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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

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\\ : Storico : Media (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 10/03/2017 @ 07:25:44, in Media, linkato 550 volte)

I dati Ads – elaborati per Primaonline.it – del mese di gennaio 2017 per le testate a periodicità quotidiana e settimanale e di dicembre 2016 per le testate a periodicità mensile.
Ads – Accertamenti Diffusione Stampa è la società che certifica e divulga i dati relativi alla tiratura e alla diffusione e/o distribuzione della stampa quotidiana e periodica di qualunque specie pubblicata in Italia.

QUOTIDIANI
I dati dei quotidiani a gennaio 2017 (.xls)

SETTIMANALI
I dati dei settimanali a gennaio 2017 (.xls)

 

MENSILI
I dati dei mensili a dicembre 2016 (.xls)

 via Prima Comunicazione








 
Di Altri Autori (del 02/03/2017 @ 07:38:33, in Media, linkato 518 volte)

YouTube sempre più in competizione con le tv: sono, infatti, oltre 1 miliardo le ore trascorse a visualizzare video sulla piattaforma di proprietà di Google. Una vera e propria pietra miliare nel percorso di crescita dell’azienda acquisita da Big G per 1,7 miliardi di dollari ormai più di dieci anni fa. L’annuncio è avvenuto solo lunedì mattina, ma in realtà il traguardo, ha spiegato YouTube, è stato raggiunto già alla fine dell’anno scorso.

Sul piano strategico la piattaforma ha rivelato di voler porre maggiore attenzione sul tempo speso dai suoi utenti, più che sul numero di filmati erogati. Per fare un paragone con i concorrenti, Facebook e Netflix hanno detto a gennaio del 2016 che i propri user visualizzavano rispettivamente 100 e 116 milioni di ore di clip ogni giorno. Numeri magari aumentati, ma molto lontani da YouTube.

Nonostante ciò, in casa YouTube ci sono alcune questioni da affrontare. Primo: il rapporto con creator e influencer. In questo caso la società ha trovato delle formule di remunerazione soddisfacenti per i propri partner, ma lo scandalo che ha investito PewDiePie, reo di aver pubblicato contenuti a sfondo nazista, ha innescato un polverone che ha rischiato di investire la stessa YouTube. Ancora la piattaforma deve fare i conti con i risultati altalenanti di Red: il servizio ad abbonamento lanciato l’anno scorso ha raggiunto gli 1,5 milioni di sottoscrizioni, troppo poche se si tiene conto degli iniziali obiettivi. In ogni caso il servizio è stato lanciato solo in alcuni Paesi, un roll out globale potrebbe fungere da ulteriore spinta.

Infine c’è il tema della redditività: Google non svela i dati finanziari di YouTube ma secondo una fonte ripresa dal Wall Street Journal, la compagnia ha fatturato 4 miliardi di dollari nel 2014 raggiungendo il break-even.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 23/02/2017 @ 07:14:20, in Media, linkato 709 volte)

Sono 44,1 milioni i lettori italiani che leggono un titolo di stampa, vale a dire l’83% della popolazione adulta dai 14 anni in su, in forma cartacea o digitale. Quest’ultima modalità è adottata da circa 1,9 milioni di lettori, il 3,6% della popolazione. Lo dice la rilevazione Audipress 2016/III, l’ultima prima dell’adozione di un’unica single source per quotidiani e periodici a partire dalla rilevazione di gennaio di quest’anno. La frequenza di lettura presso i consumatori dei quotidiani è alta raggiunge il 66%, mentre nei settimanali arriva al 43,1%, e nei mensili si ferma al 26,8%.

 I lettori dei quotidiani

I lettori dei quotidiani sono 17,7 milioni, il 33,4% della popolazione adulta, di cui il 62,3% uomini e il 37,7% donne. In prevalenza, il lettorato dei quotidiani possiede un diploma di scuola media superiore (41%), mentre i laureati sono il 17,9%.

Nel periodo preso in considerazione, va a dire 38 settimane dall’11 gennaio all’11 dicembre 2016, per un totale di 47.503 interviste personali, il quotidiano più letto è sempre La Gazzetta dello Sport con quasi 3,2 milioni di lettori, seguito dal Corriere della Sera a quota 2,2 milioni circa, e la Repubblica che ne totalizza oltre 2,1 milioni. Il quarto quotidiano più letto è ancora uno sportivo, il Corriere dello Sport con più di 1,4 milioni di lettori. Seguono La Stampa (1,5 milioni circa), Il Messaggero (1,1 milioni), QN Il resto del Carlino (oltre 1 milione), Il Sole 24 Ore (829mila), Tuttosport (772mila) QN La Nazione (712mila). Tra i supplementi dei quotidiani a pagamento svetta Il Venerdì, che supera gli 1,3 milioni di lettori.

I settimanali

La situazione si ribalta nella periodicità settimanale, con la readership femminile al 64,5% e quella maschile al 35,5% su un totale di 15,6 milioni di lettori tra cartaceo e digitale. Si tratta del 29,4% della popolazione adulta, e anche in questo caso prevale un livello di istruzione a livello di diploma superiore (37,9%) mentre la laurea è a quota 14,2%.

Nella periodicità settimanale il leader è sempre Sorrisi e canzoni Tv, a quota 2,6 milioni di lettori. Segue ancora una testata Mondadori, Chi, con una readership di quasi 2,2 milioni di persone. Poi arriva la Cairo Editore, con Settimanale DiPiù (oltre 2 milioni) e DiPiù Tv che supera quota 1,8 milioni. Oggi sfiora i 1,8 milioni, Gente si avvicina ai 1,6 milioni. Seguono a stretto giro Donna Moderna (1,56 milioni) e L’Espresso (circa 1,5). Famiglia Cristiana si avvicina ai 1,3 milioni di lettori, seguito da Panorama a poco più di 1,1 milioni.

I mensili

I mensili possono contare su 14,4 milioni di lettori, il 27,1% della popolazione, ben distribuiti tra donne (51,9%) e uomini (48,1%). Il livello di istruzione superiore arriva al 45,1% mentre la laurea raggiunge il 18,9%.

Per quanto riguarda la readership, il primo è Focus con oltre 4,7 milioni di lettori. Al secondo posto c’è Quattroruote, che supera i 2,6 milioni, seguito da Al Volante (1,8 milioni), National Geographic Italia (1,4) Cose di Casa e Cucina Moderna (ex aequo 1.117.000). Vogue Italia è il settimo mensile italiano con 843mila lettori, seguito da La Cucina Italiana (sempre Condé Nast) a quota 833mila, Sale & Pepe (807mila) e Bell’Italia (773mila)


Via DailyOnline
 
Di Altri Autori (del 11/11/2016 @ 07:32:04, in Media, linkato 1207 volte)

Lo scontro è titanico. Da una parte i grandi colossi dell’editoria, Vogue in primis. Dall’altra le nuove leve digitali, i web influencer che catalizzano migliaia di follower e un’attenzione crescente da parte del mondo della moda. In mezzo, posta in gioco del duello, l’attenzione da parte dei marchi di moda, che si traduce in allocazione dei budget pubblicitari. La polemica tra Vogue Us e gli influencer che ha catalizzato la rete e la carta stampata a settembre è stato l’ultimo elemento che ha scoperchiato il vaso di Pandora di uno scontro in atto da tempo. Cosa è cambiato rispetto al passato? Gli investimenti in adv. Che spesso si sono ridotti nei confronti dei media tradizionali a favore dei blogger. Tanto che il confronto tra Davide-web e Golia-magazine, valido fino a qualche tempo fa, oggi sembra riequilibrato. Se non invertito.

BLOGGER A PESO D’ORO
A tracciare l’ascesa del fenomeno (e dei cachet) delle star del web è la Digital brand architects, agenzia di consulenza e management di talenti digitali. “Abbiamo cominciato questo business quattro anni fa – ha raccontato a Pambianco Magazine Alessandra De Siena, partner dell’agenzia The Digital brand architects -. Allora, quando andavamo dalle aziende proponendo progetti di comunicazione legati agli influencer, le aziende ci rispondevano: ‘Preferiamo farlo gratis’. In questi ultimi anni e, soprattutto, nell’ultimo posso dire che è cambiata radicalmente la disponibilità della moda in questo senso. Non solo allocano budget pubblicitari per progetti speciali, ma estendono l’investimento per l’intero anno”. Il risultato di questa evoluzione è semplice. “Se prima si parlava di 20 o 30mila euro di investimenti da parte delle aziende nel digital, ora a questo valore occorre aggiungere uno zero in più – ha proseguito De Siena -. Per una pubblicazione su Instagram si va dai duemila ai 15mila euro in Italia a seconda di parametri, nonché della disponibilità delle web influencer. Capita che siano loro stesse a rifiutare l’offerta per mantenere una linea editoriale coerente”. L’aumento esponenziale di questo valore conferma l’interesse, da parte delle aziende di moda, nella politica digital, tanto che alcune di queste hanno già modificato la loro strategia destinando il 70% degli investimenti a campagne digital che, spesso, garantiscono un feedback istataneo e un sold out della collezione proposta. Poche aziende, però, accettano di scoprire le carte. Contattati da Pambianco Magazine, alcuni dei brand internazionali più coinvolti nell’uso degli influencer per le proprie campagne adv, da Calvin Klein a Tommy Hilfigerfino a Gucci, hanno declinato ogni commento sulla loro strategia digitale. Lo stesso ha fatto Ovs che, in occasione del lancio di una piattaforma di proximity marketing digital, ha ingaggiato una influencer come testimonial. Il no comment sembra tradire un certo nervosismo da parte degli addetti al settore, in attesa che si diradi la nebbia sull’argomento. Per Gabriele Maggio, direttore generale di Moschino, ci può essere convivenza tra i diversi media, “senza pestarsi i piedi ed essere considerati dalle aziende due canali complementari e non sovrapposti”. “Accanto alla classica comunicazione offline – ha aggiunto – i marchi oggi cercano di avvalersi della popolarità dei web influencer sui social per raggiungere un pubblico più ampio e trasversale, che solitamente non legge le riviste di moda”.

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GIORNALI A CACCIA DI IDENTITÀ
Quale sarà il destino dell’editoria di fronte alla rivoluzione digitale (e delle nuove generazioni)? I soggetti coinvolti sembrano reagire in ordine sparso. Se Oltreoceano Vogue ha alzato gli scudi e si è preparata allo scontro, in Italia, Grazia, il mensile del gruppo Mondadori, ha invece teso la mano al ‘nuovo che avanza’, dedicando la prima mostra sui nuovi protagonisti del digitale. “L’esposizione ‘You-the digital fashion revolution’ racconta i dieci anni che hanno cambiato la moda”, ha spiegato a Pambianco Magazine Silvia Grilli, direttrice di Grazia. “È dal 2008 che si parla di questo fenomeno, non è certo una novità. E non penso ci sia spazio per uno scontro perché editoria tradizionale e web influencer sono la voce di due progetti diversi con due pubblici diversi. Per intenderci – ha aggiunto – con loro il lettore stringe un patto di partecipazione. Oggi ti seguo, ma domani potrei esserci io al tuo posto. Con i giornali invece è diverso: ti reputo affidabile e ti compro. Questi giovani non ci rubano il mestiere perché per molti di loro l’aspirazione principale è ottenere la copertina del giornale”. Un recente articolo del Guardian dipinge però una situazione diversa. Secondo il quotidiano britannico, gli editori stanno diversificando da tempo il loro business per far fronte alla crisi di questo settore e all’inesorabile calo delle copie e della pubblicità. Uno degli sbocchi più interessanti sembra quello dell’e-commerce. Non è un caso che Condè Nast abbia messo sul piatto 75 milioni di sterline per lanciare il suo business e-tail Style.com. Il funzionamento ruota attorno a una formula in via di perfezionamento: in alcuni articoli di prodotto delle testate del gruppo Condé Nast saranno presenti dei link di reindirizzamento alla piattaforma e-commerce. In Italia, Grazia è stato tra i primi a mettere un piede nell’e-commerce, ma con esiti non così definiti. Nel 2014 ha lanciato Graziashop.com, ma a luglio di quest’anno ha fatto un passo indietro. Niente più e-commerce diretto, ma un aggregatore di prodotti di alcune boutique, acquistabili poi nei rispettivi siti di e-commerce dei retailer o dei brand. Zeno Pellizzari, general manager di Mondadori International Business ha commentato così al Guardianla decisione: il mercato del fahsion e-tail “è altamente competivito e sono necessari ingenti investimenti per affrontarlo”. Come dire, trasformarsi da editori a venditori non sarà un passo per tutti.

Via Pambianconews
 
Di Altri Autori (del 21/09/2016 @ 07:16:02, in Media, linkato 811 volte)

Il panorama dell’informazione è in continuo mutamento e giornalisti, testate e blogger devono essere a conoscenza di dove e come pubblicare le . Una recente indagine del individua le modalità attraverso le quali gli americani si informano: in testa c’è la televisione con una percentuale del 57%, seguita, con il 38%, dai portali on line mentre la carta stampata si colloca all’ultimo posto con solo il 20%.

Le notizie digitali in maggior parte vengono cercate e lette tramite dispositivi mobili con una percentuale del 56% rispetto al 42% del computer. I dispositivi mobili (tra cui smartphone e tablet)  risultano utilizzati dal 72% degli americani. Per quanto riguarda le notifiche, relative alle notizie che interessano, solo il 55% degli americani li riceve sui propri smartphone, con un 47% che cliccherebbe sull’alert accedendo alla notizia rispetto al 52% che invece ignorerebbe la notifica. Il 62% ricerca notizie sui (con una preferenza di Facebook rispetto a Twitter). Gli utenti trovano le notizie in rete mentre sono su Facebook (62%) su YouTube (58%) e Instagram (63%) anche se sono restii a dire che le stavano cercando sui social.

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Pochi americani comunque sono fiduciosi del fatto che i social media possano diventare una nuova fonte di notizie. 2 americani su 10 si fidano delle informazioni che ricevono da organi di informazione locali e nazionali (sia online che offline). Pochi, solo il 4%, afferma di fidarsi delle informazioni che trovano sui social media. Solo un quarto degli americani (26%) interagisce con le notizie cliccandoci sopra, il 16% mette il proprio “like” sulla notizia e solo l’8% la commenta.

Il ruolo di amici e conoscenti nella ricerca di notizie è importante, soprattutto nel caso di notizie elettorali. Per ricevere informazioni sulle elezioni 3 americani su 10 cercano sui media digitali. Le notizie relative alle campagne presidenziali di Hillary Clinton e Donald Trump, per esempio, vengono cercate tramite post sui social network dei candidati (24%), tramite le mail inviate (9%) e sui loro siti web (10%).

Secondo la stessa ricerca, la lunghezza delle notizie influenzerebbe la successiva lettura da parte degli utenti. Pur avendo lo stesso numero di lettori il tempo che questi dedicano alle notizie lunghe sarebbe di 123 secondi rispetto ai 57 dedicati a quelle più corte e effettuerebbero interazioni quasi uguali (con un rapporto 1530 di quelle lunghe a 1576 rispetto a quelle corte).

Via Tech Economy
 
Di Altri Autori (del 10/05/2016 @ 07:22:14, in Media, linkato 1342 volte)
I contenuti video si guardano sempre attraverso la rete. Youtube, Netflix e poi tutti quei servizi 'on-demand' delle televisioni free e a pagamento. 'In diretta' resta ancora molto poco da guardare, anche perchè le persone hanno sempre meno tempo di adattare il proprio tempo libero alla tv e, piuttosto, è la tv che deve adattarsi ai telespettatori. Negli Stati Uniti,e una ricerca commissionata da Google a Nielsen ha messo in luce che la piattaforma YouTube ha gia' superato la televisione per numero di spettatori.

Solo su smartphone e tablet, Youtube raggiunge più 18-49enni di qualsiasi emittente televisiva: in prima serata viene raggiunto su YouTube più pubblico che i primi 10 programmi tv messi insieme, ha spiegato il ceo della piattaforma, Susan Wojcicki, durante l'annuale incontro con i principali inserzionisti pubblicitari. In un periodo in cui le reti televisive perdono aaudience, YouTube cresce in tutto il mondo e su ogni tipo di schermo.

Google ha fatto diventare YouTube un fenomeno culturale, che attira più di un miliardo di utenti ogni mese. Tuttavia, YouTube non è diventato un business redditizio. E' quanto ha scritto il Wall Street Journal lo scorso anno, riportando le indiscrezioni di due persone a conoscenza dei dati finanziari della piattaforma di Google.

Youtube ha realizzato un fatturato di 4 miliardi di dollari nel 2014, contro i 3 miliardi di dollari dell'anno precedente, grazie a una maggiore raccolta pubblicitaria, scrive il WSJ. Ma mentre YouTube ha rappresentato circa il 6% delle vendite complessive di Google nel 2014, non ha contribuito sul fronte dei guadagni. Al netto delle spese per i contenuti e l'infrastruttura tecnologica, in fondo YouTube va "circa in pareggio".

In confronto, Facebook ha generato più di 12 miliardi di dollari di fatturato, e quasi 3 miliardi di dollari di profitto, dai suoi 1,3 miliardi di utenti nel 2014.

I risultati riflettono le lotte di YouTube per ampliare il suo pubblico di base oltre gli adolescenti e i preadolescenti. La maggior parte degli utenti di YouTube considerano il sito come un archivio di video a cui accedere da link diretti o dai player incorporati nelle pagine web, piuttosto che visitare YouTube.com quotidianamente per scoprire nuovi contenuti per interesse personale. I dirigenti di Google vogliono cambiare questa situazione, e far diventare YouTube un sito a cui gli utenti vogliono accedere per vedere 'cosa c'è di nuovo', come in televisione quando si fa zapping e ci si sintonizza su un canale, quindi dove possono aspettarsi di trovare diversi "canali" di intrattenimento.

Questo è un problema che sta cercando di affrontare il veterano capo esecutivo di Google, Susan Wojcicki, mentre inizia il suo terzo anno consecutivo a capo di YouTube.

E la concorrenza è sempre più agguerrita. Facebook e Twitter, che abitualmente reindirizzano il traffico dei video su YouTube, stanno costruendo le proprie piattaforme di video, integrate nei loro siti. Nel frattempo, Amazon.com e Netflix stanno cambiando la concezione di "video online" sia mediante l'offerta legale di contenuti prodotti da Hollywood che attraverso la creazione di programmi originali.

"C'è un sacco di spazzatura" su YouTube, dice l'analista di Pivotal Research Brian Weiser. "Se vogliono fare business hanno bisogno di investire in contenuti televisivi."

Robert Kyncl, responsabile delle operazioni commerciali e dei contenuti di YouTube, dice che il mondo dei video online è sul punto di un picco di crescita, proprio come la televisione via cavo 30 anni fa. Dice che ha più senso per YouTube investire in "creatori nativi di Internet" piuttosto che nel portare i programmi televisivi tradizionali nella piattaforma.

Via PianetaCellulare
 
Di Altri Autori (del 01/04/2015 @ 07:48:42, in Media, linkato 1029 volte)

In Italia la tv è ancora il mezzo più usato per la fruizione di video (l’84% la usa per vedere film contro l’81% della media Ue; l’81% per i notiziari contro l’80% media Ue; il 77% per i documentari contro il 79% media Ue), ma si tratta di una fruizione che ha sempre più a che fare con device mobili e social media: il 10% degli italiani, infatti, usa il tablet per visualizzare notiziari mentre a febbraio i post relativi a programmi sono stati 6,4 milioni generando 433 milioni di impression (cioè il numero di visualizzazioni di una pagina web). I dati emergono dall’indagine Digital Landscape and The Impact of TV Everywhere condotta da Nielsen su un campione di 30.000 individui in 60 Paesi.

Il 72% degli italiani dichiara di volere essere connesso sempre e ovunque (contro il 66% della media Ue). Il 66% sottolinea che lo schermo televisivo deve essere grande, rispetto al 55% della media europea. “Dai dati della nostra survey – spiega l’ad di Nielsen Italia Giovanni Fantasia – emerge che i ‘second screens’ (pc, tablet, smartphone) stanno diventando un’estensione strutturale di quello televisivo, al punto che i produttori di contenuti sono chiamati ad affrontare la sfida di fornire vere e proprie esperienze di entertainment fruibili attraverso diversi strumenti mediatici. Ne derivano nuove opportunità per l’intero comparto della comunicazione”.

Quanto all’uso social della tv, il 39% degli intervistati dichiara di tenersi aggiornato sui programmi per poter partecipare al dibattito su Twitter e Facebook, mentre il 29% guarda più volentieri un programma se ha una sponda di condivisione in rete. Nello stesso tempo il 26% proprio mentre guarda la tv si mette in contatto con altre persone via web e il 47% naviga in internet. Questo perché sempre più spesso le relazioni “faccia a faccia” sono sostituite con scambi virtuali: trend riconosciuto dal 62% degli italiani e se solo l’8% già cerca l’anima gemella sul web, il 26% pensa di farlo in futuro. Il 66% del campione (media Ue 58%) preferisce i programmi in diretta, anche se la visione differita è molto gradita dal 55%, poiché dà la possibilità di accedere alle puntate perse dei programmi preferiti, anche guardando più episodi in uno stesso giorno. Per i video di breve durata (inferiori a 10 minuti), spiega Nielsen, il pc è al primo posto (62% degli intervistati), lo smartphone al secondo (27%) seguito dal tablet (24%). Il 49% guarda la tv durante i momenti di relax in famiglia, il 52% mentre mangia, il 67% quando è solo a casa e il 54% per passare il tempo. In questi ultimi due momenti gli italiani usano contemporaneamente tv e pc (rispettivamente 50% e 44%) e tv e tablet (16% e 18%). Pc, tablet e smartphone vengono usati principalmente per ricerca di informazioni (67%), lettura di notizie (67%), rapporti con famigliari e amici (63%). Per il futuro, emergono tre probabili aree di sviluppo: il 49% degli italiani si dichiara interessato a utilizzarli come strumenti per acquistare beni alimentari (il 14% ne fa già uso), il 50% alla condivisione di informazioni mediche (il 17% già ora utilizza i device per questo), il 32% vorrebbe fare operazioni bancarie (50% dato attuale) e il 43% pagare le bollette (36% dato attuale).

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 04/02/2015 @ 07:17:17, in Media, linkato 1561 volte)

Non c’è bisogno di scomodare grandi teorie economiche per capire che se distribuisco un prodotto guadagno qualcosa ma se lo produco pure l’introito sarà maggiore. Questo vale ancor più per la Rete, dove la distribuzione di contenuti multimediali è a basso costo e conquistare il cliente è più facile. Spesso è l’utente stesso ad aderire volontariamente alla mia piattaforma, a diventare un cliente, ed ecco che tre superpotenze come Netflix, Amazon e Facebook da meri veicoli diventano fabbricanti di contenuti.

Il mercato a cui puntano è il cinema e lo scopo dichiarato è battere le major offrendo prodotti freschi, ben fatti, che non si trovano in televisione ma soprattutto fare cassa con tutti quegli utenti che girano sulle loro piattaforme. E a quanto pare funziona. Amazon lo ha dimostrato con “Transparent”, serie TV offerta in streming sul suo Prime Video che ha vinto due Golden Globes come miglior commedia e miglior protagonista. Ben curata e irriverente, vede una famiglia losangelina alle prese con un padre che, giunto alla terza età, scopre una nuova sessualità e diventa un transgender. Galvanizzata da questo successo, l’azienda di Bezos al Sundance Film Festival ha annunciato di avere massicci piani di espansione. Prima di tutto c’è un accordo con Woody Allen per girare la sua prima webserie e poi presentato ai sottoscrittori di Prime Video gli episodi pilota di altre sette serie, tra cui “The Man in the High Castle”, adattamento de “La svastica sul sole” di Philip K. Dick a opera di Frank Spotnitz (“X-Files”) e Ridley Scott (Si può vedere qui  tramite VPN o su YouTube). A quanto dice l’azienda l’analisi del traffico generato dagli episodi zero decreterà la vita o la morte delle serie ma non tutto il potere è in mano agli utenti. I metodi analitici adottati per il calcolo così come l’indice di gradimento non saranno svelati e il motivo è presto detto: “Transparent” era stato il numero zero meno gradito dagli utenti eppure si è rivelato un capolavoro. Va bene il crowdsourcing, quindi, ma la casa di produzione puoi fa quello che vuole. Ci dà l’impressione di avere il controllo su ciò che vediamo ma poi il nostro pollice verso può anche andare a farsi benedire.

Dopo le serie ecco il cinema con la C maiuscola. Amazon produrrà 12 film l’anno, indipendenti, solo di medio budget (Tra i 5 e i 25 milioni di dollari) e con una nuova formula di distribuzione: anteprima nelle sale e uscita in streaming da quattro a otto settimane dopo contro le solite 40-52. I primi frutti della strategia dovrebbero vedersi nel corso del 2015 per entrare poi a pieno regime nel 2016. Più aggressivo l’approccio di Netflix, la celebrata piattaforma di streaming da 57 milioni di utenti tutt’ora latitante in Italia. Qui la punta di diamante è “House Of Cards”, una ridda di intrighi a sfondo politico tratta dall’omonimo romanzo del consigliere di Margaret Thatcher, Michael Dobbs. Dietro alla macchina da presa nei primi due episodi c’è David Fincher (“The Social Network”, “Fight Club”, “Seven”), davanti troviamo Kevin Spacey e al momento è la webserie ad aver ricevuto il maggior numero di nomination agli Emmy, ben nove, oltre al Golden Globe incassato da Spacey. Cento milioni di dollari di investimento ben spesi, insomma. Visto che a differenza di Amazon non vende DVD o Blu-Ray, la sua politica per il cinema è più aggressiva. Si prevedono una decina di nuovi titoli l’anno che usciranno in contemporanea nelle sale e online. Si parte dal 28 agosto con il seguito de “La tigre e il dragone”, diverse catene cinematografiche come AMC, Regal e Cinemark lo hanno già boicottato e affermato che non lo proietteranno ma staremo a vedere se la loro politica risulterà vincente. Passando dalle piattaforme ai dispositivi ecco Facebook e la sua Oculus VR, l’artefice dei visori Oculus Rift.

A quanto pare Zuckerberg si è reso conto che senza contenuti i suoi occhialoni sono solo un simpatico ma inutile accessorio e così, sempre al Sundance, ha presentato “Lost”, la prima fatica del neonato Oculus Story Studio. Realizzato da un ex Pixar e diversi game designer, il corto offre un’esperienza interattiva in cui lo spettatore è al centro di una foresta e gli elementi si muovono solo quando li guarda. Cambia così il modo di intendere il film, come lo si scrive e lo si realizza, andando sempre più vicino al videogioco. Visuale a 360 gradi e interazione daranno del filo da torcere a sceneggiatori e designer ma gli offrono anche nuove opportunità espressive. Non si sa se sarà un successo ma intanto ci si prova visto che ci sono 1,4 miliardi di utenti a cui fare pubblicità gratuita. Dal punto di vista artistico invece la prima rottura di rilievo al predominio delle telecamere è “Tangerine”, pellicola girata interamente con l’iPhone, per la precisione tre 5S. Grazie a una steadycam per evitare tremolii, lenti anamorfiche da 20 dollari e ai controlli manuali dell’app Filmic Pro, lo sceneggiatore e regista Sean Baker riesce a raccontarci di una prostituta transgender (vedi “Transparent”) ricevendo anche il plauso per la fotografia. Non sappiamo come verrà distribuito ma i colossi hanno già gli occhi puntati.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 03/02/2015 @ 07:37:15, in Media, linkato 1449 volte)

Quanto a fiducia, l’Italia appare in controtendenza rispetto agli altri grandi Paesi europei e del mondo. Una sorprendente rilevazione che emerge dall’ultima edizione, la quindicesima, dell’Edelman Trust Barometer – la ricerca annuale che misura la fiducia e la credibilità di aziende, governi, media e NGO’s realizzata da Edelman. La fiducia è infatti caduta ai livelli della grande crisi del 2009: sotto al 50% nei due terzi di Paesi, compresi Stati Uniti, U.K., Germania e Giappone. “Gli inimmaginabili eventi del 2014 hanno fatto svanire la fiducia nelle istituzioni”, osserva Richard Edelman, presidente e CEO di Edelman. “L’epidemia di Ebola in Africa, i disastri aerei; gli arresti dei politici cinesi; le difficoltà di alcune grandi banche internazionali; i passi falsi di alcuni grandi gruppi globali, hanno minato la fiducia della gente”. In Italia invece nell’ultimo anno la fiducia è cresciuta nei confronti di tutti: governo (dal 24 al 28%), imprese (dal 45 al 53%), media (dal 40 al 48%) e NGO’s (dal 62 al 64%). Certo si tratta di percentuali molto basse in assoluto, soprattutto quella nei confronti del governo, ma il trend non lascia dubbi. Quanto alle imprese, sorprendente la forbice che si registra in Italia fra la credibilità della aziende statali (al 35%) rispetto a quella delle grandi imprese (52%) e a quelle familiari (71%), soprattutto se comparata alle media mondiale: 50% le statati, 57% le grandi, 68% le familiari.

I MOTORI DI RICERCA BATTONO I MEDIA TRADIZIONALI
Per la prima volta i media tradizionali perdono la leadership nei confronti dei motori di ricerca come fonti di informazione per le notizie, con una fiducia rispettivamente al 62% contro il 64%, a livello globale. Valori ancora più accentuati in Italia: 57% dei media tradizionali contro il 69%.2 I motori di ricerca vengono utilizzati per raccogliere e comparare informazioni da fonti diverse, così come opinioni di altre persone su un determinato argomento, oppure ancora per verificare le notizie. Anche la fiducia nei media online in Italia è aumentata dal 50% nel 2014 al 61% nel 2015, interrompendo il trend negativo che registravano da anni. Un fenomeno dovuto ad un graduale processo di accettazione da parte del pubblico che è stato incoraggiato da fattori come il miglioramento della qualità di questo tipo di media, grazie agli investimenti da parte degli editori. Inoltre le abitudini in Italia stanno cambiando, i consumatori si stanno spostando dai media tradizionali come la Tv verso l’uso di Internet, la tecnologia mobile sta incoraggiando questo cambiamento. A questo si aggiungono i motori di ricerca, che incoraggiano l’utilizzo dei mezzi di informazione online.

CAMBIO DI PASSO, IL WEB PRIMA DI TUTTO
Non a caso il web in Italia lo strumento più utilizzato in assoluto per informarsi: per il 34% i media online e motori di ricerca sono la prima fonte consultata, il 45% in Italia li usa per trovare “breaking news”, mentre per il 52% sono lo strumento migliore per trovare conferme sulle notizie. Un trend in crescita negli anni che riscontriamo anche a livello globale. Restano indietro televisione e giornali cartacei con valori nettamente inferiori.

I SOCIAL NETWORK PERDONO FIDUCIA
La caduta di fiducia nei confronti dei CEO continua per il terzo anno consecutivo scivolando nei Paesi sviluppati a un valore mondiale 31%. A livello medio mondiale i CEO si collocano al 41% mentre i rappresentanti del governo 38%; valori molto bassi se raffrontati con gli accademici (70%) le “persone come te” (63%). Valori in linea con quelli riscontrati in Italia: 67% per gli accademici e 61% per le “persone come te”, mentre i CEO arrivano al 32%. In Italia c’è più scetticismo sui creatori di contenuti sui social network, tutte le categorie hanno un livello di fiducia più basso rispetto alla media mondiale. Solo gli amici e la famiglia in Italia rimangono nella categoria “fidati” con il 63%, tutti gli altri scivolano nella categoria “incerti o neutri”, inclusi gli esperti accademici. Le aziende e i loro lavoratori sono percepiti anche loro “incerti o neutri”, mentre la maggior parte dei creatori di contenuti tra cui giornalisti, dirigenti, VIP e celebrità, ricevono percentuali basse che li collocano nella categoria “sfiduciati”. Un’indicazione rilevante per la comunicazione soprattutto delle aziende.

INNOVAZIONE, ITALIA PRONTA AL CAMBIAMENTO
Per la prima volta l’indagine ha sondato la fiducia nei confronti dell’innovazione: a livello mondiale il 51% degli intervistati ritiene che sia avvenuta troppo in fretta. Ma qui c’è un’altra sorpresa: fra gli italiani sono più quelli che credono che il fenomeno sia troppo lento (43%). Rispetto a un mondo tutto sommato un po’ “conservativo” l’Italia appare quindi un Paese ben disposto nei confronti dell’innovazione tecnologica. Quasi metà dei rispondenti (47%) dichiara che secondo loro le aziende non fanno abbastanza test durante la fase di sviluppo dei prodotti. Di contro, le azioni che aiutano maggiormente a costruire la fiducia in Italia sono: rendere pubblici i test (71%) e stringere partnership con istituzioni accademiche (68%).

Via Spot and Web

 
Di Altri Autori (del 12/01/2015 @ 07:57:07, in Media, linkato 1054 volte)

Le vendite di musica fisica declinano in varia misura, fatta eccezione per il vinile, mentre lo streaming si conferma la modalità di consumo preferita dagli utenti che scelgono di fruire della musica immateriale con la mediazione della Rete: a confermare tendenze già evidenti anche sul mercato italiano sono i dati di fine anno relativi ai mercati musicali statunitense e britannico.

I numeri del mercato statunitense rilevati da Nielsen SoundScan mostrano il progressivo calo dei download degli album nel corso dell'anno, scesi del 9 per cento fino a 106,5 milioni. I download dei singoli brani hanno sofferto anche di più nel 2014, in calo del 12 per cento a raggiungere 1,1 miliardi di brani scaricati. A conferma di quanto già osservato nei mesi scorsi, è lo streaming a dominare: le platee statunitensi hanno consumato nel 2014 164 miliardi di brani in streaming, una crescita del 54 per cento rispetto al 2013. Nielsen suddivide i servizi di streaming in video e audio: la musica formato video, apprezzata in maniera causale su servizi come YouTube, domina ancora sui servizi audio con 85,5 miliardi di brani fruiti sul mercato statunitense, contro i 78,6 miliardi dei brani ascoltati sui servizi dedicati. Il pareggio, però, sembra vicino, complice l'avvento di piattaforme riservate esplicitamente allo streaming musicale e ad un ascolto più mirato: lo streaming musicale video cresce del 49,3 per cento, a fronte della crescita del 60,5 per cento della fruizione di tracce solo audio.

Se la nicchia del vinile vale sempre di più (9,2 milioni di dischi, in aumento del 51,8 per cento), i risultati ottenuti dai CD sul mercato statunitense, 140,8 milioni di vendite, confermano le tendenze che li condannavano ad un inesorabile e costante calo già a metà dell'anno: le vendite sono scese del 14,9 per cento rispetto al 2013, in cui già si registrava un calo del 14,5 per cento rispetto al 2012.
Le analisi dell'industria della musica britannica fanno invece osservare un rallentamento del declino della musica venduta su CD: i numeri di BPI (British Phonographic Industry), pur evidenziando il sorpasso da parte del comparto digitale, rivelano come il calo dei CD si conti in un -7,9 per cento anno su anno, mentre nel 2013 l'industria aveva accusato un calo del 12,8 per cento.

Nell'ambito della musica immateriale, che ora rappresenta il 51 per cento del mercato britannico, anche BPI osserva un ridimensionamento sensibile del numero dei download: calano del 9 per cento le vendite di album, a raggiungere i 29,7 milioni in termini di vendite, e scendono del 14,2 per cento i download dei singoli brani. A far credere nel digitale è lo streaming, che vale ora il 12,6 per cento del mercato: il numero dei brani consumati dai netizen britannici è quasi raddoppiato, raggiungendo i 14,8 miliardi nel corso del 2014.

Se il 2014 ha consacrato lo streaming a promessa del prossimo futuro, il 2015 sarà il primo anno in cui i colossi di settore potranno mettere alla prova le proprie strategie: Google è prossima al lancio ufficiale di YouTube Music Key, ora disponibile su inviti, Apple sta lavorando al proprio servizio dopo l'acquisizione di Beats. L'anno appena iniziato potrebbe essere determinante per ristabilire gli equilibri anche a favore degli artisti, ancora scontenti delle opportunità offerte dalla tecnologia ma spesso offuscate dai contratti con le etichette che li rappresentano: è quanto auspica anche Bono, frontman degli U2 reclutato da Apple per un progetto ancora avvolto nell'ombra, dopo l'inoculazione del più recente album nelle playlist degli utenti iTunes.

Via Punto Informatico

 
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