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  mymarketing.it: perchè interagire è meglio!... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Strategie (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 16/10/2014 @ 07:14:18, in Strategie, linkato 212 volte)

Quale è il più pericoloso rivale di Google nel mercato delle ricerche online? Non è Yahoo! e neppure Bing, il motore di ricerca di Microsoft, come sarebbe logico aspettarsi. Bensì Amazon. Lo ha detto a chiare lettere Eric Schmidt, presidente di Google durante un intervento a Berlino. La competizone nel mondo dell’online «non è sempre tra simili», ha detto aggiungendo: «Nessuno pensa ad Amazon come a un motore di ricerca ma se cerchi qualche cosa da comprare di solito vai anche sul loro sito». Come riportato dalla Bbc, secondo Schimdt per quanto più concentrati sul commercio elettronico il colosso di Jeff Bezos ha lavora a fondo sulle tecnologia di ricerca e sugli algoritimi per far incontrare la domanda e offerta sulla base delle nostre abitudini di consumo.

Il caso Twitch.

Che ci fossero sovrapposizione tra Google e Amazon era chiaro solo in teoria. In agosto l’acquisizione di Twitch da parte di Amazon aveva confermato ai due interessavano le stesse cose. All’inizio dell’estate si dava infatti per certo il passaggio del sito di game streaming al gigante di Mountain View. Uomini di Google erano andati in visita e l’operazione aveva un senso chiaro visto l’interesse di Brin e Page per i contenuti video. Le cose poi sono andate diversamente e Twitch è diventata l’acquisizione più costosa della storia di Amazon. «Qualcuno da qualche parte in un garage - ha aggiunto Schmidt - sta lavorando per prendere il nostro posto. Lo sappiamo perché anche noi veniamo da un garage. I cambiamenti arrivano da dove meno te lo aspetti».

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 10/10/2014 @ 07:19:09, in Strategie, linkato 366 volte)

L’evoluzione delle tecnologie digitali sta rapidamente rivoluzionando l’editoria e il mondo dell’informazione si sta sempre più spostando verso il mobile. In questo nuovo scenario gli editori sono chiamati a ripensare non solo alle modalità con le quali i contenuti vengono distribuiti ma anche agli strumenti da adottare per sviluppare una relazione con i propri lettori che consenta di creare fidelizzazione, sviluppare engagement e accrescere la propria readership.
Da questo punto di vista il pensiero va immediatamente – e non potrebbe essere diversamente visto il ruolo che hanno ormai assunto nella nostra dieta digitale – ai social, che abbiamo identificato come una delle strategie da adottare nelle azioni di marketing editoriale assieme a mobile e video.

Ma cosa vuol dire oggi per una testata avere una strategia social? Se in prima battuta viene infatti in mente lo sviluppo di una presenza sui social network più diffusi, il tema – una volta che lo si affronta lato editore – è in realtà molto più complesso di quanto non si possa immaginare.

Per inquadrare nel modo corretto l’argomento occorre anzitutto capire quale sia il ruolo dei social network nel consumo di news. Secondo i dati che emergono dal’edizione 2014 del Digital News Report realizzata dal Reuters Institute for the Study of Journalism, in Italia nella ricerca di news è il search al primo posto, seguito dall’accesso diretto ai siti web dei brand editoriali e poi dai social network.

Sono dati che fanno riflettere sull’effettiva portata dell’accesso alle testate editoriali tramite social network e che, tra tutti, spostano l’attenzione principalmente su Facebook. Secondo quanto emerso dall’indagine infatti su cento persone che dichiarano di accedere ogni settimana a siti di news e informazione, 20 provengono da post condivisi su Facebook, 8 da YouTube, 4 da Google+ e 3 da Twitter.

Il problema è che il consumo di news attraverso Facebook è quasi sempre incidentale. Gli iscritti entrano in contatto con le notizie per caso. Il motivo principale per cui ci si collega è diverso: attiene molto di più alla sfera personale e dei rapporti con il proprio network di conoscenze, piuttosto che alla ricerca di informazioni. E’ una distinzione di grande importanza per capire cosa vuol dire effettivamente adottare una social media strategy per un gruppo editoriale.

Secondo uno studio del Pew Research Center sul livello di engagement e di fidelizzazione dei lettori online, chi arriva direttamente su un sito di informazione infatti spende più tempo, legge più pagine e visita più spesso il sito di quanto non faccia chi ci arriva da un referral social o search.

Sono dati confermati anche da analoghe indagini realizzate da diversi gruppi editoriali. Trasformare una di queste due ultime tipologie di visitatori (chi arriva da un motore di ricerca o chi arriva da un social network) in un lettore fedele è un’impresa molto complessa. Senza contare che Facebook, come ormai noto (vedasi anche un interessante studio di Ogilvy@Social sul tema), per privilegiare le inserzioni a pagamento e quindi la “paid reach”, ha ridotto in modo drastico la portata della cosidetta “reach organica” ai post, scesa da una media del 16% nel 2012 a circa il 6% nel 2014, mettendo in discussione anche l’italica passione per i fan la cui importanza andrebbe completamente ripensata.

Da questo punto di vista quindi la strategia social per una testata vuol dire molto di più che la semplice distribuzione di contenuti su Facebook e Twitter perché sono canali che rischiano di diventare sempre meno efficaci e sempre più costosi.

La strada corretta passa piuttosto per la capacità delle singole testate di diventare abilitatori di conversazioni digitali e investire nello sviluppo di tecnologie e applicazioni che consentano la partecipazione dei cittadini-lettori e il loro coinvolgimento attivo con il giornale all’interno dell’ecosistema digitale della testata. Perché non dobbiamo dimenticarci che una testata è di per se una community, con i suoi lettori, che ne condividono la linea, l’impostazione e il taglio editoriale.

Lo sviluppo delle tecnologie in ambito digitale ci consente di fare un passo in più che è quello appunto di mettere in relazione questa community con ognuno dei suoi singoli componenti, i singoli lettori con i redattori, giornalismo professionale e giornalismo partecipativo: è il vero significato del social media applicato all’editoria.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 26/08/2014 @ 07:06:42, in Strategie, linkato 383 volte)

Nell’era digitale la nostra navigazione on line è lo specchio dei nostri gusti e delle nostre opinioni, compresi gli orientamenti politici, religiosi e sessuali: il tutto, come noto, ad uso e abuso degli utilizzatori silenziosi di questi dati a scopo pubblictario, come Facebook, Google etc. Adesso però la tecnologia sta cominciando a rivendicare il controllo di qualcosa di più profondo: la nostra personalità e le nostre emozioni.

Così, per esempio, in Gran Bretagna alcune startup tecnologiche sono già andate lontano nello sviluppare applicazioni che leggono i nostri stati d’animo e le nostre tendenze, per poi interpretare questi dati e rielaborarli in un logaritmo che consente loro di conoscerci meglio: come persone in generale, ma più in specifico come consumatori, come candidati per un posto di lavoro e così via.

Siamo nel mondo dello “psytech”, quello in cui la psicologia sposa la tecnologia del big data. La startup londinese VisualDna, per esempio, ha sviluppato dei test psicometrici: bisogna scegliere tra una serie di immagini per far emergere qualcosa di più, in positivo, sulla nostra vera personalità. Il modello di VisualDna parte da quelli che in psicologia vengono chiamati i Big Five (apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva) associati ad altri indicatori specifici per i diversi clienti. «Capire il comportamento e le potenzialità delle persone attraverso un logaritmo è ciò che fa girare Internet. Quello delle ricerche di mercato è un business da 40 miliardi di dollari. Al momento però l’ecosistema digitale è sbilanciato a svantaggio dei consumatori che vengono studiati di soppiatto. Noi pensiamo che ci sia molto più valore nell’arrivare alle informazioni attraverso la porta principale: è una scelta consenziente dei nostri utenti fare i test visivi, digitalizzare i propri dati per assumerne il controllo ed ottenerne benefici», spiega Alex Willcock, fondatore e amministratore delegato di VisualDna.
VEDI ANCHE:
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Cosa dicono di noi i nostri “like”

Lo Psycometric Centre dell’Università di Cambridge rivela com’è facile individuare e definire, attraverso i social network, non solo 
la nostra personalità ma anche quella dei nostri amici

Se ci conoscessimo più a fondo, potremmo ad esempio sapere quali sono i prodotti, i luoghi, i servizi i film e le letture che fanno per noi, evitandoci gli acquisti sbagliati; ma ci sono casi in cui farci conoscere dagli altri per quel che veramente siamo potrebbe cambiarci la vita, soprattutto se stiamo cercando un lavoro o vogliamo ottenere un prestito bancario. Attraverso i test di credit-risk, infatti, persone escluse da un mutuo possono ribaltare il giudizio negativo dell’agenzia di credito ed avere l’opportunità di crearsi il proprio business. «Nel settore del rischio creditizio abbiamo già 100 mila profili. Rispetto ai test tradizionali usati dalle banche, la nostra metodologia ha ottenuto un incremento del 50 per cento nei crediti concessi a persone che prima non avevano alcuna possibilità di accesso al prestito, con una diminuzione del 23 per cento del tasso di default», afferma Jacob Wright, Head of Strategy della startup. A VisualDna stimano che nel mondo ci siano 2,5 miliardi di persone che sono escluse del credito. La loro missione è aiutare ad uscire dalla povertà 30 milioni di persone nei prossimi tre anni. Per questo la loro tabella di marcia è serrata: il prossimo anno opereranno in Brasile, nel 2016 sarà la volta di India, Africa, Filippine e Indonesia.

Non che VisualDna sia senza scopo di lucro, s’intende: la startup che ha 500 clienti (tra cui Mastercard ed Experia) in un anno ha duplicato i fatturati, raggiunto 160 dipendenti ed è passata dai due ai sei Paesi nei quali è attualmente operativa: Polonia, Gran Bretagna, Russia, Sudafrica, Repubblica Ceca e Turchia. Prossimo obiettivo: Amazon. «Una percentuale considerevole delle loro vendite dipende dalle raccomandazioni fatte sulla base dei prodotti che gli utenti hanno comprato. Se Amazon potesse invece conoscere chi siamo, con il nostro consenso, potrebbe farci raccomandazioni molto più efficaci, sarebbe un vantaggio per i consumtori», dice Alex Willcock. «Vorremmo lavorare più da vicino con i servizi finanziari per favorire un miglior rapporto con i loro clienti», anticipa Jacob: «Pensiamo anche che ci sia un grosso potenziale nel settore dell’istruzione e della salute. Gli studi dimostrano che a diverse personalità corrispondono diverse tecniche di insegnamento o di allenamento fisico. Abbiamo una partnership con un’azienda di tecnologie da indossare: potremo aiutare le persone a perdere peso ed essere più in forma».

Nell’universo dello psytech c’è anche il cosiddetto “affective computing”, una nuova tecnologia che cattura le nostre emozioni, guardandoci in faccia. Crowd Emotion, una startup di Londra è riuscita a mettere insieme vent’anni di ricerche neuroscientifiche in una web application che dà agli utenti la possibilità di decifrare le emozioni espresse dal volto semplicemente attraverso un browser e una webcam. Viene descritta come la prima tecnologia cloud per codificare le espressioni facciali, e a crearla sono stati due italiani: lo psicologo Giancarlo Mirmillo e il responsabile della piattaforma tecnologica Diego Caravana. Il sistema non si basa sul riconoscimento facciale (con buona pace della nostra riservatezza) ma sulla codifica dei pattern delle emozioni espresse dal nostro volto. Siamo tutti un numero, anche se con un cuore: «All’utente viene inviato un link con la richiesta di poter attivare la webcam (rigorosamente su consenso ) la quale riprenderà le sue emozioni durante la proiezione di un video. Il tutto diventa un file, un flusso di dati che poi noi analizziamo per estrarre insight utili alla comprensione dell’efficacia di un certo prodotto», spiega Diego Caravana.

Il software è già usato in Gran Bretagna dalla Bbc per misurare la risposta emotiva degli spettatori ai suoi programmi, mentre in Italia è in corso uno studio sull’efficacia degli spot di Pubblicità Progresso. «Il nostro approccio è unico perché possiamo andare oltre le sei emozioni di base (felicità, sorpresa, rabbia, disgusto, paura e tristezza) e capirne anche di molto complesse perché siamo in grado di elaborare non solo messaggi facciali ma anche vocali», sostiene Giancarlo Mirmillo.

In ultima analisi la tecnologia di CrowdEmotion è in grado di aiutarci a predire il nostro comportamento: se la persona davanti a noi tenterà il suicidio, se il nostro partner ci ama davvero o se il tizio alla frontiera è un trafficante di droga. «È una rivoluzione poter individuare le nostre emozioni attraverso la tecnologia e usarla per far comunicare le persone, anche quelle scarsamente autonome che non possono esprimersi verbalmente», afferma Caravani. «L’idea», dice da Londra il Ceo di CrowdEmotion Matt Celuszak, «è quella di usare la web application per collegare espressioni a stati d’animo, bisogni e possibili azioni da prendere. Si può utilizzare ovunque ci sia una telecamera, un registratore vocale o un sensore di movimenti per rilevare casi di depressione, quando un autista è stanco, se una pubblicità è efficace o, nel settore della sicurezza si potrebbero individuare possibili comportamenti criminali».

Per i due ideatori italiani in futuro questa tecnologia potrà dare un tocco di umanità anche a macchine come i frigoriferi, personalizzati magari sulle nostre emozioni, o rubinetti che regolano l’acqua per le persone che soffrono di Alzheimer. Importanti sviluppi potrebbero aversi nel campo della salute mentale e dell’educazione, con sistemi in grado di valutare i livelli di stress e fornire suggerimenti a chi ha problemi di apprendimento, aumentando l’autostima. «Sono progetti interessantissimi che stiamo sviluppando insieme a vari istituti», dice Mirmillo.

L’innovazione è aperta a chiunque: Crowdemotion ha appena condiviso la sua Api ( l’interfaccia di programmazione) permettendo ai clienti un’integrazione abbastanza semplice di questa funzionalità sulle loro applicazioni. Tra dieci mesi, poi, CrowdEmotion arriverà anche sui cellulari.

Via L'Espresso

 
Di Altri Autori (del 15/05/2014 @ 07:26:16, in Strategie, linkato 417 volte)

Sponsorizzare le proprie attività artistiche, scientifiche, di beneficenza via internet è sempre più comune, anche in Italia. A dimostrazione di ciò c’è la diffusione delle piattaforme di crowdfunding, che nel nostro Paese sono ormai 54, di cui 41 attive e 13 in fase di lancio.

Questi numeri, se confrontati a quelli del web anglosassone, sono ancora piccola cosa, ma il fatto che il mercato del finanziamento popolare via web in Italia abbia raggiunto i 30 milioni di euro è senza dubbio un segnale che la tendenza si sta diffondendo anche nello Stivale e interessa realtà eterogenee.

La vera scommessa, a questo punto, è raccontare e pubblicizzare il fenomeno, così che più persone possano parteciparvi e più progetti possano trarne beneficio. Il sostegno dal basso online potrebbe essere sfruttato al meglio dagli atenei universitari, ad esempio, per progetti di studio e ricerca specifici, seguendo magari logiche social per raccogliere fondi. Il crowdfunding va poi diffuso anche al sud, dove sembra quasi sconosciuto. Un serbatoio che nel mondo raccoglie 5 miliardi di dollari di contribuiti spontanei non può essere ignorato: è una fonte virtuosa di finanziamenti per le idee della rete e non solo.

Via Quo Media

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 03/03/2014 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 352 volte)

Ci sono tanti temi bellissimi sulla multicanalità, sul mobile e sul marketing del prossimo futuro in genere di cui mi avete visto scrivere tante volte qui e altrove.
Cose entusiasmanti cui però troppo spesso manca un dettaglio fondamentale: i contenuti!

Sappiamo già che troppo spesso ci si innamora di una tecnologia senza prima valutare per quale pubblico, strategia e obiettivo la vogliamo adottare, con il risultato classico di rimanere delusi.
Anche quando però il percorso POST viene correttamente declinato il rischio è di tralasciare la verità che qualunque strumento di comunicazione vuoto e fine a se stesso non si può chiamare tale.
Non c’è niente di più triste di uno schermo nero o di un blog aggiornato all’anno prima. Ma non è così semplice come sembra e, soprattutto, la definizione dei contenuti dovrebbe venire prima della creazione degli strumenti che dovranno riempire e far vivere e non viceversa.

Oggi differenziarsi è un’operazione dura sul piano dei prodotti o dei servizi offerti ma  non di meno è dannatamente difficoltoso poi far percepire questa differenza al cliente in termini di valori materiali e immateriali.
Il cliente ha voglia di storie. La vostra, quella del prodotto, quella del testimonial, quella del mondo di riferimento del brand.
E c’è già chi dice per questo che il sito corporate in quanto tale è morto.

In estrema sintesi dunque bisogna essere pronti a tre sfide reali:

1) la qualità dei vostri contenuti deve essere alta e basata non solo sulla piacevolezza visiva(fondamentale) ma anche sulla reale rilevanza che il fruitore vi attribuisce. Non è una semplice campagna advertising ma storytelling, e la metrica davvero rilevante è l’engagement.

2) i vostri contenuti devono essere liquidi: che si tratti di testi, foto o video l’esperienza non si può interrompere tra un device e l’altro e contemporaneamente  lo sforzo di adattamento e rilavorazione da parte vostra deve essere minimo.
La capacità di distribuire e declinare i vostri contenuti attraverso tutti i touch point (social inclusi) non è meno fondamentale che l’abilità nel crearli. Senza contare poi che il contenuto è uno di quei fili che legano i vostri owned, earned e paid media.

3) i contenuti si evolvono nel tempo ma si deve poter sempre scorgere il filo rosso che li lega, per sedimentare e costruire. Come già per i social, parliamo di relazione più che di comunicazione pura, non basta l’azione eclatante ma serve piuttosto un percorso constante.

Tutto dunque parte dal brand e dalle sue storie e valori, se un marchio non ne possiede o non ne sa dare una rappresentazione, beh, ha un problema. E non piccolo!

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 07/01/2014 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 617 volte)

Penserete dal titolo che a inizio anno la stanchezza mi stia portando a un po’ di esaurimento e a un improvviso rifiuto di quello di cui mi occupo.
Niente di più sbagliato (a parte un po’ di esaurimento, quello sì reale): l’anno appena trascorso mi dà ancora più convinzione che il mio ruolo (specie nella sua evoluzione) sia sempre più cruciale.

Immagine tratta da www.http://chiefmartec.com

Il punto è che il digitale ormai si avvia sempre di più a non essere distinguibile da marketing, comunicazione e anche strategia perché è pervasivo, determinante e potente.
Ma non è un’entità astratta e autorganizzata.

Un sito o una tecnologia non può parlare al posto di chi non sa che cosa dire ma in compenso ha la grande dote di evidenziare, invece che mimetizzare, i casi in cui le idee siano confuse.

L’enterprise 2.0 (no, non quella di Startrek) non funziona se manca una cultura dell’organizzazione che premia lo scambio di informazioni e il coordinamento tra funzioni diverse.

Infine, solo per fare qualche altro esempio, se non sapete qual è il vostro target reale nemmeno Google è in grado di trovarlo per voi.

Il passaggio non facile che le aziende oggi vivono in realtà è mio avviso dovuto al fatto che da un lato imessaggi tutto sommato semplici che una volta bastavano sono diventati poco credibili e accattivanti e che dall’altro un mondo multicanale bussa alla porta aspettandosi un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto.
Ciò viene fatto in grande parte attraverso la tecnologia ma alla fine è un dettaglio, rilevante ma un dettaglio perché è una parte della storia, e non la storia stessa.

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L’ho scritto tante volte ma non c’è ormai molto tempo per chi non riesce a concepire un ecosistema di business dove a solide basi tecnologiche si affianchi una visione di insieme che parte dalla strategia e poi usa in modo fluido tutti gli strumenti senza mai partire dalla fine, dal “dobbiamo fare qualcosa su“.

Niente alla fine è del tutto nuovo: l’email marketing è ancora un potente canale che deve però parlare con il mobile, il sito è sempre la proprietà digitale per eccellenza ma si deve poter fruire su tutti i device, l’estetica è fondamentale ma non è più solo soggettività perché si può misurare puntualmente ciò che funziona meglio.

Quello che deve cambiare allora è sì la competenza ma prima ancora l’organizzazione.
Potrebbe essere l’obiettivo del 2014, voi che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 15/05/2012 @ 08:00:00, in Strategie, linkato 907 volte)

Ho scelto un titolo provocatorio per attirare l’attenzione su di un post in cui sarò molto schietto a proposito di un tema che mi sta a cuore da tempo: l’incontro e il dialogo tra manager d’azienda e esperti di nuove tecnologie.

Vado spesso (o partecipo in streaming) a interessanti eventi dedicati a mobile, e-commerce, digital communication e chi più ne ha più ne metta e ho sempre l’impressione che i partecipanti siano addetti ai lavori che ascoltano altri loro colleghi.
Grandi assenti invece sono spesso i manager d’aziende non digitali, coloro che disegnano le strategie o, più semplicemente, le rendono effettive attraverso tutti gli strumenti oggi esistenti.

Fonte http://whatconsumesme.com

Io ho la fortuna di ricoprire una posizione strategica a cavallo fra questi due mondi e spesso per tale motivo faccio anche da interprete fra le due facce del business, per quanto sempre più vicine. E non ho usato casualmente la parola “interprete”.

Ricordo nitidamente una domanda del test di ammissione all’università su di un concetto di sociolinguistica che poi avrei ampiamente studiato ma che allora probabilmente sbagliai: la variazione di diafasica della lingua, ossia l’adattamento del modo di esprimersi al tipo di interlocutore e di contesto.
In molti di questi eventi infatti si discute con grandissima competenza di tematiche importanti anche per chi non è un “tecnologo” ma lo si fa usando una terminologia settoriale corretta ma incomprensibile per chi non è del ramo.
Se a ciò si unisce una certa colpevole mancanza di attenzione ai nuovi scenari da parte di una parte del management italiano, ecco che la frittata è fatta.

Non so se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se i manager non vengono a questi eventi perché li considerano troppo tecnici o se invece questi eventi sono molto specialistici perché si prevede siano destinati agli addetti ai lavori vista la mancata partecipazione di altre figure professionali. E non voglio nemmeno generalizzare.

Dico solo che, secondo me, oggi probabilmente mancano occasioni in cui i professionisti (veri) della strategia digitale possano offrire visioni stimolanti e centrate sul business ai decisori aziendali, in una lingua che loro capiscono.
E sono certo che molti esperti del digitale sarebbero in grado di ispirare realmente e concretamente anche persone che non conoscono la tecnologia ma che avrebbero bisogno urgente di capire che cosa oggi è possibile fare per migliorare il proprio business.

Insomma, il punto non è se questi temi possano importare a entrambi, ma solo riuscire a capirsi, dopo essersi trovati in uno stesso luogo per questo, un evento (o un’altra situazione) che sia come una piacevole cena dove si parla di cose interessanti in una lingua simile e fluida.

Poi ci saranno tante occasioni per eventi specialistici che non perderanno di importanza, anzi, saranno vitali per sviluppare i singoli aspetti dell’ecosistema di business creato dagli incontri di cui sopra.

Ma non possiamo dimenticare che la strategia digitale si fa assieme con chi può decidere.

E ora sono curioso di sentire la vostra opinione.

Gianluigi Zarantonello via Internet Manager Blog

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 08/05/2012 @ 08:00:00, in Strategie, linkato 783 volte)

L’ecosistema digitale è sempre più complesso ma per molte aziende questo fatto non è ancora evidente.
I social media e l’evoluzione tecnologica degli strumenti digitali, che vengono abbastanza da lontano, hanno infatti dato una percezione di semplificazione rispetto alla realtà: mezzi gratuiti o poco costosi, simili a quelli che usiamo già come utenti privati e con basso profilo di rischio.

Un esempio di complessità: i frattali

Come sappiamo anche solo limitandoci a una visione superficiale non è così perché, ad esempio, il fatto che gli utenti siano perfino più esperti dei loro interlocutori aziendali e accedano alla pari agli stessi mezzi crea più di qualche grattacapo nel momento in cui vogliono essere ascoltati e dialogare.

Proviamo però ad andare anche oltre a questi temi, piuttosto assodati anche se totalmente ignorati da larga parte di chi si occupa di digitale in azienda, per spingerci più avanti.

Ecco alcune questioni che i CMO (o i Chief Marketing Technologist?) dovranno presto affrontare:

a) Skills tecnologiche: saranno sempre più richieste anche se non in chiave di puro tecnicismo quanto in termini di visione strategica e di comprensione degli strumenti. Non possiamo essere meno competenti sui mezzi rispetto al pubblico target. E la strategia è un’altra cosa rispetto a saperci smanettare.

b) Capacità di ragionare in ottica multicanale: mentre in molte realtà si fa ancora fatica ad adattare la propria comunicazione tradizione al web il mondo va sempre più nella direzione di una ipertestualità diffusa e di una multicanalità in cui i nativi digitali si aspettano un’esperienza coerente in tutti i canali digitali e fisici. Una bella sfida, sopratutto sul piano dei contenuti.

c) Capacità di bilanciare paid, earned e owned media: il panorama degli strumenti è reso ancora più complicato dal fatto che alcuni sono sotto il nostro pieno controllo e altri molto meno. E’ il dilemma di cui ho parlato ad esempio qui, e che non va dimenticato nella costruzione delle basi della nostra digital strategy.

d) Corretto uso di tutti i dati per comprendere le opportunità di business e modificare i propri modelli: è il tema del big data, rispetto al quale la capacità di sfruttare la (fin troppo?) ampia quantità di informazioni disponibili sarà cruciale.

e) Coraggio di cambiare: cambiare l’organizzazione interna, cambiare i modelli di business, cambiare mentalità e vincere il timore di esporsi e dialogare, dato che ormai non è più possibile farne a meno.

Non mi sembra uno scenario così semplice, no? <img src=" src="http://s0.wp.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif?m=1129645325g" />

Secondo la vostra esperienza stiamo maturando queste consapevolezze in Italia o siamo ancora indietro?

Gianluigi Zarantonello via Internet Manager Blog

 
Di Altri Autori (del 30/01/2012 @ 15:46:07, in Strategie, linkato 1263 volte)

Quando andiamo ad analizzare il modo in cui le aziende sviluppano nuovi prodotti, ci troviamo davanti ad una serie di paradossi. Innanzitutto i prodotti crescono in complessità: più versioni, funzionalità, sistemi che interagiscono, maggiore integrazione tra meccanica ed elettronica, eppure la tendenza è quella di abbreviare il ciclo di sviluppo e contenere il più possibile gli investimenti.

Si ripete continuamente che è necessario puntare su prodotti innovativi, ma la maggior parte delle aziende preferisce muoversi su terreni conosciuti perché non può permettersi di investire in progetti che, essendo davvero "sperimentali", non danno fin dall'inizio sufficienti garanzie di ritorno sull'investimento. Questo è vero anche per quelle aziende che investono fortemente in ricerca e sviluppo. Per  le grandi innovazioni, infatti, l'approccio tradizionale di creare numerosi prototipi fisici e condurre lunghi cicli di prova per ogni progetto, non è fattibile. Richiederebbe enormi budget, riducendo i profitti, mentre i lunghi cicli di sviluppo porterebbero i prodotti sul mercato in ritardo.

E' invece necessario implementare processi nuovi che permettano alle aziende di  progettare prodotti innovativi e di qualità in tempi e a costi più bassi.

Aberdeen Group è una delle principali società di ricerca che si occupano di applicazioni delle nuove tecnologie. Uno dei loro recenti rapporti dal titolo "The Impact of Strategic Simulation on Product Profitability" fa luce sulle best practice applicate dalle aziende di successo che puntano, nello sviluppo dei loro prodotti, ad ottimizzare tempo, costo e qualità.

Secondo questo rapporto, le aziende più innovative utilizzano software di simulazione virtuale per analizzare e testare i loro prodotti. Come? Un esempio tra tutti: con gli strumenti virtuali e le capacità di calcolo oggi disponibili possiamo verificare decine e decine di configurazioni prodotto, anche le più ardite ed innovative, senza aver costruito un singolo prototipo fisico. I risultati di queste prime analisi ci indicano se e quali strade sono davvero percorribili e consentono di focalizzare gli investimenti sulle idee che hanno possibilità di successo. Arriveremo al prototipo fisico per un test finale quando avremo messo a punto e ottimizzato il prodotto. L'impiego delle tecniche virtuali consente alle aziende di essere più veloci dei concorrenti e di realizzare prodotti migliori perché in grado di prevedere il comportamento dell'oggetto già nelle primissime fasi della progettazione, testando il sistema a ogni passo. In questo modo sono possibili iterazioni velocissime che, giorno dopo giorno, supportano il progettista nel prendere decisioni informate su come proseguire lo sviluppo del prodotto per arrivare al massimo risultato. Oggi è addirittura possibile integrare simulazioni meccaniche, strutturali, fluidodinamiche ed elettromagnetiche.

Molte aziende si avvalgono già della simulazione in fase di progettazione, ma quelle che hanno più successo si differenziano per l'uso sistematico che ne fanno, adottando l'approccio Simulation-based product development e promuovendo interazioni tra analisti e progettisti in un ambiente software comune e integrato.

Sebbene il concetto dello Sviluppo del Prodotto in Base alla Simulazione possa essere un traguardo per molte aziende, l'approccio non può essere implementato con successo in mancanza di un'attenta riflessione, know-how e conoscenza per utilizzare le avanzate soluzioni tecnologiche richieste. Ci sono quindi due fattori essenziali da considerare, il primo è determinato dall'utente: come tutti i software specialistici richiede personale qualificato in grado di sfruttarne al meglio le potenzialità; il secondo è il software stesso. La vera e propria prototipazione virtuale si può ottenere solo quando si ha a disposizione una piattaforma che può far interagire simulatori avanzati e consente il passaggio automatico e veloce tra un simulatore e l'altro. I vantaggi sono notevoli, fino ad arrivare a risparmi di milioni di dollari su progetti complessi.

Non vi è più alcun dubbio circa i potenziali benefici della simulazione e chi non l'adotta sarà incapace di mantenere il proprio vantaggio competitivo. Il mondo delle competizioni dove la tecnologia è impiegata all'estremo ce ne ha già dato prova con due casi emblematici: Alinghi, imbarcazione svizzera che ha dominato le ultime gare della Coppa America, e la scuderia di Formula 1 Red Bull che è arrivata alla conquista del campionato costruttori a pochi anni dalla sua nascita.  I leader di domani svilupperanno sistematicamente modelli virtuali dettagliati, utilizzando al meglio questi strumenti di simulazione per ottimizzare i risparmi e realizzare progetti innovativi che assicureranno enormi vantaggi competitivi negli anni a venire.

Via ManagerOnline

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 14/11/2011 @ 08:00:00, in Strategie, linkato 1130 volte)

Come sapete sto spingendo sempre di più i miei ragionamenti verso la logica della gestione del digitale come ecosistema che deve relazionarsi e sposarsi con tutta l’organizzazione aziendale, anche modificandone gli assetti con una logica sempre più ispirata ai principi delle reti sociali.

A questo proposito allora mi torna decisamente utile ragionare su di un’interessante presentazione cui ho assistito qualche giorno fa al Forum Italiano Gartner Executive Partners di Napoli, tenuta dall’analista Steve Prentice sul tema di “The Big Data“.  Si tratta di un concetto che negli USA, ma anche nel mondo IT in genere, sta diventando popolare e studiato e che in buona sostanza ci porta a considerare le sfide poste dalla grande quantità di dati che oggi sono potenzialmente gestibili dalle aziende (e non solo).

La moltiplicazione dei punti di contatto con i clienti e tutti i possibili pubblici, l’interazione attraverso i social media, la reperibilità e storicizzabilità dei commenti che un tempo erano solo verbali si unisce dunque a tutti gli altri dati business per costruire nuove opportunità.  Senza contare poi il tema dell’interattività e dell’ipertestualità diffusa e di tutti i feedback che potrebbe fornire.

Tutto questo ovviamente mette le aziende davanti a grandi temi gestionali per la cattura e la gestione di questi dati, vista la mole, la complessità e la varietà.

Dal mio punto di vista però l’aspetto cruciale è che tutto ciò ci obbliga a riportare il digitale in una logica strategica, in cui questo ampio mondo è tutto interconnesso e contribuisce in modo chiave alla costruzione del business. In altri termini, l’intero ecosistema deve essere ripensato dal punto di vista della big picture, mentre oggi spesso le attività sui nuovi media sono tattiche, scollegate e senza strategia.

La paura delle funzioni tradizionali rispetto a questo mondo deve dunque essere superata e il lavoro culturale riguarda tutta l’organizzazione, che deve incentivare le singole aree a considerare le proprie informazioni un patrimonio comune e non un tesoro da custodire per avere un vantaggio.

Anche il mondo dei professionisti del digitale deve uscire dalla dimensione dei praticoni che non capiscono e non riescono a farsi capire dalle aziende, strutturandosi in ruoli riconosciuti e lavorando su dati, ROI e misurazione dei risultati in un’ottica più ampia.

Questi cambiamenti sono secondo me già in atto ma si scontrano ancora con grossi limiti culturali, voi che ne dite? Che esperienze avete in merito?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
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