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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 20/07/2016 @ 07:29:03, in Mobile, linkato 223 volte)

I dati dell’ultima indagine comScore Mobile Advisor mostrano come cresca in Italia ed Europa l’acquisto di beni e servizi via smartphone, ormai nelle tasche di un numero sempre maggiore di consumatori. “Gli italiani utilizzano sempre più lo smartphone per fare shopping”, ha commentato Fabrizio Angelini, ceo di Sensemakers e rappresentante di comScore in Italia. “Secondo le ultime rilevazioni che abbiamo condotto con comScore MobiLens e Mobile Advisor sugli acquisti tramite device mobili nel primo trimestre 2016, analizzando gli italiani sopra i 13 anni che possiedono uno smartphone, ben 8,6 milioni hanno acquistato prodotti e servizi via mobile nel mese di aprile 2016. E la loro percentuale sul totale dei possessori di smartphone è passata dal 24,4% di aprile 2015 al 28,3% di quest’anno”, fa notare ancora Angelini.

Fashion settore più amato in Italia

A beneficiare della maggiore propensione degli italiani per gli acquisti via smartphone è il settore del fashion: abbigliamento e accessori sono i prodotti che più mobile shopper hanno dichiarato di aver acquistato questo aprile, che equivale a oltre il 35% degli utenti. Elettronica e libri “fisici”completano il podio acquistati, rispettivamente, da un mobile shopper su tre e con il 28% di utenti che ne hanno acquistato almeno uno nel corso del mese. A seguire biglietti (24%), prodotti per la cura personale (19,8%), buoni regalo (17,4%), giocattoli e biglietti aerei (entrambi 12,3%), articoli per sport e fitness (11,5%) e hotel al 10%.

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Il contesto europeo

Il dato italiano sul mobile shopping si inserisce all’interno di un quadro generale europeo in crescita. Nonostante una penetrazione dello smartphone (pari al 68,7%) relativamente inferiore agli altri Paesi EU5, l’Italia è il mercato con il tasso di crescita maggiore in assoluto, con un aumento del 13,4% del numero di utenti possessori di smartphone rispetto al mese di aprile 2015. Nel Regno Unito, gli utenti smartphone che hanno anche effettuato almeno un acquisto online sono stati oltre un terzo nel mese di aprile, seguiti proprio dall’Italia.

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I mobile shopper acquistano da app o browser

Sebbene l’utilizzo di applicazioni nel complesso costituisca la componente principale del consumo di contenuti da mobile, gli utenti che hanno acquistato da browser sono risultati superiori a quelli che hanno completato la transazione da app, in tutti e cinque i mercati nel mese di aprile.
Nei mercati EU5, infatti, oltre il 60% dei mobile shopper che ha compiuto acquisti online ha scelto di farlo visitando i relativi siti da browser mobile. Regno Unito e Germania hanno però registrato la più elevata incidenza di acquisti da app, con percentuali pari rispettivamente a 59,3 e 52,1%. La capacità di quantificare la crescita dello smartphone come canale commerciale è un aspetto importante per i retailer al fine di ottimizzare l’esperienza in funzione della piattaforma e massimizzare l’interazione da parte della audience di riferimento.

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via DailyOnline
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Di Altri Autori (del 19/07/2016 @ 07:04:46, in Advertising, linkato 206 volte)

La recente indagine “Online  Barometer 2016“, condotta da BuzzMyVideos, ha rilevato che il 94% dei Millennials italiani sembra esser più propenso ad acquistare un prodotto che ha una recensione video online fidataIl 90%  di essi, infatti, ricerca informazioni e recensioni video prima di procedere all’acquisto su Internet. Tra i contenuti più visti musica (35%), seguita da tecnologia (21%) e videogame (17%).

Questi risultati aprono prospettive interessanti per i brand che ancora non hanno adottato una strategia video su Internet. Le nuove generazioni, infatti, stanno attraversando un cambiamento epocale nella fruizione di intrattenimento e informazione, abitudini che avranno un impatto sempre più forte sul mercato pubblicitario. Se da un lato sembra sempre più difficile intercettare i Millennials seguendo paradigmi classici, dall’altro l’online video offrirà incredibili opportunità di dialogo per coinvolgere e fidelizzare questa fascia di pubblico. Oggi il segmento dei Millennials comprende oltre 11 milioni di italiani, nati tra gli anni ’80 e gli anni 2000, esigenti, tecnologicamente evoluti, informati e con un buon potere d’acquisto.

Dati interessanti rilevano che il 69% dei Millennials guarda più di 6 ore di video online ogni settimana e il 56% di questi resta connesso per oltre 11 ore settimanali; un dato distribuito equamente tra pubblico maschile e femminile. Il 16% di coloro che preferiscono video sul mondo del cibo e l’8% degli appassionati di tecnologia guardano oltre 31 ore di video su questi temi ogni settimana.

Se la musica occupa per entrambi i sessi oltre un terzo del tempo trascorso davanti allo schermo del proprio device, le donne spendono più tempo guardando video dedicati a temi come beauty (15%) e tutorial DIY (14%), mentre gli uomini si interessano di videogame (25%) e tecnologia (27%).

In questo contesto sembra che le fonti più attendibili per i Millennials siano proprio gli YouTuber e, in generale, le celebrità dei video online. Il 42% dei soggetti intervistati sostiene di fidarsi di più di una recensione su YouTube rispetto a qualsiasi altro mezzo di comunicazione.

La pubblicità in Rete non viene percepita come un elemento invadente, bensì migliora la fruizione complessiva di contenuti video su internet: l’83% degli intervistati dichiara, infatti, di gradire la presenza di video promozionali ben fatti. Se, nel 2015,  l’Advertising su Internet ha rappresentato il 29,9% del mercato pubblicitario, nel 2016 si prevede una forte crescita che arriverà a raggiungere il 38,4% del mercato entro il 2018. 

In futuro, l’82% degli intervistati vorrebbe poter cliccare direttamente su un prodotto visto in un video online: una funzionalità ad alto tasso di engagement che potrebbe convertirsi in un format molto interessante per gli inserzionisti. 

Online Video Barometer_v2.3

 Via Tech Economy

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Di Admin (del 15/07/2016 @ 07:30:10, in Social Networks, linkato 454 volte)

Questo mese la Top Brands – l’osservatorio periodico firmato da Blogmeter che rivela quali sono i migliori brand su Facebook e Twitter in Italia secondo le principali metriche di engagement, new fans/followers e response time – ha realizzato un focus sul mondo della birra – la bevanda che coinvolge i consumatori soprattutto durante la bella stagione – con l’obiettivo di scoprire quali sono i brand più talentuosi nella gestione dei rispettivi account social.  Con l’occasione il team di Blogmeter ha realizzato anche un’analisi sull’audience e sui contenuti legati all’universo birra attraverso il suo nuovo servizio Facebook Topic Data.L’indagine ha messo in luce le caratteristiche socio-demografiche degli utenti, i principali temi di discussione, le campagne più ingaggianti e i contenuti più condivisi su Facebook.

Le migliori birre su Facebook

Per quanto riguarda il rating delle migliori birre sui social emerge un dato di fondo, ovvero che le aziende produttrici amano Facebook, lo dimostrano le performance ottenute sul social di Zuckerberg sia in termini di engagement che di new fan rispetto a Twitter. Ad aprire la Top 5 delle birre più coinvolgenti su Facebook èCeres, quinta per numero di nuovi fan, che con i suoi originali post di real-time marketing conquista tutti. In particolare, a giugno la pagina italiana del birrificio danese ha generato un grande numero di interazioni con la sua campagna in occasione delle elezioni amministrative, pubblicando diversi post ironici e satirici, ma non perdendo mai di vista il prodotto. Il post più coinvolgente ha come protagonista Giorgia Meloni. Al secondo posto per engagement si posiziona Birra Moretti grazie alla pubblicazione di post sempre curati e dalla creatività piacevole: a giugno appassiona con la special edition “Campioni col baffo”, dedicata a tutti i campioni del calcio che hanno i baffi. La medaglia di bronzo va a Carlsberg, seconda per nuovi fan, molto attiva durante gli Europei 2016, essendo official sponsor che per l’occasione ha riadattato il suo claim in “Probably the best UEFA EURO 2016”. Chiudono la Top 5 Birra Ichnusa con le sue numerose iniziative e Birrificio Angelo Poretticon la sua comunicazione sobria ed elegante. Dando un’occhiata invece all’altra metrica chiave per misurare l’efficacia delle strategie di social media marketing dei brand, ovvero la crescita della community, la pagina che ha acquisito più fan a giugno è Tuborg con post ironici e tante iniziative, seguono la già citata Carlsberg al secondo posto e Bavaria in terza posizione, che conquista tanti nuovi fan in occasione degli Europei. A distinguersi per numero di nuovi fan è infine Birra Antoniana che promuove su Facebook principalmente gli eventi che organizza.

Le migliori birre su Twitter
Sebbene i numeri di Twitter siano decisamente più contenuti rispetto a Facebook,  sul social dei 140 caratteri si fanno spazio altri nomi. Conquista lo scettro dei birrifici più coinvolgenti su Twitter, Peroni, che non compariva nelle Top 5 di FB: colleziona quasi 8.000 interazioni con l’iniziativa #nonnedoitbetter2 e il suo testimonial Chef Rubio, piazzandosi al secondo posto per numero di nuovi fan. Segue a distanza Ceres che anche su Twitter adotta una strategia di real-time marketing, mentre in terza posizione troviamo Beck’s Italia con un picco di interazioni in occasione del #CheersToIndependence. Tuborg si conferma la più brava a conquistare nuovi seguaci anche su Twitter con numeri superiori alla media di mercato (80 follower al giorno), cavalcando l’onda di eventi e iniziative come il concorso artistico #SkateboardsConfluence. Spunta al quarto posto della classifica, dopo Peroni e Ceres, il profilo italiano di Heineken che pubblica meno di un tweet al giorno. Fanalino di coda di entrambe le Top 5 di Twitter è Baffo Moretti con #TuLaConosciBianca, l’hashtag legato alla presentazione ufficiale de La Bianca.

Via Spot and Web

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Di Altri Autori (del 14/07/2016 @ 07:04:09, in Marketing, linkato 442 volte)

BuzzMyVideos ha pubblicato i risultati dell’ Online Video Barometer 2016, che esamina le opinioni di un campione di 500 Italiani, rappresentativi della popolazione tra i 18 e i 35 anni, sulle tendenze nel consumo di video online. Il sondaggio ha rivelato un dato eccezionale: il 94% dei Millennials italiani intervistati dichiara di essere più propenso ad acquistare un prodotto che ha una recensione video online positiva da una fonte fidata, mentre il 90%  degli intervistati cerca informazioni e recensioni video online, prima di procedere all’acquisto su internet. Tra i contenuti più visti, musica (35%), seguita da tecnologia (21%) e videogame (17%).

Risultati che aprono prospettive interessanti per i brand che ancora non hanno adottato una strategia video su internet e che, dall’altro lato, riflettono il successo di molti marchi che hanno scelto questo canale per rivolgersi ai Millennials. Oggi questo segmento comprende infatti oltre 11 milioni di italiani, nati tra gli anni ’80 e gli anni 2000, esigenti, tecnologicamente evoluti, informati e con un buon potere d’acquisto; una fascia di pubblico connessa 24/7, che guarda sempre meno la TV, perchè preferisce accedere a contenuti video on-demand in base ai propri interessi, soprattutto da mobile.
L’indagine, condotta in maniera indipendente da OnePoll, ha mostrato che il 69% dei Millennials oggi guarda più di 6 ore di video online ogni settimana ; di questi, il 56% resta connesso per oltre 11 ore settimanali, un dato distribuito equamente tra pubblico maschile e femminile. Il 16% di coloro che preferiscono video sul mondo del cibo e l’8% degli appassionati di tecnologia  guardano oltre 31 ore di video su questi temi ogni settimana.

Se la musica occupa per entrambi i sessi oltre un terzo del tempo trascorso davanti allo schermo del proprio device, le donne spendono più tempo dei coetanei maschi guardando video dedicati a temi come beauty (15%) e tutorial DIY (14%), mentre gli uomini si interessano di più a videogame (25%) e tecnologia (27%).

Gli YouTuber e, in generale, le celebrità dei video online, sono tra le fonti più attendibili per i Millennials nel panorama pubblicitario: quasi la metà degli intervistati (42%) sostiene di fidarsi di più di una recensione di prodotto su YouTube rispetto a qualsiasi altro mezzo di comunicazione, in particolare tra  chi preferisce i video di tecnologia (54%) e gaming (51%); un dato che si sta riflettendo in modo sensibile sulla sottrazione di budget pubblicitari alla TV, un mezzo che le nuove generazioni stanno gradualmente abbandonando a favore dell’online video. La spesa pubblicitaria globale toccherà quest’anno $ 579 miliardi; l’advertising su Internet ha rappresentato il 29,9% di questo mercato nel 2015 e si prevede che arriverà al 38,4% entro il 2018. Secondo il recente rapporto di ZenithOptimedia, video online e social media saranno i canali che, più di tutti, contribuiranno allo sviluppo di questo mercato, con un crescita media annuale prevista del 20% e 24%, tra il 2015 e il 2018.

La pubblicità video online è considerata meno fastidiosa, anzi l’83% degli intervistati dichiara di gradire la presenza di video promozionali ben fatti: la pubblicità non viene percepita come un elemento invadente nella propria esperienza di visione, ma migliora la fruizione complessiva di contenuti video su internet. Gli appassionati di tecnologia e fai-da-te sono quelli che apprezzano di più questo tipo di contenuti pubblicitari (rispettivamente il 92% e 87% degli intervistati).

L’uso di adblockers nei video online sembra molto legato al tipo di contenuti: il 54% dei giovani intervistati dichiara di usarli (di questi 15% li usa sempre), mentre il 46% sostiene di non utilizzarli mai.

L’82% degli intervistati vorrebbe poter cliccare direttamente su un prodotto visto in un video online: una funzionalità ad alto tasso di engagement che potrebbe convertirsi in un format molto interessante per gli inserzionisti. Tra gli appassionati di video dell’area beauty questa soluzione è richiesta ben dal 92% degli intervistati.

Solamente il 3% non vorrebbe questo tipo di possibilità e il 15% esprime un parere neutrale.

I dati emersi dall’Online Video Barometer dimostrano come le nuove generazioni stiano attraversando un cambiamento epocale nella fruizione di intrattenimento e informazione, abitudini che avranno un impatto sempre più forte sul mercato pubblicitario. La crescente domanda di profilazione di contenuti per aree di interesse non può più essere soddisfatta dai mezzi tradizionali: se da un lato è sempre più difficile intercettare i Millennials seguendo paradigmi classici, dall’altro l’online video aprirà incredibili opportunità di dialogo per coinvolgere e fidelizzare questa fascia di pubblico.

Paola Marinone, co-founder e CEO di BuzzMyVideos ha spiegato: “Osservando i risultati del sondaggio abbiamo rilevato come guardare video promozionali prima di acquistare un prodotto sia diventato una necessità assoluta per il 90% dei Millennials. L’Italia e’ pronta per un cambiamento nella dinamica dell’investimento pubblicitario ed è questa una grande opportunità per i brand e le agenzie per creare ampie quote di mercato su target molto difficili da raggiungere”.

Via Spot and Web

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Di Altri Autori (del 13/07/2016 @ 07:26:21, in Pubblicità, linkato 416 volte)
Il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia nel mese di maggio è stabile a +0,4%: i primi cinque mesi si attestano a +2,7%, rispetto allo stesso periodo del 2015, grazie a un incremento nella raccolta di circa 73 milioni di euro. Se si aggiungesse anche la stima della raccolta sulla porzione di web attualmente non monitorata (principalmente search e social), il mercato chiuderebbe il mese di maggio a +2,5% e i primi cinque mesi dell’anno a +4,3%.

TRA EURO 2016 E BREXIT. “In attesa del traino degli Europei di calcio, a maggio la crescita è stata più contenuta, ma sempre in terreno positivo”, spiega Alberto Dal Sasso, Tam e Ais Managing Director di Nielsen. “Si tratta di un risultato in linea con le aspettative, dal momento che maggio 2015, coincidendo con l’inizio dell’Expo, era stato un mese di crescita al 3%, preceduto e seguito da un mese in negativo. In attesa di capire come in autunno la Brexit potrà avere effetti anche sul mercato pubblicitario, confermiamo una fase finale dell’anno fisiologicamente più tranquilla”.

BENE TV, RADIO E INTERNET. Relativamente ai singoli mezzi, la Tv cresce a maggio del +5% e chiude i primi cinque mesi a +6,1%. Tornano in negativo i quotidiani, che chiudono il mese a -10,6% e consolidano il periodo gennaio – maggio a -4,7%. L’andamento di maggio è negativo anche per i periodici: maggio a -10,1% e i primi cinque mesi a -3,6%. Gli investimenti sul mezzo radio restano positivi grazie al singolo maggio in crescita dell’1,2%, che consolida a +2% il trend del periodo gennaio-maggio. Internet, relativamente al perimetro attualmente monitorato in dettaglio, registra un decremento dell’1,9% nel periodo cumulato e un calo a maggio del 6,3%. Integrando il dato con le stime desk di Nielsen sull’intero mondo del web advertising (aggiungendo principalmente search e social), i primi cinque mesi chiuderebbero a +8,1% (maggio a +7,7%).

Sempre buone le performance per il cinema, che cresce del 18,6%. Il mondo dell’out of home risente dell’assenza di Expo nel confronto con il singolo mese di maggio; nel periodo cumulato, l’outdoor chiude i primi cinque mesi a +5,0%, il transit a +9,3% e la GO tv (ex out of home tv) a -10,1%.

Via Business People
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Di Altri Autori (del 11/07/2016 @ 07:12:39, in eCommerce, linkato 607 volte)

Nel 2016, gli acquisti dei consumatori italiani su siti sia nazionali sia stranieri supereranno gli 1,8 miliardi di euro, con un incremento in valore assoluto di 365 milioni di euro (+25%) rispetto al 2015. Il contributo della moda nell’e-commerce di prodotto sarà secondo solo a quello di informatica ed elettronica: l’incidenza era pari al 6% nel 2012 e, nel 2016, sfiorerà il 10 per cento.  È quanto emerge dalle stime dell’Osservatorio e-commerce B2C dalla School of Management del Politecnico di Milano, giunto alla sua quindicesima edizione e presentato a Milano in occasione del convegno “L’online nel fashion: un canale che fa tendenza”.

“L’abbigliamento è uno dei comparti merceologici più dinamici dell’e-commerce B2c italiano per almeno tre ragioni: ritmo di crescita superiore a quello medio del commercio elettronico, offerta eterogenea e in continuo fermento, e, infine, spiccata propensione all’innovazione. Negli ultimi 5 anni, il tasso di crescita medio annuo dell’abbigliamento è stato pari al 30% circa, il doppio rispetto a quello dell’e-commerce nel suo complesso (+15% circa), sia nella domanda (acquisti dei consumatori italiani da merchant sia italiani sia stranieri) sia nell’offerta (vendite dei merchant con sede operativa in Italia a consumatori italiani e stranieri)”, ha dichiarato Alessandro Perego, direttore scientifico degliOsservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

Sempre secondo quanto emerso dalla ricerca, i web shopper italiani effettuano, nel 46% dei casi, acquisti mass market sui siti dei grandi retailer italiani e internazionali e sui marketplace generalisti; seguono, con un peso del 36%, gli acquisti di prodotti del settore lusso realizzati sui siti dei principali player del settore, delle vendite private, dei produttori high fashion del made in Italy e delle boutique multi-brand. Infine conquistano una quota del 18% gli acquisti di abbigliamento e accessori sportivi dai siti dei retailer specializzati, dei produttori e dei portali generalisti. “Nel fashion uno dei principali driver di scelta del canale online rimane il prezzo: il 52% della domanda e-commerce è realizzata nella componente di prodotti a prezzo ridotto (scontato, con sconti dal 10% al 30%, o molto scontato, con sconti dal 30% al 70%) e il 48% nella componente a prezzo pieno. Se consideriamo la tipologia di prodotti acquistati online, i capi di abbigliamento (camicie, vestiti, capi spalla, jeans, pantaloni) incidono per circa il 55% e gli accessori per il 45%, con una preferenza spiccata per le scarpe e per le borse o accessori di pelletteria. Per quanto riguarda il genere, i capi di abbigliamento e gli accessori da donna pesano per il 50% del mercato fashion online, quelli da uomo per il 40% circa (ed in crescita), quelli da bimbo per il 10%”, ha spiegato Valentina Pontiggia, senior advisor dell’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm Politecnico di Milano.

Infine, nel 2016, gli acquisti via smartphone nell’abbigliamento cresceranno del 26% e supereranno quota 350 milioni di euro, confermandosi come uno dei comparti con la più alta penetrazione (19%) degli acquisti da mobile sul totale domanda e-commerce. Se si aggiungono gli acquisti da tablet la penetrazione raggiunge il 33% del totale domanda online.

via PambiancoNews

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Di Altri Autori (del 08/07/2016 @ 07:30:19, in eCommerce, linkato 645 volte)

La moda fa bene all’e-commerce: stando al report realizzato dall’Osservatorio eCommerce B2c e presentato a Milano in occasione del Convegno “L’online nel fashion: un canale che fa tendenza”, nel 2016 gli acquisti via Internet di prodotti fashion hanno superato gli 1,8 miliardi di euro (+25% rispetto al 2015). Ma è soprattutto il ritmo di crescita del comparto a essere significativo: se negli ultimi cinque anni il tasso di crescita del mercato dell’e-commerce si è attestato sul +15%, quello dell’abbigliamento è addirittura il doppio, per una media del +30%. “L’abbigliamento è uno dei comparti merceologici più dinamici dell’e-commerce B2c italiano per almeno tre ragioni: ritmo di crescita superiore a quello medio del commercio elettronico,offerta eterogenea e in continuo fermento, e, infine, spiccata propensione all’innovazione”, afferma Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

CORSA AL RISPARMIO. La ragione alla base dell’exploit dell’e-commerce del fashion è presto detta: su internet è possibile risparmiare. Basti pensare che il 52% della domanda è realizzata nella componente di prodotti a prezzo ridotto, ossia scontati (dal 10% al 30%) o molto scontati (sconti dal 30% al 70%). E ancora: in occasione del Black Friday e del Cyber Monday alcuni operatori riescono a realizzare in soli due giorni oltre il 5% del totale fatturato online. Tradotto: circa 10 volte il valore delle vendite registrate nello stesso intervallo di tempo in altri periodi dell’anno. Tuttavia il prezzo non è l’unica variabile che promuove gli acquisti online. L’e-commerce del fashion funziona anche perché in rete è possibile reperire una vasta gamma di prodotti, spesso assente nei punti vendita fisici. Inoltre i siti spesso suggeriscono prodotti affini da acquistare.

SPOPOLANO ABBIGLIAMENTO E ACCESSORI. Ma cosa si compra in Rete? “Se consideriamo la tipologia di prodotti acquistati online, i capi di abbigliamento (camicie, vestiti, capi spalla, jeans, pantaloni) incidono per circa il 55% e gli accessori per il 45%, con una preferenza spiccata per le scarpe – sia eleganti sia sportive – e per le borse o accessori di pelletteria”, risponde Valentina Pontiggia, Senior Advisor dell'Osservatorio. “Per quanto riguarda il genere, i capi di abbigliamento e gli accessori da donna pesano per il 50% del mercato fashion online, quelli da uomo per il 40% circa (e in crescita), quelli da bimbo per il 10%”. Quanto ai canali, gli italiani acquistano i prodotti mass market (46%) sui siti dei grandi retailer italiani e internazionali e sui marketplace generalisti, mentre per gli acquisti “luxury” (36%) si opta per i siti delle grandi Dot Com, delle vendite private, dei produttori high fashion del Made in Italy e delle boutique multi-brand.

EXPORT A +30%. Per quanto riguarda le vendite da siti italiani verso clienti stranieri, l’export dell’abbigliamento segna un +30% nel 2016, per un valore delle vendite superiore a 1,3 miliardi di euro. Il comparto trainante è quello del lusso. I compratori più forti sono inglesi, francesi, tedeschi, americani e russi: da soli coprono il 45% delle vendite Fashion che valicano i confini nazionali. Seguono, in misura minore, Cina, Giappone e America Latina. A fare la differenza sono soprattutto le Dot com a cui si deve il 69% delle vendite all’estero. Le imprese tradizionali pesano appena il 31%.

 

Via Business People

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Di Altri Autori (del 07/07/2016 @ 07:37:15, in Mobile, linkato 654 volte)

Se negli ultimi tempi vi è capitato di visitare negozi o centri commerciali e ricevere sul vostro smartphone dei messaggi che decantavano le incredibili qualità del televisore che stavate guardando proprio in quel momento o che segnalavano sconti esclusivi su scarpe presenti nella vetrina davanti cui eravate appena passati, non preoccupatevi, è solo l’inizio.

Quello che ad occhi distratti potrebbe apparire come una piccola magia, altro non è che una forma di Proximity Marketing che sta prendendo sempre più piede, basata sutecnologia Beacon. I beacon sono piccoli dispositivi che utilizzano il Bluetooth Low Energy per inviare contenuti verso uno smartphone o un tablet, attraverso un’app mobile, senza necessità di eseguire la procedura di accoppiamento tipiche di questo protocollo e purché il dispositivo si trovi a transitare entro un range di 70 metri. Una tecnologia potenzialmente in grado di rivoluzionare il modo di fare shopping in store che ha attirato l’interesse di due colossi come Apple e Google, che hanno sviluppato soluzioni tecnologiche ad hoc [iBeacon ed Eddystone]. Il report “Mobile & Online Coupons: Redemption, Loyalty & Consumer Engagement 2015-2020” di Juniper Research ci aiuta a capire ancora di più la portata di questo cambiamento: se nel 2015 in tutto il mondo sono stati distribuiti attraverso beacon 11,6 milioni di coupon digitali, nel 2020 saranno oltre 1,6 miliardi, una crescita impressionante.

IN CHE MODO PERÒ I BEACON POSSONO DARE VITA A VANTAGGI CONCRETI PER GLI UTENTI E PER I BRAND?

La potenzialità di questa tecnologia è quella di trasformare i processi di acquisto e di vendita attraverso attività di Proximity Marketing ritagliate sempre di più sulla singola persona. Ad esempio, chi fa shopping può ricevere informazioni rilevanti nel momento opportuno, senza mediazioni, relazionandosi direttamente con i Brand e disponendo di contenuti esclusivi non altrimenti accessibili. Attraverso le mobile app in grado di comunicare con i beacon, le informazioni raggiungono gli utenti in modo mirato, nel momento giusto e nel rispetto delle scelte di ciascuno, rendendo i potenziali clienti protagonisti di un’esperienza coinvolgente e personalizzata. Dall’altro lato, i Brand hanno ora a disposizione un formidabile strumento per stimolare la fidelizzazione dei clienti abituali e l’attrattiva sui quelli potenziali, interagendo con i consumatori nel momento più importante del processo decisionale e disponendo in qualsiasi istante delle analisi dei comportamenti d’acquisto.

 ALCUNE BEST CASE DI UTILIZZO DEI BEACON IN GIRO PER IL MONDO.

Il report di Juniper Research evidenzia come l’esperienza cinese della catena digioielleria Chow Tai Fook abbia ottenuto una redemption del 60% su una campagnaavviata a inizio 2015, con un incremento delle vendite che ha portato nelle casse dell’azienda oltre 16 milioni di dollari di fatturato aggiuntivo.
Negli Stati Uniti Macy, catena della grande distribuzione, ha posizionato oltre 4.000 dispositivi beacon nei propri centri, con lo scopo di progettare esperienze di acquisto sempre più interattive e personalizzate, mentre in Gran Bretagna Proxama ha adottato un approccio diverso, installando i beacon su bus, taxi, centri commerciali e aeroporti, raggiungendo i potenziali clienti in momenti di attesa o in cui hanno più attenzione, per stimolare le vendite negli online store e aumentare l’interesse verso una visita ai negozi fisici, magari con l’incentivo di sconti e promozioni esclusive.

ANCHE IN ITALIA QUALCOSA SI STA MUOVENDO.

OVS ha sviluppato una mobile app, disponibile per iPhone e Android, che rappresenta il tassello centrale della sua strategia omnichannel. Attraverso l’app gli utenti possono comprare prodotti, creare wish list, ricevere informazioni tramite lettura dei barcode, individuare lo store più vicino, rimanere sempre aggiornati su news ed eventi e interagire con i dispositivi innovativi presenti nei negozi fisici come ad esempio il camerino intelligente “Magic Fitting Room”. Nelle ultime settimane, l’app si è arricchita di un’ulteriore funzionalità che sfrutta la tecnologia beacon attraverso la piattaforma OVS “Connection Message” [qui la lista dei negozi in cui è attiva], il cui obiettivo è aumentare il traffic to store comunicando direttamente con le persone presenti in strada e successivamente arricchire la shopping experience. I clienti che si trovano in un raggio di 200 metri da un negozio OVS ricevono un invito sul loro smartphone a entrare nel punto vendita, dove potranno avere un’esperienza diretta di tutte le promozioni. Attraverso i beacon e la radio in store, la posizione dei clienti all’interno del negozio può essere determinata in ogni momento, rendendo possibile l’invio di notifiche push riguardo prodotti, prezzi e promozioni in funzione delle aree del negozio in cui si trovano.

n’esperienza di acquisto totalmente nuova quindi, che costruisce un rapporto diretto Brand-Cliente da prima ancora dell’entrata nel negozio, per poi accompagnare con messaggi e promozioni mirate l’utente nel suo viaggio nello store, in base alle sue azioni e a ciò che più apprezza. Il passo finale è rappresentato dall’integrazione con latecnologica NFC [ad esempio attraverso la piattaforma Apple Pay], che permette pagamenti rapidi via smartphone solamente avvicinando il device al POS. Il coupon inviato con i beacon al cliente, quindi, può essere immediatamente speso alla cassa con un pagamento contactless, chiudendo il cerchio di un Customer Journey che rappresenterà sempre di più il nuovo modo di acquistare nei negozi fisici.

LE POTENZIALITÀ DEI BEACON PERÒ NON SI FERMANO ALLO STORE MARKETING.

indoor mapping, guide turistiche e museali, eventi e domotica sono solo alcuni degli scenari in cui questa tecnologia potrebbe davvero fare la differenza. Qualunque sia il contesto di utilizzo, è bene che i Brand che vogliono investire in questo settore ricordino uno dei principi base di ogni attività di marketing: esagerare con la frequenza dei messaggi inviati, soprattutto su un device che nello scenario digitale rappresenta per antonomasia lo spazio personale, equivarrebbe ad essere percepiti come invadenti e insistenti, con conseguente perdita della relazione con l’utente. Considerati i vantaggi in termini di business che questa nuova tecnologia potrebbe portare, un rischio da scongiurare con tutte le forze.

Via Republic+Queen Magazine

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Di Altri Autori (del 06/07/2016 @ 07:40:31, in Tecnologie, linkato 542 volte)

La strategia per la  è il primo tassello di un progetto più ampio che ingloba gli obiettivi dell’Agenda digitale europea. Dopo un pit-stop di vari mesi il mercato della banda ultra-larga nel nostro Paese sembra riprendere il proprio percorso.

LA STRATEGIA NAZIONALE

In Europa l’Italia si colloca tra gli ultimi 6 Paesi nella graduatoria per diffusione della banda larga, sebbene negli ultimi anni il nostro Paese abbia fatto registrare un incremento medio annuo più elevato della media UE28 (+4 punti percentuali) riducendo un po’ il divario. L’obiettivo ambizioso del nostro Paese entro i prossimi tre anni è quello però di dare connessione veloce, a 100 Megabit, al 75% degli italiani. Del resto non ci sono troppe alternative per provare a colmare il divario digitale con il resto d’Europa che ha già attualmente raggiunto tale percentuale di copertura. In Italia invece la copertura è del 50% circa della popolazione in merito alla fibra ottica con TIM come operatore principale seguito da Fastweb. Si tratta per lo più di connessioni FTTC (Fiber To The Cabinet) ovvero quelle connessioni a banda larga in cui la rete in fibra ottica dell’ISP (Internet Service Provider) arriva fino alla centralina di zona più vicina al luogo di fornitura del servizio di connessione alla rete, ad esclusione di realtà come Milano o Bologna e altre poche che dispongono nelle aree più strategiche della città di FTTH (Fiber To The Home) di gestione di Fastweb, Tim o Metroweb.

GLI INVESTIMENTI PREVISTI

Il Governo italiano si sta muovendo in due direzioni: la prima è quella delle cosiddette aree “a fallimento di mercato” per le quali un percorso strategico è stato previsto con lo stanziamento di 3,5 milioni di euro per la costruzione di una rete in fibra ottica di proprietà pubblica. A questo fine il Governo ha stretto un accordo con le singole Regioni per disporre dei fondi in modo coordinato e implementare i bandi di gara. L’altra parte di intervento riguarda invece le cosiddette “aree ricche”, protagoniste della corsa verso i 100 Megabit e dove i principali gestori telco (telecomunicazioni) sostengono di essere pronti a spendere nei prossimi quattro anni oltre 5 miliardi di euro. Per monitorare i passi in avanti che l’Italia sta compiendo è stato realizzato da parte del Ministero dello Sviluppo Economico un sito che consentirà ai cittadini di conoscere e verificare  il livello di copertura a 30 e a 100 mbps di ogni regione, comune, strada e quartiere, sia per le aree bianche, quelle a fallimento di mercato, sia per le aree nere, dove intervengono i privati. Una mappa, che si sovrappone a quella di Google, permette la visualizzazione dello stato dei lavori in una determinata regione, comune e persino strada. Al contempo lo scorso 13 giugno è stato dato il via libera al primo bando per la realizzazione della rete nelle aree bianche, quelle cioè a fallimento di mercato. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale sono partite le procedure per gli interventi nelle prime sei regioni (Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto) con le quali si sono chiusi specifici accordi di programma e relative convenzioni operative per l’utilizzo dei fondi FESR e FEASR: 6,5 milioni i cittadini interessati dagli interventi previsti in questo primo bando, più di 3,5 milioni le unità immobiliari e 3mila i comuni. Entro la fine dell’estate saranno pubblicati anche i bandi per tutte le restanti regioni.

GLI IMPATTI ECONOMICI SUI SETTORI PRODUTTIVI

In letteratura sono diversi gli studi e le ricerche internazionali che hanno stabilito una correlazione positiva tra la penetrazione nell’uso del digitale e gli investimenti nelle infrastrutture, compresa la connessione via mobile, e lo sviluppo economico. I risultati hanno evidenziato effetti significativi e concreti sulla crescita economica. Sono stati elaborati differenti metodi per stimare questi impatti sulla crescita economica quali ad esempio analisi degli investimenti, monitoraggio dei risultati raggiungi, casi studio e buone pratiche. In Australia il Centre for International Economics ha condotto uno studio sugli impatti economici della banda larga sull’economia australiana su 53 settori produttivi localizzati in 8 regioni e ha stimato che il maggior impatto sul mercato che avrebbe prodotto un cospicuo capitale in investimenti sarebbe stato relativo al mercato immobiliare e al settore edile nel breve periodo proprio in relazione al soddisfacimento della domanda di banda sia ultralarga sia mobile nelle nuove costruzioni residenziali. I settori produttivi meno interessati dallo sviluppo delle infrastrutture digitali sarebbero stati invece il settore agricolo e la produzione di idrocarburi con un’incidenza infatti sul mercato minore dell’1%.

Analogamente uno studio italiano sulle evidenze degli investimenti nelle reti ultrabroadband ha stimato un impatto positivo su tutti i comparti di mercato ma i maggiori benefici sono stati stimati per il settore immobiliare, il manufatturiero, l’intermediazione finanziaria, i servizi alle imprese, trasporti e comunicazioni ovvero quei settori che già utilizzano servizi Ict come input in maniera massiccia. Istruzione e sanità invece sono tra i settori meno impattati dalla implementazione della banda larga insieme ai servizi sociali, poiché essendo settori ad alta intensità di lavoro sembra trovino meno vantaggioso l’aumento di offerta di servizi banda ultra-larga e la conseguente riduzione dei prezzi di tali servizi.

LO STUDIO ITALIANO E GLI IMPATTI SULL’OCCUPAZIONE

Un gruppo di ricerca dell’Università Sapienza di Roma, coordinato da Maurizio Franzini, nel rapporto Assessing the sectoral effects of ICT investments: the case of broadband networks  ha stimato gli effetti sull’occupazione e sul prodotto interno lordo  (PIL) degli investimenti in infrastrutture di retea banda ultra-larga nel medio e lungo periodo riferiti al nostro Paese. Lo studio ha elaborato le stime attraverso la creazione di un modello di simulazione calibrato sulla base dei dati reali di produzione degli ultimi 20 anni (definito a livello di singolo settore produttivo) in grado di stimare l’effetto diretto e indiretto di un investimento infrastrutturale del valore di 12 miliardi di euro che è “la dimensione ritenuta necessaria, nell’ambito della strategia italiana banda ultralarga, per dotare l’85% della popolazione italiana di una connessione a 100Mbit/s”, come dichiarato nel report. Tre sono gli scenari simulati: 5, 8 e 12 miliardi di euro tenendo conto però che per raggiungere il massimo potenziale serviranno almeno 6-7 anni, pari al time-to-build necessario alla generazione della domanda dei servizi connessi.

In merito all’occupazione l’effetto degli investimenti è positivo nel suo insieme, ma il valore aggiunto e il differenziale di questo valore variano in relazione ai diversi settori. In alcuni settori, infatti, l’investimento determina un aumento della produttività e conseguentemente dell’offerta superiore all’aumento della domanda, realizzando quindi una riduzione dell’occupazione. Questa situazione si verifica soprattutto nei settori che fanno largo uso dei servizi Ict come input quali costruzioni, trasporti e servizi alle imprese. La variazione di valore aggiunto (quindi in relazione al PIL) in questi casi è superiore a un punto percentuale e gli effetti sono incrementali al crescere degli investimenti stessi. Gli effetti più positivi si registrano nel settore alberghiero e ristorazione e manifatturiero.

Lo studio evidenzia anche alcune criticità in merito agli aspetti occupazionali e il comparto a più elevata potenzialità di crescita in termini di business, identificato come “dei computer e servizi relativi”, dalle stime risulterebbe essere quello a subire il maggior impatto negativo, con una perdita di ben 6 punti percentuali. Stime fortemente negative sono state evidenziate per il settore della Pubblica Amministrazione e previdenza sociale.

GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE

L’accesso alle connessioni veloci (maggiori di 30 Mbps) secondo i dati della Commissione Europea (2014) ha raggiunto attualmente solo il 21% registrando una delle peggiori performance tra i Paesi membri poiché la media europea di penetrazione si attesta al 62%. Nel nostro Paese tra il 2010 e il 2015 è aumentata notevolmente la quota di famiglie che dispone di un accesso a Internet da casa (da 52,4 % a 66,2%) sebbene un terzo delle famiglie non abbia ancora accesso a Internet, con un trend però discendente rispetto agli anni passati. Il contributo più rilevante alla diffusione della banda larga è stato fornito dalle tecnologie mobili poiché è rimasta stabile la quota di famiglie che accedono al web esclusivamente mediante banda larga fissa (1 su 3) mentre crescono le quote di famiglie con solo banda larga mobile da 6,6% a 18,6% o che dispongono di entrambe le modalità di accesso da 1,4% a 11,5%.

La maggior parte delle imprese non utilizza invece connessioni veloci e la velocità massima di connessione in banda larga fissa aumenta solo al crescere della dimensione delle imprese: il 40,1% delle grandi imprese utilizza connessioni fisse a velocità pari o superiore a 30 Mbit/s, contro il 12,3% delle piccole (11,9% nel 2014). Secondo le analisi dello studio italiano il gap tecnologico da colmare è enorme, ed i piani di investimento privati ​​non appaiono da soli coerenti con l’obiettivo di ridurre o quanto meno provare a colmare tale divario. Le azioni necessarie per conseguire gli obiettivi dichiarati dal Governo per la strategia di sviluppo delle infrastrutture e della banda larga saranno quindi sostenute da un ammontare di risorse pubbliche pari a 6 miliardi di euro, dei quali 2 di questi finanziati da fondi regionali europei, e per il restante con fondi europei di sviluppo.

Gli obiettivi italiani sulla banda larga sono di servire l’85% della popolazione con una connessione a 100 Mbps entro il 2020 e di assicurare al restante 15% una velocità di download almeno di 30 Mbps.

Via Tech Economy

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Tre miliardi e mezzo di euro. Tanto vale la sharing economy in Italia secondo la ricerca commissionata da PHD Italia  all’Università degli Studi di Pavia (Dipartimento di Scienze economiche e aziendali, docenti Luciano Canova e Stefania Migliavacca). Si tratta della prima ricerca che quantifica l’impatto economico complessivo dell’economia collaborativa nel nostro Paese.

Quanto vale in termini di PIL la sharing economy in Italia attualmente? E quanto varrà nei prossimi dieci anni?

In termini di PIL la sharing economy vale lo 0,2%. La cifra equivale al 10% circa delle risorse stanziate dalla legge di stabilità 2016. A colpire, però, sono soprattutto le previsioni di crescita per i prossimi cinque e dieci anni che, a seconda degli scenari ipotizzati, arrivano a toccare cifre che variano dagli 8,8 ai 10,5 miliardi di euro (per il 2020) e dai 14,1 fino ai 25,2 miliardi di euro (per il 2025).

Premesso che sulla definizione stessa di sharing economy e su cosa debba comprendere il dibattito è ancora molto acceso, la ricerca segue l’approccio della Commissione Europea che considera frutto dell’economia collaborativa le transazioni prodotte attraverso le piattaforme digitali con un modello di business basato sul noleggio o la condivisione di beni e servizi, allo scopo di ridurre il sotto-utilizzo e l’uso inefficiente degli stessi.

Per effettuare la ricerca è stato creato un modello economico ad hoc, battezzato Shaker (Sharing Key Economic Resources) attraverso la metodologia della System Dynamics, un approccio cognitivo che permette di interpretare e modellare qualunque fenomeno, economico così come fisico, sociale, psicologico, costruendo scenari.

SCENARIO BASE In base allo scenario attuale, considerato lo scenario base della ricerca (6,4 milioni di utenti “forti” della sharing economy nel nostro paese) nel 2020 l’economia collaborativa supererà il doppio del suo valore attuale raggiungendo gli 8,8 miliardi di euro, equivalenti allo 0,5% del Pil (9,7 milioni di utenti) e nel 2025 crescerà di oltre il quadruplo rispetto ad oggi, toccando i 14,1 miliardi, cioè lo 0,7% del Pil (12 milioni di utenti).

SCENARIO 1: SHARING BOOST Un primo scenario è basato sull’ipotesi che a decollare sia la popolazione di utenti della sharing economy (dagli attuali 6,4 milioni a 11,5 milioni nel 2020 e 16,5 milioni nel 2025). In termini di valore aggiunto per l’economia, nel 2020 il valore della sharing economy è previsto in 10,2 miliardi di euro (+16% rispetto allo scenario base) e, nel 2025, in 19,4 miliardi (+37% vs. scenario base).

SCENARIO 2: DIGITAL DISRUPTION Lo scenario digital disruption è quello più ottimista, perché ipotizza non solo l’incremento degli utenti della sharing economy (11,6 milioni nel 2020 e 21,4 milioni nel 2025), ma anche un allargamento della popolazione di internauti in assoluto all’interno di tutte le fasce, frutto degli investimenti sulle infrastrutture digitali che andranno probabilmente aumentando. In questo secondo scenario l’impatto economico dell’economia collaborativa risulterebbe pari a 10,5 miliardi nel 2020 (0,6% sul PIL) e a 25,2 miliardi di euro nel 2025 (1,38% sul PIL).

SCENARIO 3: BOLLA E se si trattasse di una bolla? La ricerca prova a rispondere anche a questa domanda e ipotizza, per il 2025, un valore di soli 4 miliardi di euro, dopo aver raggiunto un picco di 14 miliardi di euro nel 2019.

“Quello della sharing economy – commenta Luciano Canova, docente di Economia Comportamentale all’Università di Pavia – è sicuramente un tema caldo del dibattito scientifico, per l’importanza che riveste come trend dell’innovazione sociale e come possibile nuovo paradigma dei rapporti tra economia e società. Mancano ancora modelli di valutazione di impatto economico, per cui abbiamo provato a quantificare il peso economico dei settori coinvolti dall’economia collaborativa e a modellare l’evoluzione da qui a 10 anni del PIL, tenendo conto di alcune leve comportamentali e alcuni dati che riguardano appunto gli utenti dei servizi di sharing. E’ il primo tentativo di stimare il valore economico dell’economia collaborativa in Italia e crediamo che la metodologia della dinamica dei sistemi sia uno strumento utilissimo per presentare scenari e prospettive da qui al 2025”.

Via Spot and Web
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