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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Advertising (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 24/07/2018 @ 07:57:41, in Advertising, linkato 480 volte)

Gli Sponsored Products di Amazon “escono” dalle property del sito di ecommerce.

Secondo quanto riporta AdAge, Amazon starebbe testando l’utilizzo del formato al di fuori delle sue property, attraverso attività di retargeting sugli utenti che hanno cercato determinati prodotti sul sito ecommerce. La società di Seattle avrebbe già contattato alcune aziende e agenzie per proporre di partecipare al test.

Gli Sponsored Products sono un formato che consente di erogare campagne sulla base delle ricerche effettuate dagli utenti. Gli inserzionisti possono targettizzare tali annunci sulla base delle parole chiave usate dal pubblico, che indicano esattamente quello che l’utente desidera acquistare. Il formato normalmente appare all’interno dei risultati delle ricerche di Amazon, su desktop e mobile, ma presto potrebbe essere visibile anche sui siti del marketplace pubblicitario di Amazon, che comprende diversi editori premium. L’utente che clicca sull’annuncio verrà diretto sulla pagina di prodotto del sito ecommerce, da dove potrà effettuare l’acquisto.

Non è la prima volta che una soluzione pubblicitaria esce dai confini del sito ecommerce. La società eroga già campagne display, banner e video sia sulle sue property che su editori terzi attraverso il proprio marketplace adv. Ma questa novità è particolarmente importante per la società, in quanto gli Sponsored Products sono uno dei principali formati pubblicitari di Amazon: secondo un recente studio della società di marketing tecnology Merkle, da tale soluzione proviene ben l’88% dei ricavi adv del player.

Gli Sponsored Products inizieranno ad essere erogati su siti esterni ad Amazon a partire dalle prossime settimane. Dalla società non arrivano conferme ufficiali, anche se una portavoce ha dichiarato: «Continuiamo a sviluppare e migliorare i nostri prodotti e strumenti in modo da poter meglio supportare le agenzie e tutti i nostri inserzionisti man mano che la nostra offerta diventa più scalabile».

La messa a punto dell’offerta di Amazon, in effetti, sta andando avanti a una velocità sostenuta. Ed oltre allo sviluppo di nuove soluzioni, anche l’approccio del player ai clienti è in piena evoluzione.


Via Engage
 

SpotX, la principale piattaforma di video advertising e monetizzazione per i proprietari di media, presenta oggi un’infografica sulla previsione di crescita delle opportunità pubblicitarie per la TV connessa in Europa. La rappresentazione visiva della ricerca commissionata da SpotX illustra la crescita dell’advertising su TV connessa, definito come contenuto trasmesso sullo schermo televisivo tramite internet aperto per mezzo di dispositivi quali smart TV, console di gioco, servizi di streaming multimediale come Amazon Fire Stick, Chromecast ed Apple TV, oltre agli abbonamenti ai canali TV a pagamento. È prevista una rapida crescita pari a oltre il 200%: dai 225 milioni di euro del 2016 agli 825 milioni di euro del 2020.

spotx

L’infografica si basa sulla ricerca curata da MTM, una società di consulenza strategica e di ricerca, incaricata da SpotX di delineare le dimensioni delle opportunità pubblicitarie per la TV connessa in Europa. Sono in costante crescita il progresso della tecnologia AVOD (advertising-funded Video-on-Demand) e il desiderio, da parte di brand e agenzie, di abbinare le inserzioni pubblicitarie ai programmi premium; la ricerca dimostra che il mercato è ormai pronto per una rapida crescita tra i 5 principali mercati europei per la pubblicità televisiva.

Locomotiva UK

Il Regno Unito, secondo l’infografica, è il principale mercato europeo in termini di pubblicità su TV connessa, con un valore previsto di 250 milioni di euro nel 2020. Il mercato britannico sarà caratterizzato da un tasso di crescita annuo composto (CAGR) pari al 19%, ottenuto tramite la maggiore interazione degli utenti con la tecnologia della TV connessa unitamente all’impegno delle emittenti verso l’offerta di servizi leader del settore, come ITV Hub e BBC iPlayer.

Italia

Una rapida crescita dell’advertising su TV connessa viene evidenziata per l’Italia, con i partecipanti alla ricerca che prevedono un CAGR dell’80% tra il 2016 e il 2020. L’infografica mostra che nel prossimo biennio, in base alle previsioni, il mercato raggiungerà un valore di 105 milioni di euro rispetto ai 10 milioni del 2016. I miglioramenti nella rilevazione dell’audience indicano che l’industria italiana si sta preparando a questa innovazione con l’aumento dell’interesse, da parte dei consumatori, verso il video on demand.

Francia

Oltre a una solida cultura dell’IPTV, l’infografica mette in evidenza che la Francia si caratterizzerà per il secondo reddito pubblicitario più elevato per la TV connessa, con un valore quantificato in 240 milioni di euro dagli esperti del settore e generato, secondo le previsioni, dalla pubblicità trasmessa tramite internet aperto agli schermi TV entro il 2020. A supporto di questa crescita sono già in essere fattori determinanti del mercato, come una buona diffusione e velocità della banda larga, e inoltre le emittenti aumenteranno gli investimenti in app e servizi TV.

Germania

L’infografica traccia la crescita della pubblicità su TV connessa in Germania: dai 50 milioni di euro del 2016 ai 125 milioni di euro del 2020, con un CAGR del 24%, e previsioni che la indicano come terzo paese più importante del prossimo biennio. I catalizzatori riportati nell’infografica evidenziano gli investimenti in corso nel mercato tedesco, ma con un’adozione leggermente inferiore da parte degli utenti rispetto ad altri paesi europei, con il 50% della popolazione che possiede una smart TV.

Spagna

L’advertising su TV connessa è valutato in 45 milioni di euro nel 2016 in Spagna, con una crescita che dovrebbe attestarsi a 105 milioni di euro nel 2020, pari ai ricavi generati in Italia. In Spagna il CAGR previsto sarà del 24%, trainato dalla domanda di inventario per la TV connessa da parte di inserzionisti e agenzie, e dalla maggiore penetrazione della smart TV nel mercato.

Forte impennata

“I dati dimostrano la forte impennata nell’adozione della pubblicità su TV connessa in tutta Europa, il che riflette la crescita già registrata negli Stati Uniti. La storia evidenziata dall’infografica è confermata dalla nostra espansione: SpotX collabora con importanti innovatori europei del calibro di STV, TV Player, Zattoo, The Box e Dugout, nell’ambito delle loro strategie per la generazione di entrate dall’advertising su TV connessa. Regno Unito, Francia e Germania trainano l’adozione di questo settore pubblicitario in Europa, seguite da mercati emergenti con un potenziale elevato, come Spagna e Italia”, ha spiegato Mike Shehan, co-fondatore e amministratore delegato di SpotX. “Questa infografica illustra la ricerca da noi condotta e dimostra come la pubblicità su TV connessa sia destinata a crescere rapidamente nei prossimi anni. Le emittenti stanno adottando la stessa mentalità del loro pubblico, che utilizza più dispositivi diversi e sceglie principalmente il digitale. Gli inserzionisti riconoscono chiaramente l’impatto della loro pubblicità trasmessa a un pubblico mirato sullo schermo della TV”, ha aggiunto Nick Thomas, direttore associato di MTM.

infografica-spotx

Via Ninja Marketing
 
Di Max Da Via' (del 05/02/2018 @ 07:57:24, in Advertising, linkato 701 volte)

Amazon ha in questi giorni catalizzato l’attenzione del mercato per le ottime performance pubblicitarie registrate nel quarto trimestre 2017. Una crescita del 60% dei ricavi “altri”, voce cui afferisce per lo più il suo business pubblicitario, che ha portato alcuni analisti ad avanzare delle stime sul futuro adv del gigante dell’ecommerce.

In effetti, le attività pubblicitarie stanno diventando sempre più importanti all’interno dell’offerta di Amazon, che in breve tempo ha messo a punto una piattaforma di soluzioni che cerca di sfruttare al meglio il grande potenziale data-driven della società di ecommerce. Un potenziale derivato da qualcosa che fa molta gola alle aziende: i dati di acquisto degli utenti, ossia le informazioni non solo su quello che le persone desiderano (e cercano), ma anche su quello che poi effettivamente comprano.

L’offerta pubblicitaria di Amazon è in continua evoluzione. Cerchiamo però di fare un po’ di chiarezza su come, a grandi linee, essa si compone attualmente.

Amazon Media Group, Amazon Marketing Services e Amazon Advertising Platform

I tre acronimi che bisogna tenere a mente sono AMG, AMS e AAP.

Il primo, che sta per Amazon Media Group, è la struttura preposta alla vendita dei prodotti pubblicitari e collabora con aziende e agenzie sui formati direct display, video e customizzati a disposizione sulle varie property di Amazon, che comprendono, tra gli altri, il sito Amazon.com (e le sue declinazioni locali), IMDb (Internet Movie Database), Kindle e l’ad network A9. I clienti sono sia aziende che vendono prodotti sull’ecommerce che non.

Poi c’è AMS, che sta invece per Amazon Marketing Services. Questo costituisce l’offerta di Amazon per la pubblicità search: una suite di soluzioni self-service per pubblicità pay-per-click a performance sul sito Amazon. Questa offerta si compone di tre formati search, ossia Sponsored Products, Headline Search Ads e Product Display Ads, e degli Amazon Store, che sono delle soluzioni customizzabili per quei clienti che vogliono creare una propria esperienza in-store all’interno di Amazon. Amazon Marketing Services è disponibile esclusivamente per le aziende che vendono prodotti sull’ecommerce.

Infine, c’è AAP. Dietro questo acronimo si nasconde il nome Amazon Advertising Platform, che è la soluzione programmatica di Amazon, o la sua DSP. La piattaforma, che può essere utilizzata sia in modalità “managed” (con il supporto di un team Amazon dedicato) sia in “self-service” (autonomamente dal cliente) consente di acquistare specifici segmenti di audience di Amazon al di fuori delle property della società. L’utilizzo di questa piattaforma è consentito sia ai retailer presenti su Amazon sia a quelli che non vendono prodotti sul sito.

Via Programmatic-Italia.com
 

I brand potrebbero non essere ancora pronti a puntare grossi budget su Amazon, ma stanno studiando seriamente la situazione. Circa due terzi (63%) dei 250 marketer appartenenti al segmento b2c contattati nel sondaggio di Catalyst (GroupM) hanno dichiarato di voler aumentare i propri investimenti sulla piattaforma durante il prossimo anno. Il 54% dei rispondenti hanno detto di voler potenziare anche i budget su Google, mentre il 53% punterà su Facebook. La crescita della fetta di mercato di Amazon sarà causata, in parte, al fatto di essere una nuova piattaforma per molti advetiser. Solo il 15% degli intervistati ha dichiarato infatti di utilizzare tutti i prodotti pubblicitari di Amazon, mentre il 17% ha affermato di aver sviluppato sulla piattaforma una strategia pienamente definita.

L’ad business di Amazon supererà Twitter e Snapchat

Si prevede che le revenue pubblicitarie del colosso, negli USA, toccheranno 1,65 miliardi di dollari nel 2017. Molto meno di Google (35 miliardi) e Facebook (17 miliardi), ma più di Twitter (1,21 miliardi) e Snapchat (642 milioni – stime di eMarketer). L’advertising su Amazon sta crescendo più velocemente di ogni altro grande player pubblicitario, con un ritmo che toccherà il +48,2% nel 2018. Nel 2019, Amazon porterà le sue revenue a 3,19 miliardi negli USA, raggiungendo il 3% dell’intera spesa pubblicitaria globale.

Amazon si pone come un gigante nel processo d’acquisto

Amazon sta diventando tanto diffuso nella product search quanto Google lo è nelle ricerche online generiche. La maggior parte degli shoppers in USA, Germania, UK e Francia utilizzano Google (85%) per la ricerca prodotti e per lo shopping, ma il 56% di questi usa Amazon come starting point per cercare i beni da acquistare (dati di una ricerca di Kenshoo). Anche se i consumatori trovano su un altro sito il prodotto che intendono comprare, più della metà (51%) ammette di fare un controllo su Amazon prima di effettuare l’acqusto.

Le agenzie stanno aumentano la spesa su Amazon

Il ceo di WPP, Sir Martin Sorrell, è stato uno dei più grandi promotori di Amazon nel 2017. Speranzoso sul fatto che il marketplace possa spezzare il duopolio composto da Facebook e Google, Sorrell e i suoi hanno cercato di portare a casa più lavori possibili i cui budget fossero diretti verso la piattaforma. Questo cambio di strategia si è riflesso nelle manovre di WPP, che punta ad aumentare i suoi investimenti su Amazon del 40-50% – intorno a 300 milioni di euro – stando al WSJ. Anche Publicis seguirà la stessa strada, dedicando al marketplace nel 2018 il 50% in più rispetto all’anno in corso, per un totale di 300 milioni. Omnicom, invece, spenderà il doppio, toccando i 200 milioni. La maggior parte degli advertiser vogliono testare l’impatto della pubblicità su Amazon. “Ci hanno chiesto principalmente due cose: Che ritorno sull’ad spend ci aspettiamo? E quale sarà l’uplift incrementale generato dall’allocazione di ulteriori risorse su Amazon?”, ha dichiarato Andreas Reiffen, CEO della struttura specializzata in performance marketing Crealytics.

 Via 360com

 
Di Max Da Via' (del 09/01/2018 @ 07:32:00, in Advertising, linkato 734 volte)


Non saranno i taxi volanti o i robot i protagonisti del mondo hitech nel 2018: nonostante le innovazioni più avveniristiche catturino l’attenzione e generino entusiasmo, a far girare l’economia digitale l’anno prossimo saranno ancora i business che già oggi sono il potente motore della crescita dei colossi hitech come Google, Facebook, Apple, Amazon, Alibaba e Tencent: pubblicità, commercio elettronico, servizi cloud. Come ha scritto in un commento il Financial Times, queste tre industrie hanno ancora ampi spazi per espandersi e generare ricchezza, sostenute da fattori quali l’adozione sempre più capillare dell’infrastruttura tecnologica, la preferenza verso i servizi digitali da parte di un numero crescente di utenti, la scelta di sempre più imprese di gestire le loro applicazioni su piattaforme realizzate da Google o Amazon.

La pubblicità digitale, per esempio, rappresenta circa il 40% della spesa globale in advertising e le possibilità di personalizzazione e segmentazione che offre potranno far salire ulteriormente questa quota, a tutto vantaggio delle piattaforme digitali dominanti, Google e Facebook, che hanno attratto quasi tutta la nuova spesa in pubblicità digitale degli ultimi due anni. Forse ancora maggiori potenzialità ha il commercio elettronico, considerato che le vendite online sono solo il 14% delle vendite retail complessive negli Usa e il 9% in Europa occidentale, riporta il FT sulla base di dati di Goldman Sachs. In Cina, patria del colosso dell’ecommerce Alibaba, le vendite online sono già al 22% del totale. Ancora Goldman Sachsha stimato tramite un sondaggio che solo il 19% delle operazioni effettuate al computer dalle grandi multinazionali è stato trasferito sul cloud, anche qui con potenzialità di crescita per molti anni. Le aziende americane che offrono servizi IT, piattaforme digitali e inserzioni pubblicitarie – Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook – sono anche le cinque maggiori aziende del mondo per valore di mercato a fine 2017.

Anche i giganti però possono scoprire di avere i piedi di argilla. Apple dovrà dimostrare di saper produrre utili anche da attività diverse dall’iPhone, Microsoft di potersi rendere indipendente dai Pc, Facebook di saper migliorare il controllo sui suoi contenuti, Google di poter conquistare nuovi mercati con le search ads. Per tutti ci saranno nel 2018 le questioni regolatorie: se l’Ue vigila in particolare su concorrenza e fisco, Washington ha inasprito lo scrutinio sulla vendita di pubblicità politiche e possibili ingerenze di paesi stranieri. Da questo punto di vista i concorrenti cinesi Alibaba e Tencent non hanno problemi: sono perfettamente allineate con i dettami di Pechino. Ma dovranno dimostrare di sapersi espandere al di là del gigantesco, ma chiuso, mercato nazionale.

Via CorCom
 

Le ultime vicende che hanno visto YouTube protagonista, riguardanti la circolazione di materiale inappropriato, spesso inavvertitamente affiancato a pubblicità, ha spinto molti brand a congelare i propri investimenti in advertising sul sito e alla piattaforma ad avviare politiche molto restrittive nel tentativo di arginare il problema. YouTube ha, infatti, eliminato la pubblicità da centinaia di migliaia di video in un processo che sta chiamando de-monetizzazione, compresi quelli di youtuber molto seguiti come PewDiePie, uno dei canali più popolari del sito che ha offeso i telespettatori e gli inserzionisti con materiale antisemita all’inizio di quest’anno. I suoi guadagni sono scesi del 20% a 6,12 milioni di dollari, rispetto ai 15 milioni dell’anno scorso.

 

Le vittime collaterali

Il risultato collaterale è stato che molti Youtuber sono stati privati di gran parte del proprio business, anche se non necessariamente promotori di contenuti offensivi. Alcuni creator hanno perso fino all’80% dei propri introiti mensili, un colpo proprio alla gente che contribuisce maggiormente a rendere il sito il posto più popolare dove guardare video online. Molti di essi, hanno persino abbandonato la piattaforma ripiegando su altri siti rivali, come Twitch, la social tv di Amazon che continua a rivelarsi un avversario temibile per il business di Google. YouTube stesso ha detto che sta lavorando per rispondere alle preoccupazioni degli utenti, riconoscendo in una dichiarazione che “è stato un anno difficile per i creator”.

 

Calo dei ricavi

Il servizio video ha costruito una delle più grandi aziende media nel mondo, con miliardi di dollari di ricavi annuali. L’incentivo per gli utenti è di costruire un pubblico e di condividere la pubblicità in funzione dell’aumento del numero di spettatori. Ma alcuni youtuber stanno riconsiderando le loro posizioni avendo visto un calo dei benefici a seguito delle recenti vicende. Quanto emerso è chiaro anche da una serie di interviste che Bloomberg ha rivolto ad alcuni famosi youtuber come Joe Taylor, “ho dovuto cambiare tutta la mia vita”, ha dichiarato dopo che il suo canale dedicato alle moto chiamato JoeGo101 ha visto un immenso calo dei guadagni che sono scesi da 6.000 dollari al mese a circa 1.000, non abbastanza per pagare le bollette del 37enne.

 

I numeri dei creator

Complessivamente, le 10 stelle YouTube più pagate al mondo, individuate da Forbes, hanno guadagnato 127 milioni di dollari tra il 1° giugno 2016 e il 1° giugno 2017, al lordo delle tasse e delle spese di gestione. Le cifre si basano sui dati di YouTube, Social Blade e Captiv8, così come sulle interviste con agenti, manager, pubblicitari, produttori e avvocati. Il guadagno complessivo è aumentato dell’80% rispetto ai 70,5 milioni di dollari delle prime 10 stelle di YouTube dello scorso anno. In gran parte, questo è grazie alle views, che si traducono facilmente in dollari pubblicitari. Inoltre, man mano che YouTube è maturato, le sue star sono divenute più sofisticate nel marketing stesso, il che si è tradotto in tour da sold out, ospitate offerte di creazione contenuti di marca più lucrative e maggiori vendite di merci.

 

Le soluzioni proposte da YouTube

“Abbiamo bisogno di un approccio che ci permetta di fare un lavoro migliore nel determinare quali canali e video dovrebbero essere idonei per la pubblicità e rendere il nostro ambiente pulito e sicuro”, ha scritto il CEO di YouTube Susan Wojcicki in un blogpost. “Abbiamo ricevuto molte richieste dai nostri creator che ci chiedono di essere più accurati quando si tratta di rivedere i contenuti, in modo da non smonetizzare i video per errore”. Nonostante le nuove sfide, dunque, i canali di YouTube prosperano con cifre a sei zeri nel fatturato e sono in crescita del 40% rispetto allo scorso anno, secondo l’azienda. I creator hanno anche nuovi modi per fare soldi attraverso abbonamenti, sponsorizzazioni e altri strumenti, ha detto YouTube.

 

La sfida

Altri creator che sono riusciti a mantenere i propri guadagni inalterati, si dichiarano comunque frustrati dalla mancanza di trasparenza e comunicazione del sito. “L’azienda deve ancora condividere una serie di standard di quello che è accettabile per gli inserzionisti pubblicitari e se ti de-monetizza non ti spiega perché arrecandoti spesso per errore un danno enorme”, dichiara uno di loro. Il problema della comunicazione è facilmente riconducibile all’ampiezza del network, difficile da controllare e altrettanto da gestire in maniera integrata. La sfida per YouTube, dunque, è bilanciare le esigenze di youtuber, inserzionisti e fan poiché ognuno di questi gruppi è essenziale per l’ecosistema creativo di della piattaforma – nessuno può prosperare su YouTube senza l’altro.

Via 360com
 

L’economia digitale è sempre più strategica per l’Italia: secondo la ricerca realizzata da IAB Italia e EY, per il secondo anno, vale ben 58 miliardi di euro (+9% rispetto allo scorso anno) e occupa 253.000 persone (con una crescita del 15%). Allargando l’orizzonte e andando a prendere in considerazione il valore che il digitale porta alla vita reale in termini di aumento nei consumi e di investimenti da parte dei player digitali su altri canali, arriviamo a un valore complessivo di 80 miliardi di euro, con oltre 600.000 persone occupate nel settore stesso o in altri servizi direttamente connessi. Restringendo il campo alla sola pubblicità digitale, si nota che gli investimenti tornano a crescere a doppia cifra e registrano un aumento del 12%, raggiungendo in totale i 2,65 miliardi di euro.

 

Mercato sano

Sono questi i principali risultati annunciati dal palco di IAB Forum, il più importante evento italiano sulla comunicazione digitale, che termina oggi al MiCo di Milano. “Il digitale, in Italia, è in grado di creare valore e, soprattutto, di creare occupazione: i risultati che abbiamo visto oggi ce lo confermano ancora una volta. Anche gli investimenti pubblicitari ci mostrano un mercato dell’advertising online sano e in crescita e questo è un ottimo segnale, sia per il nostro presente che per il nostro futuro. Come associazione a rappresentanza di una delle principali Industry che trainano il Pil italiano, siamo fortemente impegnati a promuovere soprattutto la professionalità e la qualità, a beneficio dei brand, degli utenti, e, non da ultimo, delle aziende, grandi e piccole, che fanno il successo di questo settore”, ha dichiarato ieri dal palco Carlo Noseda, attuale presidente di IAB Italia.

 

La ricerca IAB / EY sul valore dell’economia digitale in Italia

Sempre in un’ottica di scenario, vale la pena sottolineare che l’economia digitale in Italia è in grado di generare un indotto di 25 euro per ogni euro investito, con effetti benefici sull’economia e sull’occupazione. Il valore del digitale a perimetro ristretto, vale a dire considerando solo gli investimenti in attività del tutto digitali, è di 58 miliardi di euro e aumenta del 9% rispetto all’anno precedente. La pubblicità online, assieme all’ecommerce, sono i due comparti che stanno maggiormente contribuendo alla crescita dell’intero settore, con un accrescimento, rispettivamente, del 19% e del 10% rispetto allo scorso anno.

 

Approccio integrato tra customer journey, multicanalità, branding e advertising

Ha commentato Andrea Paliani, mediterranean advisory services leader di EY: “Il digitale è un alleato prezioso per il marketing e la comunicazione; quest’anno gli investimenti media nel digitale sono, infatti, in forte crescita rispetto al 2016. Crea valore chi è in grado di veicolare contenuto rilevante e coerente nell’interazione multicanale, chi crea ingaggio attraverso una relazione biunivoca di lungo termine con i consumatori, i follower, gli influencer e con le community; e chi ne capitalizza in real-time i feedback. Sono fermamente convinto che occorra, quindi, avere un approccio integrato tra customer journey, multicanalità, branding e advertising. Come emerge dalla ricerca IAB/EY, l’attuazione di tali strategie genera un incremento di brand perception (fino a +15%), di vendite (fino a +5%,) di maggiore capacità nel rispondere a esigenze di servizio dei consumatori (fino a +70% claim risolti tramite i social) e investimenti più efficienti (fino al +20%) anche in innovazione di prodotto e servizio”.

 

Numero degli occupati in aumento consistente

Ciò che cresce maggiormente è il numero degli occupati nel digitale, che passa (sempre considerando il perimetro ristretto) da 220.000 a 253.000, con un aumento del 15%. L’occupazione ha un aumento maggiore rispetto al valore economico, perché il processo di digitalizzazione delle competenze è più veloce e leggermente anticipato rispetto a quello dei ricavi.

 

Un’economia che vale 80 miliardi

Se si considera che il digitale ha una forte influenza sui consumi, in quanto è in grado di creare nuove abitudini e bisogni – basti pensare al mondo delle app per la consegna di cibo – e che le imprese del settore digitale stanno estendendo i propri investimenti pubblicitari anche al di fuori dei canali online (ad esempio alla tv e alla radio), si può fare una valutazione più veritiera, a perimetro allargato. Il valore dell’economia digitale sale, quindi, a 80 miliardi e si stima un’occupazione per 600.000 persone, con professionalità anche non digitali ma che con il loro lavoro contribuiscono allo sviluppo del settore. E proprio il settore del digitale, a perimetro ristretto, vale quasi quanto il settore dell’automotive mentre, considerando il perimetro allargato, si avvicina al valore del comparto dell’energia, due ambiti storicamente fondamentali per il sistema economico del nostro Paese.

 

Gli investimenti in pubblicità online, i dati dell’Osservatorio Internet media del Politecnico di Milano e IAB Italia

A spingere l’incremento a doppia cifra della raccolta pubblicitaria online è l’advertising sui social network e, in particolare, l’advertising video sui social, che pesa ora quasi la metà del totale su questo canale. La pubblicità su smartphone progredisce ancora molto (circa del +40%), ma raccoglie meno del 40% del mercato totale dell’internet advertising, a fronte di una quota di tempo speso sul canale mobile attestata a quota 64%.

 

Comandano sempre Google e Facebook

È un mercato sempre più concentrato, con un peso fortissimo dei grandi player internazionali (Google e Facebook in primis), che hanno il vantaggio di avere enormi quantità di informazioni sugli utenti online e di riuscire a raggiungere grandi audience.

 

I formati: display sempre in pole position

Dal punto di vista dei formati pubblicitari, la display advertising rappresenta la parte più importante, con un peso pari al 60% dell’intero settore, un valore complessivo di circa 1,6 miliardi e una crescita del 17% rispetto al 2016. Segue la search, con il 29% sul totale e un valore di 770 milioni di euro (+5% vs 2016). Il terzo formato più diffuso è il classified advertising (8% sul totale) che supera i 210 milioni di euro (+ 7% vs 2016). Tra le altre componenti spiccano l’email advertising, che vale poco più di 30 milioni di euro (+ 3% sul 2016) e il native advertising che, nelle sole componenti di Recommendation Widget e In-feed Unit (social network esclusi), è pari a circa 40 milioni di euro (+27% vs 2016).

 

Programmatic tv, forte spinta dai video

Il mercato del programmatic advertising è cresciuto, con un peso sul totale degli investimenti online advertising che passa dal 13% al 15% e un valore del 25% sul totale display advertising (nel 2014 era solo il 10%). Il programmatic, dunque, vale circa 400 milioni di euro e vede una forte spinta soprattutto grazie agli spazi video, che dal 2017 sono stati venduti in maniera importante sulle piattaforme programmatiche, arrivando a pesare ben oltre il 30% del valore complessivo del mercato.

Via 360com
 

Dalla combinazione di mobile ed header bidding, due dei trend che crescono con l’acceleratore a tavoletta, non potevano che arrivare dati positivi. Molto positivi. L’acquisto delle inventory attraverso la modalità di programmatic – stando ai risultati del Quarterly Mobile Index di Pubmatic, cresce stabilmente sia su mobile sia su desktop, tenendo ritmi vertiginosi, grazie alle opportunità offerte dai PMP, dalla monetizzazione in app e dal mobile video.

 

Il percorso unico di acquisto su mobile e desktop ha favorito la crescita globale

Nel terzo trimestre del 2017, sono il 220% in più dello stesso periodo dello scorso anno le impression veicolate attraverso l’header bidding a livello globale, con una forte spinta del mobile, che tocca quota +252% YoY. Anche il desktop ha fatto passi da gigante (+214%), sottolineando la costanza con cui i marketer reputano importanti entrambi i media. L’area APAC è quella che ha registrato il maggior incremento di volumi, moltiplicando di 47 volte i risultati dello scorso anno. Il minore, invece, è quello americano che ha segnato un 1.3x. L’EMEA si colloca a metà tra le due aree precedenti, con una vendita di impression in header bidding 7 volte maggiore del terzo trimestre del 2016 per quanto riguarda il desktop e di 5 volte per il mobile.

La curva di adozione può essere commisurata con l’ampiezza del mercato americano rispetto a quello mondiale, che nel 2016 rappresentava l’82% dell’header bidding mentre ora ne vale il 54%. L’Europa invece ha assunto un certo peso, superando il 17% dello scorso anno per attestarsi al 28%.

Cresce, poi, il valore dei CPM sia in EMEA sia in America, mentre cala drasticamente (-23%) in APAC, probabilmente a causa della forte espansione in quell’area geografica. Globalmente, il CPM si è abbassato di circa il 4%.

“L’header bidding ha dato agli editori la possibilità di riprendere il controllo sulle decisioni pubblicitarie. Negli anni scorsi abbiamo visto i publisher affilare le armi grazie a questa tecnologia”, spiega Jeff Hirsch, CMO e head of US publisher development di PubMatic.

 

Gli advertiser stanno aumentando la qualità degli investimenti attraverso un maggiore utilizzo dei PMP

Il volume di impression monetizzate attraverso PMP è cresciuto, per la settiman volta consecutiva, del 75% nel trimestre. Il motivo è una continua ricerca, da parte dei brand, di ecosistemi sicuri per il marchio e trasparenti sui prezzi. Un dato che si lega a quello estratto dalla ricerca di eMarketer, secondo cui circa un quarto delle divisioni programmatiche americane hanno intenzione di spostare i budget dagli open marketplace ai PMP.

Potranno gioirne i publisher, dal momento che le previsioni indicano un possibile rialzo dei CPM dai PMP mobile.

 

Mobile: i volumi di browser e app

Il digital advertising sta diventando mobile first, e così le opportunità che si annidano nel programmatic mobile crescono costantemente. Le stime di Magna Global considerano che alla fine dell’anno il 52% delle impression display sugli smartphone saranno consegnate attraverso il programmatic. Una cifra che rappresenta il 42% del totale delle compravendite effettuate sulla tecnologia.

Ma il mobile è formato da due canali che vanno entrambi analizzati: app e browsing. Secondo lo studio di Pubmatic, l’attività pubblicitaria si sta spostando con decisione sull’ecosistema delle app, dove viene erogato il 65% delle impression mobile. Un anno fa la percentuale non superava i 27 punti.

Il mobile web, però, non sta affatto morendo. APAC e EMEA ne rappresentano il 66% del volume globale, confermando che il mercato è ancora molto ambito. La situazione è diversa in America, dove la tendenza è abbandonare la long tail per destinazioni premium, e di conseguenza si è assistito a una riduzione di tre quarti della sua consistenza ma al contempo di una crescita del CPM annuale del 98%. APAC ed EMEA invece hanno portato a casa risultati più esigui, stabilendo un tasso di crescita del CPM globale del 50%.

 

APAC ed EMEA: grande espansione sul versante video

Nonostante lo scettro delle monetizzazioni rimanga nelle mani del desktop, Pubmatic ha notato forti opportunità sul mobile video. I premium publisher continuano a fare perno sulle inventory video, materia su cui il mobile dovrebbe esplodere quest’anno assorbendo circa il 50% del viewing time degli utenti americani. Queste condizioni sono molto promettenti per gli editori del continente, che ora si aspettano un superamento del costo dei CPM video mobile di 8 punti percentuali sul desktop. I volumi crescenti delle video impression in APAC e EMEA contribuiranno all’espansione del segmento.

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 27/10/2017 @ 07:13:59, in Advertising, linkato 938 volte)

Si dilata la quantità del nostro tempo consumato online. Le pubblicità, ovvero la  Digital Advertising, costantemente appaiono sui nostri browser. In rete si può comprare di tutto, addirittura, secondo un’indagine condotta da Motork e presentata nel corso di IAB Internet Motors, tra cinque anni il 18% degli europei comprerà anche l’auto online, mentre il 79% opterà per un approccio ibrido, usando il web in alcune delle fasi del processo d’acquisto e la visita in concessionaria per altre, mentre il restante 3% continuerà a fare tutto assieme al rivenditore, senza passare dal web.

E’ chiaro quindi che il modo di comprare, ma, soprattutto, di ricevere messaggi pubblicitari dal web, aumenterà in modo sostanziale nei prossimi anni.

La risposta del mondo della pubblicità a questo cambiamento non si sta facendo attendere: secondo gli ultimi dati Nielsen e un nuovo rapporto di Juniper Research, si è riscontrato che la spesa pubblicitaria digitale crescerà del 18% del tasso di crescita annuale (CAGR) nel corso dei prossimi cinque anni, passando da 184 miliardi di dollari nel 2017 a 420 miliardi di dollari nel 2022; le cifre includono la spesa pubblicitaria su mobile, desktop, indossabili e DOOH (Digital-out-of-Home).

E’ pur vero che tutta questa pubblicità online alla fine stanca l’utente medio, che, per contrastare l’incessante martellamento pubblicitario, installa sui propri browser degli ad blockers ovvero estensioni che si installano nel browser per filtrare le pubblicità.

Questo, chiaramente, porterà a delle perdite nel settore del Digital Advertising, ma, secondo il report Juniper Research, a causa dell'impatto dell'adozione del blocco degli annunci attraverso dispositivi desktop e l'uso crescente di dispositivi mobili come mezzo primario per la navigazione, si prevede che la crescita annua della spesa pubblicitaria in linea rallenterà solo del 4% a livello mondiale entro il 2022.

Secondo la ricerca, le piattaforme pubblicitarie cercheranno un maggiore grado di controllo sui tipi di annunci pubblicitari che vengono bloccati, grazie ad un maggiore utilizzo dell’AI (Artificial intelligence). Si prevede che entro il 2022 quasi il 75% di tutti gli annunci digitali utilizzerà l'AI come mezzo per il targeting degli utenti. In più, aumentando l'efficienza di targeting, utilizzando molti più dati, quali: geolocalizzazione, cookie di navigazione e cross-device identificazione, si farà in modo da fornire agli utenti finali annunci digitali altamente personalizzati.

Sicuramente le pubblicità rimarranno nei nostri browser per sempre, ma l’unico mezzo per sopravvivere sia al Digital Advertising sia a noi utenti circondati dalla pubblicità, sarà offrire annunci più personali e quindi più accettabili.

Via CorCom
 

Aspettando l’introduzione dell’ad blocker nativo di Chrome, uno studio di OnAudience.com ha disegnato il panorama del blocco pubblicitario a livello statunitense. Il risultato non è certo incoraggiante. Circa il 26% degli utenti americani utilizza uno strumento che scherma la pubblicità, un numero in crescita se paragonato al 22% del 2016. Un aumento che ha portato gli editori a veder evaporare guadagni per oltre 15,8 miliardi di dollari, ben 4,8 in più dello scorso anno, in un mercato – quello della display – che negli States vale 45 miliardi di dollari.

 

Ad blocking worldwide

A livello internazionale, il dato è ancora più forte. Le revenue mancate a causa degli ad blocker raggiunge i 42 miliardi di dollari, un numero molto più alto dei 28 miliardi del 2016. Nei due anni, la display globale vale rispettivamente 100 e 84 miliardi di dollari. Un rapporto di eMarketer dello scorso marzo raccontava una situazione leggermente migliore, con un’adozione di strumenti di blocco adv in USA pari al 28% da desktop e 11,8% su mobile.

 

La situazione europea

È l’Europa, però, l’area geografica che più apprezza i software di ad blocking, segnando una penetrazione del 32%. Nello specifico, la Polonia è il paese in cui la pervasione è più pesante (46%), seguita da Grecia e Norvegia (42%), Germania (41%), Danimarca (40%), Olanda, UK e Irlanda (tutte e tre a 39%).

 

Il resto del mondo

Il Giappone registra tassi di utilizzo pari a quelli americani (26%), mentre nell’America Latina le percentuali si abbassano drasticamente. Il Paraguay è il paese con il più basso utilizzo (5%), seguito da Peru (13%) e Venezuela (10%).

Via 360com
 
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