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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Strategie (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 23/05/2017 @ 07:29:53, in Strategie, linkato 82 volte)

Hollister gioca la carta ‘seriale’ per fare nuovamente breccia nel cuore dei giovanissimi americani, la cosiddetta “Generazione Z”. Il marchio young del gruppo Abercrombie & Fitch, che la scorsa settimana ha confermato l’ipotesi di una vendita, ha siglato una partnership con AwesomenessTv, network che fa capo a Dreamworks che, oltre a produrre contenuti originali, aggrega decine di canali youtuber statunitensi per un totale di 17 miliardi di visualizzazioni e 150 milioni di iscritti, per creare una serie Tv di 24 episodi ispirata al lifestyle Hollister. ‘This is summer’, questo il nome della docuserie, sarà in onda a partire da domani sul canale Youtube di AwesomenessTv, con puntate di 8-10 minuti ottimizzate per la visione su mobile che racconteranno le avventure estive di 7 liceali di San Francisco.

Un’operazione, finora mai tentata da altri brand, attraverso la quale Hollister, in  fase di pericoloso stallo (il 2016 per il marchio si è chiuso con un fatturato in calo del 2% a 1,84 miliardi di dollari, pari a 1,65 miliardi di euro), punta a diventare nuovamente rilevante tra i consumatori più giovani e a conquistare in particolare la ‘Generazione Z’, quella cioè dei nati tra il 1995 e il 2000, e che sono cresciuti tra smartphone e tablet.

L’intento sembra essere quello di parlare con questo target attraverso il suo linguaggio, quello cioè della rete e dei social media. Oltre a Youtube, infatti, la serie Tv presidierà anche Spotify, dove sarà possibile ascoltare le canzoni e i video musicali che faranno da colonna sonora alle vicende dei protagonisti e che saranno poi mandati on air anche negli store Hollister. Inoltre, sarà possibile scoprire e acquistare i look dei protagonisti dalla pagina Instagram del marchio.

“Vogliamo creare una ricca brand experience per i nostri consumatori teen”, ha dichiarato Kristin Scott, brand president di Hollister. “Awesomeness  ha una diffusione importante nella Generazione Z e offrirà a Hollister l’opportunità di creare engagement in un modo nuovo e autentico, a partire dal prodotto e passando per musica ed esperienze uniche”.

Via PambiancoNews
 
Di Altri Autori (del 06/02/2017 @ 07:43:59, in Strategie, linkato 1398 volte)
Il numero uno di JP Morgan Jamie Dimon l'aveva scritto ai suoi azionisti già nel 2015: “Silicon Valley is coming”, riferendosi soprattutto al proliferare delle “fintech”, start up tecnologiche focalizzate sui servizi finanziari. Ora però a scaldare i motori sono i pesi massimi. Colossi come Amazon, Facebook, Apple, Google o i cinesi di Alibaba che possono contare su ingenti risorse finanziarie e immensi bacini di utenti fortemente fidelizzati di cui già maneggiano un' infinità di dati che consentano una accurata profilazione delle loro potenziali esigenze.

Facebook ha da poco ottenuto in Irlanda una licenza per l'emissione di moneta elettronica e servizi di pagamenti e secondo alcune indiscrezioni avrebbe avviato colloqui per l'acquisizione di fintech specializzate in trasferimento di denaro. Il gruppo californiano potrebbe quindi esportare in Europa il sistema di pagamenti tra utenti di Facebook messanger già attivo negli Stati Uniti. E' bene precisare che non si tratta di una licenza che abilita il gruppo californiano a “fare la banca” con servizi come depositi on line o altro. Un'attività riservata a banche vere e proprie e soggetta a diversa autorizzazione.

Quello di Facebook è comunque un primo passo. Paypal ottenne ad esempio un'analoga licenza nel 2004 e tre anni più tardi richiese e ottenne una licenza bancaria in Inghilterra. L'abilitazione dalla banca centrale d'Irlanda permette in prospettiva Facebook di chiedere l'estensione di questo servizio all'intera Unione europea. Amazon ha da poco presentato una carta di credito, in partnership con Jp Morgan, riservata ai i suoi clienti “prime” con sconti del 5% su tutti prodotti acquistati sul sito di e-commerce ed altre agevolazioni. Sono avvisaglie ma se questi giganti decidessero di puntare sul settore dei servizi finanziari avrebbero spazi di crescita ben più ampi.

Una ricerca di Accenture mostra come ci sia grande interesse verso la possibilità di affidarsi ai colossi web per servizi appannaggio del sistema bancario tradizionale. Circa un terzo dei quasi 33 mila interpellati sarebbe infatti interessato a spostare il proprio conto bancario su Facebook, Google o Amazon qualora venisse loro offerta questa possibilità. In Italia il dato sale al 42% e raggiunge il 51% tra i più giovani. “Se consideriamo la capacità di penetrazione del mercato di questi soggetti, il forte legame con i clienti, è facile immaginare quanto un eventuale loro ingresso nei servizi bancari e assicurativi possa essere pericoloso per gli istituti tradizionali”, spiega Piercarlo Gera, Senior Managing Director di Accenture e curatore dell'indagine. “Per ora, continua Gera, non prevediamo che grandi attori come Google o Amazon possano decidere di strutturarsi come vere e proprie banche. Potrebbero però seguire l'esempio di Facebook e configurarsi come degli intermediatori. Più in generale, il settore finanziario sta evolvendo rapidamente da uno scenario B2C (Business-to-Consumer) a uno C2B (Consumer-to-Business), in cui è il Cliente a decidere con chi interagire e da chi acquistare”. Quanto ad un dato italiano sorprendentemente alto Gera ritiene che la crisi di redditività che sta investendo il sistema bancario italiano, insieme alla diffusione delle nuove tecnologie abbiano messo in difficoltà il rapporto degli istituti con la propria clientela.

Entro gennaio 2018 i paesi UE dovranno recepire la nuova direttiva sui servizi di pagamento che prevede anche la possibilità per i titolari di conti on line di effettuare pagamenti o accedere alla rendicontazione bancaria attraverso software realizzati da parte terze autorizzate. Nei giorni scorsi i rappresentanti di alcune fintech hanno sottolineato come l'azione delle lobby bancarie stia favorendo una definizione delle linee guida applicative della direttiva molto favorevole alle banche e penalizzante per le start up finanziarie. Probabile che la pressione dei big del credito produca alcuni effetti ma lo scopo della direttiva è quello di aumentare la concorrenza e favorire l'innovazione cercando al contempo di salvaguardare e migliorare i livelli di sicurezza e tutela dei dati.

Un altro fenomeno in crescita esponenziale e potenzialmente pericoloso per le banche tradizionale è quello dei finanziamenti peer to peer. Sono prestiti effettuati direttamente tra creditore e debitore attraverso apposite piattaforme on line come Lending club o Prosper che mettono in contatto le due parti. Non svolgono il ruolo di intermediazione come fa una banca quindi il rischio di insolvenza rimane a carico del solo creditore. Tuttavia distribuendo la somma investita tra numerosi finanziamenti si riduce drasticamente il pericolo di perdite, un processo che avviene in modo automatizzato. Nel 2009 questi circuiti gestivano prestiti pari a 26 milioni di dollari, nel 2015 oltre 26 miliardi. Secondo una ricerca di Trasparency Market nel 2024 il volume dei finanziamenti potrebbe sfiorare i 900 miliardi. Quello dei social media è un habitat potenzialmente molto favorevole alla proliferazione di questi circuiti.

Sofisticati algoritmi sono oggi in grado di spalmare qualsiasi somma tra un alto numero di prestiti abbattendo il rischio e di gestire investimenti e disinvestimenti pressoché istantaneamente per far fronte alle esigenze di spesa quotidiane a all'uso di carte di credito. Rappresentano quindi ormai un'alternativa realistica al tradizionale conto corrente affidato alla banca. Con il diffondersi e l'affinarsi di soluzioni innovative quello che si prospetta per il sistema bancario è una progressiva disintermediazione. Secondo una stima di Goldman Sachs sul 2015 questo processo sta già drenando 11 miliardi di profitti annui dal sistema bancario.


Marco Giorgino, responsabile scientifico dell'Osservatorio digital finance, Politecnico di Milano, suggerisce comunque di dare il giusto peso ai diversi fattori. “Le fintech, spiega Giorgino, sono flessibili e veloci, spesso riescono a inserirsi in nicchie e a dare efficienza al mercato, sono portatrici di modelli di business innovativi, ma per ora i numeri in termini di giro d'affari sottratto alle banche sono modesti . Oltre che competitor possono essere per i grandi players un'opzione su cui andare ad investire per seguire da vicino modelli innovativi, anche in vista di eventuali integrazioni. Si pensi ad esempio all'acquisizione di FutureAdvisor da parte di Blackrock”. “La minaccia posta dai colossi del web e dell'e-commerce, continua Giorgino, mi pare invece reale e consistente viste le potenzialità finanziarie e del bacino di clienti di cui dispongono. L'aspetto normativo e regolamentare può essere un freno ma non potrà essere una barriera nel medio termine”.


A giocare a favore del mondo internet sono anche le dinamiche demografiche. “La ricchezza è in mano prevalentemente alla fascia più anziana della popolazione ma progressivamente si trasferisce verso le nuove generazioni, più avvezze ad utilizzare il web e meno sensibili all'aspetto della relazione personale”. Quanto al futuro prossimo Giorgino precisa “non assisteremo di certo ad una sostituzione delle banche ma sicuramente ad una maggiore concorrenza su alcuni servizi. Credo, peraltro, ci sarà una ricomposizione del sistema bancario tra banche che avranno saputo adattarsi e sfruttare il nuovo contesto e quelle che invece avranno subito passivamente queste evoluzioni”.

Dai dati della ricerca di Accenture emerge anche una predisposizione molto favorevole verso una consulenza finanziaria totalmente automatizzata, ossia gestita da algoritmi e robo advisor. Il 73% degli intervistati accetterebbe indicazioni interamente generate da computer. Graziano Bugatti è uno dei fondatori di “Mind over money” che realizza una piattaforma di pianificazione finanziaria sostenibile della famiglia gestita da robo advisor. Secondo Bugatti anche per effetto delle recenti vicende di alcune banche italiane “tra la clientela c'è una forte e crescente richiesta di trasparenza ed oggettività nella consulenza. Le indicazioni generate da pc vengono percepite in linea con questi requisiti anche in virtù delle possibilità di comparazione che offrono”. “Attenzione però, avverte Bugatti, a non confondere tra semplici tool di calcolo utilizzati per una modellistica di allocazione (ossia programmi che identificano come investire una certa somma, ndr) e robo advisor veri e propri. Si fa spesso confusione, spiega, ma i veri robo advisor sono strumenti che forniscono indicazioni su sostenibilità e pianificazione di tutte le aree di finanza personale e quindi previdenza, credito, assicurazioni. Sono programmi che simulano scenari futuri e suggeriscono il modo migliore per raggiungere obiettivi come l'acquisto della casa o l‘accantonamento di somme per l'istruzione dei figli oltre a come e quanto risparmiare a fini previdenziali”.

Via Il Sole 24 Ore
 
Di Gianluigi Zarantonello (del 30/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 1164 volte)

Ho letto sull’ultimo numero di Wired una bella intervista a John Sculley, ex CEO Apple e Pepsi, in cui il manager parla di innovazione dicendo che “genio vuol dire anche avere prospettiva nel momento giusto”. Ossia non inventare per forza qualcosa di nuovo ma intuire la le potenzialità di quello che ci circonda e collocarlo in un contesto piu ampio.

innovation

immagine tratta da Forbes

Possiamo parlare di adaptive innovator, un concetto che ho ritrovato anche nel libro Digital Disruption: Unleashing the Next Wave of Innovation che sto leggendo in questi giorni.
Anche nel volume infatti si parla di adjacent possible, ossia di innovazione incrementale che sfrutta gli strumenti che già esistono e li lega fra loro per migliorare il proprio prodotto o servizio, partendo dai bisogni del clienti.

QUANDO L’INNOVAZIONE VIENE FRAINTESA

Spesso quindi nel difficile compito di fare innovazione nelle azienda si tende a pensare cheinnovazione sia solo sinonimo di rivoluzione, di radicale cambio, di superamento del passato in modo secco. Ma anche un’icona della ricerca del futuro come Steve Jobs aveva detto ben chiaro (su Wired) che “creativity is just connecting things”.

Il continuo aumento della complessità e la velocità dei cambiamenti non aiutano certo a mettere facilmente dei punti fermi, rassicuranti e sempre uguali a se stessi. Questa apparente frammentazione nasconde tuttavia un’opportunità straordinaria per delle persone che non sono né imprenditori che creano nuove startup né specialisti di settore che conoscono ogni piega di uno specifico ambito: quella di poter cogliere i fenomeni emergenti e collegarli in un unico disegno.

LA GIUSTA MENTALITA’ E’ LA VERA CHIAVE

Bisogna però sapere cogliere i trend e capire come collegare fra loro tanti mezzi che, presi singolarmente, hanno in fondo un valore relativo e soggetto alle mode.
Chi invece riesce a capire come tessere una tela con tutte le opportunità che gli capitano davanti, con una mente aperta e con le competenze giuste può davvero cambiare l’azienda, le sue sorti e la sua organizzazione.

È così che funziona: non si possono “unire i punti” guardando in avanti, si
può solo farlo quando ci si guarda alle spalle. E bisogna avere fiducia nel fatto che in qualche modo i nostri punti si uniranno in futuro. Bisogna credere in qualcosa – intuito, destino, vita, karma, quello che volete.

Steve Jobs, Stanford University (2005)

Il mindset diventa quindi un fattore cruciale di successo: un mix di realismo, competenza e apertura al nuovo dove quanto si implementa deve essere progressivamente integrato in un ecosistema ampio e correttamente governato.

Voi che cosa ne pensate?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 22/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 1012 volte)

Ci sono alcuni argomenti che rischiano di cadere nei luoghi comuni e nella retorica appena si nominano,e uno di questi è la collaborazione.

Sharing_Economy

Immagine tratta da destinationmarketing.org

Si parla tanto, e spesso a sproposito, di sharing economy e di enterprise 2.0 ma oggi voglio tornare sul tema alla luce di oltre 6 anni di post (vedere qui e l’archivio del blog per credere) e soprattutto di un bel documento che vi linko qui e di cui vi riassumo alcuni concetti che ho trovato interessanti.

I 5 WE DRIVER

Alla fine un approccio collaborativo non è solo un bel concetto intellettuale ma anche qualcosa di obbligato sotto la spinta di 5 driver.

  1. Obbligo tecnologia. Il modo in cui viviamo e lavoriamo ci porta continuamente ad interagire, spesso in tempo reale, con molti soggetti attraverso diversi strumenti. Questo networking più o meno voluto va compreso e gestito ma ci obbliga a collaborare.
  2. Obbligo complessità. Ci troviamo in un ecosistema molto complesso, non ci sono vie di uscite da questo e l’acronimo di origine militare Vuca (volatilità, incertezza, complessità e ambiguità) va sempre piu di moda nella letteratura manageriale perché gestire questo contesto è un fatto di sopravvivenza. E serve collaborare.
  3. Obbligo innovazione. Ho scritto spesso che molte innovazioni si diffondono prima di essere realmente comprese, dagli individui e soprattutto dalle aziende. L’innovazione che attinge al crowdsourcing, alle collaborazioni tra funzioni diverse, enti accademici e quanto altro ci viene in mente ci aiuta a non basarci solo sulle nostre forze, in modo autarchico.
  4. Obbligo bramosia. Il documento cita Richard Branson e il suo concetto di “better world company”  ma l’idea di questa famosa sharing economy resta affascinate anche oltre qualche momento di retorica eccessiva e tutte le nostre aziende vorrebbero essere cosi (poi farlo è un altro argomento).
  5. Obbligo generazione. Questi millennials che sono citati dappertutto! In realtà il fatto diventa reale, le persone che non hanno conosciuto un mondo senza internet, cellulari, social e (presto) anche cloud sono ormai adulte, spendono ed entrano nel mondo del lavoro con un nuovo mindset e tante aspettative.

IL QUOZIENTE DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA

Qui vi cito quanto trovate nel documento: “Peter Spiegel, ricercatore e futurologo di spicco in Germania, ceo del think tank Genisis che a settembre fa uscire il suo nuovo libro intitolato WeQ more than IQ. La sua tesi: l’IQ sta per un quoziente d’intelligenza individuale – la mia intelligenza, le mie competenze, il mio genio – ma oggi abbiamo bisogno di ‘We qualità’. Insomma, inizia la partita quoziente di intelligenza individuale vs. quoziente di intelligenza collettiva. Le risorse umane sono avvisate. […] Che non sia una semplice moda o slogan è evidente e non necessita di esempi ormai noti a tutti. Semmai il tema è come dominare questi processi di cooperazione fra società, economia e imprese. Il management ha impiegato tempo a capire che l’economia collaborativa non era (solo) l’ennesimo gioco da provare ma un nuovo paradigma”.

QUINDI NON SOLO TECNOLOGIA

Non lo dico di sicuro solo io: se la tecnologia abilita opportunità enormi essa da sola non basta a far collaborare le persone tra loro. 

Sharing va  bene, ma con un concetto dietro

Sharing va bene, ma con un concetto dietro

La digital transformation è fatta anche in larga parte di consapevolezza, di formazione, di motivazione e le persone devono trovare utilità e valore nel collaborare attraverso gli strumenti, senza trovarsi qualcosa di calato dall’alto.
La tecnologia oltre che un fondamentale abilitatore diventa anche uno dei fattori di spinta che ci obbligano a cambiare paradigma ma, come ho scritto qualche tempo fa, si tratta di ingegneria del software ma anche dell’organizzazione.

Voi che ne pensate? Quali sono le vostre dirette esperienze quando si tocca questo tema?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 15/12/2014 @ 07:29:34, in Strategie, linkato 1301 volte)

I più meritevoli avranno uno sconto. Nel senso che pagheranno meno (cinque dollari al mese) l’assicurazione sanitaria se dimostreranno, dati alla mano, di essere in forma, di mangiare in modo corretto, di fare un po’ di attività fisica, e dunque di tenere alla propria salute. E non potranno barare. Perché a monitorare tutte queste buone abitudini sarà Pact, un’app disponibile sia su Google Play che su App Store. Che grazie a un sistema di sensori terrà traccia delle attività dell’utente, calcolando le calorie assunte con la colazione, i battiti del cuore ogni minuto, i respiri durante il jogging mattutino, gli zuccheri nel sangue, i millimetri di mercurio per la pressione, i passi sul tapis roulant della palestra.... Succede nel Massachusetts, lo Stato americano che, primo al mondo, sta per implementare nell’offerta assicurativa un piano che preveda rimborsi (o multe, per chi promette ma non mantiene) ai salutisti. Ed è il segno di una rivoluzione molto concreta che ha portato sul mercato un’intera generazione di prodotti e servizi digitali legati alla forma fisica, al benessere, ma anche alla gestione delle terapie e al rapporto con il medico di base: un mare di app sono già in commercio, poi piattaforme web, sensori o dispositivi indossabili).

Così cambia il nostro mondo-salute, ma cambia - e molti ne sono preoccupati - il vecchio modello della “proprietà” delle informazioni sanitarie, che il nostro organismo fornisce ogni giorno a chi le sa captare.

Pact ne è l’esempio più lampante. E in arrivo anche in Italia c’è The Band, il braccialetto di casa Microsoft appena lanciato sul mercato statunitense, battendo sul tempo l’iWatch di Apple atteso per l’anno prossimo. 199 dollari per portare al braccio un sensore in grado di monitorare costantemente i propri parametri vitali, tra cui appunto la frequenza cardiaca, il consumo di calorie durante l’attività fisica, e persino i movimenti compiuti durante il sonno. Cuore del bracciale smart è l’applicazione Microsoft Health, «una piattaforma studiata», spiega l’Ad Carlo Purassanta: «Per aiutare le persone a tenere traccia dei dati personali sul fitness». E che di fatto proietta l’azienda di Seattle nel mondo promettente della salute.

Perché il piatto della digital health, è ricco, e sono in tanti a volerci mettere le mani: Google e Facebook in testa, e poi Samsung, Intel, Apple, LG. D’altra parte i numeri sono da capogiro. Il tasso di crescita del settore, stimato per i soli Stati Uniti, è del 7,4 per cento annuo, e il volume di affari è destinato a raggiungere i 31,3 miliardi di dollari nel 2017. Secondo le ultime stime di RockHealth, la società americana che finanzia le startup, gli investimenti hanno raggiunto i tre miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2014, con una crescita del 100 per cento sull’anno precedente.

A fare gola è soprattutto il segmento degli over 50, quei baby boomers nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta che oggi, smartphone alla mano, si sentono ancora in forma ma hanno tutto l’interesse a tenere d’occhio i propri parametri vitali. Sono, questi, la prossima generazione di anziani digitali. Solo in Italia, 5,1 milioni di cinquantacinquenni navigano in Internet (dati comScore giugno 2014), pari al 15 per cento del totale dei navigatori. Usano i social network e i blog (4,4 milioni, ossia l’86 percento del totale. Condividono foto e pensieri su Facebook (3,6 milioni) e su Twitter (600 mila). E lo fanno non soltanto dal Pc di casa, ma anche in mobilità: il 55 per cento possiede uno smartphone (8,5 milioni di persone). Insomma, un fiume di persone che giovane non è più e che si è messa in testa di avere servizi dedicati ai loro bisogni.

Un recente rapporto di McKinsey mostra come, negli Stati Uniti, i pazienti over 50 chiedano servizi relativi alla salute quasi quanto i pazienti più giovani, anche se in generale sono più interessati a quelli che aiutano a gestire malattie croniche. Altri dati arrivano dal The Pew Research Internet Project, un’indagine compiuta su anziani americani tra i cinquanta e i 64 anni: la stragrande maggioranza di loro (80 per cento) possiede un computer, un tablet o un e-reader e tra loro una quota pari al 64 per cento usa i dispositivi elettronici per tenere sotto controllo il peso, l’alimentazione, l’attività fisica e altri parametri relativi al benessere. «La digital health è una forma di innovazione fortemente trainata dalla domanda del cittadino-paziente, che ha ormai una sua vita digitale e si aspetta che la tecnologia soddisfi i suoi bisogni anche nel campo della salute», commenta Luca Buccoliero, docente al Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi, e responsabile del “Citizens Lab” del Cermes.

GOOGLE IN POLE POSITION
E Google è in pole position con la nuova società Calico che sta lavorando all’implementazione del servizio Helpouts (helpouts.google.com), con una funzionalità in grado di mettere in contatto diretto pazienti e medici attraverso delle videochat. Attualmente il servizio è in fase di test: il sistema, a partire dalle query effettuate sul motore di ricerca, darà la possibilità di parlare (quasi in tempo reale rispetto alla ricerca) con uno specialista. Per esempio, se si digita “dolore al ginocchio”, oltre ai soliti risultati, comparirà un avviso che recita più o meno così: «Sulla base della tua ricerca, pensiamo che tu stia cercando informazioni su una condizione medica. Qui puoi trovare degli operatori sanitari da contattare in videochat. Il costo delle visite sarà coperto da Google per questo periodo limitato di prova». Anche se ovviamente è lecito aspettarsi che una volta in funzione, l’onorario sarà a carico del paziente.

Ma che Big G non puntasse solo agli adolescenti era già evidente in occasione del lancio dei Google Glass. Secondo alcuni analisti, infatti, il vero punto di forza dei superocchiali potrebbe essere proprio nella cura e nella gestione degli anziani. Basterebbero alcune applicazioni mirate per aiutare famiglie e comunità ad affrontare i problemi di salute legati all’invecchiamento: specifici sensori sulla montatura potrebbero monitorare l’andatura di una persona e identificare i problemi di mobilità, prevenendo cadute e fratture. Gli occhiali potrebbero mostrare video o inviare messaggi audio per ricordare di assumere le medicine e scongiurare il pericolo di assunzioni multiple. Grazie al riconoscimento facciale, poi, gli occhiali potrebbero identificare membri della famiglia e offrire informazioni a chi li indossa, soprattutto se affetto da leggere forme di demenza: «Questo è tuo figlio, lei è tua nuora, ricordati di farle gli auguri di buon compleanno». Gli occhiali potrebbero inoltre essere usati come strumento per chiedere aiuto in situazioni di difficoltà, ad esempio dopo una caduta.
Un occhio di riguardo nei confronti degli over 50 è poi quello che il colosso di Mountain View ha mostrato in occasione della Google Science Fair 2014, la competizione scientifica destinata ai giovani innovatori. Nella categoria Science in Action 
ha infatti vinto il progetto di Kenneth Shinozuka, che si è inventato dei sensori indossabili per rivelare i movimenti di persone anziane allettate, migliorandone la sicurezza e alleviando il lavoro delle badanti.
Non basta. Oltre a progettare lenti a contatto per diabetici, dotate di sensori per rilevare i livelli di zuccheri nel sangue, Google starebbe anche lavorando a una tecnologia che combina una pillola a base di nanoparticelle magnetiche a un sensore da polso con un sistema di allerta. Le nanoparticelle sarebbero in grado di individuare i primi segnali di una malattia, per esempio un tumore, monitorando i cambiamenti nella biochimica dell’organismo, e invierebbero una segnalazione al dispositivo per la diagnosi precoce. Il progetto, guidato da Andrew Conrad - il biologo molecolare del National Genetics Institute americano già noto per aver sviluppato un test a basso costo per la diagnosi dell’Hiv - è portato avanti dall’unità di ricerca GoogleX, e non sarà ragionevolmente operativo prima di cinque anni. Big G non ha intenzione di svelare gli investimenti dedicati all’impresa, cui però partecipano almeno un centinaio tra astrofisici, chimici e ingegneri. E di certo non si lascia intimorire dalle critiche, che lo descrivono di volta in volta come un progetto fantascientifico degno di Star Trek (come Chad A. Mirkin, direttore dell’International Institute for Nanotechnology della Northwestern University), o più brutalmente come l’ennesimo sistema per raccogliere dati sensibili su tutti noi.

LA MALATTIA È SOCIAL
Visto che Larry Page ha imboccato l’autostrada della digital health, Mark Zuckerberg non poteva essere da meno. Ecco quindi che anche Facebook, in gran segreto, come riporta l’agenzia di stampa Reuters, starebbe esplorando la possibilità di creare una serie di “comunità di supporto online” suddivise per aree patologiche, così da connettere gli utenti del social media colpiti dalle stesse malattie. Non contenti, nelle scorse settimane i dirigenti dell’azienda di Menlo Park avrebbero incontrato rappresentanti dell’industria farmaceutica, esperti e imprenditori della sanità, per sviluppare e testare nuove applicazioni relative al settore della salute e del benessere: aree nei confronti delle quali i coniugi Zuckerberg (la moglie Priscilla Chan è pediatra all’Università di California a San Francisco) sembrano essere particolarmente sensibili, visto anche il successo dell’iniziativa lanciata nel 2012 sulla donazione di organi. Il giorno in cui Facebook ha consentito agli utenti di aggiungere al proprio status la dicitura “donatore di organi”, riporta uno studio dell’“American Journal of Transplantation”, oltre 13 mila persone negli Stati Uniti si sono accreditate online come donatori (in media si registrano 600 registrazioni al giorno).
Di fronte a tanto attivismo, qualcuno prova a sollevare l’obiezione: cosa ne farà il social media di tutte queste informazioni sensibili, relative allo stato di salute degli iscritti? Negli Stati Uniti già adesso chi seleziona il personale può chiedere di aver accesso al profilo dell’aspirante impiegato. E in futuro, quello che abbiamo postato anni fa sulla nostra bacheca potrebbe ritorcersi contro di noi. «Il tema della privacy presenta aspetti contrastanti», continua Buccoliero: «Fino a qualche tempo fa, il dato clinico era considerato di proprietà del sistema sanitario. Ora, grazie a un progressivo processo di empowerment generato dalle nuove tecnologie, il cittadino si sente padrone dei propri dati, e vuole condividerli o raccontarli a chi meglio crede. Questo, da una parte, è un bene. Dall’altra, però, servirebbe più accortezza nel lasciare informazioni preziose in mani altrui».

IL FUTURO È ADDOSSO
Non solo web: il futuro della digital health passerà infatti soprattutto per i wearable computer, i dispositivi indossabili destinati a controllare in tempo reale tutto ciò che accade nell’organismo umano. Secondo gli analisti di Abi Research sarebbe infatti questo il segmento destinato a crescere con maggiore rapidità, con un giro d’affari che si duplicherà entro tre-cinque anni raggiungendo i cinquanta miliardi di dollari e i cento milioni di pezzi venduti nel mondo. E il bracciale proposto da Microsoft è solo l’ultimo di una lunga serie. La Airo Health, uno spin off dell’Università canadese di Waterloo, sta per esempio testando le potenzialità di un bracciale per controllare automaticamente, grazie a un piccolo spettrometro interno che individua le diverse sostanze disciolte nel sangue, non soltanto l’alimentazione e l’esercizio fisico, ma anche la qualità del sonno e i livelli di stress.
In attesa di conoscere le dieci e più applicazioni su fitness e salute programmate sull’iWatch di Apple si può intanto scegliere tra il GearFit di Samsung, bracciale a schermo curvo completo di contapassi e misurazione del battito cardiaco, e il Jawbone Up, dispositivo flessibile da polso che per meno di cento dollari, grazie ai sensori di vibrazione e movimento, 
analizza i dati relativi all’alimentazione, al sonno e all’attività fisica. O preferire il Lark, con funzionalità Bluetooth, che inviando piccoli impulsi all’arteria radiale controlla la pressione al polso. Per i mesi estivi c’è June, della francese Netatmo, il bracciale-gioiello che misura l’esposizione al sole in ogni momento della giornata e suggerisce anche il fattore di protezione solare più adatto al tipo di pelle e ai raggi UV di quel particolare momento, indicando quando rimettere il cappello, gli occhiali, o cercare l’ombra. I bio-orologi di Neumitra monitorano invece il sistema nervoso centrale per individuare i primi segnali di stress e ansia e i loro effetti sulle prestazioni fisiche e mentali, mentre un’app sullo smartphone connesso indica quando è il momento di prendersi una pausa. I belgi di Imec propongono invece un sistema indossabile integrato che include una collana smart con sensori per l’elettrocardiogramma in grado di individuare aritmie cardiache, e un casco per monitorare l’attività elettrica del cervello in caso di crisi epilettiche.

Tempo è invece il sistema indossabile progettato dall’azienda CarePredict appositamente per gli anziani, con l’obiettivo di prevedere importanti cambiamenti nel loro stato di salute. Il dispositivo è composto da sensori da polso che inviano segnali ai rilevatori da parete, controllando il numero di ore dormite o gli spostamenti tra le mura domestiche, e inviando segnalazioni di allarme se i parametri si discostano sensibilmente da quelli definiti. Ma il più completo è probabilmente lo smartphone LifeWatch V, basato su Android e in grado di rilevare la temperatura, gli zuccheri nel sangue, la saturazione di ossigeno, la percentuale di grassi corporei e i livelli di stress valutati sulla base della variabilità del ritmo cardiaco, e di inviarli poi a un centro clinico.

Ma c’è un problema. Buccoliero sottolinea che non tutti i dispositivi producono dati affidabili. Per questo il Centro per la Tecnologia Medicale Mobile dell’Università di Stanford ha appena inaugurato un laboratorio il cui compito sarà proprio quello di stabilire degli standard qualitativi minimi per le informazioni biometriche, così da rendere gli strumenti wearable un aiuto valido per i medici, e non solo un’ossessione per i salutisti della domenica.

Via L'Espresso

 
Di Altri Autori (del 16/10/2014 @ 07:14:18, in Strategie, linkato 780 volte)

Quale è il più pericoloso rivale di Google nel mercato delle ricerche online? Non è Yahoo! e neppure Bing, il motore di ricerca di Microsoft, come sarebbe logico aspettarsi. Bensì Amazon. Lo ha detto a chiare lettere Eric Schmidt, presidente di Google durante un intervento a Berlino. La competizone nel mondo dell’online «non è sempre tra simili», ha detto aggiungendo: «Nessuno pensa ad Amazon come a un motore di ricerca ma se cerchi qualche cosa da comprare di solito vai anche sul loro sito». Come riportato dalla Bbc, secondo Schimdt per quanto più concentrati sul commercio elettronico il colosso di Jeff Bezos ha lavora a fondo sulle tecnologia di ricerca e sugli algoritimi per far incontrare la domanda e offerta sulla base delle nostre abitudini di consumo.

Il caso Twitch.

Che ci fossero sovrapposizione tra Google e Amazon era chiaro solo in teoria. In agosto l’acquisizione di Twitch da parte di Amazon aveva confermato ai due interessavano le stesse cose. All’inizio dell’estate si dava infatti per certo il passaggio del sito di game streaming al gigante di Mountain View. Uomini di Google erano andati in visita e l’operazione aveva un senso chiaro visto l’interesse di Brin e Page per i contenuti video. Le cose poi sono andate diversamente e Twitch è diventata l’acquisizione più costosa della storia di Amazon. «Qualcuno da qualche parte in un garage - ha aggiunto Schmidt - sta lavorando per prendere il nostro posto. Lo sappiamo perché anche noi veniamo da un garage. I cambiamenti arrivano da dove meno te lo aspetti».

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 10/10/2014 @ 07:19:09, in Strategie, linkato 988 volte)

L’evoluzione delle tecnologie digitali sta rapidamente rivoluzionando l’editoria e il mondo dell’informazione si sta sempre più spostando verso il mobile. In questo nuovo scenario gli editori sono chiamati a ripensare non solo alle modalità con le quali i contenuti vengono distribuiti ma anche agli strumenti da adottare per sviluppare una relazione con i propri lettori che consenta di creare fidelizzazione, sviluppare engagement e accrescere la propria readership.
Da questo punto di vista il pensiero va immediatamente – e non potrebbe essere diversamente visto il ruolo che hanno ormai assunto nella nostra dieta digitale – ai social, che abbiamo identificato come una delle strategie da adottare nelle azioni di marketing editoriale assieme a mobile e video.

Ma cosa vuol dire oggi per una testata avere una strategia social? Se in prima battuta viene infatti in mente lo sviluppo di una presenza sui social network più diffusi, il tema – una volta che lo si affronta lato editore – è in realtà molto più complesso di quanto non si possa immaginare.

Per inquadrare nel modo corretto l’argomento occorre anzitutto capire quale sia il ruolo dei social network nel consumo di news. Secondo i dati che emergono dal’edizione 2014 del Digital News Report realizzata dal Reuters Institute for the Study of Journalism, in Italia nella ricerca di news è il search al primo posto, seguito dall’accesso diretto ai siti web dei brand editoriali e poi dai social network.

Sono dati che fanno riflettere sull’effettiva portata dell’accesso alle testate editoriali tramite social network e che, tra tutti, spostano l’attenzione principalmente su Facebook. Secondo quanto emerso dall’indagine infatti su cento persone che dichiarano di accedere ogni settimana a siti di news e informazione, 20 provengono da post condivisi su Facebook, 8 da YouTube, 4 da Google+ e 3 da Twitter.

Il problema è che il consumo di news attraverso Facebook è quasi sempre incidentale. Gli iscritti entrano in contatto con le notizie per caso. Il motivo principale per cui ci si collega è diverso: attiene molto di più alla sfera personale e dei rapporti con il proprio network di conoscenze, piuttosto che alla ricerca di informazioni. E’ una distinzione di grande importanza per capire cosa vuol dire effettivamente adottare una social media strategy per un gruppo editoriale.

Secondo uno studio del Pew Research Center sul livello di engagement e di fidelizzazione dei lettori online, chi arriva direttamente su un sito di informazione infatti spende più tempo, legge più pagine e visita più spesso il sito di quanto non faccia chi ci arriva da un referral social o search.

Sono dati confermati anche da analoghe indagini realizzate da diversi gruppi editoriali. Trasformare una di queste due ultime tipologie di visitatori (chi arriva da un motore di ricerca o chi arriva da un social network) in un lettore fedele è un’impresa molto complessa. Senza contare che Facebook, come ormai noto (vedasi anche un interessante studio di Ogilvy@Social sul tema), per privilegiare le inserzioni a pagamento e quindi la “paid reach”, ha ridotto in modo drastico la portata della cosidetta “reach organica” ai post, scesa da una media del 16% nel 2012 a circa il 6% nel 2014, mettendo in discussione anche l’italica passione per i fan la cui importanza andrebbe completamente ripensata.

Da questo punto di vista quindi la strategia social per una testata vuol dire molto di più che la semplice distribuzione di contenuti su Facebook e Twitter perché sono canali che rischiano di diventare sempre meno efficaci e sempre più costosi.

La strada corretta passa piuttosto per la capacità delle singole testate di diventare abilitatori di conversazioni digitali e investire nello sviluppo di tecnologie e applicazioni che consentano la partecipazione dei cittadini-lettori e il loro coinvolgimento attivo con il giornale all’interno dell’ecosistema digitale della testata. Perché non dobbiamo dimenticarci che una testata è di per se una community, con i suoi lettori, che ne condividono la linea, l’impostazione e il taglio editoriale.

Lo sviluppo delle tecnologie in ambito digitale ci consente di fare un passo in più che è quello appunto di mettere in relazione questa community con ognuno dei suoi singoli componenti, i singoli lettori con i redattori, giornalismo professionale e giornalismo partecipativo: è il vero significato del social media applicato all’editoria.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 26/08/2014 @ 07:06:42, in Strategie, linkato 902 volte)

Nell’era digitale la nostra navigazione on line è lo specchio dei nostri gusti e delle nostre opinioni, compresi gli orientamenti politici, religiosi e sessuali: il tutto, come noto, ad uso e abuso degli utilizzatori silenziosi di questi dati a scopo pubblictario, come Facebook, Google etc. Adesso però la tecnologia sta cominciando a rivendicare il controllo di qualcosa di più profondo: la nostra personalità e le nostre emozioni.

Così, per esempio, in Gran Bretagna alcune startup tecnologiche sono già andate lontano nello sviluppare applicazioni che leggono i nostri stati d’animo e le nostre tendenze, per poi interpretare questi dati e rielaborarli in un logaritmo che consente loro di conoscerci meglio: come persone in generale, ma più in specifico come consumatori, come candidati per un posto di lavoro e così via.

Siamo nel mondo dello “psytech”, quello in cui la psicologia sposa la tecnologia del big data. La startup londinese VisualDna, per esempio, ha sviluppato dei test psicometrici: bisogna scegliere tra una serie di immagini per far emergere qualcosa di più, in positivo, sulla nostra vera personalità. Il modello di VisualDna parte da quelli che in psicologia vengono chiamati i Big Five (apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva) associati ad altri indicatori specifici per i diversi clienti. «Capire il comportamento e le potenzialità delle persone attraverso un logaritmo è ciò che fa girare Internet. Quello delle ricerche di mercato è un business da 40 miliardi di dollari. Al momento però l’ecosistema digitale è sbilanciato a svantaggio dei consumatori che vengono studiati di soppiatto. Noi pensiamo che ci sia molto più valore nell’arrivare alle informazioni attraverso la porta principale: è una scelta consenziente dei nostri utenti fare i test visivi, digitalizzare i propri dati per assumerne il controllo ed ottenerne benefici», spiega Alex Willcock, fondatore e amministratore delegato di VisualDna.
VEDI ANCHE:
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Cosa dicono di noi i nostri “like”

Lo Psycometric Centre dell’Università di Cambridge rivela com’è facile individuare e definire, attraverso i social network, non solo 
la nostra personalità ma anche quella dei nostri amici

Se ci conoscessimo più a fondo, potremmo ad esempio sapere quali sono i prodotti, i luoghi, i servizi i film e le letture che fanno per noi, evitandoci gli acquisti sbagliati; ma ci sono casi in cui farci conoscere dagli altri per quel che veramente siamo potrebbe cambiarci la vita, soprattutto se stiamo cercando un lavoro o vogliamo ottenere un prestito bancario. Attraverso i test di credit-risk, infatti, persone escluse da un mutuo possono ribaltare il giudizio negativo dell’agenzia di credito ed avere l’opportunità di crearsi il proprio business. «Nel settore del rischio creditizio abbiamo già 100 mila profili. Rispetto ai test tradizionali usati dalle banche, la nostra metodologia ha ottenuto un incremento del 50 per cento nei crediti concessi a persone che prima non avevano alcuna possibilità di accesso al prestito, con una diminuzione del 23 per cento del tasso di default», afferma Jacob Wright, Head of Strategy della startup. A VisualDna stimano che nel mondo ci siano 2,5 miliardi di persone che sono escluse del credito. La loro missione è aiutare ad uscire dalla povertà 30 milioni di persone nei prossimi tre anni. Per questo la loro tabella di marcia è serrata: il prossimo anno opereranno in Brasile, nel 2016 sarà la volta di India, Africa, Filippine e Indonesia.

Non che VisualDna sia senza scopo di lucro, s’intende: la startup che ha 500 clienti (tra cui Mastercard ed Experia) in un anno ha duplicato i fatturati, raggiunto 160 dipendenti ed è passata dai due ai sei Paesi nei quali è attualmente operativa: Polonia, Gran Bretagna, Russia, Sudafrica, Repubblica Ceca e Turchia. Prossimo obiettivo: Amazon. «Una percentuale considerevole delle loro vendite dipende dalle raccomandazioni fatte sulla base dei prodotti che gli utenti hanno comprato. Se Amazon potesse invece conoscere chi siamo, con il nostro consenso, potrebbe farci raccomandazioni molto più efficaci, sarebbe un vantaggio per i consumtori», dice Alex Willcock. «Vorremmo lavorare più da vicino con i servizi finanziari per favorire un miglior rapporto con i loro clienti», anticipa Jacob: «Pensiamo anche che ci sia un grosso potenziale nel settore dell’istruzione e della salute. Gli studi dimostrano che a diverse personalità corrispondono diverse tecniche di insegnamento o di allenamento fisico. Abbiamo una partnership con un’azienda di tecnologie da indossare: potremo aiutare le persone a perdere peso ed essere più in forma».

Nell’universo dello psytech c’è anche il cosiddetto “affective computing”, una nuova tecnologia che cattura le nostre emozioni, guardandoci in faccia. Crowd Emotion, una startup di Londra è riuscita a mettere insieme vent’anni di ricerche neuroscientifiche in una web application che dà agli utenti la possibilità di decifrare le emozioni espresse dal volto semplicemente attraverso un browser e una webcam. Viene descritta come la prima tecnologia cloud per codificare le espressioni facciali, e a crearla sono stati due italiani: lo psicologo Giancarlo Mirmillo e il responsabile della piattaforma tecnologica Diego Caravana. Il sistema non si basa sul riconoscimento facciale (con buona pace della nostra riservatezza) ma sulla codifica dei pattern delle emozioni espresse dal nostro volto. Siamo tutti un numero, anche se con un cuore: «All’utente viene inviato un link con la richiesta di poter attivare la webcam (rigorosamente su consenso ) la quale riprenderà le sue emozioni durante la proiezione di un video. Il tutto diventa un file, un flusso di dati che poi noi analizziamo per estrarre insight utili alla comprensione dell’efficacia di un certo prodotto», spiega Diego Caravana.

Il software è già usato in Gran Bretagna dalla Bbc per misurare la risposta emotiva degli spettatori ai suoi programmi, mentre in Italia è in corso uno studio sull’efficacia degli spot di Pubblicità Progresso. «Il nostro approccio è unico perché possiamo andare oltre le sei emozioni di base (felicità, sorpresa, rabbia, disgusto, paura e tristezza) e capirne anche di molto complesse perché siamo in grado di elaborare non solo messaggi facciali ma anche vocali», sostiene Giancarlo Mirmillo.

In ultima analisi la tecnologia di CrowdEmotion è in grado di aiutarci a predire il nostro comportamento: se la persona davanti a noi tenterà il suicidio, se il nostro partner ci ama davvero o se il tizio alla frontiera è un trafficante di droga. «È una rivoluzione poter individuare le nostre emozioni attraverso la tecnologia e usarla per far comunicare le persone, anche quelle scarsamente autonome che non possono esprimersi verbalmente», afferma Caravani. «L’idea», dice da Londra il Ceo di CrowdEmotion Matt Celuszak, «è quella di usare la web application per collegare espressioni a stati d’animo, bisogni e possibili azioni da prendere. Si può utilizzare ovunque ci sia una telecamera, un registratore vocale o un sensore di movimenti per rilevare casi di depressione, quando un autista è stanco, se una pubblicità è efficace o, nel settore della sicurezza si potrebbero individuare possibili comportamenti criminali».

Per i due ideatori italiani in futuro questa tecnologia potrà dare un tocco di umanità anche a macchine come i frigoriferi, personalizzati magari sulle nostre emozioni, o rubinetti che regolano l’acqua per le persone che soffrono di Alzheimer. Importanti sviluppi potrebbero aversi nel campo della salute mentale e dell’educazione, con sistemi in grado di valutare i livelli di stress e fornire suggerimenti a chi ha problemi di apprendimento, aumentando l’autostima. «Sono progetti interessantissimi che stiamo sviluppando insieme a vari istituti», dice Mirmillo.

L’innovazione è aperta a chiunque: Crowdemotion ha appena condiviso la sua Api ( l’interfaccia di programmazione) permettendo ai clienti un’integrazione abbastanza semplice di questa funzionalità sulle loro applicazioni. Tra dieci mesi, poi, CrowdEmotion arriverà anche sui cellulari.

Via L'Espresso

 
Di Altri Autori (del 15/05/2014 @ 07:26:16, in Strategie, linkato 874 volte)

Sponsorizzare le proprie attività artistiche, scientifiche, di beneficenza via internet è sempre più comune, anche in Italia. A dimostrazione di ciò c’è la diffusione delle piattaforme di crowdfunding, che nel nostro Paese sono ormai 54, di cui 41 attive e 13 in fase di lancio.

Questi numeri, se confrontati a quelli del web anglosassone, sono ancora piccola cosa, ma il fatto che il mercato del finanziamento popolare via web in Italia abbia raggiunto i 30 milioni di euro è senza dubbio un segnale che la tendenza si sta diffondendo anche nello Stivale e interessa realtà eterogenee.

La vera scommessa, a questo punto, è raccontare e pubblicizzare il fenomeno, così che più persone possano parteciparvi e più progetti possano trarne beneficio. Il sostegno dal basso online potrebbe essere sfruttato al meglio dagli atenei universitari, ad esempio, per progetti di studio e ricerca specifici, seguendo magari logiche social per raccogliere fondi. Il crowdfunding va poi diffuso anche al sud, dove sembra quasi sconosciuto. Un serbatoio che nel mondo raccoglie 5 miliardi di dollari di contribuiti spontanei non può essere ignorato: è una fonte virtuosa di finanziamenti per le idee della rete e non solo.

Via Quo Media

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 03/03/2014 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 1200 volte)

Ci sono tanti temi bellissimi sulla multicanalità, sul mobile e sul marketing del prossimo futuro in genere di cui mi avete visto scrivere tante volte qui e altrove.
Cose entusiasmanti cui però troppo spesso manca un dettaglio fondamentale: i contenuti!

Sappiamo già che troppo spesso ci si innamora di una tecnologia senza prima valutare per quale pubblico, strategia e obiettivo la vogliamo adottare, con il risultato classico di rimanere delusi.
Anche quando però il percorso POST viene correttamente declinato il rischio è di tralasciare la verità che qualunque strumento di comunicazione vuoto e fine a se stesso non si può chiamare tale.
Non c’è niente di più triste di uno schermo nero o di un blog aggiornato all’anno prima. Ma non è così semplice come sembra e, soprattutto, la definizione dei contenuti dovrebbe venire prima della creazione degli strumenti che dovranno riempire e far vivere e non viceversa.

Oggi differenziarsi è un’operazione dura sul piano dei prodotti o dei servizi offerti ma  non di meno è dannatamente difficoltoso poi far percepire questa differenza al cliente in termini di valori materiali e immateriali.
Il cliente ha voglia di storie. La vostra, quella del prodotto, quella del testimonial, quella del mondo di riferimento del brand.
E c’è già chi dice per questo che il sito corporate in quanto tale è morto.

In estrema sintesi dunque bisogna essere pronti a tre sfide reali:

1) la qualità dei vostri contenuti deve essere alta e basata non solo sulla piacevolezza visiva(fondamentale) ma anche sulla reale rilevanza che il fruitore vi attribuisce. Non è una semplice campagna advertising ma storytelling, e la metrica davvero rilevante è l’engagement.

2) i vostri contenuti devono essere liquidi: che si tratti di testi, foto o video l’esperienza non si può interrompere tra un device e l’altro e contemporaneamente  lo sforzo di adattamento e rilavorazione da parte vostra deve essere minimo.
La capacità di distribuire e declinare i vostri contenuti attraverso tutti i touch point (social inclusi) non è meno fondamentale che l’abilità nel crearli. Senza contare poi che il contenuto è uno di quei fili che legano i vostri owned, earned e paid media.

3) i contenuti si evolvono nel tempo ma si deve poter sempre scorgere il filo rosso che li lega, per sedimentare e costruire. Come già per i social, parliamo di relazione più che di comunicazione pura, non basta l’azione eclatante ma serve piuttosto un percorso constante.

Tutto dunque parte dal brand e dalle sue storie e valori, se un marchio non ne possiede o non ne sa dare una rappresentazione, beh, ha un problema. E non piccolo!

 
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