di radicale cambio, di superamento del passato in modo secco. Ma anche un’icona della ricerca del futuro come Steve Jobs aveva detto ben chiaro (su Wired) che “creativity is just connecting things”.

Il continuo aumento della complessità e la velocità dei cambiamenti non aiutano certo a mettere facilmente dei punti fermi, rassicuranti e sempre uguali a se stessi. Questa apparente frammentazione nasconde tuttavia un’opportunità straordinaria per delle persone che non sono né imprenditori che creano nuove startup né specialisti di settore che conoscono ogni piega di uno specifico ambito: quella di poter cogliere i fenomeni emergenti e collegarli in un unico disegno.

LA GIUSTA MENTALITA’ E’ LA VERA CHIAVE

Bisogna però sapere cogliere i trend e capire come collegare fra loro tanti mezzi che, presi singolarmente, hanno in fondo un valore relativo e soggetto alle mode.
Chi invece riesce a capire come tessere una tela con tutte le opportunità che gli capitano davanti, con una mente aperta e con le competenze giuste può davvero cambiare l’azienda, le sue sorti e la sua organizzazione.

È così che funziona: non si possono “unire i punti” guardando in avanti, si
può solo farlo quando ci si guarda alle spalle. E bisogna avere fiducia nel fatto che in qualche modo i nostri punti si uniranno in futuro. Bisogna credere in qualcosa – intuito, destino, vita, karma, quello che volete.

Steve Jobs, Stanford University (2005)

Il mindset diventa quindi un fattore cruciale di successo: un mix di realismo, competenza e apertura al nuovo dove quanto si implementa deve essere progressivamente integrato in un ecosistema ampio e correttamente governato.

Voi che cosa ne pensate?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 30/06/2015 @ 07:26:52, in Aziende, linkato 519 volte)

Amazon espande il suo programma di prestiti ai rivenditori: entro la fine dell’anno Amazon Lending arriverà in altri otto paesi, mentre in Usa e Giappone è attivo già dal 2012. Si tratta di Canada, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Spagna e Regno Unito che, secondo quanto riportato da Reuter, potranno beneficiare dei prestiti Amazon pensati per aiutare i venditori ad accrescere il loro magazzino e incrementare il loro business su Amazon. Il programma non è però aperto a tutti i venditori: si procede per invito e si viene “scelti” in base a determinate caratteristiche tra cui la sulla frequenza con cui esauriscono le scorte e la popolarità dei loro prodotti. Peter Faricy di Amazon, infatti, ha spiegato che il colosso è diventato più abile nel comprendere quali siano i momenti cruciali nel business di un venditore dove una maggiore disponibilità di capitale potrebbe fare la differenza: ”Sappiamo molto sui nostri venditori e invitiamo solo coloro che pensiamo si trovino nella posizione migliore per ottenere capitale e crescere.”

Amazon offre prestiti da tre a sei mesi, del valore di mille dollari fino a 600 mila dollari, per aiutare i venditori guadagnando sugli interessi. La società ha dichiarato di aver prestato centinaia di migliaia di dollari nel corso degli anni con più della metà dei venditori che hanno replicato la richiesta di un nuovo prestito. Ma, sottolinea Reuter, non ci sono numeri o statistiche più precise a disposizione.

Secondo gli esperti i tassi di Amazon non sono inferiori a quelli di altri attori bancari e affini. Lo dicono, riporta Reuter, anche i venditori stessi: ci si muoverebbe su percentuali che vanno dal 6% al 14% ma quello che conta, sostiene ad esempio  Stephan Aarstol, chief executive della Tower Paddle Boards, un venditore di Amazon, è la velocità e facilità con cui si ottengono i prestiti: cinque giorni per avere il primo. “Il problema per il gestore di una piccola attività non è il tasso di interesse, è la disponibilità del credito.”

Amazon non è il solo colosso del commercio elettronico che sta affiancando al suo business anche sistemi di prestito e finanziamento alle imprese: recentemente anche Alibaba, il rivale cinese di Google, ha lanciato MYBank proprio per supportare le piccole e medie imprese.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 29/06/2015 @ 07:28:56, in Pubblicità, linkato 550 volte)

Cairo Pubblicità inizia a vender la pubblicità di La7 su YouTube. Ha già iniziato Urbano Cairo con la sua Cairo Pubblicità,società controllata da Cairo Communication, l’attività di vendita degli spazi pubblicitari relativi ai contenuti televisivi.

In parole povere, Cairo Pubblicità ha fatto un accordo con Google per vendere direttamente la pubblicità relativa ai video di La7 pubblicati su You tube. Un’attività questa che si si affianca a quelle già svolte fino ad oggi dalla stessa Google/YouTube.

In questo modo, da una parte Urbano Cairo si pone come apripista negli accordi con Google, sul fronte televisivo. Dall’altra parte si presenta ai priopri clienti investitori con una proposta in più: i siti di La7, ma anche  la pianificazione nei canali ufficiali La7 sulla piattaforma YouTube (La7, La7d, Tg La7, La7 attualità, La7 intrattenimento, Food Maniac). Si parla di 40 milioni di contatti al mese nel primo caso e di ulteriori 8 milioni di contatti video al mese con YouTube.

Ora si tratterà di capire se la strada aperta da Cairo potrà essere seguita e come anche dagli altri editori in un momento in cui la pubblicità televisiva ha segnato un calo nel singolo mese di aprile (-2,8%), chiudendo il quadrimestre a -2,2%, pur confermandosi il mezzo più scelto dagli investitori pubblicitari (pesa il 59% del totale)

Via IlSole24Ore.com

 

Gli acquisti online hanno attratto 16,9 milioni di individui nell’ultimo trimestre, ovvero il 55,1% degli italiani che accedono a Internet in Italia, mentre gli individui che acquistano online almeno 3 volte ogni trimestre sono 11 milioni, il 36,0% degli utenti Internet e compongono il segmento degli acquirenti abituali, responsabili dell’88% del valore degli acquisti. L’attenzione degli acquirenti, in questo trimestre, è rivolta sempre di più alle categorie di prodotto per la bella stagione. Sono questi alcuni dei risultati più salienti presenti nella quinta rilevazione trimestrale condotta tra gennaio e marzo dal titolo “eCommerce Index – Evoluzione degli acquisti degli italiani”, promossa da Netcomm con il supporto di Human Highway.

Con il cambio di stagione, cambiano anche le categorie di acquisti online, infatti, gli utenti prediligono prodotti adatti al tempo libero e all’aria aperta: i libri scalano la classifica negli acquisti con il 15,4%, seguiti dai biglietti di viaggio registrando il 13,1%, il terzo posto viene aggiudicato ai capi di abbigliamento con il 12,5% degli acquisti. Una differenza marcata rispetto agli acquisti registrati sotto Natale, in cui primeggiava la categoria di PC e Tablet con il 16,1% sul totale degli acquisti online, a seguire con il 12,9% la categoria degli smartphone e in terza posizione si trovano gli elettrodomestici con il 12,1%.
“Si conferma la tendenza per cui molti acquisti vengono effettuati nei punti vendita tradizionali, ma un ruolo fondamentale prima di comprare un bene o servizio è rivestito dalla possibilità di prendere informazioni sulla rete – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. Anni fa avevamo coniato la definizione di infocommerce e, comunque, si osserva come la multicanalità si sia affermata come fondamentale opzione informativa e di scelta per il Superconsumatore. Infatti, sia gli utenti internet sia acquirenti tradizionali di alcuni prodotti attribuiscono un ruolo decisivo al “catalogo” e alle schede prodotto consultate presso un sito online prima del loro acquisto offline, ovvero in un punto vendita fisico”.

I dati emersi dalla rilevazione periodica rivelano come gli italiani siano sempre meno diffidenti verso l’acquisto online, al punto che solo il 5,7% degli utenti non si fida a pagare su internet. Sempre più è la comodità e i benefici che se ne traggono a determinare la scelta dell’acquisto attraverso la rete, e la consegna dei prodotti fisici acquistati online avviene nel 93% dei casi a domicilio (casa o ufficio, con 1 prodotto fatto recapitare in ufficio ogni 10 ricevuti a casa), con una crescita del numero di consegne nel 2014 rispetto al 2013 che è stata intorno al 21%. Gli acquisti a distanza generano il movimento di 9,9 milioni di pacchi ogni mese in Italia e solo il 6% dei consumatori opta per il ritiro del prodotto in un altro luogo.

“L’acquisto online continua ad essere per chi compra un’esperienza convincente- continua Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. La soddisfazione espressa dagli acquirenti in merito a tutto l’iter di acquisto online si attesta sulla votazione 8,5, in costante crescita da quando rileviamo questo parametro (aprile 2011, in cui era 8 il voto medio). Questo indicatore riassume il successo della modalità di acquisto a distanza attraverso la rete: chi inizia ad acquistare online continua a farlo e, anzi, compra progressivamente in categorie di prodotti sempre diverse, diventando egli stesso promotore del nuovo stile di acquisto presso le persone che non hanno ancora fatto l’esperienza. Quando il livello di soddisfazione è così elevato il racconto dell’esperienza positiva diventa virale, si socializza su piattaforme come Twitter e Facebook, e la sua diffusione nella popolazione si alimenta da sola. È quello che abbiamo visto accadere negli scorsi anni e che può ragionevolmente continuare con questo ritmo di crescita anche nei prossimi. Siamo testimoni di una evidenza lampante: il digitale si conferma il vero asset con cui tutti gli operatori devono fare i conti se vogliono competere con successo per soddisfare le esigenze del nuovo Superconsumatore.”

La frequenza media di acquisto nell’ultimo trimestre è stata pari a 3,4 transazioni per acquirente nei tre mesi (poco più di una al mese). La diversa frequenza di acquisto consente di distinguere tra acquirenti abituali (almeno una volta al mese) e acquirenti sporadici (uno o due acquisti nel trimestre). Tale segmentazione mostra che il mercato è sostanzialmente guidato dal segmento degli acquirenti abituali: 11 milioni di individui che generano la quasi totalità del valore del Net Retail. La crescita del valore complessivo del Net Retail nel 2014 è stata pari al 22,1% rispetto all’anno precedente. La dinamica di crescita era già sostenuta nei due anni precedenti (di poco inferiore al 20% nel 2012 e nel 2013) e ha conosciuto una ulteriore accelerazione a partire dall’autunno del 2013 lungo tutto il 2014.

Negli anni recenti si sta affermando una nuova modalità di acquisto a distanza, sempre online ma non sul web, bensì via app su dispositivi mobili: tra i 16,9  milioni di acquirenti online degli ultimi tre mesi si rileva che uno su dieci, ad aprile 2015, ha effettuato un acquisto tramite uno Smartphone (via web o, più frequentemente, via app) e che la quota di acquisti da smartphone cresce del 67% rispetto all’anno scorso. La quota di acquisti da tablet cresce a un ritmo più contenuto rispetto agli smartphone: solo del 28% rispetto all’anno scorso.

Via Tech Economy

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 22/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 624 volte)

Ci sono alcuni argomenti che rischiano di cadere nei luoghi comuni e nella retorica appena si nominano,e uno di questi è la collaborazione.

Sharing_Economy

Immagine tratta da destinationmarketing.org

Si parla tanto, e spesso a sproposito, di sharing economy e di enterprise 2.0 ma oggi voglio tornare sul tema alla luce di oltre 6 anni di post (vedere qui e l’archivio del blog per credere) e soprattutto di un bel documento che vi linko qui e di cui vi riassumo alcuni concetti che ho trovato interessanti.

I 5 WE DRIVER

Alla fine un approccio collaborativo non è solo un bel concetto intellettuale ma anche qualcosa di obbligato sotto la spinta di 5 driver.

  1. Obbligo tecnologia. Il modo in cui viviamo e lavoriamo ci porta continuamente ad interagire, spesso in tempo reale, con molti soggetti attraverso diversi strumenti. Questo networking più o meno voluto va compreso e gestito ma ci obbliga a collaborare.
  2. Obbligo complessità. Ci troviamo in un ecosistema molto complesso, non ci sono vie di uscite da questo e l’acronimo di origine militare Vuca (volatilità, incertezza, complessità e ambiguità) va sempre piu di moda nella letteratura manageriale perché gestire questo contesto è un fatto di sopravvivenza. E serve collaborare.
  3. Obbligo innovazione. Ho scritto spesso che molte innovazioni si diffondono prima di essere realmente comprese, dagli individui e soprattutto dalle aziende. L’innovazione che attinge al crowdsourcing, alle collaborazioni tra funzioni diverse, enti accademici e quanto altro ci viene in mente ci aiuta a non basarci solo sulle nostre forze, in modo autarchico.
  4. Obbligo bramosia. Il documento cita Richard Branson e il suo concetto di “better world company”  ma l’idea di questa famosa sharing economy resta affascinate anche oltre qualche momento di retorica eccessiva e tutte le nostre aziende vorrebbero essere cosi (poi farlo è un altro argomento).
  5. Obbligo generazione. Questi millennials che sono citati dappertutto! In realtà il fatto diventa reale, le persone che non hanno conosciuto un mondo senza internet, cellulari, social e (presto) anche cloud sono ormai adulte, spendono ed entrano nel mondo del lavoro con un nuovo mindset e tante aspettative.

IL QUOZIENTE DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA

Qui vi cito quanto trovate nel documento: “Peter Spiegel, ricercatore e futurologo di spicco in Germania, ceo del think tank Genisis che a settembre fa uscire il suo nuovo libro intitolato WeQ more than IQ. La sua tesi: l’IQ sta per un quoziente d’intelligenza individuale – la mia intelligenza, le mie competenze, il mio genio – ma oggi abbiamo bisogno di ‘We qualità’. Insomma, inizia la partita quoziente di intelligenza individuale vs. quoziente di intelligenza collettiva. Le risorse umane sono avvisate. […] Che non sia una semplice moda o slogan è evidente e non necessita di esempi ormai noti a tutti. Semmai il tema è come dominare questi processi di cooperazione fra società, economia e imprese. Il management ha impiegato tempo a capire che l’economia collaborativa non era (solo) l’ennesimo gioco da provare ma un nuovo paradigma”.

QUINDI NON SOLO TECNOLOGIA

Non lo dico di sicuro solo io: se la tecnologia abilita opportunità enormi essa da sola non basta a far collaborare le persone tra loro. 

Sharing va  bene, ma con un concetto dietro

Sharing va bene, ma con un concetto dietro

La digital transformation è fatta anche in larga parte di consapevolezza, di formazione, di motivazione e le persone devono trovare utilità e valore nel collaborare attraverso gli strumenti, senza trovarsi qualcosa di calato dall’alto.
La tecnologia oltre che un fondamentale abilitatore diventa anche uno dei fattori di spinta che ci obbligano a cambiare paradigma ma, come ho scritto qualche tempo fa, si tratta di ingegneria del software ma anche dell’organizzazione.

Voi che ne pensate? Quali sono le vostre dirette esperienze quando si tocca questo tema?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 22/06/2015 @ 07:10:16, in Social Networks, linkato 580 volte)

Twitter ha sempre cercato di spiegare come utilizzare al meglio il proprio social network agli inserzionisti allo scopo di massimizzare la portata e l’efficacia degli annunci: ovviamente, se i risultati sono migliori per gli inserzionisti, Twitter riuscirà ad aumentare la loro fiducia, incrementando di conseguenza le proprie entrate. In questa fase della vita del social network catturare la fiducia degli inserzionisti e, quindi, degli investitori, sta diventando un aspetto cruciale: alla base dell’addio dello storico fondatore Dick Costolo all’azienda ci sarebbe, infatti, anche lo scontento di Wall Street per i risultati finanziari non entusiasmanti degli ultimi mesi.

Come riportato da re/code, proprio per questo Twitter ha pubblicato un nuovo studio specificamente incentrato sui “direct response ad”, un tipo relativamente nuovo di pubblicità per Twitter che ha lo scopo di ottenere un risultato specifico, come far installare un’app o far visitare un determinato sito web. Il problema che Twitter ha riscontrato, però, è che quando in questi tipi di annunci viene incluso un hashtag o menzionato un altro account, la loro performance risulta deludente

In dettaglio, secondo Twitter, quando si tenta di portare visitatori al proprio sito web tramite un tweet che non include un hashtag o una menzione, esso genera il 23 % di clic in più. Quando il tweet è focalizzato sull’installazione di un’app, rinunciare all’hashtag o alla menzione porta ad un aumento di clic dell’11%.

Quello che è stato riscontrato in realtà ha una semplice spiegazione: tutte le altre parti cliccabili del tweet distraggono gli utenti dal compiere l’azione desiderata da chi ha pubblicato l’annuncio. Come dichiarato da Anne Mercogliano, responsabile marketing di Twitter, “se stai cercando di partecipare ad una conversazione online è assolutamente necessario utilizzare un hashtag, ma per incentivare un clic specifico che punta fuori da Twitter è meglio non creare ‘rumore’.”

In sintesi, gli hashtag possono distrarre gli utenti dal cliccare sul link sponsorizzato attraverso il “direct response ad”: questo si traduce in perdita di efficacia dell’inserzione e uno spreco di denaro da parte degli inserzionisti, che rischiano di allontanarsi dalla piattaforma a beneficio degli altri social network.

Via Tech Economy

 
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