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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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WebLog
 
Di Altri Autori (del 22/09/2014 @ 07:42:28, in Marketing, linkato 50 volte)

In 7 milioni guidano ancora la macchina e più di 5 frequentano locali di intrattenimento. Quelli che fanno attività fisica o van­no abitualmente in palestra inve­ce, sono circa 3,7 milioni, l’equi­valente della popolazione di uno Sta­to come l’Albania o la Bosnia Erzegovi­na. Senza dimenticare che, a navigare abitualmente su Internet, secondo le sti­me più accreditate, sono circa 1,5 milio­ni. Si tratta di un esercito di italiani che consumano molto, conducono un’esistenza abbastanza agiata e hanno una particolarità in comune: sono anziani ul­tra 65enni che, proprio per il loro stile di vita, oggi non sembrano affatto disposti a farsi chiamare vecchi. Altro che rotta­mazione. Oggi, nel nostro Paese, ci sono ben 13 milioni di persone con i capel­li bianchi che, per il sistema economi­co nazionale, rappresentano una risorsa preziosissima. A parte qualche acciac­co stanno relativamente bene di salute, vanno a fare la spesa tutti i giorni e sono dei consumatori con molti più soldi da spendere rispetto ai giovani. Per render­sene conto, basta analizzare i dati ela­borati dal Censis e dalla Fondazione Ge­nerali, secondo cui la ricchezza media delle famiglie anziane è cresciuta com­plessivamente di quasi il 118% negli ul­timi 20 anni, contro il 56% del resto del­la popolazione. In media, una famiglia capeggiata dagli over 65 ha una dispo­nibilità complessiva di 273 mila euro e, nel 79% dei casi, è anche proprietaria di un immobile. Inoltre, le risorse che ogni anno vengono trasferite dalle famiglie più mature per sostenere le più giova­ni sono pari a circa 5,4 miliardi di euro, quasi lo 0,3% del pil. Probabilmente, se non ci fosse stata questa “forza tranquil­la” che ha mantenuto in piedi il Paese, negli anni più bui della crisi economi­ca il tessuto socio-demografico italiano avrebbe rischiato davvero di sfilacciarsi. Allora, smettiamola di guardare agli an­ziani come a un problema. Molte impre­se, almeno le più lungimiranti, l’hanno capito e li reputano clienti da coccolare e attirare il più possibile.

I PUNTI DI FORZA
A spingere le aziende verso queste poli­tiche a favore dei più maturi non è sol­tanto un atteggiamento benevolente ver­so la terza età. Alla base di queste scelte, c’è una buona dose di realismo e di lun­gimiranza, che parte dall’analisi di un dato di fatto: secondo le proiezioni demografiche, entro il 2050 la quota di po­polazione mondiale anziana raddoppie­rà (passando dall’11% attuale al 22%), Inoltre, già nel prossimo quinquennio, il numero di ultra 65enni supererà in tutto il pianeta quello dei bambini con meno di cinque anni. Al contempo, il migliora­mento delle condizioni di salute sta per fortuna assegnando agli anziani un ruo­lo più attivo nella società. Sarà per que­sto che le case d’investimento interna­zionali, abituate a fiutare per tempo gli affari, hanno già cominciato ad analiz­zare il fenomeno del global ageing, cioè l’aumento dell’età media della popola­zione mondiale e le sue ricadute sul si­stema economico e sui consumi. Gli analisti di Morgan Stanley, per esempio, hanno individuato una decina di azien­de che hanno buone chance di macina­re ricavi e profitti nei decenni a venire, proprio grazie a questa tendenza. Tra i nomi individuati dagli esperti della casa d’affari Usa ci sono imprese specializ­zate nella produzione di beni e servizi destinati in prevalenza a chi ha i capel­li bianchi. È il caso dell’italiana Luxot­tica (leader dell’occhialeria), della sve­dese Sca (articoli sanitari), della tedesca Deutsche Wohnen (case di riposo) o del­la danese Gn Store Nord (protesi ortope­diche). Morgan Stanley, tuttavia, ha indi­cato anche aziende che, pur non offren­do prodotti specificamente pensati per i consumatori anziani, stanno dimostran­do di saper cavalcare per tempo l’onda lunga del global ageing. Tra queste, c’è per esempio Mark & Spencer, una del­le maggiori catene di distribuzione nel Regno Unito che, rispetto ai competitor, oggi dispone di un’ampia gamma di pro­dotti per la clientela più matura. Stesso discorso per una multinazionale come Philips e per la compagnia di crociere Carnival, il cui fatturato è legato ormai per quasi un quarto al fenomeno del glo­bal ageing. Gli anziani che hanno abba­stanza soldi da spendere, infatti, amano spesso goderseli in qualche vacanza ri­lassante sul mare, invece che passare le giornate sulle panchine dei giardinetti. Chi lo ha intuito per tempo, sarà dunque in grado di fare buoni affari in futuro.

RITORNO AL LAVORO
Lo scenario appena delineato nel mon­do dei consumi si apre, però, anche nel campo del lavoro e delle professioni. Lo sa bene Wilfried Porth, a capo delle ri­sorse umane della casa automobilisti­ca Daimler che, nei mesi scorsi, ha of­ferto un contratto di consulenza, ad al­meno un centinaio di “arzilli vecchiet­ti”, tra cui c’è anche un 75enne. Sono i pensionati che Daimler ha richiamato in servizio nell’ambito del progetto Space Cowboy, che prende il nome da un film di Clint Eastwood, in cui un gruppo di ex piloti della Nasa, tutti ultrasessanten­ni, viene rispedito in una nuova missio­ne. Come gli astronauti del film, i pen­sionati della Daimler sono tornati in ser­vizio perché l’azienda ha fortemente bi­sogno di loro, essendo gli unici conosci­tori dei segreti di alcuni vecchi software che stanno alla base dei sistemi di automazione industriale del gruppo Dai­mler. Oggi, dunque, anche nel mondo del lavoro come in quello dei consumi, gli anziani sono una risorsa. Per questo molte aziende, per non trovarsi un gior­no a rimpiangere le doti professiona­li dei vecchi dipendenti, hanno dato vita da tempo a piani di age management, che si concretizzano in una serie di pro­grammi volti a valorizzare le competen­ze dei lavoratori in età avanzata e a tra­sferirle ai loro colleghi giovani.

 MAESTRI DEI MESTIERI
Nella multiutility bolognese Hera, per esempio, da ormai dieci anni esiste la Scuola dei mestieri, un sistema di for­mazione professionale interna, che favo­risce la condivisione del patrimonio di esperienze che i lavoratori meno giova­ni si portano appresso. Sempre nel gruppo Hera, esiste da tre anni il progetto di ricerca GenerAzioni, che ha lo scopo di indagare come cambiano le esigenze dei dipendenti all’interno dell’organico, in relazione all’avanzare dell’età. Quel­lo dell’azienda bolognese, però, non è l’unico caso in cui si guarda con interes­se alla popolazione aziendale con i ca­pelli bianchi. Anche il gruppo marchi­giano Loccioni, specializza­to nei sistemi per il miglioramento del­la qualità dei prodotti e dei processi pro­duttivi, ha dato vita a esperienze ana­loghe. Dentro l’azienda, infatti, è stata creata una Silverzone, cioè una comuni­tà virtuale in cui ricercatori, consulenti, professori e manager – ma anche molti ex dipendenti – mettono a disposizione delle generazioni future il proprio patri­monio di competenze. All’Atm di Mila­no, la compagnia dei trasporti della città, dove il 27% dei lavoratori è rappresenta­to da over 50, nel 2012 è partito invece il progetto Maestri di mestiere. Si tratta di un programma di gestione delle risor­se umane che ha lo scopo di offrire una formazione professionale di qualità ai neoassunti, utilizzando proprio le competenze di alcuni colleghi più anziani che hanno più di 50 anni di età e hanno dimostrato, nel corso di tutta la carriera, spiccate doti professionali e un forte at­taccamento all’azienda.

IMPRESE A MISURA DI “DIVERSAMENTE GIOVANI”
Ma non è soltanto nelle attività di forma­zione che i lavoratori anziani diventa­no protagonisti. Spesso, con l’avanzare dell’età media dei dipendenti, le impre­se cominciano a ripensare i propri pro­cessi produttivi, le politiche retributive e anche l’ergonomia degli spazi azienda­li, per aumentarne il comfort e render­li più adatti alle esigenze del personale. Su tutti questi fronti, molte esperienze in­teressanti sono state messe in atto da so­cietà estere, in particolare nel Nord Eu­ropa. In un’analisi di Paola Ellero e Ade­lina Brizio, ricercatrici e consulenti spe­cializzate nel campo della formazione e della gestione del personale, vengono ri­cordati per esempio i casi di Asda, catena di supermercati inglese che ha ideato una serie di benefit flessibili in base all’età, come le settimane di permesso per i di­pendenti che diventano nonni. C’è poi il caso di Achmea, compagnia di servizi fi­nanziari olandese che concede ai dipen­denti over 40 un soggiorno di studio al­l’estero (interamente pagato) di dieci gior­ni all’anno. Senza dimenticare l’esperien­za Société Electrique de l’Our, la maggio­re azienda energetica del Lussemburgo che ha ristrutturato completamente i pro­pri ambienti in modo da renderli più ac­cessibili e fruibili anche per quei dipen­denti che hanno capacità produttive un po’ ridotte, proprio a causa dell’età. La li­sta di buone pratiche citate da Ellero e Brizio, però, non finisce qui e compren­de molti altri programmi specificamente ideati per la gestione del personale anzia­no. A realizzarli sono stati spesso grandi nomi dell’industria mondiale come Mi­chelin, la compagnia aerea tedesca Luf­thansa o Citibank International, colosso finanziario statunitense che, nella sua fi­liale greca, offre periodi di ferie crescenti con l’avanzare dell’età.

Via Business People

 

L’industria editoriale è nel pieno di un cambiamento strutturale che ne sta rivoluzionando completamente i modelli di business. Il driver di questo cambiamento è l’incredibile spinta che l’innovazione tecnologica sta portando nel settore dei media, rendendo disponibili nuovi prodotti, servizi e applicazioni ad un ritmo sempre più veloce e provocando delle radicali modifiche alle abitudini di lettura.

Il mercato dell’informazione è una delle vittime di quello che Jeremy Rifkin: nel suo ultimo libro ha definito il “fenomeno del costo marginale zero” ovvero l’azzeramento dei costi di produzione e di distribuzione di alcuni beni e servizi dovuto alla rivoluzione tecnologica che ha spinto i costi marginali vicino allo zero e sottratto all’economia di mercato un gran numero di beni e servizi resi abbondanti e virtualmente gratuiti.
Un fenomeno che ha interessato in modo dirompente il mondo della musica già all’inizio degli anni duemila con i consumatori che si sono trasformati in produttori e distributori con un meccanismo che ha favorito la realizzazione, la riproduzione e la condivisione di musica e video attraverso servizi di file sharing o piattaforme di condivisione, mettendo in crisi l’industria discografica così come ora sta mettendo in crisi il mondo dell’informazione.

L’editoria è uno dei comparti più in ritardo nello sfruttamento dei processi di digitalizzazione in corso per la sua sostanziale incapacità di cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo tecnologico in un settore dove impattano sia gli effetti negativi della crisi strutturale legata al declino del ciclo di vita del prodotto cartaceo per quanto riguarda le diffusioni che la congiuntura macro economica per quanto riguarda i ricavi da pubblicità.

Solo lo scorso anno l’editoria italiana, quotidiana e periodica, ha perso nel suo complesso quasi 700 milioni di euro di ricavi e sebbene la carta stampata sia ancora oggi la principale fonte di ricavi delle aziende editoriali, sia in termini di vendite che di pubblicità (il 90% del fatturato di quotidiani e periodici nel 2013 deriva da prodotto cartaceo ), i ricavi sono in calo anno dopo anno. Rimandare la soluzione del problema come, in larga parte, è stato fatto fino ad oggi, si è dimostrata una scelta miope perché altri – mi riferisco agli operatori web puri – hanno saputo approfittare di questo incredibile errore strategico di valutazione sottraendo audience, risorse e fatturato agli editori tradizionali.

Occorre quindi ripensare i modelli di business editoriale, ma per farlo occorre capire come agire. E’ necessario prima di tutto risolvere il crescente squilibrio tra costi e ricavi, affrontando il tema della distribuzione, del costo del lavoro e della produttività che va rilanciata con investimenti in  innovazione, nuove tecnologie e con l’aggiornamento delle competenze professionali all’interno dell’ecosistema redazionale.

Ma occorre intervenire subito, focalizzando le proprie strategie di marketing su quelli che sono i trend che non possono essere ignorati e sui quali occorre concentrare l’attenzione:

  • Mobile, perché già da oggi la maggior parte del tempo di connessione avviene in mobilità, così come la ricerca di news e informazioni.
  • Social, perché le piattaforme social continueranno a crescere e ad essere al centro dell’utilizzo da parte dei navigatori (sopratutto da quelli connessi in mobilità) unitamente al superamento della distinzione tra produzione e fruizione dei contenuti, favorendo ulteriormente il fenomeno dello user generated content e della sua condivisione in Rete.
  • Video, perché la convergenza verso il digitale dei mezzi di comunicazione, la disponibilità di piattaforme unitamente allo sviluppo della banda larga e dell’accesso ad  Internet da mobile faranno crescere sempre di più il consumo di video e il contenuto visto sarà sempre più preferito rispetto al contenuto letto.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 18/09/2014 @ 07:58:34, in Mobile, linkato 149 volte)

Il 20% delle applicazioni vengono aperte solo una volta al mese ma le persone, in generale, sono sempre più interessate. Secondo i dati Localytics, la quantità di tempo che viene trascorsa in compagnia delle app è aumentato del 21% nel corso dell’ultimo anno tanto da oltrepassare il tempo passato a navigare da desktop.

La ricerca evidenzia che:

  • Il tempo complessivo speso con le app è aumentato del 21%.
    Gli utenti aprono un app in media 11,5 volte al mese, rispetto alle 9,4 di un anno fa (con un aumento del 22%), mentre la durata della sessione per singola app è rimasto costante a 5,7 minuti.
  • Il tempo dedicato alle app di musica è aumentato del 79%.
    Il tempo per le app del settore Health & Fitness e del Social Networking è aumentato rispettivamente del 51% e 49%.

  • Mentre la lunghezza delle sessioni individuali per singola applicazione è rimasta relativamente costante nel corso dell’anno a 5,7 minuti, i lanci di app sono aumentati da 9,4 volte al mese a 11,5.

Le applicazioni musicali sono state le grandi vincitrici tra le app, con un aumento del 79% del tempo trascorso e un conseguente aumento di 64 minuti al mese, rispetto al 2013. La componente social, nella maggior parte delle app, fa guadagnare un valore aggiunto per l’utenza, interessata il più delle volte a condividere con i propri contatti playlist e consigli musicali.
La categoria Salute e Fitness occupa il secondo posto in classifica, con un aumento del tempo trascorso pari al 51%, per una media di 22 minuti in più al mese rispetto allo scorso anno. Il miglioramento delle specifiche hardware degli smartphone, infatti, ha aumentato il potenziale dei device in fatto di monitoraggio della salute. La tendenza, quindi, sarà quella di inserire app per la salute di serie negli smartphone, in analogia a quanto previsto con i nuovi iPhone 6 e iPhone 6 Plus.

Le app dedicate al social networking hanno, invece, il maggior numero di lanci ma una bassa durata delle sessioni. Anche le app su Sport, Musica e Notizie mostrano un elevato numero di lanci, probabilmente a causa della velocità di utilizzo di tali applicazioni, ma le sessioni d’uso più lunghe sono riservate alle app musicali.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 17/09/2014 @ 07:44:28, in eCommerce, linkato 159 volte)

Amazon ha finalmente introdotto il suo servizio “Login and Pay with Amazon” anche in Europa e precisamente in Inghilterra ed in Germania. “Login and Pay with Amazon” è un servizio che il colosso dell’e-commerce lanciò l’anno scorso e che consente agli esercenti che possiedono un eShop di permettere ai propri clienti di effettuare il login utilizzando il proprio account Amazon. Dunque, l’account Amazon diventa una chiave d’accesso anche per molti eShop non direttamente collegati con il gigante dell’e-commerce.Un servizio che ricorda in qualche modo quello offerto da Facebook e Google che permettono ai loro utenti di utilizzare le chiavi d’accesso dei loro account per accedere a servizi terzi. Nel caso di “Login and Pay with Amazon” si presentano due importanti vantaggi, uno per gli utenti ed uno per gli esercenti. I clienti potranno dunque contare su una migliore esperienza d’uso durante gli acquisti online. Niente nuove registrazioni ma una procedura rapida e facile utilizzando i dati registrati sui propri account Amazon. Per gli esercenti invece la possibilità di poter contare su un bacino potenziale di oltre 215 milioni di clienti Amazon.

Il servizio Login and Pay può venire utilizzato non solo dal browser dei computer ma anche da smartphone e tablet pc. Pe facilitare l’integrazione negli eShop, Amazon offre agli sviluppatori API e Widget da integrare nelle propria piattaforma di e-commerce. La qualità del servizio è sempre la stessa offerta all’interno del portale Amazon e dunque “Login and Pay with Amazon” prevede anche l’integrazione di un sistema anti fronde che aiuta gli esercenti a garantire la totale sicurezza nelle transazioni dei loro clienti. Il servizio prevede per gli esercenti una piccola tassa da pagare per ogni transazione effettuata ma nessun canone obbligatorio.

L’allargamento del servizio “Login and Pay with Amazon” anche in Europa è un’opportunità anche per Amazon di incrementare il proprio business attirando a se nuove aziende interessate ad adottare questo servizio di pagamenti. La speranza è che “Login and Pay with Amazon” dopo Germania ed Inghilterra arrivi presto anche nel resto dell’Europa, Italia compresa.

Via Webnews

 
Di Altri Autori (del 16/09/2014 @ 07:56:17, in Tecnologie, linkato 251 volte)

Apple mira a controllare l'universo dei pagamenti mobili, diffondendoli, a scapito di Google e degli operatori mobili: grazie a un mix speciale di sicurezza e usabilità. È questa la lettura che un po' tutti gli esperti stanno dando ad Apple Pay, sistema annunciato il 9 settembre con l'iPhone 6 e l'Apple Watch. Per ora è previsto solo negli Stati Uniti (a ottobre), ma è quasi certo che il sistema arriverà in Europa e quindi (forse) anche in Italia. E sarà così: avviciniamo il nuovo iPhone (il sesto) al Pos del negoziante, poggiamo il dito sul lettore di impronte digitali integrato e usciamo, senza fare altro.

Abbiamo già pagato: con la carta di credito ospitata, in modo criptato, su un chip speciale del cellulare (il Secure Element); lo scambio di informazioni con il Pos avviene tramite onde radio (tecnologia Nfc). Ma con l'impronta digitale e Apple Pay potremo comprare anche online, al posto di digitare password o numeri di carta, come già possibile con Samsung. Certo, Apple non ha inventato nulla di nuovo. «Ma a dispetto dell'opinione comune, Apple non inventa mai un mercato. Piuttosto, si inserisce in quelli esistenti per ridefinirli, riuscendo a portarli verso il pubblico di massa», dice Ian Fogg, analista di Ihs.

È stato così con le app e gli smartphone. Forse Apple riuscirà nell'impresa anche con i pagamenti mobili di prossimità (Nfc), che finora sono rimasi in una nicchia. Gli utenti stentano ad adottarli anche negli Usa, dove c'è da tempo Google Wallet. I motivi principali, notano vari analisti (tra cui Gartner) sono due: dubbi sulla sicurezza del sistema e usabilità non eccelsa. Gli utenti cioè non colgono davvero il vantaggio a pagare in questo modo, in termini di comodità e risparmi di tempo, rispetto all'uso della carta fisica. Ecco perché Apple si focalizza su usabilità e sicurezza. Sulla prima perché fa pagare senza bisogno di app dedicate (che ci saranno ma saranno facoltative) e senza nemmeno bisogno di guardare il display (una vibrazione conferma l'avvenuto pagamento).

Sulla seconda perché Apple Pay fa tutto con crittografia e non usa mai i veri dati dell'utente. Sull'iPhone la carta è rappresentata da un Device Account Number, assegnato dal servizio, unico per ogni utente. Quando l'utente paga, viene scambiato con il Pos il Device Account Number insieme con un codice di sicurezza dinamico, specifico per quella transazione. Tecnicamente, è un «pan dinamico con tokenizzazione». Apple non ospita i dati sui propri server, a differenza di Google Wallet che usa il cloud. I servizi degli operatori mobili e le banche italiane hanno nella sim, invece, il secure element e poi fanno pagare con un'app dedicata. Di fatto però solo quest'anno i servizi arriveranno a maturità.

È recente l'arrivo di Tim Wallet e Vodafone Wallet, mentre per Wind dovremo aspettare il 2015; per 3 Italia fine anno o inizi del prossimo. Per di più, Tim Wallet funziona solo con carte di credito della banca Mediolanum e la prepagata della stessa Tim. Quello di Vodafone solo con la sua prepagata e, a breve, con Mediolanum. L'analogo servizio di Poste Italiane è vincolato ai conti Bancoposta. L'app di Intesa San Paolo funziona invece solo con le sim di Tm e di Noverca. Tutti gli attori lavorano ad accordi per ampliare il servizio a partire già dai prossimi giorni.
«Bisognerà vedere l'impatto di Apple Pay sul mercato italiano e come reagiranno le banche, che hanno già investito su proprie app», dice Valeria Portale, che si occupa di pagamenti mobili presso gli Osservatori digital innovation del Politecnico di Milano.
Apple Pay, a differenza di quanto si pensava, non dovrebbe scavalcare le banche: negli Usa funziona solo con le carte di credito di banche con cui Apple ha fatto accordi. «Il motivo è forse che c'è bisogno della collaborazione della banca, durante il pagamento, per confermare che il dato criptato corrisponde effettivamente a quella carta di credito», dice Portale. «Le banche italiane però non potranno opporsi al servizio di Apple, poiché grazie agli iPhone possono diffondere il nuovo metodo di pagamento», aggiunge. I principali sconfitti rischiano di essere insomma gli operatori mobili. Scontano ora di aver indugiato troppo per il lancio dei servizi, attendendo di accordarsi con le banche.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 10/09/2014 @ 07:46:19, in Aziende, linkato 301 volte)

L’attesa è finita ed Apple ha svelato al mondo le tanto attese novità su cui nelle settimane e nei mesi precedenti si è tanto parlato e ipotizzato. Una giornata complessa e carica di attese se è vero, come sostenuto dal Wall Street Journal alla vigilia dell’evento, che con la nuova serie di prodotti e servizi Cupertino punta a mostrare che “si possono creare esperienze che non possono essere facilmente copiate dai rivali, e punta a mantenere la fedeltà dei suoi clienti in un momento in cui il sistema operativo Android gira sull’85% degli smartphone“. Molte le indiscrezioni della vigilia che hanno trovato conferma nella presentazione di Tim Cook e soci.

Smartphone
Apple mette sul piatto, come previsto, due nuovi smartphone l’iPhone 6 e l’iPhone 6 plus. Più sottili dell’iPhone 5S, i nuovi  device nonostante siano più grandi possono essere usati con una sola mano, spiega il responsabile del marketing di Apple, Phil Schiller. Montano entrambi un processore A8 da 64 bit da due miliardi di transistor, che è il 25% più veloce del precedente chip A7 (e il 13% più piccolo) e 50 volte di più del primo iPhone. I due melafonini hanno lo spessore di 6,9 mm e 7,1 mm e schermi da 4,7 e 5,5 pollici, rispettivamente. Molte altre novità: l’ iPhone 6 ha una fotocamera da 8MP con il true tone flash mentre il 6 Plus monta anche uno stabilizzatore ottico delle immagini: e può utilizzare il giroscopio per muovere la fotocamera in tutte le direzioni. I nuovi device migliorano le prestazioni LTE tanto da supportare altri 200 operatori fino ai 150 mbps. Viene introdotto anche il “voice over LTE” che permette di fare chiamate gratuite utilizzando la connessione.

Saranno in vendita negli Stati Uniti e in altri 8 Paesi a partire dal 19 settembre, con preordini dal 12, per arrivare a 115 paesi entro fine anno. I prezzi Usa vanno da 199 a 399 dollari da 16 a 128 GB con due anni di contratto con un operatore in Usa per il 6, e cento dollari in più per il Plus.

Apple Pay

Confermati anche i rumor della vigilia che davano i nuovi smartphone in grado di abilitare pagamenti contactless: Apple lancia Apple Pay, il nuovo sistema di pagamenti made in Cupertino basato su tecnologia Nfc. La piattaforma di Apple punta a sicurezza e semplicità: la carta di credito registrata sul proprio account funzionerà per effettuare i pagamenti, e per aggiungerne un’altra basterà fotografarla con il dispositivo. Apple assicura massima sicurezza anche in caso di furto o smarrimento del telefono: i codici sono registrati in modo sicuro, e il numero della carta non è mai utilizzato nelle transazioni.
Gli analisti già alla vigilia vedevano nella novità Apple una grande opportunità per l’intero comparto dei pagamenti elettronici che potrebbero avere un’impennata proprio grazie all’introduzione della funzionalità di casa Apple. Sarà davvero così?

Apple Watch

Ma il vero protagonista della serata è stato l’atteso wearable di casa Apple: l’Apple Watch. Il device, accolto da un’ovazione in sala, più “personale che apple abbia mai creato” dice Tim Cook con il quale si apre: “nuovo capitolo della storia di Apple.“ L’Apple Watch, pensato in altre due varianti rispetto a quello base, ovvero Apple Watch Sport ed Apple Watch Edition in oro 18 carati, ha una corona “digitale” che funziona anche da tasto “home” per navigare tra funzioni e app sul display, e sarà disponibile in due dimensioni e in diversi materiali, pelle, metallo e plastica. Lanciato anche WatchKit che permette agli sviluppatori di realizzare app che verranno visualizzate sul device.

Fra le molte funzioni disponibili, inclusa quella di rispondere via voce alle emal e sms con il sistema Siri, c’è anche il sensore di battito cardicaco grazie a led a infrarossi. L’orologio permetterà anche la navigazione satellitare mandando segnalazioni attraverso vibrazioni sul polso e, sul fronte della smart home sarà possibile utilizzare l’orologio della Mela per regolare la temperatura di casa. Buone notizie anche per gli sportivi che con l’Apple Watch possono tracciare i progressi dei loro allenamenti con una Fitness App su iPhone ma anche visualizzare in tempo reale il consumo delle calorie, il tempo, e della distanza percorsa in allenamento con un’ apposita App. Apple Watch, che funziona solo con iPhone, modelli 5, 5c, 5s, 6, e 6 Plus, partirà da un costo di 349 dollari e sarà disponibile a partire dal 2015 come previsto alla vigilia.

E’ presto per stabilire se davvero gli annunci di Cupertino oggi abbiano scritto un nuovo capitolo della storia dei device mobili mondiali, indossabili e non. Ed è anche presto per capire se Tim Cook abbia oggi fatto dimenticare un passato fatto di critiche, di quasi abbandoni e di scomodi paragoni tra la sua idea di Apple e quella di Steve Jobs. Quel che è certo è che nei giorni scorsi gli analisi hanno già fatto previsioni di vendita rosee per i nuovi iPhone: 75 milioni di pezzi in poco più di tre mesi, da metà settembre data in cui si presume che i dispositivi arrivino sugli scaffali, al 31 dicembre. E l’atteso smartwatch sarà quasi certamente il nuovo device “da battere” per tutta la concorrenza, che sia già attiva sul mercato dei wearable, come Samsung, o che stia pensando di entrarvi.

Via Tech Economy

 

Secondo uno studio effettuato da Aol Platforms quando si tratta di pubblicità a pagamento sulle piattaforme sociali YouTube è il vincitore: è quello che maggiormente introduce nuovi prodotti e aiuta i consumatori a prendere decisioni di acquisto. Il rapporto, che ha analizzato i dati ricavati da 500 milioni di click e 15 milioni di conversioni durante il primo trimestre del 2014, ha rintracciato le interazioni di acquisto social attraverso la tecnologia di analisi di Convertro. Il tutto per stabilire il grado di penetrazione della pubblicità social sulle vendite on-line e il tasso di influenza sul consumatore.

Jeff Zwelling, CEO e co-fondatore di Convertro, spiega a VentureBeat: “YouTube ha un tipo di ricerca e di posizionamento preferenziale rispetto ai risultati di Google che aiuta a destreggiarsi in grandi quantità di traffico. Ma quando si arriva a YouTube, per conoscere le caratteristiche dei prodotti, il contenuto è ricco, descrittivo e di solito disponibile“. A titolo di esempio Zwelling spiega: “recentemente ho comprato una macchina per il caffè. Avevo fino a tre alternative e non riuscivo a decidere quale fosse la migliore. Alla fine, ho visto i video su YouTube di persone che utilizzano tutte e tre le macchine e ho scelto il modello che rappresentava al meglio la mia idea di una buona macchina per il caffè“.

Esistono vari step per un acquisto online dove il ruolo delle piattaforme social produce un effetto positivo.

Valutare un prodotto attraverso i social media è considerata la ‘prima’ tappa della decisione di acquisto. Il ‘centro’ del ciclo di acquisto è rappresentato dagli annunci re-targeting o altre iniziative di marketing. Nell’ultima fase, i consumatori spesso cercano il prodotto che hanno studiato nella prima fase o che hanno osservato su altri siti e ora sono pronti ad acquistare. È importante sottolineare, però, che i consumatori non seguono questo percorso in modo lineare, gli acquisti vengono effettuati in tutte le fasi del processo.
Lo studio di Aol Platforms dimostra che YouTube è più “forte” sia nell’introduzione di nuovi prodotti sia nella “chiusura” della vendita: una forza confermata soprattutto per il comparto mobile. Facebook è la seconda migliore piattaforma per le presentazioni e gli acquisti, con Google+ in terza posizione.

funnel-position-social-networkTwitter, invece, si presenta come la piattaforma peggiore per le presentazioni dei prodotti: nove volte meno efficace di YouTube. È anche peggiore nell’ultima fase del ciclo di acquisto mentre è incredibilmente forte durante la fase centrale. In particolare, lo studio mostra una differenza sconcertante tra i tweet a pagamento e i tweet semplici di presentazione di un prodotto. Il report sostiene che solo l’1% dei tweet cosiddetti “organici”, ovvero non a pagamento, di prodotti conduce a una decisione di acquisto diretto. Ma cosa succede quando si sponsorizza un tweet?
Su Twitter, pagare per un tweet significa che il tweet ha 30 volte più probabilità di portare ad un acquisto diretto, senza per questo comportare interazioni con gli altri utenti o ulteriori ricerche, e più di cinque volte più probabilità di introdurre un prodotto a un nuovo cliente. Promuovere tweet aiuta anche nell’ultima fase del ciclo di acquisto, con un incremento di tre volte il tasso di conversione.

Lo studio mostra risultati simili con i messaggi sponsorizzati su Facebook e Pinterest: portano a una crescita del 25% delle conversioni in pratiche di acquisto. Ma attenzione alle categorie merceologiche, non tutte funzionano allo stesso modo: cibo, bevande, abbigliamento e accessori se la cavano meglio attraverso i messaggi commentati dagli utenti e peggio attraverso i messaggi sponsorizzati, più efficaci per i prodotti tecnologici.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 05/09/2014 @ 07:51:52, in eCommerce, linkato 358 volte)

La crisi (e il dopo crisi) hanno cambiato le abitudini d’acquisto degli italiani: si fa la spesa via Internet, si scelgono prodotti con lo smartphone e il tablet, si resta più a casa, si compra più cibo bio ed etnico e più hi tech. Questa è la fotografia della spesa degli italiani (dopo) la crisi fatta dalla Coop.

Secondo la ricerca nel 2014, i consumi complessivi registreranno un +0,2%, un piccolo dato incoraggiante dopo sette anni di crisi in cui sono andati in fumo più di 100 miliardi di spesa.
«La recessione potrebbe finire nel 2015, ma è difficile credere che i consumi torneranno ai livelli dei primi anni Duemila» riferisce in una nota il presidente nazionale della Coop, Marco Pedroni.

Le stime analizzate dalla Cooperativa Consumatori mostrano anche come gli italiani hanno saputo reagire alla crisi tornando a risparmiare - in due anni il livello dei depositi in banca è cresciuto del +1,7% - e essendo meno pessimisti (39% contro il 44% dell’anno scorso). Tuttavia lo studio evidenzia quanto la recessione ha inciso sulla mobilità degli italiani: dal 2008 gli spostamenti, in generale, sono diminuiti del 24%, quelli verso il lavoro del 23,2% (in concausa alla crescente disoccupazione), mentre quelli per il tempo libero sono crollati del 44,6%.

Siamo diventati, quindi, più stanziali: stiamo più a casa e navighiamo di più su Internet, in media ci trascorriamo 5 ore al giorno, di cui 4,40 solo sui social. Di conseguenza le spese online sono cresciute del 20,4% in quattro anni.
Rispetto al resto dell’Europa, siamo quelli che riserviamo la quota maggiore di budget per comprare da mangiare e da bere (18% contro il 14% della media europea). Anche se in Italia il carrello della spesa complessiva “si è alleggerito” negli ultimi tredici trimestri, si registra però una controtendenza. Infatti nel cestino della spesa gli italiani mettono più acquisti di qualità: in crescita i cibi biologici e vegani, etnici, bevande a base di soia (+20%), prodotti “alternativi” al glutine (+18%) e gluten free (+32%).

Unico vizio? Quando si tratta di acquisti hi-tech come smartphone e tablet, non conosciamo crisi.

Via Business People

 
Di Altri Autori (del 04/09/2014 @ 07:17:29, in Aziende, linkato 328 volte)

A quasi 10 anni dal suo lancio ufficiale, con il suo miliardo di visitatori unici mensili, YouTube è ormai la piattaforma di riferimento di chiunque voglia fruire o condividere contenuti video. Da qualche anno sulla piattaforma si trovano contenuti di alto livello, creati da utenti dalla rete che scrivono, girano e montano per il pubblico.

È il caso di web-serie come The Pills, o di canali come The Jackal, che proprio su YouTube hanno trovato terreno fertile per diventare veri e propri fenomeni mediatici, spesso capaci di sfociare nei media tradizionali. Il vero problema però sono i soldi.

Ora sulla piattaforma spunta una novità: un pulsante Support, che consente a chiunque di contribuire al lavoro del canale, o del singolo creatore di contenuti, effettuando una donazione. Per ora questa funzionalità è disponibile solo per gli utenti americani, australiani, giapponesi e messicani, ma considerando che l’80% del traffico raccolto dalla piattaforma proviene da fuori i confini americani,  è ragionevole aspettarsi che la funzione verrà estesa al resto dell’utenza internazionale.

Via Quo Media

 

I dati demografici degli utenti dei social network stanno cambiando: le vecchie reti sociali stanno ormai raggiungendo la maturità, mentre le applicazioni di messaggistica social più recenti stanno guadagnando rapidamente gli utenti più giovani. In un nuovo rapporto di BI Intelligence la società ha provato ad analizzare più di una dozzina di fonti che, in questi anni, hanno fotografato il popolo dei social media per capire come si stanno ridefinendo nel tempo.

Quello che emerge è che Facebook, Google, Twitter, LinkedIn e persino Pinterest sono diventati più dipendenti a livello globale dalla fascia di età rappresentata dai 25-34enni mentre altri social, come Snapchat e Tumblr, rimangono fortemente “abitati” da adolescenti e giovani adulti. Ecco le principali evidenze riscontrate dall’analisi.

Facebook è al femminile: le donne negli Stati Uniti sono più propense a usare Facebook rispetto agli uomini di circa 10 punti percentuali, secondo un sondaggio del 2013 sull’adozione dei social network. Facebook rimane il social network top per gli adolescenti degli Stati Uniti a dispetto di tutto. Quasi la metà degli adolescenti utenti di FB dichiara che sta usando il social di Zuckerberg più dello scorso anno e Facebook conta più utenti attivi adolescenti al giorno rispetto a qualsiasi altra rete sociale.

Detto questo, Instagram ha raggiunto, se non superato, Facebook e Twitter in termini di prestigio tra i giovani utenti. Gli adolescenti americani descrivono ora Instagram come il “più importante”, mentre Facebook e Twitter hanno perso terreno su questa misura, secondo un sondaggio sui teenager di Piper Jaffray. L’indagine ha inoltre rilevato che l’83% degli adolescenti americani in famiglie benestanti sono su Instagram.

LinkedIn è in realtà più popolare di Twitter tra gli adulti americani. Il nucleo demografico del social “professionale” è rappresentato da utenti di età compresa tra 30 e 49 anni, che corrisponde agli anni della maturità lavorativa. E non sorprende che LinkedIn abbia anche una marcata inclinazione verso gli utenti istruiti.

Twitter ha iniziato ad avere più utenti di sesso maschile, mentre in precedenza era un social network con “equilibrio di genere.” Pew Research ha rilevato che il 22% degli uomini usa Twitter, contro solo il 15% delle donne.

YouTube raggiunge il maggior numero di adulti tra 18 a 34 di ogni altra singola rete televisiva via cavo. Quasi la metà delle persone in questa fascia di età ha visitato YouTube tra dicembre 2013 e febbraio 2014, secondo Nielsen.

Snapchat, infine, è il più giovane di tutti i social network: sei su dieci utenti sono nella fascia di età 18-24 anni rispetto al 28% degli utenti di Instagram stando ad un sondaggio condotto dalla Informate.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 02/09/2014 @ 07:40:12, in Media, linkato 352 volte)

Cambia il sistema di rilevamento dei singoli digitali più venduti ogni settimana in Italia. L’ha annunciato la Federazione industria musicale italiana, che se ne occupa attraverso la società di ricerche di consumo Gfk. E così, da settembre insieme ai classici download, anche lo streaming avrà un suo forte peso nel decretare i pezzi più ascoltati nella Penisola: cento streaming conteranno come un download.

Il nuovo sistema misto rappresenta “un modo per tenere le classifiche al passo con l’evoluzione d’ascolto dei consumatori”, assicura la Fimi. L’operazione sottolineerà così le preferenze dei ragazzi di 16-24 anni che, incollati ai loro smartphone e tablet, fanno delle librerie musicali online come Spotify, Tim music e Deezer il loro nuovo impianto stereo in movimento.

“Il primo semestre del 2014 ha proposto risultati in crescita rispetto all’anno precedente. Ma per la prima volta lo streaming, tra audio e video, è cresciuto del 95%, ha superato il download (sceso del 18%) e rappresenta, oggi, il 55% dei ricavi del digitale, rispetto al 34% del 2013” dicono dalla Fimi. Complessivamente lo streaming ha generato 12,6 milioni di euro, contro i 9,8 milioni del download. E con lo streaming audio è lievitato anche quello video: tra YouTube e Vevo, il segno più è del 72%, con un fatturato di quasi 7 milioni di euro.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 01/09/2014 @ 07:42:25, in Mercati, linkato 533 volte)

Jianlin Wang, classe 1954, uno degli uomini più ricchi della Cina, oggi non ha dubbi: fare affari in Gran Bretagna è molto più facile che trattare con gli americani. Ed è per questa ragione che Wang, proprietario del gruppo finanziario e immobiliare Dalian Wanda, già da diversi mesi ha deciso di metter mano al portafoglio per investire nel Regno Unito la “modica” cifra di 3 miliardi di sterline (quasi 3,8 miliardi di euro).
I soldi finiranno in progetti imprenditoriali di vario tipo, che faranno seguito all’acquisizione del gruppo Sunseeker International, noto produttore britannico di yacht finito nell’orbita del tycoon cinese già nel 2013. Le operazioni del gruppo Dalian Wanda sono però soltanto un piccolo spaccato di quello che sta accadendo da tempo a Londra e dintorni. Oggi, infatti, la Gran Bretagna sta scalzando gli Stati Uniti nel ruolo di destinazione preferita degli investimenti esteri cinesi.

Questo, almeno, è quello che ha scritto il noto magazine economico Forbes, quando ha raccontato un’altra operazione stellare avvenuta di recente sul suolo londinese. Si tratta dell’acquisto da parte del gruppo assicurativo China Life Insurance di una mega-torre da un miliardo di euro, nel centro direzionale di Canary Wharf.
DA LONDRA A DUBLINO, VIA AMSTERDAM E MADRID
I cinesi, insomma, hanno fatto rotta con decisione verso il Regno di Sua Maestà. A ben guardare, tuttavia, c’è poco da stupirsi nel vedere i nuovi tycoon della Repubblica Popolare sbarcare sulle sponde della Manica. La Gran Bretagna, infatti, è da almeno un trentennio la meta preferita in Europa (e non solo) degli investimenti diretti esteri, da qualunque parte arrivino.
Poco importa se si tratta di operazioni messe in cantiere dai fondi sovrani o dai nuovi ricchi dell’Estremo Oriente oppure da qualche multinazionale con dimensioni planetarie. Chiunque metta mano al portafoglio, a Londra trova difficilmente le porte sbarrate. A dirlo sono anche i dati pubblicati dalla società di consulenza e revisione internazionale Ernst&Young che, nel 2013, ha calcolato la presenza nel Regno Unito di ben 799 progetti di investimento da parte di operatori esteri, che hanno generato oltre 27 mila nuovi posti di lavoro.
Si tratta di una cifra superiore ai dati che si registrano in Paesi con un’economia più grande o con dimensioni simili a quella del Regno Unito. È il caso della Germania (che ha attirato 701 progetti) e della Francia (471 progetti). Per non parlare dell’Italia che, nella classifica di Ernst&Young non compare neppure, relegata probabilmente sotto la voce “altre nazioni”.
La Gran Bretagna, però, non è l’unico Paese del Vecchio Continente ad avere la calamita per gli investimenti diretti esteri. Assieme al Regno Unito, per esempio, ci sono altre realtà che hanno un pil ben più modesto del nostro ma che, quando si tratta di attirare i capitali, distanziano la Peni sola in maniera evidente. Si prenda per esempio la Spagna: nel 2013, secondo Ernst&Young, ha attirato oltre 220 progetti di investimento da parte di soggetti stranieri.
Secondo l’Unctad (la Conferenza della Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), lo scorso anno la Spagna si è piazzata addirittura prima in Europa per il valore assoluto degli investimenti diretti esteri, che hanno raggiunto i 39 miliardi di euro, contro i 37 miliardi del Regno Unito. Performance di tutto rispetto, in rapporto alle dimensioni geografiche ed economiche dell’intero Paese, sono state messe a segno però anche dall’Irlanda (36 miliardi di investimenti diretti esteri) e dall’Olanda (24 miliardi).

A SCELTA DI MARCHIONNE
Ecco allora che sorge spontaneo un interrogativo: cosa hanno di speciale tutti questi Paesi per attirare così tanti investimenti da parte delle multinazionali? Forse una risposta fulminea potrebbe darla Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (Fca Group), il nuovo gruppo nato dalla fusione tra la casa automobilistica torinese e la statunitense Chrysler.
Quando si è trattato di scegliere dove mettere il quartier generale della neonata multinazionale, Marchionne e gli Agnelli non ci hanno pensato due volte: hanno scelto di andare via dall’Italia e di spostare la sede operativa ad Amsterdam e quella fiscale a Londra. La ragione? Semplice: in Gran Bretagna, c’è una tassazione sui dividendi più vantaggiosa che altrove, mentre in Olanda ci sono particolari regole societarie che assegnano un peso più rilevante nell’assemblea agli azionisti di maggioranza relativa delle aziende quotate. Di conseguenza, con meno del 30% del capitale, nei Paesi Bassi gli Agnelli potranno controllare meglio Fca Group di quanto non farebbero in Italia.
È tuttavia un po’ riduttivo di spiegare l’appeal dell’Olanda e della Gran Bretagna verso gli investitori esteri con semplici ragioni fiscali o legali, come quelle che hanno spinto Marchionne a voltare le spalle a Torino. In realtà, la vicenda di Fca Group è soltanto un episodio, che descrive però molto bene l’atteggiamento di fondo che certi Paesi hanno nei confronti delle multinazionali. In Olanda e Gran Bretagna, ma anche in Svizzera, in Irlanda e ultimamente pure in Spagna, le porte sono quasi sempre aperte a chiunque voglia andare a investire. Niente pregiudizi o preconcetti, dunque, anche se le operazioni messe in cantiere sono poi molto “soft”, cioè si limitano all’apertura di qualche ufficio come nel caso di Fca Group (che nella sede di Londra avrà appena una cinquantina di dipendenti).

FISCO PIÙ LEGGERO
Ben vengano gli stranieri, dunque. È il motto che accomuna i Paesi capaci di attirare maggiormente gli investimenti delle multinazionali, i quali hanno però declinato questo imperativo con modalità differenti, a seconda delle proprie vocazioni.
La Gran Bretagna, per esempio, ha sfruttato soprattutto i vantaggi competitivi che gli derivano dall’avere un mercato finanziario gigantesco come quello di Londra. La Spagna, che negli ultimi anni ha attraversato una crisi profonda, sta invece puntando molto sulla flessibilità e sulla produttività del lavoro. Il merito (o la causa che dir si voglia) è di una discussa riforma dei contratti di assunzione attuata dal governo del popolare Mariano Rajoy, il quale ha reso più semplici i licenziamenti e tenuto fortemente sotto pressione il costo del lavoro, per ridare fiato agli investimenti esteri nell’industria manifatturiera.
Olanda, Irlanda e Svizzera, invece, hanno fatto leva sul fattore fiscale, tenendo volutamente bassa la tassazione sul lavoro e sui profitti d’impresa. Per rendersene conto, basta dare un’occhiata ai dati sulla competitività dei Paesi pubblicati ogni anno dalla Banca Mondiale, nel report Doing Business in a more trasparente world. Secondo la Banca Mondiale, mentre in Italia la pressione del fisco e dei contributi sulle retribuzioni supera ampiamente il 40%, in Olanda e Svizzera è inferiore alla metà, cioè attorno al 18%, mentre in Irlanda è addirittura di poco superiore al 12%.
I-tempi-della-burocrazia-in-Italia
La burocrazia in Italia (fonte Banca Mondiale)

TUTTI A DUBLINO
Proprio dall’Irlanda, arriva l’esempio più significativo su come la leva fiscale riesca a fare da calamita per gli investimenti esteri. Anche nei periodi più bui della crisi economica, quando il bilancio dello Stato era ormai in pezzi, il governo di Dublino si è infatti guardato bene dall’alzare la tassazione sui profitti societari, tenendola ferma al 12,5%, il livello più basso in Europa e tra i meno elevati al mondo. Inoltre, il fisco irlandese concede generosi crediti di imposta agli investimenti in ricerca e sviluppo e ha creato parecchie agevolazioni per le start up: le aziende di nuova costituzione con un reddito inferiore a 40 mila euro, infatti, per tre anni non pagano imposte sui profitti né sui capital gains.
I risultati di queste politiche di apertura agli investimenti esteri sono sotto gli occhi di tutti. Dublino, infatti, viene tuttora considerata dalle multinazionali una sorta di paradiso degli affari, nonostante la crisi degli ultimi anni. In Irlanda, per esempio, hanno una propria sede ben nove delle prime dieci aziende farmaceutiche mondiali, otto dei maggiori gruppi internazionali del settore tecnologico e circa la metà delle banche presenti in tutto il pianeta. Senza dimenticare, infine, le regine di internet come Facebook, Google e Yahoo! che proprio in Irlanda hanno stabilito i loro quartier generali europei.


Oltre a pagare poche tasse, le multinazionali che vanno a Dublino riescono anche a versarle assai velocemente, senza doversi confrontare con una burocrazia strozzante e vessatoria. A testimoniarlo, ancora una volta, sono i dati della Banca Mondiale: secondo il report Doing Business, infatti, per portare a termine gli adempimenti fiscali le aziende irlandesi impiegano mediamente 80 ore di tempo all’anno, contro le 269 ore che ci vogliono in Italia. Su questo fronte, il nostro Paese viene battuto sonoramente anche dalla Svizzera (63 ore di tempo all’anno) dalla Gran Bretagna (110 ore), dall’Olanda (123 ore) e dalla Spagna (167 ore). Quando decidono se investire o meno in una determinata area geografica, di sicuro le multinazionali guardano anche questi dati.

E L'ITALIA?
Essere dei tipi molto pazienti. In provincia di Perugia, infatti, il gruppo scandinavo aspetta da anni di costruire un nuovo grande punto vendita che darebbe lavoro a centinaia di persone ma, per adesso, tutto resta in stand by: dalle amministrazioni locali, impegnate in discussioni-fiume sull’opportunità di dare il via libera a questa operazione, le autorizzazioni a costruire non sono mai arrivate, né arriveranno in tempi brevi.
In provincia di Pisa è andata invece un po’ meglio: nel marzo scorso, a pochi chilometri dalla città della torre pendente, la multinazionale svedese è riuscita finalmente ad aprire il suo secondo punto vendita in Toscana, dopo aver atteso però la bellezza di nove anni. Certo, inaugurare un megastore non è un gioco da ragazzi.

Tuttavia, come ha detto una volta il patron del gruppo Esselunga Bernardo Caprotti, nel nostro Paese sembra quasi più facile metter su una centrale nucleare che non avviare un supermercato. Sarà per questo motivo, probabilmente, che certe multinazionali straniere si guardano bene dal venire a investire in Italia. Quello di Ikea, infatti, non è l’unico caso di aziende estere che hanno dovuto fare a cazzotti con i tempi biblici della burocrazia made in Italy.
Molti ricorderanno per esempio il caso del gruppo British Gas, intenzionato a costruire un impianto di rigassificazione a Brindisi, ma che, nel 2012, ha deciso di gettare la spugna. Il motivo? L’ostruzionismo delle autorità locali, ostili al progetto, che hanno costretto l’azienda ad attendere ben 11 anni per sapere se poteva davvero costruire o no quel benedetto rigassificatore, dopo che British Gas aveva speso comunque più di 100 milioni di euro per programmare l’investimento.

ULTIMI IN EUROPA
Non c’è dunque da stupirsi se le iniziative straniere nel nostro Paese sono ridotte da anni al lumicino, almeno in rapporto alle dimensioni della nostra economia.
Tra il 2008 e il 2013, per esempio, i flussi netti di investimenti esteri in Italia si sono fermati ad appena 12 miliardi di euro, pari allo 0,6% del pil, contro i 66 miliardi della Gran Bretagna, i 37 miliardi della Spagna e i 25 miliardi della Germania. Persino la Svizzera, che è un Paese ricco ma piccolino, ci batte alla grande, con un flusso netto di investimenti stranieri pari a 14 miliardi di euro tra il 2008 e il 2013.
Senza dimenticare, poi, un particolare tutt’altro che trascurabile: quando scendono a Sud delle Alpi, le multinazionali estere vengono soprattutto per vendere i prodotti che fabbricano altrove e non certo per costruire nuovi insediamenti produttivi. Certo, dare la colpa soltanto all’ostruzionismo degli enti locali è forse una spiegazione un po’ troppo sbrigativa. Sta di fatto, però, che la presenza di una burocrazia e di uno Stato ingombranti è vista spesso dalle multinazionali come uno dei motivi per cui non conviene mettere piede in una determinata area geografica.
A rivelarlo è anche un’indagine sulla competitività in Europa condotta dalla nota società di consulenza e revisione Ernst&Young (European attractiveness survey 2014). Tra i motivi per cui vale la pena insediarsi in un Paese, gli investitori internazionali mettono proprio al primo posto la stabilità e la trasparenza della politica, delle leggi e dei regolamenti, cose che in Italia restano purtroppo nel libro dei sogni. Dall’indagine di Ernst&Young, tuttavia, emergono altri fattori strategici che spingono le multinazionali e gli investitori esteri a scegliere determinate destinazioni, piuttosto che altre.
Tra questi fattori, per esempio, c’è l’efficienza del sistema dei trasporti, il costo e la flessibilità del lavoro, la qualità delle telecomunicazioni, il livello di tassazione sui profitti delle aziende e il potenziale aumento della produttività per l’impresa, derivante dall’apertura di un nuovo sito sul territorio.
Si tratta purtroppo di qualità che all’Italia mancano, del tutto o in parte. Nella Penisola, per esempio, consumare un megawattora di elettricità costa alle aziende una media di 184 euro, contro i 152 euro della Spagna, i 149 della Germania, i 130 della Gran Bretagna e i 100 euro circa della Francia. Come si può pensare, dunque, di essere produttivi con un prezzo dell’energia così elevato? La musica non cambia, però, se si prendono in esame altri aspetti del Sistema-Italia, a cominciare dal suo arzigogolato regime fiscale.

Secondo un’analisi effettuata tempo fa dagli investitori esteri di Confindustria (l’associazione di categoria delle aziende straniere presenti nel nostro paese), nella Penisola c’è un tax rate, cioè una pressione tributaria e contributiva sui profitti d’impresa, superiore al 69% contro il 37% della Gran Bretagna e il 30% della Svizzera.
Per non parlare, poi, di ciò che avviene quando le imprese devono entrare nelle aule di un tribunale. Secondo le statistiche, la durata media di un contenzioso civile nel nostro Paese è di ben 493 giorni, circa il doppio rispetto ai tempi che si registrano in Germania, Francia e Spagna e quasi il quadruplo rispetto alla vicinissima ed efficientissima Federazione Elvetica, dove le controversie si risolvono in poco più di quattro mesi. Infine, a completare il quadro, si possono aggiungere anche i dati sulla produttività del lavoro. Per ogni ora trascorsa in fabbrica o in ufficio, infatti, un lavoratore italiano genera circa 58 euro di pil, con un gap tra il 4 e il 20% rispetto ai principali Paesi europei.
WHY NOT ITALY? In una nazione con i numeri sopra evidenziati, sostengono alcuni osservatori, soltanto un fesso potrebbe mettersi a fare business. Eppure, secondo diversi studiosi, l’Italia mantiene ancora alcuni vantaggi competitivi che potrebbero imprimere una inversione di tendenza al declino strutturale degli investimenti esteri. A individuare questi punti di forza, che andrebbero stimolati con un po’ di riforme, è stato un gruppo di personalità costituito da manager di fondi di private equity, docenti universitari e rappresentanti di istituzioni di alto rilievo fra cui Borsa Italiana, l’Università Bocconi e la Harvard Business School. Questo gruppo si chiama Why Not Italy? (Perché non l’Italia?) e ha pubblicato un documento che evidenzia le risorse competitive di cui il nostro Paese dispone.

A Sud delle Alpi, per esempio, c’è un sistema bancario abbastanza solido, sostenuto anche dall’elevata ricchezza finanziaria e immobiliare delle famiglie. E ci sono pure molte ottime aziende ancora controllate dai loro fondatori, il 25% dei quali ha però più di 70 anni e si pone adesso il problema del passaggio generazionale, esplorando la possibilità di trovare nuovi partner, anche stranieri. Inoltre, nel nostro Paese non manca neppure un sistema dei trasporti e della logistica che, bene o male, è abbastanza avanzato e potrebbe attraversare una nuova fase di sviluppo, soprattutto per una ragione: sul territorio italiano, sono stati fissati dall’Ue gran parte dei corridoi ferroviari e stradali europei che collegheranno il Nord al Sud e l’Est all’Ovest del Vecchio Continente.
Non va dimenticato, poi, che nel nostro Paese c’è anche un'industria del private equity abbastanza sviluppata, mentre la Borsa di Milano, pur essendo un mercato piccolo per il numero di aziende quotate, è invece una piazza finanziaria molto florida per quanto riguarda la negoziazione dei prodotti derivati e soprattutto di obbligazioni, per le quali dispone della piattaforma di trading più avanzata in Europa.

Infine, se a questi punti di forza si aggiunge pure la nostra attrattività turistica e il nostro grande patrimonio culturale, l’immagine che emerge dell’Italia è ben diversa da quella di un Paese da cui conviene tenersi alla larga. Mancano soltanto alcune riforme strutturali, che non sono però difficili da individuare. Per avere qualche suggerimento, basta leggere i report dell’osservatorio creato dall’Aibe (l’Associazione delle banche estere presenti in Italia) sui punti di forza e di debolezza del nostro Paese.
Tra le riforme auspicate nella Penisola, il 55% degli investitori stranieri interpellati dall’Aibe ha individuato soprattutto lo snellimento della burocrazia e del carico normativo per le imprese, il 50% ha auspicato una riduzione dei tempi della giustizia civile, il 41% degli intervistati si augura una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, mentre il 36% vuole un minor carico fiscale sulle aziende. Tutte cose di cui si parla da anni ma che, nei palazzi romani, restano purtroppo ancora solo sulla carta.

Via Business People

 
Di Altri Autori (del 29/08/2014 @ 07:56:52, in eCommerce, linkato 497 volte)

Fare comodamente shopping online e ritirare personalmente le merci acquistate evitando costi aggiuntivi di consegna, ritardi e forzate attese domestiche. E’ quanto permettono di fare i servizi click & collect che i più grandi retailer di mezzo mondo stanno mettendo a disposizione dei loro clienti. Un passo solo apparentemente indietro nelle dinamiche tipiche dell’e-commerce che vedeva proprio nella consegna direttamente a casa, uno dei vantaggi principali. Il click & collect piace agli utenti e anche ai venditori per i quali esso rappresenta non solo un ulteriore modo per soddisfare il cliente, ma anche un modo per portare gli appassionati dell’e-commerce a recarsi fisicamente in un negozio. Con tutti i vantaggi, e le possibilità di ulteriori compere che questo gesto porta con sé.

I numeri
clickI numeri del fenomeno danno conto di una realtà che sta confermando ciò che molti hanno sempre sostenuto, ovvero che l’e- commerce si integra e non sostituisce l’esperienza di acquisto; è uno dei canali utili e come tale può trovare spazio nelle più ampie strategie di business dei brand. Secondo recenti dati di Planet Retail in Inghilterra, uno dei mercati più avanzati sul tema, il numero di acquirenti del click & collect è destinato a più che raddoppiare entro il 2017. Attualmente il 35% degli acquirenti online del Regno Unito compra on line e ritira da sé, rispetto al 13% degli Stati Uniti e del 5% in Germania. Entro i prossimi tre anni, Planet Retail prevede che questa cifra passerà addirittura al 76% in UK.

“Due dei più grandi ostacoli all’acquisto on-line sono i costi di consegna e i tempi di consegna spesso scomodi; questo fa del click&collect un servizio sempre più attraente sia per i clienti che per i rivenditori. La sua realizzazione è destinata a essere il prossimo grande campo di battaglia nella vendita al dettaglio” spiega Natalie Berg di Planet Retail. Ma i rivenditori devono fare di più. I dati del mercato UK rivelano che solo due terzi dei 50 migliori rivenditori nazionali offrono il servizio e ancora meno, solo il 14%, offre più di una opzione di raccolta (cioè raccolta in store, magazzini di terzi, etc…). “I retailer devono prepararsi a questo massiccio spostamento nel comportamento di acquisto e devono già ora pensare anche oltre i tradizionali punti di raccolta. Stazioni ferroviarie e scuole potrebbero essere i punti di raccolta del futuro. I rivenditori devono essere pronti a stringere rapporti anche con partner non convenzionali per perseguire un miglior servizio al cliente.“

Se il Regno Unito è di gran lunga il mercato più avanzato sul click & collect anche la Francia sta cercando di capitalizzare questo trend anche se in ritardo rispetto all’interesse mostrato dal Regno Unito, con rivenditori quali Carrefour, Auchan, Leclerc, Leroy Merlin, Galeries Lafayette, e Oxylane per citare i più rappresentativi. Anche i retailer tedeschi stanno offrendo servizi di questo tipo in alcuni segmenti specifici di vendita al dettaglio, come l’elettronica di consumo (Saturn) mentre Italia e Spagna, dove l’adozione di modelli di business al dettaglio omni-channel è ancora marginale, sono in ritardo rispetto ai paesi europei di cui sopra, e solo i più grandi rivenditori, come Zara, El Corte Inglés e OVS, offrono servizi di click&collect.

I retailer
argos collection pointTali servizi non sono tutti uguali: se è vero che il principio “ispiratore” è il medesimo, è pur vero che a seconda della categoria “merceologica” dei vari retailer e dei rispettivi modelli di business, il click&collect assume volti differenti.
Tra i primi ad aver accettato la sfida del click&collect vi sono eBay e Argos che in UK hanno prima sperimentato e, grazie al successo dell’iniziativa, ampliato la loro partnership: i clienti di eBay possono ritirare le merci acquistate sul sito in alcuni punti vendita “fisici” di Argos. Un fatto a suo modo storico visto che è stata la prima volta in Inghilterra che un colosso dell’online ha stretto accordi con un potenziale competitor “tradizionale”.  Dopo la sperimentazione dai 150 punti di ritiro iniziali si è passati a 650, poco meno della totalità del “palco” store di Argos che sono in totale 730.  Sia eBay che Argos hanno guadagnato da questa collaborazione, in termini di immagine, di fiducia del cliente e, ovviamente, di business.

Ancora diversa l’esperienza di click&collect offerta ai consumatori inglesi da Westfield London, famoso negozio di abbigliamento. All’inizio di quest’anno ha lanciato un suo servizio di ritiro merci in collaborazione con il corriere Collect+ predisponendo una zona apposita nel negozio fisico. Qui i clienti possono prelevare gli abiti ordinati online, provarli in cabine ad hoc e finalizzare il ritiro oppure restituire la merce esercitando in loco il diritto di recesso. Il direttore marketing  di Westfield, UK & Europe Myf Ryan ha spiegato: “Con la crescente popolarità del click & collect abbiamo l’opportunità di rispondere alle esigenze dei clienti e in ultima analisi, contribuire a fornire un’esperienza senza soluzione di continuità per i clienti che acquistano on-line e in-store. L’azione rientra in una più ampia strategia per fornire soluzioni digitali che migliorano le esperienze di acquisto dei clienti e aiuta a far crescere anche le vendite per i nostri rivenditori.”

E Asda, a Londra, offre una sua versione del click & collect ancora più originale con i punti di ritiro piazzati… presso alcune stazioni della metro, ovvero East Finchley, Harrow, Wealdstone, High Barnet, Highgate, Stanmore e Epping. Mark Ibbotson, direttore di Asda ha spiegato “Con questo nuovo servizio di click & collect, se i clienti non possono venire da noi, è Asda che va incontro alle esigenze del cliente e la metropolitana londinese ci permette di fare un grande passo in avanti sfruttando le piattaforme di scambio che sono le stazioni”.  Senza contare che Asda in questo modo ha ampliato le possibilitò di contatto e di azione con gli utenti anche in zone di Londra dove registravano da anni un basso numero di clienti.

Solo pochi esempi e retailer che hanno deciso di abbracciare la filosofia del click & collect a cui si aggiungono Tesco, M&S, H&M, Burberry, Halfords, e Asos. Aziende che con questo servizio hanno reso la Gran Bretagna pioniere assoluto in Europa e non solo.

Quello che emerge da questo panorama, sottolinea IDC che ha analizzato il fenomeno, è che i rivenditori stanno cercando di superare la crisi anche attraverso una maggiore attenzione alle reali esigenze dei clienti. Clienti che chiedono sempre più un’ esperienza di acquisto integrata tra mondo online e offline, e coinvolgente al di là appunto del canale digitale o analogico utilizzato per stabilire il “contatto”. E in futuro una strategia di questo tipo sarà sempre più cruciale per la sopravvivenza e la crescita di chi vorrà fare business. E la distinzione tra commercio “online e offline” non avrà quasi più motivo di esistere.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 28/08/2014 @ 07:49:09, in Mercati, linkato 438 volte)

Secondo una recente ricerca di mercato nell’ultimo anno sarebbe letteralmente impazzata la mania dei dispositivi indossabili facendo segnare un’incremento delle vendite del 684 percento!

La ricerca è stata effettuata da Canalys che ha divulgato i dati nel proprio sito web ufficiale dichiarando che in questi numeri non sono compresi gli Smartwatch.

I leader indiscussi di questo mercato sono Fitbit e Jawbone che tra l’altro sono anche rispettivamente il primo ed il secondo produttore al mondo di dispositivi indossabili.

La ricerca rivela che Nike ha perso molto del terreno guadagnato negli anni passati in questo mercato mentre al contrario Garmin con la sua gamma Vivo Fit sta riuscendo ad ottenere dei buoni numeri di vendita nei mercati principali.

Nella prima metà del 2013 sono stati piazzati (venduti) meno di 800 mila dispositivi indossabili mentre nello stesso periodo del 2014 si è sfiorata quota 4,5 milioni di pezzi venduti!

Per quanto riguarda gli Smartwatch invece abbiamo assistito anche qui ad una crescita molto importante anche se ovviamente il costo di questi prodotti è più alto.

Samsung è l’attuale leader di questo mercato grazie anche alla vasta gamma di dispositivi lanciati (Samsung Gear Live, Samsung Gear Fit, Samsung Gear 2, Samsung Gear 2 Neo e Samsung Galaxy Gear) mentre a seguire troviamo Pebble, un’azienda nata su Kickstarter che ha riscosso il successo che si meritava.

Nella prima parte del 2014 sono stati piazzati 2 milioni di Smartwatch, cifra destinata a salire nella seconda metà grazie all’arrivo di nuovi interessanti prodotti come Motorola Moto 360 o LG R Watch.

Via PianetaCellulare

 
Di Altri Autori (del 27/08/2014 @ 07:30:11, in Aziende, linkato 427 volte)

Ancora tempo di shopping in casa Amazon che si aggiudica Twitch, la piattaforma di video streaming dedicata ai videogiochi, per 970 milioni di dollari e soffia l’affare a Google, da tempo interessata a chiudere l’affare senza però alcun successo. Sembra quindi che l’idea di Jeff Bezos di trasformare Amazon in un fornitore di contenuti, andando ben oltre la vendita online, si stia affermando e con acquisti di alto livello.

Questo è infatti il più grande affare nella storia di Amazon da 20 anni a questa parte e aiuterà la società americana di e-commerce a gareggiare con Apple e Google nel mondo del gioco online, che rappresenta oltre il 75% di tutte le vendite di app mobili.

Twitch è una piattaforma online che consente la condivisione delle proprie fasi di gioco da parte dei gamer: uno strumento per la divulgazione da una parte, un “luogo” di condivisione dall’altra, il tutto all’interno di un sistema di socializzazione incentrato sul mondo del gaming. Dalla fondazione del gruppo nel 2011 la crescita è stata esponenziale al pari al suo successo.

Così recita il comunicato ufficiale: “Amazon annuncia di aver trovato un accordo per l’acquisizione di Twitch Interactive, piattaforma video per il gaming. Nel mese di luglio, oltre 55 milioni di visitatori unici hanno visto più di 15 miliardi di minuti di contenuto su Twitch prodotti da oltre 1 milione di broadcaster, inclusi gamer individuali, giocatori, editori, sviluppatori”.  Ad aprile il Wall Street Journal aveva collocato Twirch al quarto posto per volume di traffico negli Stati Uniti, dopo Netflix, Google e Apple.

“Abbiamo scelto Amazon perché crede nella nostra comunità, condivide i nostri valori e la visione a lungo termine – ha spiegato in un post Emmet Shear, il CEO di Twitch – e ci aiuterà ad arrivare più rapidamente ai nostri obiettivi. Grazie ad Amazon saremo in grado di darvi il miglior Twitch di sempre”.

Bezos nel comunicato ufficiale spiega come entrambe le compagnie siano “ossessionate dalla soddisfazione dei clienti e capaci di pensare in maniera diversa. Non vediamo l’ora di imparare da loro e aiutarli a crescere rapidamente per dare nuovi servizi alla comunità mondiale dei gamers”.

Fino a pochi mesi fa Google era la candidata più affidabile per la chiusura dell’operazione, anche grazie alla presenza di Youtube di cui Twitch sembra essere la spalla ideale, ma, secondo Forbes, le normative antitrust hanno ostacolato l’accordo per evitare una eccessiva concentrazione di potere nel mercato dei video online.

Al momento le conseguenze di tale operazione non sono ancora chiare. Shear assicura che la piattaforma di streaming conserverà la sua indipendenza ma l’integrazione con il sistema Amazon è la via più sicura: sarà possibile, infatti, acquistare i giochi ai quali si sta facendo da spettatori, il tutto in pochi click.  Inoltre i servizi offerti da Twitch allargheranno ulteriormente il pubblico dei gamers, ora più che mai tentato dalle potenzialità dei videogiochi in streaming a prezzi contenuti.

Insomma un’acquisizione che può sembrare di nicchia ma che promette novità interessanti dall’incontro tra videogiochi e streaming.

Via Tech Economy

 
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