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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 

Aspettando l’introduzione dell’ad blocker nativo di Chrome, uno studio di OnAudience.com ha disegnato il panorama del blocco pubblicitario a livello statunitense. Il risultato non è certo incoraggiante. Circa il 26% degli utenti americani utilizza uno strumento che scherma la pubblicità, un numero in crescita se paragonato al 22% del 2016. Un aumento che ha portato gli editori a veder evaporare guadagni per oltre 15,8 miliardi di dollari, ben 4,8 in più dello scorso anno, in un mercato – quello della display – che negli States vale 45 miliardi di dollari.

 

Ad blocking worldwide

A livello internazionale, il dato è ancora più forte. Le revenue mancate a causa degli ad blocker raggiunge i 42 miliardi di dollari, un numero molto più alto dei 28 miliardi del 2016. Nei due anni, la display globale vale rispettivamente 100 e 84 miliardi di dollari. Un rapporto di eMarketer dello scorso marzo raccontava una situazione leggermente migliore, con un’adozione di strumenti di blocco adv in USA pari al 28% da desktop e 11,8% su mobile.

 

La situazione europea

È l’Europa, però, l’area geografica che più apprezza i software di ad blocking, segnando una penetrazione del 32%. Nello specifico, la Polonia è il paese in cui la pervasione è più pesante (46%), seguita da Grecia e Norvegia (42%), Germania (41%), Danimarca (40%), Olanda, UK e Irlanda (tutte e tre a 39%).

 

Il resto del mondo

Il Giappone registra tassi di utilizzo pari a quelli americani (26%), mentre nell’America Latina le percentuali si abbassano drasticamente. Il Paraguay è il paese con il più basso utilizzo (5%), seguito da Peru (13%) e Venezuela (10%).

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 18/10/2017 @ 07:13:37, in Marketing, linkato 187 volte)

Circa un anno fa, capitai per caso sui Navigli di Milano verso le 7 di sera. Era un giorno centrale della settimana, e per questo mi aspettavo, al contrario delle resse del weekend, un tranquillo viavai di persone alla ricerca di un locale dove fare aperitivo. Invece no. Una grossa folla intasava un Naviglio Grande sorprendentemente addobbato di rosso, e si concentrava in una arteria da dove proveniva una forte musica. Curioso, andai a controllare: un noto marchio di alcolici aveva brandizzato tutta la via, aveva organizzato un concerto la cui band suonava affacciata dai balconi del primo piano, e scontava pesantemente i drink che contenessero un ingrediente da lui prodotto. Di questa serata ne sentii parlare per un bel po’.

Le esperienze sono un grande stimolo per la memoria, ma non solo. Permettere a una persona di emozionarsi, divertirsi, o stupirsi attraverso un coinvolgimento vero, diretto, personale, e genera una profondità di contatto che è difficile instaurare attraverso uno schermo. Per questo motivo, molti brand stanno aumentando i loro sforzi sul campo del marketing delle esperienze. “È sempre più difficile avere successo attraverso l’advertising tradizionale. Nella confusione attraverso cui dobbiamo esprimerci, l’attention spam dell’utente è calato – ora è par a 6 secondi – e quindi come si fa a superare questi ostacoli e ispirare i consumatori?”, commenta il cmo di Mastercard, Raja Rajamannar.

 

Cosa si aspettano i brand

Nel mondo ideale, un brand offre un’esperienza per fare in modo che i partecipanti si divertano, parlino dell’evento sui social, lascino al marchio i propri contatti e abbiano una propensione d’acquisto più alta verso i propri prodotti. “Quello che l’advertising tradizionale fa in settimane, noi lo facciamo in un momento. L’experiential è un modo veloce ed efficace per generare brand awareness attraverso una connessione one-to-one con i consumatori. Coinvolge tutti e cinque i senso, stimolando emozioni che formano ricordi che rmangono, e che è stato dimostrato essere importanti per creare brand loyalty”, spiega Bryan Icenhower, president di IMG Live, agenzia esperienziale di WME | IMG. Stando a un report dello scorso maggio, condotto da Freeman e SSI, un cmo su tre allocherà tra il 21 e il 50% del suo budget su brand experience marketing nel periodo che va tra i prossimi 3 ai prossimi 5 anni.

“Molti marketer sono d’accordo nel dire che l’esperienza di brand generi loyalty. Abbiamo scoperto che circa il 60% dei cmo valuta la brand experience per la sua abilità di creare relazioni dirette con le audience chiave. Nove rispondenti su dieci sono convinti che la brand experience consegni una forte interazione face-to-face e un engagement più avvincente. Due terzi degli intervistati, poi, crede che questo mezzo sia molto efficace per raggiungere gli obiettivi di business”, commenta Chris Cavanaugh, cmo di Freeman.

 

Come misurano le campagne experiential

Ogni brand ha le sue metriche di riferimento. Mastercard e American Express, per esempio, hanno accesso a un gran numero di dati sui clienti, che gli permettono di essere più precisi nelle misurazioni. Ma la industry è generalmente d’accordo sul fatto che misurare le esperienze sia diventato molto più facile, e di conseguenza l’organizzazione di eventi sia più attraente. I brand dicono di essere passati, nel segmento di dati e misurazione, da un approccio passivo (sperando che un’esperienza sia così impressonante da postarla sui social) ad un approccio attivo (che include data points e tracking come una parte dell’esperienza, o l’integrazoine di sforzi social per fare in modo che le persone utilizzino hashtag e condividano la propria posizione), per garantirsi il possesso degli analitics che possano giustificare le spese sostenute per l’iniziativa.

Ma i marchi riescono a determinare con grande decisione anche le metriche che ritengono important, sebbene la misurazione dell’experiential rimanga una materia piuttosto nuova. “Non ci sono standard dettati dalla industry per questo tipo di marketing. Attualmente vediamo il gap di mercato come un’enorme opportunità e continueremo a investire in strategia, stetistiche e tecnologie per costruire modelli che possano adattarsi a clienti appartenenti a industry diverse. L’intera disciplina dell’experiencial funzionerebbe meglio se fosse regolata da una metodologia universalmente accettata, e speriamo di poter essere prima linea a richiederla”, dice Icenhower.

 

Metriche leggere o metriche pesanti?

Nonostante le discussioni sulle misurazioni, alcuni marketer sono convinti che per capire se un’evento abbia funzionato basti guardare la folla per farsi un’idea sull’effetto che l’esperienza ha creato, e quindi del riflesso di questo sul brand. “Il dato sta diventando un elemento centrale, e per il marketing esperienziale è molto bello avere sempre più informazioni. Ma un’esperienza ha anche un carattere emotivo, e questo è intangibile. A volte la miglior ricerca è guardare le persone in faccia e vedere come si stanno vivendo il momento. È un metodo corroborato per capire se sta funzionando”, dichiara Deb Curtis, vp of global partnerships and experiential marketing for American Express.

“È molto difficile avere una grande conversione alla vendita se non viene nessuno all’evento”, commenta Curmi, convinto che le metriche leggere (ovvero la risposta a domande come, cquanto sono contente le persone che partecipano? Vanno via con il sorriso? Ne parlano con i loro amici in modo positivo?) siano tanto importanti quanto le metriche pesanti (i veri e propri dati).

Rajamannar aggiunge: “Il marketing non è ancora una scienza esatta. Non è possibile quantificare tutto al 100%. Se si fa sorridere una persona è già qualcosa”.

 

Land Rover

Micheal Curmi, brand experience director di Jaguar Land Rover per il nord America, ha dichiarato che sia Land Rover sia Jaguar stanno lavorando sull’aumento degli sforzi experiential per quest’anno. “Parte di questa scelta è dovuta a dati migliori e alle migliori capacità di provare il valore delle esperienze rispetto al passato”. Nella fase organizzativa, va studiato un elemento social che renda tracciabile la reach dell’evento sulle piattaforme, che si va ad aggiungere al pubblico presente di persona, a quelli che hanno chiesto il contatto di un rivenditore o che hanno acquistato un veicolo. Una delle ultime iniziative di Jaguar ha sfruttato la VR per ricreare un inseguimento ad alta velocità in cui il protagonista è il consumatore. Questo tipo di interazioni rende gli utenti più propensi a condividere l’esperienza.

“L’experiential è l’unico modo per avere un’interazione fisica con il prodotto, offerta direttamente dalla compagnia, ed è anche uno dei pochi luoghi per avere un dialogo aperto con i consumatori. Quello che facciamo, è principalmente inviare messagg agli utenti e, durante gli eventi, parlare con loro, capire cosa ritengono più importante e avere conversazioni fatte di botta e risposta”, conclude Curmi.

 

M&M

Nello scorso maggio, M&M ha lanciato il suo nuovo prodotto al gusto caramello attraverso una campagna di experiential marketing, a Times Square (NY), che utilizzasse l’augmented reality. M&M’S ARcade, questo il nome dell’iniziativa, ha trasformato le decine di cartelloni presenti in zona in un’atmosfera da videogioco arcade, nel momento in cui le billboard venivano inquadrate dallo smartphone. L’hashtag a supporto, #UnsquareCaramel, è stato utilizzato più di 2200 volte su Twitter, totalizzando oltre 6 milioni di impression. In generale, l’iniziativa ha generato 466 milioni di impression fino a oggi.

“La condivisibilità attorno al marketing esperienziali è cambiata. I social hanno cambiato tutto perchè per avere successo è necessario creare contenuti con cui la gente interagisca. Senza alcun social ad amplificarne la portata, l’experiential avrebbe poco senso per noi”, spiega Andy Pharoah, vp degli affari corporate e delle iniziative strategiche di Mars, company parente di M&M.

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 17/10/2017 @ 07:34:51, in eCommerce, linkato 214 volte)

Anche quest’anno, puntuale come il Natale, la School of Management del Politecnico di Milano ha presentato in collaborazione con Netcomm i dati relativi all’ultima edizione dell’Osservatorio eCommerce B2c. E come ogni anno, proprio come a Natale dopo aver ricevuto i regali, iniziano i commenti su quanto emerso dall’ultimo report presentato dal PoliMi. I dati presentati sono ovviamente positivi e se così non fosse ci sarebbe davvero da preoccuparsi: il valore degli acquisti online da parte dei consumatori italiani raggiunge nel 2017 i 23,6 miliardi di euro+17% rispetto al 2016. Il tasso di penetrazione totale degli acquisti online sul totale retail, passa dal 4,9% del 2016 al 5,7% del 2017 con i Prodotti al 4% e i Servizi al 9%. Se paragonati ad altri mercati europei i numeri sono ancora molto bassi e dimostrano come molte aziende italiane ancora non abbiano iniziato a sfruttare al meglio i vantaggi della vendita online. Tuttavia, il livello del tasso di penetrazione, basso se paragonato a UK (19%), Germania (14%) e Francia (12%), evidenzia un larghissimo margine di crescita che sicuramente avrà un importante ruolo anche nel rilancio dell’economica del Paese nei prossimi anni.

Gli online shopper italiani, ossia i consumatori che hanno effettuato almeno un acquisto online durante il 2017, toccano cifra 22 milioni e crescono del 10% rispetto al 2016. Tra questi, gli acquirenti abituali, quelli che effettuano almeno un acquisto al mese, sono 16,2 milioni e generano il 93% della domanda totale ecommerce (a valore), con un ticket medio annuo di 1.357 euro. Gli acquirenti sporadici sono invece 5,8 milioni e generano il restante 7% della domanda ecommerce, spendendo mediamente 284 euro all’anno.

«Nel 2017 l’ecommerce mondiale è stato caratterizzato da diversi fatti particolarmente significativi. Tra questi ricordiamo le alleanze stipulate da alcuni grandi merchant ecommerce e operatori di differente natura (per sviluppare congiuntamente tecnologie o per espandersi commercialmente), l’affermazione di alcuni trend tecnologici (in primis assistenza vocale e chatbot) e la consacrazione delle principali ricorrenze ecommerce (Single Day, Black Friday e Cyber Monday)», ha spiegato Alessandro Peregodirettore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «D’altro canto il 2017 è stato anche l’anno degli accesi dibattiti sugli effetti dell’online sul commercio tradizionale. Il successo di alcune iniziative ecommerce ha messo infatti a dura prova, in mercati più maturi dell’Italia, la sopravvivenza di alcune insegne della grande distribuzione tradizionale, tra cui quelle incapaci di progettare efficaci soluzioni ibride online – offline».

 

Prodotti vs servizi

Al di là di queste brevi considerazioni, i dati più importanti emersi dall’ultima edizione dell’Osservatorio riguardano senza dubbio quelli relativi al mobile commerce e alla categoria dei Prodotti. Per la prima volta l’acquisto di Prodotti online (pari a 12, 2 miliardi di euro, + 28% rispetto al 2016) ha infatti superato quello dei Servizi (11,4 miliardi, +7%), confermando un trend già in evoluzione negli ultimi anni e portando il paniere degli acquisti online più vicino a quello rilevato nei principali mercati più evoluti, dove i prodotti incidono per circa il 70%. Nonostante questo risultato, il settore predominante nell’ecommerce italiano resta quello del Turismo (9,2 miliardi, +7%), un settore che non rientra nella categoria dei Prodotti bensì dei Servizi.

Il settore merceologico con più acquisti fra i Prodotti è invece quello dell’Informatica ed elettronica di consumo con circa 4 miliardi di euro e un tasso di crescita del 28%, seguito subito dopo dall’Abbigliamento (2,5 miliardi, +28%), che cresce grazie al contributo del fashion e dei mass market, e da quei settori definiti emergenti, ovvero, ArredamentoHome Living e Food & Grocery che insieme valgono quasi 1,8 miliardi di euro. Chiudono il cerchio i prodotti editoriali (840 milioni di euro; +22%) e tutti quegli acquisti legati agli altri comparti di prodotto che valgono insieme 3,2 miliardi di euro, +27% rispetto al 2016.L’acquisto di prodotti genera circa 150 milioni di ordini all’anno con uno scontrino medio di 85 euro.

Come anticipato il settore del Turismo è quello che genera il maggior fatturato nel mercato ecommerce italiano, e ovviamente è il settore principale nella categoria dei Servizi. La crescita è riconducibile agli acquisti di biglietti per i trasporti ferroviari e aerei, alla prenotazione di appartamenti e case vacanze attraverso gli operatori della sharing economy e alla prenotazione di camere di hotel. Gli acquisti online nelle Assicurazioniraggiungono quota 1,3 miliardi di euro (+6%) e rimangono focalizzati sulle RC Auto. Tra gli “Altri Servizi”, che valgono circa 900 milioni di euro (+3%), rimangono importanti i contributi del Ticketing per eventi e delle Ricariche telefonicheL’acquisto di servizi genera circa 50 milioni di ordini all’anno con uno scontrino medio di 235 euro.

Un’interessante considerazione riguardo il rapporto Prodotti/Servizi e tasso di penetrazione degli acquisti online è quella esposta da Valentina Pontiggiadirettore dell’Osservatorio eCommerce B2c. «Il ritardo dell’Italia rispetto ai principali mercati ecommerce permane ed è riconducibile alla ridotta penetrazione nei comparti di prodotto e specialmente nel Food & Grocery (0,5%) — spiega Pontiggia —. Nonostante il fermento imprenditoriale degli ultimi anni, il settore non è in grado di garantire una copertura territoriale diffusa e omogenea sul territorio italiano: solo il 15% della popolazione infatti può effettuare online la spesa “da supermercato” con livello di servizio idoneo, mentre un altro 55% della popolazione ha un accesso solo potenziale all’ecommerce, tramite iniziative sperimentali, isolate e con limitata capacità.» Se quindi da un lato il Food & Grocery viene da tutti riconosciuto come il settore emergente del momento, allo stesso tempo è esso stesso la causa del ritardo dell’ecommerce italiano rispetto ad altri Paesi europei. Situazione che giustifica, quindi, tutti gli investimenti che le aziende italiane stanno effettuando in questo ambito e che fanno quella del Food una sfida determinante per il futuro a breve termine del commercio digitale in Italia.

 

Italiani sempre più mobile oriented

Per quanto riguarda il mobile commerce, nel 2017 un terzo degli acquisti ecommerce, a valore, si è concluso attraverso smartphone o tablet. L’incidenza di questi device è quintuplicata nel giro di 5 anni: nel 2013 la somma di tablet e smartphone valeva infatti solo il 6%. Ancora più significativa la crescita dello smartphone: il suo contributo è passato infatti dal 4% nel 2013 al 25% nel 2017. In valore assoluto, gli acquisti ecommerce da smartphone superano, nel 2017, i 5,8 miliardi di euro, con una crescita del +65% rispetto al 2016. L’importanza di questo canale per il consumatore è visibile in tutti i principali comparti merceologici: il tasso di penetrazione dello smartphone sul totale ecommerce sfiora o supera il 30% nella maggior parte dei settori di prodotto (Editoria, Abbigliamento, Informatica ed elettronica, Food&Grocery) ed è pari al 15% nel Turismo e al 5% nelle Assicurazioni.

 

La crescita dell’export

Nel 2017 l’Export, inteso come il valore delle vendite da siti italiani a consumatori stranieri, vale 3,5 miliardi di euro e rappresenta il 16% delle vendite ecommerce totali. I prodotti, grazie a una crescita del 19%, valgono 2,3 miliardi di euro e rappresentano il 67% delle vendite oltre-confine. La bilancia commerciale(Export – Import) nei prodotti è positiva, a differenza dei servizi, e vale 800 milioni di euro (+150 milioni di euro rispetto al 2016). L’Abbigliamento, grazie alla notorietà dei brand italiani e alle competenze digitali sviluppate da alcune Dot Com o boutique multi-brand nazionali, è responsabile del 65% dell’Export di prodotto. L’Export di servizi si ferma a circa 1,2 miliardi di euro, con un tasso di crescita sostanzialmente nullo, a causa di alcuni isolati fenomeni sfavorevoli legati ad attori del settore Turismo.

L’Export online è ben più significativo se, oltre alle vendite dirette da siti italiani verso consumatori stranieri, si considerano le vendite abilitate dagli “intermediari digitali” con ragione sociale straniera (siti delle vendite private operanti all’estero, marketplace stranieri e retailer internazionali). Se ai 3,5 miliardi di euro di valore delle vendite da siti con operatività in Italia a clienti finali residenti all’estero viene sommato il transato intermediato dalle tre tipologie di canali appena citati, l’Export digitale triplica il suo valore e raggiunge i 10 miliardi di euro.

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 13/10/2017 @ 07:55:18, in Pubblicità, linkato 261 volte)
Il mercato pubblicitario in Italia chiude i primi otto mesi dell’anno in calo dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2016. Se si esclude dalla raccolta web la stima Nielsen sul search e sul social, l’andamento degli investimenti registra una contrazione del 4%. Il singolo mese di agosto si attesta a +0,6% (-3,2% senza search e social).

Relativamente ai singoli mezzi
, la tv chiude gli otto mesi a -3,5%, condizionata da un agosto negativo (-5,3%). L’andamento della stampa continua a essere in calo: nel singolo mese, i quotidiani e i magazine perdono rispettivamente il 5% e il 6,5%, portando la raccolta nel periodo cumulato gennaio – agosto rispettivamente a -10,5% e -7%.

Prosegue il buon trend della radio che chiude i primi otto mesi con una crescita del 3,2%, nonostante il -0,3% registrato ad agosto. Sulla base delle stime realizzate da Nielsen, la raccolta dell’intero universo del web advertising chiude in positivo a +6,9% (-1%, se si escludono il search e il social).

Buono l’andamento della GoTV (+12,6%) e del transit (+1,5%) nei primi otto mesi, mentre continua il trend negativo dell’outdoor (-19,1%). Il cinema conferma la sua fase di recupero, attestandosi a -6%. Il direct mail chiude a -3,5%.

Per quanto riguarda i settori merceologici, se ne segnalano otto in crescita nel periodo cumulato, con un apporto complessivo di circa 45 milioni di euro. Per i primi cinque comparti a livello di quote di mercato, si registrano andamenti differenti: gli investimenti del settore automobilistico si fermano a -0,4%. Positiva la performance del pharma (+2,8%). Continua invece l’andamento negativo per le telecomunicazioni (-4,7%), gli alimentari (-5,7%) e la distribuzione (-10,1%).

Tre settori - elettrodomestici, giochi/articoli scolastici e informatica – crescono a doppia cifra, incrementando gli investimenti rispettivamente del 51,2%, 40,3% e 20,5%, con un apporto complessivo di circa 24 milioni di euro.

Via Mark Up
 
Di Max Da Via' (del 12/10/2017 @ 07:07:16, in Mobile, linkato 211 volte)

Il mobile ha cancellato i confini tra offline e online, creando una torretta di avvistamento che i marketer presidiano per capire il comportamento dei propri utenti attraverso tutto il percorso d’acquisto. Gli smartphone rappresentano ora un media su cui fare advertising, un supporto da utilizzare in negozio – su cui gli utenti fanno ricerche e comparazioni di prezzo – , e un vero e proprio punto vendita virtuale. Sebbene, rispetto a 5 anni, oggi sia molto più facile seguire i percorsi che hanno condotto un cliente all’acquisto, resta ancora diffile dare un peso ad ognuna delle attività che lo hanno portato alla conversione.

Difficile sì, ma quantomai importante per calibrare le proprie strategie di marketing. Secondo lo studio “2017 State of Marketing Attribution” di AdRoll ed Econsultancy, negli Stati Uniti il 60% dei marketer ha adottato metodi di attribuzione che mettano insieme online e offline, segnando una crescita significativa sul 45% degli addetti ai lavori che la utilizzavano nel 2016. La marketing attribution, adoperata dall’81% delle company, ha prodotto un miglioramento dell’allocazione dei budget nel 70% dei casi e una migliore comprensione di come coordinare i canali digitali per il 64% degli intervistati.

Il single click – sia esso first o last click – rimane il modello di attribuzione più comune, e solo il 25% utilizza un modello personalizzato. La metà di questi ultimi lo trova molto efficace. Tra chi non ha ancora introdotto l’attribution, l’ostacolato più comune (59%) è stata una scarsa conoscenza dell’argomento. Questo è uno dei challenge più grossi, insieme all’abilità di combinare i dati tra le varie piattaforme e al comprendere il comportamento di utilizzo dei vari touchpoint da parte dei consumatori. Grazie alla geolocalizzazione sono stati fatti grossi passi avanti sull’interpretazione dei behaviour tra attività online, traffico instore e vendite, apprezzati dai marketer e dimostrati da un’adozione più ampia dei nuovi modelli di attribution.

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 11/10/2017 @ 07:43:57, in Media, linkato 240 volte)

La classifica dei quotidiani ad agosto (.xls) per diffusione carta+digitale elaborata da Primaonline.it sui dati Ads. La graduatoria è realizzata comparando il dato appena diffuso da Ads con quello del mese precedente.

In una nota la società ha ricordato che, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento ADS edizioni digitali, orientato alla centralità dell’utente finale, è ripresa anche la comunicazione dei dati relativi alle copie multiple, con la verifica dell’esplicita volontà di fruizione della copia da parte dell’utente finale e l’adozione di evoluti strumenti tecnologici di controllo dell’avvenuta attivazione.

I dati relativi alle copie multiple gestite tramite intermediari sono disponibili a partire dai dati riferiti a luglio 2017 e comunque a completamento della prima fase del processo di accreditamento di ciascun soggetto.

E’ stata eliminata la soglia di prezzo prevista dal precedente regolamento: le copie digitali sono suddivise per fasce di prezzo e vengono rappresentate anche le copie digitali promozionali e omaggio per le quali sono previste le nuove regole di certificazione valide anche per le copie multiple.

- Leggi o scarica la tabella con i dati dei quotidiani relativi al mese di agosto (.xls)

Via Prima Comunicazione
 
Di Max Da Via' (del 10/10/2017 @ 07:29:00, in Brand, linkato 233 volte)


Il valore complessivo dei brand italiani, e quindi del brand Italia, quest’anno ha avuto una crescita record di oltre 500 miliardi di dollari rispetto allo scorso anno: solo Cina, Francia e Corea del Sud sono cresciute più dell’Italia e se la crescita rispetto ai cinesi non ha eguali la differenza con queste ultime due è invece minima.

Questo il risultato della classifica realizzata ogni anno da Brand Finance in partnership con Fdi Intelligence - Financial Times. La forte crescita del valore monetario del brand Italia e dei Paesi del sud Europa è stata influenzata dalle riforme messe in atto dai rispettivi territori.

Per quanto riguarda il valore del brand Italia, il leggero peggioramento del rischio di mercato non ha inciso in maniera sostanziale, mentre hanno influito positivamente la riduzione della corporate tax, le buone prospettive di crescita e il cambio euro dollaro.

Dall'altro lato nel 2017 il brand Italia - pur aumentando di valore monetario - si è indebolito in termini di immagine. Il fattore scatenante è stato il risultato del referendum costituzionale e la conseguente instabilità politico economica, che ha causato un peggioramento della percezione dell’immagine da parte del mondo degli affari. Tale indebolimento ha limitato la crescita del valore monetario del brand Italia e potrebbe influenzare negativamente le prospettive di Pil del prossimo anno.

Il rating del brand sintetizza la capacità attrattiva del Paese come area su cui dirottare gli investimenti. Se il rating del brand Italia fosse rimasto stabile, il valore sarebbe cresciuto di 600 miliardi di dollari e non di 500 miliardi, posizionando l’Italia al 7° posto invece che al 9° nella classifica dei brand nazione ordinati per valore monetario.

L’immagine dell’Italia, nonostante sia meno attrattiva dei paesi concorrenti, riesce comunque ad avere un valore molto alto soprattutto grazie alle buone performance di brand locali come Eni, Ferrari, Gucci (top brand italiani) e Wind, che nella classifica italiana 2017 sono cresciuti tutti di oltre 1 miliardo di dollari. Questa situazione conferma l’handicap delle imprese italiane, che si trovano a dover affrontare i mercati con minore supporto dal proprio paese, in termini di immagine, rispetto ai concorrenti.

“Oltre ai noti punti di debolezza, che non favoriscono il doing business in Italia, siamo penalizzati da una percezione sulle condizioni in Italia che è peggiore rispetto alla realtà dei fatti”, sottolinea Massimo Pizzo Managing Director Italia di Brand Finance: “Questo dipende sostanzialmente da una qualità della comunicazione non adeguata, dalla storica tendenza degli italiani a screditarsi e dalle forti aspettative attese da un big come l’Italia e che spesso vengono deluse”

Via Mark Up
 
Di Max Da Via' (del 09/10/2017 @ 07:47:25, in Internet, linkato 330 volte)

Ancora numeri record per internet: il 75,2% degli italiani sul web, grazie a smartphone e social network. La crescita degli utenti di internet in Italia ha rallentato il ritmo, ma prosegue, seconda l’ultima rilevazione Censis. Nel 2017 ha raggiunto una penetrazione pari al 75,2% della popolazione, l’1,5% in più rispetto al 2016 (e il 29,9% in più rispetto al 2007). Il telefono cellulare è usato dall’86,9% degli italiani e lo smartphone, in particolare, dal 69,6% (la quota era solo del 15% nel 2009). Gli utenti di WhatsApp (il 65,7% degli italiani) coincidono praticamente con le persone che usano lo smartphone, mentre circa la metà degli italiani usa i due social network più popolari: Facebook (56,2%) e YouTube (49,6%). Notevole il passo in avanti di Instagram, che in due anni ha raddoppiato la sua utenza (nel 2015 era al 9,8% e oggi è al 21%), mentre Twitter resta attestato al 13,6%.

La spesa per smartphone

22,8 miliardi la spesa per smartphone, servizi di telefonia e traffico dati. Mentre tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2016 il valore dei consumi complessivi degli italiani ha subito una significativa flessione (-3,9% in termini reali), la spesa delle famiglie per gli smartphone ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom (+190% nel periodo 2007-2016, per un valore di poco meno di 6 miliardi di euro nell’ultimo anno). Anche gli acquisti di computer hanno registrato un rialzo rilevantissimo (+45,8% nel periodo). I servizi di telefonia si sono invece assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-14,3%, per un valore però di oltre 16,8 miliardi di euro nell’ultimo anno). E la spesa per libri e giornali ha subito un crollo verticale (-37,4%). Complessivamente, nel 2016 la spesa per smartphone, servizi di telefonia e traffico dati ha superato i 22,8 miliardi di euro.

Tv… sempre più web

Raddoppia l’utenza della mobile tv. La tv tradizionale (digitale terrestre) cede qualche telespettatore, confermando però un seguito elevatissimo (il 92,2% di utenza complessiva, con una riduzione del 3,3% rispetto al 2016). La tv satellitare raggiunge quasi la metà degli italiani (il 43,5% nel 2017). Cresce la tv via internet: web tv e smart tv raggiungono il 26,8% di utenza (+2,4% in un anno). Ed è decollata la mobile tv, che ha raddoppiato in un anno i suoi utilizzatori, passati dall’11,2% al 22,1%. La radio tradizionale perde 4 punti percentuali di utenza, scendendo al 59,1% di italiani radioascoltatori. La flessione è compensata però dall’ascolto delle trasmissioni radio via internet attraverso il pc (utenza al 18,6%, +4,1% in un anno). L’autoradio rimane lo strumento preferito dagli italiani per ascoltare le trasmissioni che vanno in onda in diretta (utenza al 70,2%). Complessivamente, la radio si conferma ancora ai vertici delle preferenze degli italiani, con una utenza complessiva dell’82,6% considerando tutti i vettori dei programmi radiofonici.

Il boom di Spotify e Netflix

Dal multimediale alle piattaforme multicanale. La grande novità dell’ultimo anno è rappresentata dalle piattaforme online che diffondono servizi digitali video e audio, come ad esempio Netflix o Spotify. Oggi l’11,1% degli italiani guarda programmi dalle piattaforme video e il 10,4% ascolta musica da quelle audio. Il dato è più elevato tra le persone più istruite, diplomate e laureate (rispettivamente, il 14,1% e il 13,3%). E praticamente raddoppia tra i più giovani: il 20,6% degli under 30 si connette ai servizi video e il 22,6% a quelli audio. È lo stesso concetto di internet che comincia a modificarsi: la rete diventa il veicolo di diffusione di contenuti che, pur viaggiando da un centro alla periferia, posso essere fruiti dagli utenti come e quando vogliono, influenzando l’immaginario collettivo degli italiani.

Flettono quotidiani e libri

Quotidiani e libri ancora in flessione. I quotidiani continuano a soffrire per la mancata integrazione nel mondo della comunicazione digitale. Oggi solo il 35,8% degli italiani legge i giornali. Negli ultimi dieci anni, mentre i quotidiani a stampa perdevano il 25,6% di utenza, i quotidiani online ne acquistavano solo il 4,1% (oggi l’utenza complessiva è al 25,2%). Nel campo dei periodici, però, nell’ultimo anno si è registrata una ripresa sia dei settimanali (il 31% di utenza, +1,8%), sia dei mensili (il 26,8% di utenza, +2,1%). Ma solo il 42,9% degli italiani legge i libri a stampa e il 9,6% gli e-book. Complessivamente, i lettori di libri si attestano al 45,7% della popolazione, confermando la ancora scarsa capacità dei libri elettronici di attirare nuovi lettori.

Giovani & Adulti

Forever young: il processo di “giovanilizzazione” degli adulti. I comportamenti mediatici dei giovani e degli adulti sono sempre più omogenei. Nel 2017 viene praticamente colmato il gap nell’accesso a internet, con una utenza dell’87,8% tra i 30-44enni contro il 90,5% dei 14-29enni. Lo stesso avviene per i social network (l’80,4% e l’86,9% di utenza rispettivamente), gli smartphone (l’84,7% e l’89,3%), la tv via internet (il 39,5% e il 40,9%) e gli e-book (il 15,4% e il 15,2%). Tra i media tradizionali si registra l’allontanamento degli adulti dai quotidiani a stampa, letti nel 2017 dal 27,5% rispetto al 46,6% del 2012. Anche in questo caso gli adulti si avvicinano ai giovani, tra i quali nel 2017 i lettori di quotidiani scendono al 23,6% rispetto al 33,6% del 2012. I modelli della comunicazione digitale si estendono, coinvolgendo pienamente anche le fasce adulte della popolazione. La rapidità d’accesso, la flessibilità nell’impiego dei mezzi, la connessione alle reti globali, l’abbattimento delle barriere di spazio e tempo, la personalizzazione dei palinsesti, la disintermediazione digitale, non sono fattori avvertiti come essenziali solo dagli adolescenti: ormai sono entrati nella vita quotidiana della maggior parte degli italiani.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 02/10/2017 @ 07:23:36, in Aziende, linkato 458 volte)

Facebook apre alle news a pagamento dopo le pressioni da parte degli editori in questo senso. A confermarlo è stata la società nel corso di un appuntamento ieri a Milano. Il tema è stato al centro del dibattito interno all’industry mediatica negli ultimi mesi: ora l’azienda americana introdurrà contenuti pay con dieci partner mondiali, europei e italiani. Come riporta l’ANSA i test su formule e modalità di abbonamenti alle notizie partiranno “a breve”, sicuramente entro quest’anno.

Due modelli pay

Due i modelli di pagamento che saranno testati, a partire dal formato degli Instant Articles. Il primo prevede un paywall che consentirà di leggere gratis fino a un certo numero di articoli. Il secondo è la modalità “freemium”, in base alla quale saranno gli editori a decidere quali contenuti offrire gratis sul social network e quali a pagamento. La transazione economica non avverrà sul social e il 100% dei ricavi andrà agli editori.

Il tema fake news

Facebook, col suo pubblico potenziale di due miliardi di lettori, tende così la mano agli editori e lo fa anche sul versante ‘fake news’. Su questo fronte, assicura la piattaforma, in Italia sarà presto più facile e immediato segnalare eventuali bufale condivise. Ma occorre ancora aspettare per avere novità in merito a un partner italiano per la verifica delle notizie, il ‘fact checking’, sulla scia di esperimenti come quelli già attivati in Stati Uniti e Francia.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 26/09/2017 @ 07:26:31, in Brand, linkato 532 volte)
Nell'annuale classifica di Interbrand restano al vertice Google e Apple, ma entra in terza posizione Microsoft. Per l'Italia ci sono Gucci, Prada e Ferrari

Appuntamento con la diciottesima edizione dello studio Best Global Brands di Interbrand, che svela anche per il 2017 quali sono i marchi globali a maggior valore economico. Al top ancora Apple e Google, mentre Microsoft entra in terza posizione: confermato dunque il dominio della tecnologia.

Sono tre le new entry di quest’anno: l'italiano Ferrari, in posizione 88, insieme a Netflix e a Salesforce.com, entrate entrambe per la prima volta nel ranking rispettivamente al 78esimo e 84esimo posto.

I cinque brand con il più alto tasso di crescita sono Facebook, che per il secondo anno consecutivo registra un incremento del valore del brand del 48%, Amazon (+29%), Adobe (+19%), Adidas (+17%) e Starbucks (+16%).

Il settore retail, rappresentato dai brand Amazon, Ikea ed eBay, è quello con un maggior tasso di crescita: l'incremento è del 19%. Il settore Fmcg è rappresentato da 9 brand, tra questi quello con la maggior crescita in termini di valore del brand è Lego con +5%.

Nel complesso, il valore aggregato dei 100 Best Global Brands è pari a 1.871,730 miliardi di dollari con un aumento del 4,2% rispetto al 2016.

Un dettaglio sull'Italia
L’Italia è rappresentata da Gucci, Prada e Ferrari, che rientra nella Best Global Brands in 88esima posizione. Come riportato nell'analisi di Interbrand, non sorprende la performance di Gucci che conquista la posizione 51, con una crescita del valore del brand del 6% raggiungendo 9,969 miliardi di dollari. Grazie al nuovo corso posto in essere dal management e dal direttore creativo Alessandro Michele, il brand è nuovamente assurto al ruolo di autorità della moda. Ferrari, antonomasia del lusso automotive, che quest’anno celebra il suo 70esimo compleanno, registra un valore del brand pari a 4,876 miliardi di dollari, traguardo Interbrand conquistato anche grazie a un forte incremento delle vendite. Seppure continui a essere un indiscusso riferimento a livello internazionale, Prada fatica a tradurre la forza del proprio brand in risultati economici, e scende in posizione 94.

Per la classifica completa dei 100 top brand 2017 cliccate qui

Via Mark Up

 
Di Max Da Via' (del 25/09/2017 @ 07:45:11, in Mercati, linkato 530 volte)

Sì, l’ascesa della generazione “i-can” cinese sta cambiando sia l’economia del Paese sia quella mondiale. Volete sapere di chi stiamo parlando e quali sono le opportunità da cogliere per le aziende?
Ad offrire una panoramica approfondita sul tema nell'articolo a seguire è Helen Wong, Chief Executive, Greater China, The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation Limited.

Tra gli anni ‘50 e ‘60 l’economia mondiale ha subito una trasformazione ad opera della progressiva affermazione dei consumatori americani. Oggi, invece, è la generazione “i-can” cinese ad essere il motore trainante dell’economia. La rapida trasformazione socio-economica che ha interessato la Cina negli ultimi tre decenni ha portato alla nascita di una nuova generazione di consumatori che noi definiamo la generazione “i-can”.

Incoraggiati da anni di crescita economica, la generazione “i-can” è stimolata dall’incremento dell’economia digitale di Pechino, i cui emblemi sono Taobao (digital purchasing) e WeChat(comunicazione). Praticamente, la generazione “i-can” cinese è passata direttamente dall’era pre-internet a quella dell’internet mobile, bypassando completamente l’era dei personal computer. Lungo il tragitto, l’attività in ambito eCommerce della generazione “i-can” ha creato una delle maggiori economie digitali del mondo e sta facendo nascere una nuova generazione di società cinesi del settore IT che si stanno facendo spazio nel panorama digitale mondiale.

Le caratteristiche demografiche della generazione “i-can” sono assolutamente uniche, infatti uniscono in una sola fascia di età le peculiarità dei baby boomers dell’occidente e quelle dei Millenials. Questo fa sì che abbiano tutte le opportunità, l’ottimismo e il benessere di cui hanno goduto i figli del baby boom, avendo però a portata di mano tutta la tecnologia moderna. Hanno, inoltre, una visione più globale rispetto ai loro genitori. Essendo il prodotto della politica del figlio unico hanno sviluppato un atteggiamento basato sul “posso far tutto” che adesso sta trasformando la società e l’economia del Paese. Questa nuova generazione è più mondana, imprenditoriale, individualistica, ha una maggior apertura mentale ed è disposta a spendere.

L’intera generazione “i-can” racchiude oltre 400 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione cinese, una cifra di gran lunga maggiore rispetto alla popolazione attiva degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale messi insieme. Si stima che questo gruppo di persone guiderà il 65% della crescita dei consumi in Cina da qui al 2020, quando rappresenteranno il 53% della spesa totale, in aumento rispetto al 45% del 2016.

La loro potenza economica congiunta è rappresentata da alcuni dati statistici.
1 - Il numero di utenti di internet in Cina supera i 730 milioni, equivalente alla popolazione totale dell’Europa, o il doppio di quella degli Stati Uniti.
2 - Oltre il 95 % degli appartenenti alla generazione “i-can” si connette tramite gli smartphone. Quasi mezzo miliardo di loro utilizza gli smartphone per effettuare pagamenti, mentre oltre 200 milioni si avvale di questo dispositivo per ordinare il cibo in consegna a domicilio.
3 - L’anno scorso, solo nella giornata del Singles’ Day, la generazione “i-can” ha fatto acquisti per un valore di 17,8 miliardi di dollari, molto più di quanto è stato speso lo scorso anno negli Stati Uniti per Ringraziamento, Black Friday e Cyber Monday.

Non c’è dubbio che questa generazione diventerà la forza dominante sul marcato dei consumi in Cina e che darà anche slancio alla crescita economica del Paese. Il potere d’acquisto della generazione “ican” sta ridefinendo il modello di crescita del Paese che predilige i consumi domestici agli investimenti stranieri tradizionali e alla crescita trainata dall’export. Tutto questo si traduce nel fatto che la generazione “i-can” cinese diventerà presto una potenza trainante della crescita economica mondiale.

Gli appartenenti alla generazione “i-can” tendono ad essere dei consumatori sofisticati e con un’apertura mentale internazionale. Sono quindi anche più selettivi quando si tratta scegliere come spendere dei soldi, passando dai prodotti ai servizi, e dai segmenti di massa a quelli premium. Vanno alla ricerca di uno stile di vita più bilanciato dove le esperienze salutari e personali ne fanno da padrone. Di conseguenza saranno più portati a spendere di più in termini di healthcare, lifestyle, entertainment, prodotti e servizi per la casa rispetto ai generi di prima necessità. Questo cambiamento negli stili di consumo ha incoraggiato l’innovazione e la crescita del settore privato per riuscire a soddisfare l’incalzante domanda. Questo mutamento è particolarmente evidente all’interno del comparto dell’information technology che ha visto l’ascesa di società cinesi come Alibaba nel settore dell’e-commerce, Tencent nell’area dei social media e Baidu per quanto riguarda i motori di ricerca, trasformandoli in leader internazionali.

Tra le notizie rilevanti a supporto: 
- Nel 2016, la popolazione cinese ha speso 5.500 mila milioni di dollari tramite le piattaforme per i pagamenti mobile – circa 50 volte di più rispetto all’ammontare raggiunto negli Stati Uniti.
- Gli utenti di WeChat, sviluppato da Tencent, hanno inviato circa 46 miliardi di bustine rosse digitali solamente nel periodo del Capodanno cinese del 2017, mentre PayPal ha registrato 6,1 miliardi di transazioni in tutto il 2016.
- Yu’e Bao di Ant Financial, società i pagamenti affiliata con Alibaba, si è trasformata in uno dei maggiori fondi online con 165 miliardi di dollari in gestione per conto di 325 milioni di clienti, composti, alla fine del 2016, per il 99,72% da investitori individuali e dallo 0,28% da investitori istituzionali.
- Lufax, il maggior player cinese dell’area peer-to-peer sovvenzionato da Ping An Insurance, alla fine del 2016, ha riportato 28,38 milioni di utenti registrati, con un aumento del 55% rispetto al pari periodo del 2015. Il volume delle transazioni di Lufax ha raggiunto l’anno scorso quasi 854 miliardi di dollari, un aumento del 280% rispetto all’anno precedente.

Quelle società che non forniscono solamente soluzioni per i pagamenti mobile stanno integrando tutti i loro servizi in una soluzione finance per dispositivi mobili. Alibaba e Tencent stanno integrando in una singola piattaforma mobile diversi aspetti della vita di tutti i giorni, dal pagamento delle bollette ai trasporti, passando per gli hotel. È possibile fare quasi tutto, in qualsiasi momento, semplicemente sbloccando lo smartphone. Per dirla in parole semplici: i clienti possono monitorare le proprie spese giornaliere attraverso una funzione di Alipay o Tenpay che registra automaticamente ogni transazione e analizzano il flusso di denaro. Inoltre i consumatori hanno accesso a soluzioni complete e diversificate dedicate a finanziamenti, supporto a operazioni, wealth management così come il trading di fondi e titoli.

Nel lungo periodo, questa nuova e moderna generazione di clienti cinesi trasformerà il Paese in un’economia più digitale guidata dai consumatori. Il loro incredibile potere d’acquisto sarà il motore principale e, non solo la spina dorsale della crescita sostenibile della Cina, ma di tutta la stabilità economica mondiale.

Via Mark Up
 

Quasi un anno fa, Snap annunciava gli Spectacles, i suoi occhiali da sole ad alta tecnologia che possono girare video grazie a una telecamera integrata e cogliere i frame dal punto di vista di chi li indossa. Il potenziale di branding degli Spectacles ha costantemente incuriosito i marketer, che si sono chiesti come utilizzare il dispositivo per creare un po’ di movimento su Snapchat, la piattaforma social di Snap.

Burger King e Sainsbury’s sono i primi due clienti di Snap a utilizzare gli occhiali per girare degli annunci pubblicitari da servire su Snapchat (Snap si era già pubblicizzato con video realizzati attraverso gli Spectacles su Snapchat all’inizio dell’estate). La maggiore differenza creativa tra le clip girate con gli Spectacles e gli altri filmati sta nel modo in cui gli occhiali catturano il video in modo circolare a 115 gradi dando un punto di vista in prima persona molto particolare. La pubblicità, inoltre, consente agli spettatori di ruotare il telefono e vedere più azioni da diverse prospettive.

Gli annunci dei due brand sono online da oggi quello di di Burger King’s apparirà attraverso l’applicazione negli Stati Uniti per il National Cheeseburger Day mentre quello di Sainsbury’s – che è una catena di negozi di alimentari – nel Regno Unito.

Un frame dello spot di Burger King interamente girato con gli Spectacles

Un frame dello spot di Burger King interamente girato con gli Spectacles

Questa è la prima volta che abbiamo prodotto qualcosa via Spectacles”, ha commentato Brooke Scher Mogan, portavoce di Burger King.”Il marchio ha fatto un sacco di campagne di successo con Snapchat in passato quindi abbiamo pensato di continuare a lavorare sulla piattaforma”.

Sainsbury’s, da canto suo, spera che il pubblico di 10 milioni di utenti di Snapchat, soprattutto i più giovani, contribuisca a spostare il marketing dei supermercati al di là del cliché che le sue uniche clienti siano le casalinghe. “C’è una nuova generazione di persone che ogni giorno attraversa le porte di Sainsbury’s e ci sentiamo in dovere non solo di rappresentarli nella pubblicità, ma anche di farlo in modi che essi stessi riconoscano, con nuovi mezzi creativi e i nuovi linguaggi del mobile”, ha detto un portavoce dell’agenzia creativa Weiden + Kennedy che ha curato la campagna.

Via 360.com
 
Di Max Da Via' (del 21/09/2017 @ 07:39:43, in Pubblicità, linkato 698 volte)

Digitale e Tv leva di crescita per l’industria Media & Entertainment. Il settore è destinato a raggiungere quota 38 miliardi di euro nel giro di 4 anni, in crescita rispetto ai 31,5 miliardi del 2016. Il mercato sembra aver assorbito i colpi della crisi congiunturale degli anni passati e, a seconda dei segmenti, manifesta segnali di tenuta o di crescita, confermando così la ripresa avviata nel 2015.

Emerge dall’outlook 2017-2021 di Pwc che analizza l’andamento dei 17 segmenti del mercato dei Media e dell’Intrattenimento (B2B, Books, Cinema, Data Consumption, E-Sports, Internet access, Internet advertising, Internet video, Magazine publishing, Newspaper publishing, Music, Out-of-home advertising, Radio, Traditional TV and home video, TV advertising, Video Games, Virtual Reality).

La spesa degli utenti finali (che include i servizi di accesso ad Internet) ha contribuito in modo sostanziale alla crescita: nel 2016 ha raggiunto 23,5 miliardi, crescerà nel 2021 fino a 28,9 miliardi. Altrettanto forte la crescita dei ricavi pubblicitari dopo i trend poco incoraggianti degli ultimi tre anni. TV ed Internet continuano a rappresentare i due segmenti dove si concentra la maggior parte dei ricavi del settore.

TV e Internet continueranno a generare la maggior quota di ricavi nel mercato E&M, incidendo per il 68% sul totale del mercato E&M nel 2021. La crescita dei due segmenti, tra il 2016 ed il 2021, sarà pari a €5,5 miliardi, mentre la crescita del mercato nello stesso periodo sarà pari a €6,7 miliardi.

Ma attenzione: mentre a livello globale, la pubblicità su Internet ha già superato quella sui broadcast, l’Italia dovrà aspettare questo sorpasso ancora 5 anni.

La crescente competizione a livello globale ed il forte processo di trasformazione tecnologica soprattutto nel mondo digitale hanno generato forte spinta all’evoluzione del settore, nota la società. Nel dettaglio, si rileva come il 2016 sia stato un anno particolarmente significativo in riferimento ad operazioni di M&A per il consolidamento di aziende operanti nel comparto editoria e media: l’acquisizione del capitale sociale di RCS MediaGroup da parte di Cairo Communication, la fusione di ITEDI con Gruppo Editoriale L’Espresso (dalla quale nel 2017 è nata GEDI Gruppo Editoriale), la fusione tra la francese Banijay Group e l’italiana Zodiak Media sono tra le principali, come l’acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori. Altrettanto importanti sono state le operazioni che hanno interessato altri comparti del mercato E&M: dall’acquisizione di Metroweb da parte di Enel è nata Open Fiber, con l’obiettivo di contribuire ad estendere la diffusione della banda larga in Italia, facilitando le modalità di fruizione dei contenuti digitali. Operazioni di consolidamento finalizzate all’integrazione del proprio portafoglio di offerta si sono realizzate anche nel mondo delle telecomunicazioni (fusione Wind/H3G) permettendo l’ingresso di operatori internazionali, come Iliad e Zte, che potrebbero avere nel futuro un ruolo rilevante anche nell’offerta di contenuti multimediali e nelle infrastrutture, ridefinendo gli attuali confini del settore. E questo trend di mercato sembra continuare.

“Prevediamo che nel 2017 il volume di trasmissione dati in mobilità sorpasserà quello della banda larga in Italia – dice Andrea Samaja, PwC Advisory TMT Leader -: questo è forse l’indicatore che in modo più diretto esprime la significatività della trasformazione in corso. Questa trasformazione è spinta anche dalle normative europee e italiane, che stanno via via regolamentando nuovi modelli di business. Si pensi alla direttiva europea sui pagamenti digitali (PSD2), che apre il mercato a nuove linee di attività ma anche a nuove relazioni tra consumatori e mercato. In questo percorso evolutivo la customer experience, per la fruizione dei contenuti e/o dei servizi online in mobilità, è il fattore critico di successo. A titolo solo di esempio, non ci deve stupire scoprire che un social network abiliti una funzionalità che permette di scambiarsi denaro e non solo contenuti: quindi diventare anche strumento di pagamento. E non ci deve stupire immaginare che i siti di e-commerce forniscano l’opzione di pagare tramite un numero telefonico”.

Secondo Maria Teresa Capobianco, PwC Advisory E&M Sector Leader “il valore distintivo di ciascun editore deve essere massimizzato in maniera dinamica attraverso logiche di partnership, di sviluppo prodotti ma anche di rivisitazione dei modelli operativi e delle tecnologie abilitanti. Un esempio su tutti è il tema dei big data e degli analytics: più dati e più informazioni non necessariamente sono sinonimo di maggior valore prodotto. Monetizzare il valore che i dati sono in grado di esprimere richiede capacità di visione, managerialità, flessibilità e tecnologie”.

In particolare il segmento TV advertising (3,265 miliardi di euro) si conferma come il più significativo del mercato pubblicitario, seguito dall’Internet Advertising (2,356 miliardi di euro). Sebbene la spesa del mercato pubblicitario TV rimanga il segmento di maggiore incidenza sul mercato pubblicitario, il divario rispetto ai ricavi internet advertising continuerà a ridursi nei prossimi cinque anni. Entrambe le piattaforme si confermano di primaria importanza per i consumatori, pertanto le aziende dovranno continuare ad essere in grado di sviluppare, realizzare e misurare campagne coordinate su più canali per interagire con i propri clienti a 360°.

I ricavi del segmento Internet Video (362 milioni di euro) supereranno quelli dell’Home Video nel 2019. Il segmento Internet Video si è rapidamente ampliato negli ultimi anni e per la prima volta nel 2019 supererà il mercato dell’Home Video. I ricavi del primo segmento sono infatti previsti in crescita dell’16,7%  nel prossimo quinquennio, raggiungendo i 362 milioni di euro nel 2021, mentre il mercato segna un declino terminale per DVD e Blu-ray che scenderanno a 235 milioni di euro. La domanda si è spostata verso il più immediato e conveniente mercato del video-on-demand, con contenuti accessibili tramite una vasta gamma di dispositivi collegati che consentono ai consumatori di fruire dei contenuti quando e dove lo desiderano. Mentre resta solido il mercato di acquisto dei contenuti video TVOD (Transactional Video On Demand), la crescita sarà tuttavia incentrata sulle piattaforme SVOD (Subscription Video On Demand) legate da formule di sottoscrizione, con sempre più abbonati attratti da stagioni ricche di contenuti originali e da cataloghi che possono essere visualizzati quando e come preferisce l’utente.

Via CorCom
 

Mentre Amazon esercita un potere sempre crescente come motore di ricerca, sta anche diventando una piattaforma pubblicitaria competitiva e, di conseguenza, sta ponendo la prima vera sfida a Google e Facebook, che hanno da tempo controllato i budget pubblicitari digitali in modo virtualmente indisturbato. Dei due, Google inizialmente rischia di perdere di piùma man mano che le offerte pubblicitarie di Amazon si espandono, anche Facebook potrebbe trovarsi costretto a salutare un po’ dollari pubblicitari.

Allo stesso tempo, è improbabile che Amazon riesca a rovesciare questo cosiddetto “duopolio” fino a quando non comincerà a fare di più con i media online e a dominare una fetta più ampia del tempo dei consumatori. La cosa più probabile, invece, è che ci ritroveremo con tre powerhouse della pubblicità digitale anziché due.

 

Amazon e la search

Una ricerca mostra che molti consumatori si rivolgono ad Amazon quando cercano informazioni sui prodotti. Le cifre variano dal 31% al 55% quando si tratta di ricerca per la prima volta – e uno studio della società di marketing tecnologico Kenshoo ha scoperto che il 72% delle persone visita Amazon prima di fare un acquisto per avere maggiori informazioni sui prodotti online.

Secondo Collin Colburn, analista del team di marketing B2C presso la società di ricerche di mercato Forrester, l’ uso di Amazon come motore di ricerca continuerà a crescere per due motivi:

-Amazon è costruito come un motore di ricerca specifico di prodotti e i consumatori possono cercare qualsiasi cosa relativa a questi ultimi e ottenere risultati rilevanti meglio e più rapidamente di quanto possano con Google.

-In secondo luogo, Colburn ha osservato come Amazon sia unico nel nella gestione delle sue pagine di elenco che hanno praticamente tutto ciò che un acquirente potrebbe desiderare di sapere – tra cui prezzo, descrizione, immagini e recensioni – che dà ai clienti un one-stop-shop per la ricerca, anche se non finalizzando effettivamente l’acquisto su Amazon.

“Si sono costruiti un notevole vantaggio nella selezione e nell’assistenza rispetto ai concorrenti e continuano a crescere il loro potere di mercato “, ha dichiarato Nathan Grimm, direttore marketing dell’agenzia Indigitous con sede a Seattle. “Mentre i negozi al dettaglio continuano a lottare e chiudono, un numero sempre maggiore di attività si sposterà su Amazon. La loro quota di ricerca dipende in larga misura dal fatto che sono un canale privilegiato per l’acquisto di prodotti, per questo la quota di Amazon nella search è destinata a crescere”.

Inoltre, Kevin Mannion, direttore strategico presso la società di business intelligence Advertiser Perceptions, ha detto che ritiene che Amazon abbia una sempre maggiore influenza sull’idea stessa che gli inserzionisti si sono fatti e si stanno facendo della search.

I nostri dati mostrano che gli inserzionisti sono sempre più pronti a ridurre la spesa nella ricerca digitale tradizionale e sono più propensi a trovare opportunità di ricerca alternative. Amazon è una di quelle. E forse il più importante”, ha commentato. La ricerca all’interno di Amazon è essenziale per i dati che Amazon può condividere con i marketer e le agenzie. E mentre lo shopper lascia il suo walled garden, Amazon è in grado di tenere traccia e ritargettizzare acquirenti che hanno esplorato una categoria di prodotti e considerato anche i marchi dei concorrenti “.

La piattaforma di advertising

È questa conoscenza del comportamento dei consumatori che rende Amazon un potente nemico contro Google e Facebook, che dominano da tempo il panorama del marketing digitale.

Infatti, il report dal titolo “Advertiser Perceptions Q4 2016 Programmatic Intelligence” ha rilevato che il nascente business degli annunci di Amazon è stata la DSP più utilizzato e preferita l’anno scorso. A tal proposito, Mannion ha affermato che Amazon ha ottenuto buoni risultati anche in un altro studio in procinto di essere pubblicato, confermando Amazon come “player significativo” tra le DSP. Questo è in parte perché ha i suoi piazzamenti esclusivi su Amazon.com e altre proprietà Amazon che altre DSP non riescono a raggiungere, così come perché Amazon può offrire il targeting in base a ciò che i consumatori stanno comprando su Amazon e può riferire sulle vendite, così come su come l’ acquisto e il comportamento di ricerca siano cambiati durante la pubblicazione degli annunci.

In effetti, a Dmexco, Marc Pritchard, Chief Brand Officer di P&G, ha dichiarato che la pubblicità su piattaforme come Amazon consente al marchio di comprendere meglio il comportamento dei consumatori e di distribuire annunci pubblicitari quando è più probabile che essi producano vendite. Per altre aziende, come Samsung, ad esempio, Amazon seppur degna di rispetto è una piattaforma considerata solo come ecommerce e non ancora un punto di riferimento in altri contesti come quelli appena citati.

 

Amazon versus Google

Tra i due attori del duopolio, Amazon è più simile a Google, il che significa che ora si sta preparando soprattutto per soddisfare i consumatori alla ricerca di informazioni.

E, secondo Joe Migliozzi, amministratore delegato dell’e-commerce e della retail media unit di Shop+ e capofila di Mindshare North America, il modello di business di Amazon non dipende dagli introiti pubblicitari, per questo gode della libertà di cambiare il panorama competitivo.

Ad esempio, l’ambizione principale di Amazon Echo è quella di sottoscrivere più abbonamenti Prime e vendere di più, non vendere annunci”, ha commentato. Tuttavia, Echo ha stravolto il business della search sia per quanto riguarda la voce, sia per la particolarità delle sue risposte: non c’è spazio, o almeno uno spazio molto limitato, per la pubblicità search a pagamento in un mondo dove una singola voce risponde alle query “.

Anche Jason Hartley, Senior Vice President e National Head of Search e paid search presso l’ agenzia di marketing digitale 360i, ha concordato sul fatto che la sfida di Amazon sia significativa in quanto ha sconvolto il monopolio virtuale di Google sulla search. Mentre Google perde quote di mercato nella ricerca di prodotti, sta anche perdendo le entrate derivanti dagli annunci pubblicitari utilizzati per servire i consumatori che effettuano tali ricerche. Dato che Amazon fa un lavoro migliore di monetizzazione delle proprie ricerche, Google potrebbe vedere ulteriori perdite nel budget dei prodotti di consumo e retail che comandava.

Inoltre, Hartley ha osservato come la pubblicità sia un mezzo per raggiungere un fine per Amazon, ossia vendere più prodotti, mentre per Google la pubblicità sia il fine stesso “poiché, con poche eccezioni, non vende nulla o non fa soldi sui beni a cui indirizza le persone tramite ricerche”.

Allo stesso tempo, Hartley ha osservato come Amazon abbia anche alcune limitazioni – per esempio, se non vende un determinato prodotto, il marchio dietro a quest’ultimo non può pubblicizzare sulla piattaforma. E ci sono anche verticali, come i viaggi, che Amazon probabilmente non toccherà.

In futuro ci sarà molta concorrenza per le ricerche di retail tradizionale e consumer goods (CPG) e Amazon sarà alla pari in termini di volume di ricerca, ma non necessariamente di pubblicità perché, ancora una volta, per Amazon non rappresenta una priorità di reddito quanto vedere i prodotti”, ha aggiunto.

Amazon versus Facebook

Anche Facebook potrebbe perdere quote di mercato a causa di Amazon, sebbene non sia un concorrente diretto in quanto i consumatori utilizzano la piattaforma per diverse ragioni. Facebook potrebbe, tuttavia, essere comunque danneggiato se i budget pubblicitari continuassero a spostarsi su Amazon man mano che la sua offerta di advertising continua a espandersi.

“Fino a quando Amazon non inizierà a competere maggiormente per i media online, non sfiderà direttamente Facebook “, ha commentato Grimm. Amazon fa delle piccole incursioni nel mondo delle piattaforme social con Amazon Video e Amazon Music, ma non ha un social network o un portale di notizie con un’ ampia diffusione “.

 

L’oligopolio

Hartley ha messo in luce anche la probabilità che Amazon segua un percorso simile a quello di Facebook e Google nella pubblicità digitale.

“Per il prossimo anno, penso che vedremo la maturazione dei prodotti di pubblicità digitale su Amazon, che significherà guadagni precoci per coloro che capiranno come funziona il sistema, seguiti da una rapida ascesa della concorrenza man mano che più player impareranno a sfruttare efficacemente l’opportunità pubblicitaria offerta dalla piattaforma. Anche perché nello spazio sempre più affollato di Internet, diventerà molto più difficile per i brand avere successo e creare ROI “, ha continuato. “Questa è la stessa rotta percorsa da Facebook e Google i primi tempi. Ma con il suo ritmo di crescita Amazon, probabilmente, vivrà altri tre-cinque anni di successo senza dover ancora attuare strategie particolarmente sofisticate”.

Tuttavia, ha anche notato come Amazon sia noto per i suoi rapodi movimenti, dunque, questo periodo di tempo potrebbe essere compresso se Amazon dovesse dare priorità alla pubblicità e lavorare a stretto contatto con i marchi e le agenzie e “condivide i dati più efficacemente”.

Nathan Grimm crede che Amazon possa ritagliarsi “una bella fetta” del mercato degli annunci digitali servendo annunci ai clienti dello shopping.

“Tuttavia, l’awareness e le preferenze dei consumatori sono costruite principalmente altrove, quindi, Amazon dovrà controllare un pezzo molto più grande del tempo dei consumatori prima di rubare una grossa fetta di budget pubblicitari da Facebook e Google”, ha aggiunto. “Lo vedo più che altro diventare un terzo pilastro della pubblicità su Internet, ma non un sostituto di Facebook o Google “.

Infatti, molte aziende stanno investendo nella pubblicità di Amazon dai loro team di shopper marketing o retail e non con i loro budget di marketing. Questo significa che non si tratta necessariamente di sottrarre dollari a Google, ma piuttosto di mettere di più in Amazon.

Via 360com
 

Dalla cameretta allo stadio grazie agli eSport. Nessuno tra quelli che hanno preso in mano un joystick di un Sega Mega drive avrebbe mai pensato di poter diventare una superstar mondiale con una vera e propria curva di fan ad esultare per un suo gol a FIFA. E invece gli eSport sono diventati un vero e proprio fenomeno del digitale (e non solo). Le sfide ai videogiochi hanno iniziato ad attrarre pubblico già dalla fine degli anni ’90, nel suo primo evento, Alexander Muller, managing director SK Gaming, ha raccolto un pubblico di 1200 persone. “Ho subito capito che le sfide tra videogiocatori erano uno spettacolo con un forte potenziale. Adesso riusciamo a radunare facilmente 15000 persone riempiendo interi palazzetti”.

 L’industry degli eSport è nata circa 7 anni fa, cresce del 40% anno su anno “e per la fine dell’anno prossimo raggiungerà un valore complessivo di 1 miliardo di dollari. Le iniziative proliferano, così come i partner. L’ultimo in ordine temporale è Mercedes, con cui abbiamo firmato un accordo globale. È un segmento giovane, mondiale, dove i fan sono anche giocatori e team owner”, racconta Bernhard Mogk, senior vice president global sales & business development di ESL – Turtle Entertainment.

 Un nuovo filone di entertainment che valica le barriere del digitale per conquistare anche i broadcaster tradizionali. I canali televisivi si stanno già preparando per ospitare le sfide dei videogiocatori a diversi titoli, ma c’è chi è già on air da più di un anno. “Abbiamo introdotto gli eSport nel palinsesto televisivo qualche tempo fa. Abbiamo fatto il primo passo, ora dobbiamo consolidare la presenza di questi contenuti all’interno della nostra programmazione. Per ora è un fenomeno che attrae i giovani, più che la massa, ma nei prossimi 10 anni avrà una diffusione molto più ampia. L’anno scorso abbiamo trasmesso la eLeague, quest’anno abbiamo ritagliato lo spazio per un magazine settimanale in cui facciamo il punto delle varie leghe. L’obiettivo è creare show live, in primetime”, rivela Zeljko Karajica, ceo di 7 Sport – ProSiebenSat 1 Sports.

 Uno dei driver della crescita forsennata degli eSport è la community, “che ha ancora voce in capitolo sull’evoluzione della industry. Infondo è nata così, da una venue che ospitava circa un migliaio di persone, ed è cresciuta fino a ospitare 15000 persone. Alcuni player fanno decine di migliaia di chilometri all’anno per partecipare ai tornei, e guadagnano cifre molto alte”, commenta Muller.

Il prodotto è appetibile, anche a livello pubblicitario. P&G ha scelto alcuni videogiocatori del Bayern Monaco come testimonial per una campagna, e non vedo perchè gl altri brand non dovrebbero prendere in considerazioni altri player per le loro pubblicità. Hanno un grande seguito social e un pubblico targetizzato. Qualunque tipo di brand avrebbe un potenziale interesse a investirci”, spiega Karajica

 Le stesse franchige sportive hanno messo gli occhi sul segmento, creando le proprie squadre di player. Bayern Monaco, PSG, Shalke 04 e AS Roma, per esempio, stanno già competendo sui campi virtuali. “Queste squadre si portano dietro i loro sponsor, e sono sempre più numerose quelle che dimostrano interesse nel formare il proprio team”, aggiunge ancora Karajica. “Brand e organizzaioni ci cercano sempre più spesso, ci vogliono e sanno che hanno bisogno di noi”, conclude Muller


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