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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Media (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 30/09/2014 @ 07:35:29, in Media, linkato 434 volte)

L’attuale esplosione dei servizi video on line, in particolare il video on demand (oltre 3000 servizi nella sola Europa secondo un recente studio della Commissione), è frutto principalmente di due fattori.

Il primo è la crescente penetrazione di nuovi servizi e dispositivi in grado di veicolare contenuti video a richiesta e di elevata qualità, che hanno determinato un drammatico aumento del traffico sulle reti IP. Tale tendenza non accenna a rallentare. Smart TV, game console, tablet  e altri apparati mobili alimenteranno la crescita di tale mercato. L’imminente commercializzazione su vasta scala di televisori Ultra HDTV (4k) rafforzerà tali tendenze.

In definitiva, se il traffico internet è destinato a crescere, a ritmi sostenuti, ciò sarà determinato principalmente dal video. Anche in Europa occidentale, secondo Cisco, il traffico internet rappresenta oltre il 50% del traffico complessivo già nel 2013. Inoltre, sempre in Europa Occidentale, il traffico video su reti mobili sarà cresciuto di quasi 20 volte tra il 2011 e il 2016, a un tasso medio annuo dell’80%, costituendo già a partire dal 2015 oltre il 50% del traffico dati mobile.

L’altro elemento è la trasformazione dell’industria cinematografica, soprattutto a livello distributivo, con la crisi dell’home video fisico (modello Blockbuster) e l’emergere di nuovi agguerriti player come Netflix e Amazon. Ciò ha aperto la strada a nuove opportunità nell’offerta di contenuti video online, collegate alla distribuzione legale a pagamento attraverso noleggio o  vendita di film e di altri prodotti audiovisivi (serie TV, documentari). Si tratta di un fenomeno simile a quanto accaduto all’industria discografica con l’avvento di i-Tunes.

La tipologia dei servizi prescelta è molto diversa dal modello bundle (basic+premium) ad alto costo (dai 30-40 euro in su al mese) dei tradizionali broadcaster pay-TV europei e si basa sull’offerta a richiesta, il cosiddetto Video on Demand (VOD), prevalentemente in modalità pay-per-view o transactional (TVOD) o per abbonamento (SVOD), anche se alcuni servizi poggiano su sistemi di remunerazione basati solo sulla pubblicità (AVOD) o misti (Freemium) .

Questi nuovi attori fanno leva sulla massa critica di utenti raggiunta grazie all’attività originaria su internet e beneficiano così di esternalità di rete per espandersi nel nuovo mondo connesso dei contenuti. iTunes ha iniziato a rivolgersi agli amanti della musica, che la ascoltano tramite dispositivi Apple, e oggi è diventato uno dei negozi di contenuti digitali più visitato al mondo.

Amazon pratica e-commerce, vendendo inizialmente libri, ma dal 2008 ha iniziato a offrire film e video in streaming sotto il marchio Amazon Instant Video Prime; inoltre, agli utenti del programma di fidelizzazione Amazon Prime garantisce la spedizione gratuita degli articoli acquistati online dietro pagamento di un canone di abbonamento annuale di $79.

La stessa Netflix distribuisce il proprio servizio Watch Instantly  a numerosissimi dispositivi, tra cui Xbox 360, Nintendo Wii, PS3 della Sony, lettori Blu-ray e televisori Sony, LG, Panasonic, Insigna, Philips, Pioneer, Samsung, Toshiba, Yamaha, Vizio, l’iPhone, l’iPad, etc.

Ciò che distingue al proprio interno questi operatori è soprattutto il modello di business, nel quale sembra emergere l’abbonamento SVOD, a costi molto bassi (dai 7 ai 10 euro mensili), ritenuto dal consumatore più conveniente ed efficiente dell’acquisto del singolo contenuto, spesso a impulso, del TVOD.

Se dunque contenuti legali e modelli di business cominciano a delinearsi, la loro possibilità di competere soprattutto in Europa con gli operatori pay consolidati e sottrarre loro abbonati – il cosiddetto cord cutting – è condizionato all’accesso illimitato ai contenuti premium, che spesso sono controllati dai broadcaster e che, in tutti i casi, si rivelano troppo costosi (minimi garantiti o margini bassi sul revenue sharing). Alcuni di loro stanno quindi puntando sulla produzione di contenuti originali (vedi House of Cards di Netflix), anche se i loro investimenti, pur sempre significativi, costituiscono ancora una percentuale bassa sui ricavi, soprattutto in confronto alla capacità di spesa dei broadcaster.

Se guardiamo a un processo che negli USA si è naturalmente manifestato con molto anticipo, va sottolineato come l’anno chiave del cambiamento sia stato il 2011, quando i ricavi da SVOD, che valevano 4,3 milioni nel 2010, sono cresciuti di oltre il 10.000%, raggiungendo $454 milioni. Di conseguenza, lo SVOD è diventato dal 2011 il segmento più importante del mercato del video on demand, superando il transactional VOD (quello di iTunes, che si fa pagare il noleggio di ogni singolo film).

Due le motivazioni di questo successo: prima tra tutte, la decisone di Netflix di iniziare a farsi pagare direttamente l’accesso online e, in secondo luogo, la crescita degli utenti che usano la banda larga. Si è trattato di un cambiamento epocale nel modo in cui i consumatori pagano per fruire di film online.

Negli USA la popolarità dei servizi SVOD ha ormai raggiunto la pay-TV, i cui abbonati sono diminuiti negli ultimi due anni. Si tratta di un abbandono della pay-TV tradizionale legato al cord cutting, mentre i servizi SVOD tentano di imporsi al pari di canali premium, con contenuti  originali ed esclusive.

In questo senso la grande attrattività delle serie rispetto ai film e gli investimenti in produzioni proprie (vedi serie di successo internazionale come House of Cards) e l’ingresso nella produzione e distribuzione di programmi in Ultra HD segnano un ulteriore step nel confronto diretto e serrato con gli operatori pay, i quali a loro volta rispondono con accordi, fusioni e acquisizioni miliardarie, quali quelle tra Comcast e Warner e AT&T e Direct TV.

L’evoluzione del mercato verso il modello SVOD pone automaticamente Netflix in posizione dominante. Netflix è il leader di mercato, con 30 milioni di abbonati, seguito, a distanza, da Hulu e Amazon, considerati anche come servizi secondari, in aggiunta a Netflix.

Netflix sta cercando ora di trasferire questo suo potere di mercato anche in Europa, dove la competizione con Amazon e con i broadcaster appare oltremodo accesa e destinata ad allargarsi nei prossimi mesi. Basti considerare che in Europa Netflix, a due anni dal lancio, rappresenta oltre il 20% del traffico downstream su alcune reti nel Regno Unito. Netflix ha impiegato quasi quattro anni per raggiungere la stessa proporzione di traffico negli Stati Uniti.

In Europa, a fine 2013, lo streaming audio-video è la prima categoria di traffico. In down streaming, rappresenta oltre il 47% in orario di punta, +7,4% rispetto al 40% del primo semestre dell’anno. Tuttavia questa percentuale varia nei diversi paesi, tra il 35% fino a oltre il 60% del traffico downstream. Questa fluttuazione è dovuta principalmente alla presenza di servizi video OTT nei vari mercati. I paesi in cui sono operativi Netflix e Lovefilm/Amazon hanno quote maggiori di traffico legato allo streaming audio e video.

Di fronte alla sfida dei giganti del web la questione chiave per l’industria dei contenuti europea, e per i broadcaster in particolare, che detengono le principali leve economiche e le maggiori quote di mercato in Europa nel settore audiovisivo, è di come impedire il ripetersi dell’effetto distruttivo che si è verificato in altri settori dei media (vedi discografia ed editoria) e trovare dunque il modo migliore per combattere i nuovi entranti nell’ambito del proprio territorio.

I broadcaster pay-TV, maggiormente soggetti alla competizione sui prezzi, stanno adottando una duplice strategia. La prima, utilizzata in una prima fase in maniera prevalentemente difensiva, si basa sullo sviluppo della social TV e degli schermi secondari. La monetizzazione non è molto chiara perché inizialmente - vedi Sky Go e Sky On Demand - i servizi vengono offerti ai soli abbonati alla pay-TV, gratuitamente, allo scopo di fidelizzarli e ridurre il tasso di abbandono (cord cutting).

La monetizzazione tramite pubblicità al contempo non è sostenibile, anche perchè la correlazione tra attività sui social network, ascolti e ricavi da pubblicità tradizionale si è dimostrata finora più complicata del previsto.

Una seconda strategia, ben più aggressiva e rischiosa, consiste nell’offrire servizi “stand alone”, che competono direttamente con Netflix e soci, svincolando questi contenuti (per lo più film  e serie) dal servizio principale dell’operatore, mettendolo quindi a disposizione senza dover sottoscrivere un abbonamento bundle. Chi ha intrapreso quest’avventura lo ha fatto con cautela: tanto BSkyB in Uk con Now TV e più di recente in Italia con Sky online, quanto MTG, con Viaplay, hanno mantenuto inizialmente i prezzi del servizio OTT a un prezzo intermedio rispetto all’accesso agli stessi contenuti sulla piattaforma principale, in modo da non cannibalizzare eccessivamente gli abbonamenti tradizionali, assai più redditizi.

Questa tipologia di servizi, ormai presenti in tutte le esperienze nazionali, si rivolge a quella parte del pubblico tuttora maggioritario, che non vuole vincolarsi con un abbonamento, ma desidera un accesso meno costoso a  contenuti selezionati d’intrattenimento.

Per gli operatori dunque, ormai consapevoli della saturazione del mercato broadcast, la sfida si gioca dunque sulla qualità dei contenuti messi a disposizione, di cui dispongono ancora di ampie esclusive, e della necessità di tenere un prezzo competitivo con gli operatori di VOD web nativi e, al contempo, distinto su tutte le piattaforme. Ciò per valorizzare al massimo la propria offerta e i contenuti premium di cui dispongono, evitando di cannibalizzare il proprio core business, così da scongiurare il rischio che gli abbonati abbandonino la piattaforma principale per il servizio OTT del rivale (cord cutting) o perché il proprio servizio OTT è più conveniente rispetto a quello broadcast (cord shaving).

Trasferito alla situazione italiana, i broadcaster nazionali (Sky e Mediaset in primis), ma anche i servizi OTT puri come Chili e TIM Vision, possono ancora trarre vantaggio dall’assenza di grossi competitor internazionali, Netflix in primis, sia per l’incertezza del quadro economico, sia per l’ancora scarsa presenza di banda larga, per mettere a punto strategie d’ingresso sul mercato, senza scontare i ritardi verificatisi in altre realtà (USA e Regno Unito su tutti). I tempi però sono stretti e tra qualche mese il contesto competitivo rischia di essere meno stabile e comunque radicalmente diverso da quello attuale.

Via Agenda Digitale

 
Di Altri Autori (del 02/09/2014 @ 07:40:12, in Media, linkato 490 volte)

Cambia il sistema di rilevamento dei singoli digitali più venduti ogni settimana in Italia. L’ha annunciato la Federazione industria musicale italiana, che se ne occupa attraverso la società di ricerche di consumo Gfk. E così, da settembre insieme ai classici download, anche lo streaming avrà un suo forte peso nel decretare i pezzi più ascoltati nella Penisola: cento streaming conteranno come un download.

Il nuovo sistema misto rappresenta “un modo per tenere le classifiche al passo con l’evoluzione d’ascolto dei consumatori”, assicura la Fimi. L’operazione sottolineerà così le preferenze dei ragazzi di 16-24 anni che, incollati ai loro smartphone e tablet, fanno delle librerie musicali online come Spotify, Tim music e Deezer il loro nuovo impianto stereo in movimento.

“Il primo semestre del 2014 ha proposto risultati in crescita rispetto all’anno precedente. Ma per la prima volta lo streaming, tra audio e video, è cresciuto del 95%, ha superato il download (sceso del 18%) e rappresenta, oggi, il 55% dei ricavi del digitale, rispetto al 34% del 2013” dicono dalla Fimi. Complessivamente lo streaming ha generato 12,6 milioni di euro, contro i 9,8 milioni del download. E con lo streaming audio è lievitato anche quello video: tra YouTube e Vevo, il segno più è del 72%, con un fatturato di quasi 7 milioni di euro.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 12/06/2014 @ 07:11:05, in Media, linkato 360 volte)

Non vi sono esenzioni dal mercato pubblicitario, anche le tv a pagamento, come anche i giornali, traggono parte delle proprie risorse dalle inserzioni. E’ quindi sulla misurazione del tempo che Auditel basa i propri dati sul consumo di televisione, più volte aggiornandosi e rinnovando se stessa: la propria composizione societaria, la composizione del panel di famiglie e la propria strumentazione tecnologica.

Recentemente Sky ha deciso che le informazioni messe a disposizione dal vecchio Auditel non bastano più e che è arrivato il momento di avere un altro strumento non alternativo, ma integrativo. Il risultato è Smart Panel, sistema di rilevazione che passa dalle poco più di mille famiglie dell'Auditel alle 10mila del nuovo campione. Non è solo una questione di numeri, ma di qualità dell'indagine. Smart Panel rileva anche i consumi tipici dell'era digitale, ovvero streaming, on demand e consumo che passa da tv a tablet. Per Sky si tratta di Sky Go, Sky On Demand e Sky Online, oltre alla modalità di utilizzo della Guida Tv e dei servizi interattivi. La premessa è che circa il 90% dei ricavi di Sky arriva dagli abbonamenti, il resto dalla pubblicità. Il 60% degli abbonati ha un decoder MySky, che permette di gestire tempi e flussi della programmazione, oltre 2 milioni usano SkyGo e un milione i servizi on demand. “Per una tv a pagamento l'affidabilità dei dati di ascolto è fondamentale per definire la linea editoriale e perfezionare l'offerta”, spiega Andrea Mezzasalma di Sky Italia. “Con l'Auditel – continua – abbiamo canali da 5mila telespettatori che vengono rilevati da un solo meter”. Nel caso della serie tv House of Card, il grafico Auditel mostra un calo contenuto tra prima e seconda puntata e poi un crollo alla terza. La stessa rilevazione fatta da Smart Panel indica invece una curva più armonica, con una dispersione minore: “Un dato molto più simile a quello che ci saremmo potuti aspettare da una serie come questa”. C'è poi la pubblicità. Secondo Sky dai dati Auditel risulterebbe che su 100 spot sui canali Sky e Fox, 39 non sarebbero visti da nessuno e questo “ci dà grossi problemi con i clienti” sottolinea Mezzasalma. Con Smart Panel gli spot zero scendono a 8. L'installazione dei nuovi set-top-box in tutta Italia è in corso e il nuovo monitoraggio sarà operativo da luglio 2014. Ai 10mila che hanno firmato il consenso informato e accettato il nuovo sistema in casa, Sky dà un compenso di 50 euro una tantum in buoni di acquisto che arrivano 6 mesi dopo. La soluzione tecnologica è interna, prodotta da Eureka e diversa da quella adottata in Inghilterra da BSkyB; oltre all'uso del telecomando è in grado di monitorare quando il decoder è acceso ma la tv è spenta. Sky fa parte del comitato tecnico dell'Auditel, continuerà a farlo e spiega che il nuovo strumento “non deve essere l'anti-Auditel; a nessuno fa comodo che ci siano due diversi standard sul mercato”. È per questo che i nuovi dati verranno messi a disposizione di Auditel. 

La società, nata a Milano nel 1984, ha la proprietà divisa in quote del 33% per le tre componenti fondamentali, cioè televisione pubblica, emittenza privata, aziende che investono in pubblicità con agenzie e centrali media, con un 1% di proprietà della Fieg. Oggi è dotata di strumenti che registrano tracce audio digitalizzate delle emittenti televisive sulle quali è sintonizzato il televisore della famiglia-campione: la registrazione avviene a prescindere dalla piattaforma attiva in quel momento, avviene qualunque sia il decoder collegato al televisore. L’audio registrato viene poi confrontato con l’emesso di tutti i canali, canali registrati in una banca dati centrale. Il passo successivo consiste nell’accoppiare l’audio digitale ripreso dai meter delle famiglie-campione con quello della banca dati, alla ricerca dell’audio coincidente. Si tratta dunque di una struttura molto articolata, che consente alla società di rilevazione, la Nielsen Television Audience Measurements, di avere almeno tre diverse fonti di dati: i meter familiari, le centrali territoriali di registrazione e le unità di controllo. Si tratta di un sistema di rilevazione degli ascolti televisivi complesso e costoso, dovuto alla nascita, alla crescita e allo sviluppo della televisione digitale. Per conoscere il consumo di un’emittente analogica bastava infatti conoscerne la frequenza di trasmissione nelle diverse aree del Paese; lo strumento di rilevazione collegato al televisore doveva semplicemente constatarne lo stato, acceso/ spento, e, se acceso, verificare su quale frequenza il televisore fosse sintonizzato.

L’adozione del sistema di registrazione e controllo delle tracce audio mette in grado la Nielsen e quindi la società committente di questi dati, cioè l’Auditel di conoscere il consumo di tutte le reti televisive, indipendentemente dalla collaborazione e dalla volontà dell’editore, come avveniva per i dati sul consumo di televisione analogica. Il sistema dell’audio matching presenta inoltre dei vantaggi per la misurazione del consumo dell’emesso televisivo, indipendente-mente dalla piattaforma e dal televisore. Nell’ultimo periodo le due società stanno sperimentando la rilevazione del consumo di televisione effettuato tramite computer. Le tracce audio sono il legame che consente l’identificazione di quanto sia ascoltato tramite computer, brevi spezzoni sia interi sia programmi. Il limite è temporale, per essere misurato come
audience l’ascolto deve avvenire entro sette giorni dalla data di emissione. Il sistema potrà valere anche per tutti gli altri device che trasmettano programmi televisivi, purché ci sia l’accordo delle persone a far parte del campione, ovvero a consentire la registrazione audio di tutto quel che ascoltano tramite computer, tablet e smartphone, e, nel caso di questi ultimi due, anche dei proprietari dei sistemi operativi. Il punto debole di questa modalità di rilevazione riguarda soprattutto i casi di trasmissione contemporanea di un evento, tipicamente il messaggio di Capodanno del Presidente della repubblica: la criticità è emersa con la rilevazione degli ascolti del funerale di Papa Giovanni Paolo II. Trasmessi da Rai 1 e da Rai Storia, i funerali rilevarono un ascolto record per Rai Storia, ma si trattava di un errore, una trasposizione delle audience della prima rete. Per evitare l’inconveniente, il meter rileva anche il telecomando e il tasto utilizzato per sintonizzarsi e accoppia queste informazioni. Ovviamente non mancano certo le critiche ad Auditel e al suo sistema di rilevazione, ma si tratta sicuramente del più evoluto dei sistemi di rilevazione dei consumi mediali: Audipress, AudiPoster e Audiweb hanno metodiche meno evolute e meno controllate e controllabili.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 09/06/2014 @ 07:42:42, in Media, linkato 317 volte)

Detto, fatto. La Rai, come promesso, ha sostanzialmente chiuso il suo canale YouTube, cancellando quasi tutti i 40mila filmati di sua proprietà presenti sul portale video di Google. L’accordo sullo sfruttamento dei diritti sulle clip è scaduto lo scorso 31 maggio e viale Mazzini si era detta insoddisfatta della proposta di rinnovo.

Così il servizio pubblico sparisce dal più importante canale video di internet, insieme agli account specifici delle sue trasmissioni: scomparsi quelli di Ballarò, Che tempo che fa, Porta a Porta e altri. Con loro se ne vanno anche i filmati incorporati in milioni di pagine web, che risultano non più visibili.

La Rai otteneva da YouTube 700mila euro per il caricamento di circa 7mila clip ogni anno: i video sono ancora disponibili sul sito della tv pubblica, che però ha un sistema di visione e condivisione molto più complesso, che finirà con lo scoraggiare gli utenti. Anche per questo la decisione di sparire dal portale di Google, annunciata nei giorni scorsi, è stata molto discussa e criticata. Tra i pochi filmati ancora online su YouTube, il più visto di sempre in casa Rai: l’audizione di Suor Cristina per The Voice. Ma anche questa verrà oscurata a breve.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 30/05/2014 @ 07:21:51, in Media, linkato 452 volte)

Non vi sono esenzioni dal mercato pubblicitario, anche le tv a pagamento, come anche i giornali, traggono parte delle proprie risorse dalle inserzioni. E’ quindi sulla misurazione del tempo che Auditel basa i propri dati sul consumo di televisione, più volte aggiornandosi e rinnovando se stessa: la propria composizione societaria, la composizione del panel di famiglie e la propria strumentazione tecnologica.

Recentemente Sky ha deciso che le informazioni messe a disposizione dal vecchio Auditel non bastano più e che è arrivato il momento di avere un altro strumento non alternativo, ma integrativo. Il risultato è Smart Panel, sistema di rilevazione che passa dalle poco più di mille famiglie dell'Auditel alle 10mila del nuovo campione. Non è solo una questione di numeri, ma di qualità dell'indagine. Smart Panel rileva anche i consumi tipici dell'era digitale, ovvero streaming, on demand e consumo che passa da tv a tablet. Per Sky si tratta di Sky Go, Sky On Demand e Sky Online, oltre alla modalità di utilizzo della Guida Tv e dei servizi interattivi. La premessa è che circa il 90% dei ricavi di Sky arriva dagli abbonamenti, il resto dalla pubblicità. Il 60% degli abbonati ha un decoder MySky, che permette di gestire tempi e flussi della programmazione, oltre 2 milioni usano SkyGo e un milione i servizi on demand. “Per una tv a pagamento l'affidabilità dei dati di ascolto è fondamentale per definire la linea editoriale e perfezionare l'offerta”, spiega Andrea Mezzasalma di Sky Italia. “Con l'Auditel – continua – abbiamo canali da 5mila telespettatori che vengono rilevati da un solo meter”. Nel caso della serie tv House of Card, il grafico Auditel mostra un calo contenuto tra prima e seconda puntata e poi un crollo alla terza. La stessa rilevazione fatta da Smart Panel indica invece una curva più armonica, con una dispersione minore: “Un dato molto più simile a quello che ci saremmo potuti aspettare da una serie come questa”. C'è poi la pubblicità. Secondo Sky dai dati Auditel risulterebbe che su 100 spot sui canali Sky e Fox, 39 non sarebbero visti da nessuno e questo “ci dà grossi problemi con i clienti” sottolinea Mezzasalma. Con Smart Panel gli spot zero scendono a 8. L'installazione dei nuovi set-top-box in tutta Italia è in corso e il nuovo monitoraggio sarà operativo da luglio 2014. Ai 10mila che hanno firmato il consenso informato e accettato il nuovo sistema in casa, Sky dà un compenso di 50 euro una tantum in buoni di acquisto che arrivano 6 mesi dopo. La soluzione tecnologica è interna, prodotta da Eureka e diversa da quella adottata in Inghilterra da BSkyB; oltre all'uso del telecomando è in grado di monitorare quando il decoder è acceso ma la tv è spenta. Sky fa parte del comitato tecnico dell'Auditel, continuerà a farlo e spiega che il nuovo strumento “non deve essere l'anti-Auditel; a nessuno fa comodo che ci siano due diversi standard sul mercato”. È per questo che i nuovi dati verranno messi a disposizione di Auditel. 

La società, nata a Milano nel 1984, ha la proprietà divisa in quote del 33% per le tre componenti fondamentali, cioè televisione pubblica, emittenza privata, aziende che investono in pubblicità con agenzie e centrali media, con un 1% di proprietà della Fieg. Oggi è dotata di strumenti che registrano tracce audio digitalizzate delle emittenti televisive sulle quali è sintonizzato il televisore della famiglia-campione: la registrazione avviene a prescindere dalla piattaforma attiva in quel momento, avviene qualunque sia il decoder collegato al televisore. L’audio registrato viene poi confrontato con l’emesso di tutti i canali, canali registrati in una banca dati centrale. Il passo successivo consiste nell’accoppiare l’audio digitale ripreso dai meter delle famiglie-campione con quello della banca dati, alla ricerca dell’audio coincidente. Si tratta dunque di una struttura molto articolata, che consente alla società di rilevazione, la Nielsen Television Audience Measurements, di avere almeno tre diverse fonti di dati: i meter familiari, le centrali territoriali di registrazione e le unità di controllo. Si tratta di un sistema di rilevazione degli ascolti televisivi complesso e costoso, dovuto alla nascita, alla crescita e allo sviluppo della televisione digitale. Per conoscere il consumo di un’emittente analogica bastava infatti conoscerne la frequenza di trasmissione nelle diverse aree del Paese; lo strumento di rilevazione collegato al televisore doveva semplicemente constatarne lo stato, acceso/ spento, e, se acceso, verificare su quale frequenza il televisore fosse sintonizzato.

L’adozione del sistema di registrazione e controllo delle tracce audio mette in grado la Nielsen e quindi la società committente di questi dati, cioè l’Auditel di conoscere il consumo di tutte le reti televisive, indipendentemente dalla collaborazione e dalla volontà dell’editore, come avveniva per i dati sul consumo di televisione analogica. Il sistema dell’audio matching presenta inoltre dei vantaggi per la misurazione del consumo dell’emesso televisivo, indipendente-mente dalla piattaforma e dal televisore. Nell’ultimo periodo le due società stanno sperimentando la rilevazione del consumo di televisione effettuato tramite computer. Le tracce audio sono il legame che consente l’identificazione di quanto sia ascoltato tramite computer, brevi spezzoni sia interi sia programmi. Il limite è temporale, per essere misurato come
audience l’ascolto deve avvenire entro sette giorni dalla data di emissione. Il sistema potrà valere anche per tutti gli altri device che trasmettano programmi televisivi, purché ci sia l’accordo delle persone a far parte del campione, ovvero a consentire la registrazione audio di tutto quel che ascoltano tramite computer, tablet e smartphone, e, nel caso di questi ultimi due, anche dei proprietari dei sistemi operativi. Il punto debole di questa modalità di rilevazione riguarda soprattutto i casi di trasmissione contemporanea di un evento, tipicamente il messaggio di Capodanno del Presidente della repubblica: la criticità è emersa con la rilevazione degli ascolti del funerale di Papa Giovanni Paolo II. Trasmessi da Rai 1 e da Rai Storia, i funerali rilevarono un ascolto record per Rai Storia, ma si trattava di un errore, una trasposizione delle audience della prima rete. Per evitare l’inconveniente, il meter rileva anche il telecomando e il tasto utilizzato per sintonizzarsi e accoppia queste informazioni. Ovviamente non mancano certo le critiche ad Auditel e al suo sistema di rilevazione, ma si tratta sicuramente del più evoluto dei sistemi di rilevazione dei consumi mediali: Audipress, AudiPoster e Audiweb hanno metodiche meno evolute e meno controllate e controllabili.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 26/05/2014 @ 07:54:20, in Media, linkato 395 volte)

Questa settimana al New York Times sono accaduti due fatti inattesi: la direttrice Jill Abramson è stata licenziata e un rapporto riservato sul futuro digitale del giornale è filtrato all'esterno. C'è un legame tra i due episodi? Ufficialmente no, ma leggendo le 96 pagine del documento (intitolato: «Innovation») è lecito pensare di sì. Per due motivi. Primo: si tratta di una dura requisitoria contro la cultura conservatrice dei vertici e della redazione. Secondo: il documento è firmato (tra gli altri) da Arthur Gregg Sulzberger, figlio ed erede dell'editore. Non c'è da stupirsi dunque se la Abramson è stata rimossa. Ma il caso supera i confini del Times perché «Innovation» sta facendo il giro del mondo e viene indicato come una pietra miliare nell'impervia e ineluttabile strada verso il giornalismo digitale.
Il Rapporto non mette in discussione l'eccellenza della redazione ma la sua capacità di raggiungere il lettore sul web. Il dito è puntato contro una cultura obsoleta che mette al centro il giornale cartaceo, con i giornalisti convinti che il lavoro sia concluso quando un articolo viene mandato in stampa e i vertici che dedicano troppo tempo a definire una prima pagina sempre meno strategica. Infatti i lettori della versione di carta sono ormai una minoranza: 5 milioni contro i 30 milioni del web (negli Usa) e i 20 milioni del mobile. Ma ci sono segnali preoccupanti: i numeri sono in discesa e la home page è frequentata ormai solo da un terzo degli utenti. I lettori che arrivano dai social network (il 30%) non bastano a compensare il calo.

Incredibilmente giornali digitali assai meno prestigiosi fanno meglio del Times. E non solo un sito aggregatore come l'Huffington Post (90 milioni di utenti al mese nel mondo, il doppio del Times), ma anche BuzzFeed (40 milioni), snobbato per il suo giornalismo pop, le liste, le classifiche, le gallerie di immagini. Succede che quando questi siti pubblicano articoli basati sugli scoop del Times, vengono cliccati molto più del sito originario. Perché sul web la strategia di comunicazione vale almeno quanto la qualità dei contenuti. E il numero degli utenti che arrivano a BuzzFeed dai social network è sei volte quello del Times.

L'allarme lanciato dal Rapporto è affilato come una lama: il New York Times, come tutti i giornali tradizionali, è un gigante dai piedi d'argilla. Non solo si stanno moltiplicando i concorrenti digitali (Upworthy, First Look media, Vox...) ma stanno risorgendo antichi rivali come il Washington Post, grazie agli ingenti investimenti di Jeff Bezos, fondatore di Amazon. E poi ci sono i protagonisti di sempre, il Financial Times e il Wall Street Journal, che nei mesi scorsi hanno annunciato la scelta strategica del "Digital First". Che cosa significa?

Il direttore del Financial Times, Lionel Barber, lo scorso ottobre lo ha spiegato così: l'orario di lavoro dei giornalisti viene anticipato; gli articoli vengono pubblicati al più presto sul web (e sul mobile), meglio se nei momenti di picco di lettura; la sera un piccolo team editoriale decide il menu da mandare in edicola, scegliendo tra quanto già pubblicato online. Un completo rovesciamento di prospettiva: il focus non è più sul giornale come manufatto complesso, ma sui singoli articoli, ciascuno dei quali deve essere promosso in modo adeguato. Perché questa svolta? Perché nell'ottobre 2013 gli abbonamenti digitali del Ft già superavano di centomila le copie vendute su carta.

Una strategia analoga è in via di realizzazione al Wall Street Journal dove, al centro della redazione, sono stati collocati gli esperti di social network e analytics (che seguono i flussi del web). Al contrario al New York Times questi tecnici vengono snobbati in nome dell'antica separazione tra redazione e area business. Verrà anche qui il momento del "Digital First"? Certo, ma non oggi, perché il sorpasso del digitale non c'è ancora stato: gli abbonati alla versione cartacea sono 1,25 milioni, quelli digitali 760mila. Traducendo in fatturato, la carta fornisce il 75% del fatturato pubblicitario (497 milioni su 667) e l'82% di quello da abbonamenti (674 milioni su 824). Ma il tempo stringe, le abitudini dei lettori cambiano in fretta e i concorrenti sono più avanti.

La parola chiave è "sperimentare". Senza troppa paura di sbagliare. Tra le richieste contenute nel Rapporto, la più eversiva è forse quella di far sedere allo stesso tavolo tecnologi e giornalisti. Perché il giornalismo – ormai è chiaro – è diventato una professione tecnologica.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 08/01/2014 @ 07:18:15, in Media, linkato 605 volte)

La televisione ha dominato anche nel 2013, e  il merito pare sia da attribuirsi alla svolta digitale, grazie alla quale la tv ha recuperato parte del suo pubblico moltiplicando l’offerta dei canali. Un’indagine condotta dal Sole 24 Ore illustra le preferenze degli ascoltatori: Rai 1 si conferma la rete più vista, seguita da Canale 5 e Rai 3.

Il 2013 è stato il primo anno interamente digitale della televisione italiana che ha compiuto il suo processo di trasferimento dall’analogico al digitale nel luglio del 2012. La digitalizzazione e moltiplicazione dei canali segmentati ha riportato davanti a un televisore acceso quanti se ne erano allontanati per insoddisfazione e distanza culturale dalla programmazione generalista. Nella media di tutti i giorni dell’intero anno si sono accomodate a consumare televisione 10,5 milioni di italiane ed italiani. Nelle due ore della classica prima serata le persone attente a quanto programmato in tv sono 26,1 milioni. La rete preferita dalla popolazione nel suo complesso è ancora una volta il primo canale della tv di Stato, lo è ininterrottamente dal 1995 e, da che esiste la rilevazione Auditel, non lo è stata soltanto negli anni 1992,1993 e 1994.

Tra i nativi digitali è Real Time il successo dell’anno, con una quota d’ascolto dell’1,5% nel giorno medio migliora la propria perfomance del 2012. Un altro alloro per il successo ottenuto va a Rai Yo Yo, che pur essendo un canale segmentato sul target bambini, target meno numeroso di altri, occupa la seconda posizione, e con una quota d’ascolto dell’1,3% sorpassa Rai 4, Rai Premium, Rai Movie, Boing e Iris, quest’ultimo supera Rai 4 e Rai Premium, si piazza sul terzo gradino del podio dei nativi digitali nel giorno medio e conquista il primato in prima serata. I canali nativi digitali sin qui citati sono editi da Rai o da Mediaset con la sola eccezione di Real Time e sono Rai e Mediaset a produrre l’ascolto più elevato tra gli editori di canali nativi digitali.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 11/06/2013 @ 07:31:22, in Media, linkato 1002 volte)

Molte ricerche dimostrano che guardare la tv e utilizzare i social media non sono due azioni che si escludono a vicenda. Anzi, gli utenti sembrano amare postare commenti su Facebook o twittare mentre sono davanti lo schermo della tv. Molti di questi spettatori discutono di ciò che stanno guardando in tempo reale con amici o altri utenti della rete che in quel momento guardano lo stesso programma intavolando spesso conversazioni che continuano per giorni e giorni.

Operatori del settore tv e del marketing televisivo hanno capito di poter utilizzare questa nuova tendenza a loro vantaggio. L’idea non è di competere con i social media ma di usarli in modo che gli show televisivi, eventi e campagne pubblicitarie possano spingere il pubblico a partecipare attivamente ed interagire con il materiale audiovisivo mostrato.

In un nuovo report targato BI Intellingence vengono esaminati i trend più significativi della Social Tv e come la nuova pratica di consumo spinge i broadcaster e gli operatori marketing a ripensare alle loro strategie in chiave social. Dal report emerge innanzitutto come il mercato in cui si gioca questa nuova partita muova ingenti somme di denaro: nel 2012, a livello globale, sono stati spesi 350 miliardi di dollari in spot televisivi. In questo senso, se la Social Tv riuscirà a rendere maggiormente efficace la pubblicità o aiutare i social media a raggiungere parte di quegli investimenti, potrà diventare, secondo i ricercatori, un vero e proprio settore di business autonomo.
La pratica della Social Tv è un’abitudine già consolidata tra il pubblico di tutto il mondo. Gli utenti dei social media affermano, infatti, che la pratica di commentare show televisivi o eventi fa già parte delle loro abitudine quotidiane. L’attività è cresciuta in corrispondenza dell’incremento delle vendite di smartphone e di altri dispositivi mobili.

Questi, infatti, hanno reso molto più semplice per le persone riuscire ad interagire con i programmi stando comodamente seduti sui loro divani davanti alla tv. Uno dei dati emersi dal report è che il 40% degli spettatori americani dichiara di utilizzare i social media da smartphone o tablet mentre guarda la tv da casa. Inoltre i social media da dispositivo mobile sono maggiormente utilizzati mentre si è a casa davanti alla tv piuttosto che in altre attività come lo shopping.

La pratica della Social Tv può essere declinata in più varianti. Esistono, infatti, molte applicazioni che favoriscono questo tipo di attività come quelle al supporto per gli spot televisivi, che ottimizzano il processo di acquisto rendendo l’annuncio più diretto ed efficiente, o app che misurano in tempo reale l’audience di un determinato evento televisivo. I dati emersi dall’analisi di una determinata attività di social tv possono costituire un vero e proprio focus group da cui ricavare informazioni interessanti e, se utilizzati in modo adeguato, possono generare un ciclo di feedback positivi per la creazione di palinsesti e campagne pubblicitarie più vicine alle esigenze dello spettatore.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 02/05/2013 @ 07:49:23, in Media, linkato 839 volte)

u questo tipo di contenuti, ormai è chiaro, si gioca il futuro delle Media company. Meno certezze ci sono su come si riorganizzeraÌ il mercato pubblicitario, e su quale saraÌ il ruolo della tv come la conosciamo oggi

Guardare video sul pc, sul tablet o sullo smartphone eÌ ormai un’abitudine per la maggior parte degli utenti Internet. L’offerta eÌ sconfinata: solo in Italia sono oltre 260 le Media company, fra editori, emittenti televisive e radio, ad avere un’offerta video sui propri siti Web: approfondimenti complementari alla carta stampata, trasmissioni on demand e in diretta, video musicali, programmi radiofonici e via dicendo.

Secondo la più recente indagine dell'Osservatorio New Media e New Internet della School of Management del Politecnico di Milano, l’audience italiana eÌ di 25 milioni di utenti, pari all’80% degli utilizzatori di pc, e per molti di loro il device preferito eÌ ormai il tablet. Sono anche nati programmi che vanno in onda solo sul Web, alcuni di grande successo, con milioni di accessi. 

Pubblicità raddoppiata in un anno

Che il video online sia il futuro, dunque, eÌ ormai chiaro a tutte le Media company, che stanno arricchendo l’offerta cercando di conquistare una quota del promettente mercato del video advertising. Meno chiaro, invece, in questo nuovo scenario che si va delineando, eÌ come si riorganizzeraÌ il mercato pubblicitario e quale saraÌ il ruolo della tv come la conosciamo oggi, in un contesto che vede gli investimenti in advertising in forte contrazione da ormai alcuni anni.

L’aumento degli utenti e del tempo dedicato da essi attrae sempre di piuÌ l’interesse degli investitori: in Italia nel 2012 la pubblicitaÌ sui video online eÌ raddoppiata rispetto all’anno precedente e vale oggi il 2% del totale del mercato televisivo (sia advertising che pay). EÌ ancora poco, ma si prevede che potraÌ arrivare fino al 10% nel 2017. Non si tratta certo di un trend che riguarda solo il nostro Paese. ComScore stima che negli Stati Uniti il 23% dei contenuti video visualizzati nello scorso mese di dicembre, pari a 39 miliardi, conteneva pubblicitaÌ, il 14% in piuÌ rispetto all’anno precedente. Ma mentre l’offerta cresce, le tariffe pubblicitarie scendono, mettendo in dubbio la sostenibilitaÌ nel lungo periodo di questo nuovo business. 

L’online non esclude la tv, anzi

Anche il cambiamento delle abitudini rappresenta ancora un’incognita. L’utente non sta sacrificando l’offerta televisiva tradizionale a favore di quella online, anzi: a volte il successo di un programma o di un personaggio sul Web spinge al rialzo gli ascolti sulla tv. Si tratta piuttosto di un completamento, di un’estensione della fruizione in momenti della giornata o in luoghi in cui non si ha accesso allo schermo televisivo, oppure del desiderio di vedere un programma che si eÌ perso in tv. E sempre di piuÌ si utilizzano due dispositivi in contemporanea, ovvero il pc, il tablet o lo smartphone mentre si guarda la tv.

Resta poi da comprendere quale saraÌ l’impatto delle 'Smart TV', le tv di nuova generazione connesse a Internet, che nei prossimi mesi potrebbero giocare un ruolo particolarmente significativo nel cambiare l’esperienza dell’utente sullo schermo televisivo 'tradizionale'.

Via Wireless4Innovation

 
Di Altri Autori (del 29/04/2013 @ 07:38:29, in Media, linkato 789 volte)

La Commissione Ue sta lavorando sui media digitali e la tv connessa, ovvero “la prossima rivoluzione nel mondo creativo e digitale“, affinché ci sia una “rapida convergenza” tra tutti i media ma che soprattutto abbiano norme comuni. Sono questi i punti chiave del discorso sul futuro dei media pronunciato in apertura della conferenza annuale dell’Emma (European magazine media association) a Bruxelles, pronunciato dal vice presidente della Commissione europea responsabile per la Digital Agenda, Neelie Kroes.

La Kroes sottolinea come internet e il mondo digitale stiano trasformando l’industria dei media facendola sconfinare sempre più nei settori delle telecomunicazioni e delle Ict. Tali trasformazioni, sono per la vice presidente motivo per chiedersi verso quali significati virerà la parola “media” nel 2060, e anche l’occasione per affermare che “il cambiamento è inevitabile, adattarsi è imperativo. Per tutti i settori coinvolti, il mio consiglio è lo stesso”, afferma la Kroes: “Non difendetevi dalla rivoluzione del digitale ma sfruttate a vostro vantaggio le opportunità dell’online, adattatevi e innovate. I settori che lo hanno fatto già godono dei loro frutti digitali, quelli rimasti indietro già si sentono schiacciati”.

Altro punto chiave preso in considerazione dalla Kroes è quello della convergenza tra Internet e TV. Ad oggi in Europa le tv connesse sono 40,4 milioni, ma la previsione è che entro il 2016 siano in quasi tutte le case degli europei. La scommessa è quindi quella di assicurare rapidamente che standard tecnici, regole legali e contenuti convergano e tutelino sia i consumatori, inclusi quelli più deboli come i minori, che le emittenti radiotv, il mondo di internet e delle imprese. Questo è quanto assicurato dalla Kroes presentando un Libro verde sulla questione e lanciando le consultazione pubbliche che resteranno aperte sino a fine agosto.

Sono cinque i nodi su cui Bruxelles chiede opinione e contributi degli attori di questi settori chiave per delineare gli sviluppi di un futuro prossimo. In primo luogo, le regole del gioco, ovvero come creare le condizioni necessarie affinché le imprese europee possano affrontare la concorrenza internazionale, soprattutto quella americana. Secondo, la protezione della libertà dei media e dei valori europei, inclusa la tutela dei minori e l’accessibilità per i disabili. Terzo, mercato unico e norme comuni, in modo che ci siano standard tecnici compatibili. Poi, i finanziamenti, e il modo in cui gli utenti e la convergenza internet-tv influenzeranno e quanto la produzione dei contenuti, dai film agli spettacoli. Infine, apertura e pluralismo dei media: se internet e tv finiranno per convergere, si aprono domande sul filtraggio dei contenuti di internet da parte delle pubbliche autorità e sulla loro accessibilità, per esempio per film recenti di successo o i grandi eventi sportivi. “Un dibattito a livello Ue ci permetterà di affrontare questi cambiamenti – ha sottolineato la Kroes – di contribuire alla crescita delle imprese, di incoraggiare la creatività e di difendere i nostri valori“.

Via Quo Media

 
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