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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 30/03/2016 @ 07:02:49, in eCommerce, linkato 1468 volte)
Il commercio elettronico, più comunemente conosciuto come e-commerce, non può più essere considerato come un qualcosa di accessorio. La ricerca “E-commerce in Italia 2015”, svolta dalla nota società di consulenza digitale Casaleggio Associati, mette in evidenza come, nel 2014, il valore dell’e-commerce B2C abbia raggiunto, a livello globale, la cifra complessiva di 1.316 miliardi di dollari, con un incremento del 22% sul 2013. Per il 2015 era prevista invece una crescita di un ulteriore 20,9%, con un totale vendite di 1.600 miliardi di dollari circa.

I risultati della “Ricerca 2015 dell’Osservatorio eCommerce B2C”, promossa dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm, dimostrano come nel mercato italiano il valore degli acquisti online ha raggiunto nel 2015 oltre 16,6 miliardi di euro, con un incremento del 16% rispetto al 2014 (2,2 miliardi di euro).

Per quanto concerne il 2016 possiamo aspettarci di vedere un ulteriore rafforzamento di questo settore. La realtà della vendita online è destinata a crescere e consolidarsi, ma avere successo nel Web non è cosa semplice e commettere un errore significa perdere clienti e fatturato.

Una recente indagine condotta da OneStop, nota azienda americana specializzata nella fornitura di soluzioni e-commerce personalizzate, ha reso noto come una cattiva esperienza nel mercato dell’online possa incidere sul comportamento d’acquisto futuro.

La ricerca ha visto coinvolti 600 utenti statunitensi che avevano effettuato un acquisto online negli ultimi 12 mesi. Dopo aver chiesto loro quali fossero le probabilità di effettuare un nuovo acquisto online dopo un’esperienza negativa, è emerso che il 47,8% ritiene improbabile che questo possa accadere, mentre il 27,7% lo ritiene addirittura altamente improbabile. Solo il 3,7% degli utenti si è mostrato propenso a ripetere l’esperienza.

Per evitare di incorrere in simili situazioni, abbiamo stilato una breve lista di errori da non commettere, così da permettere alla vostra attività online di affermarsi con successo.

1. MENTALITÀ SBAGLIATA

Pensare che la gestione di un’attività online sia più semplice e meno impegnativa rispetto ad una di tipo tradizionale è il primo errore da non commettere. Costruire un business richiede tempo, energia e sforzi tanto nel mercato reale quanto in quello dell’online. Realizzare un buon sito e vendere i migliori prodotti non farà arrivare i clienti sulla vostra pagina.

2. DESIGN SCADENTE

L’estetica di un sito è molto importante per la fidelizzazione del cliente. Avere una grafica scadente rischia di trasmettere all’utente un’assenza di professionalità. È attraverso questa, infatti, che gli utenti decidono se avere o meno fiducia di quella determinata azienda. I consumatori sono diventati molto più critici e formulano rapidamente dei giudizi estetici.

3. SCARSA USABILITÀ DEL SITO

Un buon sito deve essere sempre accessibile, vale a dire facilmente usabile da chiunque. L’obiettivo è quello di ridurre al minimo il numero di clic necessari ai clienti per trovare ciò che stanno cercando. L’architettura delle informazioni è l’aspetto che influenza maggiormente l’usabilità dello stesso. È fondamentale che le informazioni siano organizzate e messe in relazione in modo logico e intuitivo. Rendere il vostro sito e-commerce navigabile e unico nei suoi contenuti può rappresentare un vantaggio notevole.

4. DEFICIT SEZIONE “PRODOTTO”

Gli errori collegati al prodotto possono essere di varia natura:

immagini di bassa qualità: le persone che acquistano online rinunciano alla possibilità di entrare in contatto con un determinato oggetto. Inserire delle buone immagini diventa quindi fondamentale per rappresentare un prodotto. È importante mostrare le diverse prospettive e possibili opzioni aggiuntive, come ad esempio la possibilità di scegliere tra diversi colori.
descrizione di prodotto: è necessario fornire all’utente il maggior numero di informazioni. Il cliente vuole essere ben informato su ciò che sta per acquistare, più dettagli verranno forniti, più il vostro utente vi riterrà seri e professionali. Inoltre, la mancanza di un’accurata descrizione rende difficile attuare quel processo di indicizzazione da parte dei motori di ricerca.
utilizzo della descrizione dei produttori: copiare le informazioni dal sito dei produttori è tra le cose più sbagliate che potete fare. Google e altri motori di ricerca penalizzano i contenuti duplicati e il rischio è quello che la vostra pagina non venga indicizzata, eliminandola di fatto dai risultati.
assenza di recensioni: la maggior parte degli utenti ricerca le recensioni prima di acquistare un determinato prodotto. In assenza di esse il rischio è quello di perdere potenziali acquirenti. Inoltre non dimentichiamo che queste recensioni rappresentano dei contenuti unici e gratuiti, utili a mantenere la propria pagina prodotto sempre aggiornata.
5. CHECKOUT COMPLESSO

L’acquisto rappresenta un momento delicato, guidato da emotività. Evitate percorsi complessi, il rischio è che il cliente possa cambiare idea. Studiate un percorso di navigazione veloce e sicuro, in modo da ridurre al minimo il numero di clic necessari per effettuare il pagamento. Inoltre, è importante far luce sui costi di spedizione prima che l’ordine venga inviato. Gli utenti si aspettano di sapere da cosa è dato il prezzo che stanno per pagare, spedizione compresa. Ad operazione conclusa inviate una mail di conferma al vostro cliente e inserite nella sua area riservata il riepilogo dell’acquisto con lo stato dell’ordine costantemente aggiornato.

6. ASSENZA DI URL UNIVOCI

Gli URL permettono di dare indicazioni precise all’utente e al motore di ricerca circa il contenuto della pagina. Spesso gli URL delle pagine prodotto sono sequenze di numeri e lettere poco comprensibili. È molto importante, invece, utilizzare degli URL univoci. Avere parole chiave pertinenti nel’URL utilizzato significa mettere in risalto il dominio del sito.

7. ASSENZA DI UNA STRATEGIA SEO

L’attività di SEO risulta essere molto importante per il successo di un e-commerce. Questa rappresenta uno degli strumenti necessari per portare traffico al proprio sito attraverso una strategia organica, non a pagamento e continua. Fondamentale è prendere in considerazione il modo in cui le persone cercano determinati prodotti nei motori di ricerca ed utilizzare un linguaggio comune nella costruzione dei testi.

8. ASSENZA DI UNA STRATEGIA PROMOZIONALE

Uno degli errori più comuni è quello di non dedicare la giusta quantità di tempo, energia e denaro ad ogni canale di marketing. Rafforzare la propria presenza in rete è possibile mediante la condivisione sociale. Conseguentemente diventa necessario ottimizzare dimensione e posizione delle apposite icone di condivisione.

Gestire delle pagine aziendali su diversi canali social vi permetterà di raggiungere

un pubblico più vasto e, di conseguenza, porterà anche maggior traffico sul vostro sito. Molti utenti utilizzano questi canali come indicatori di professionalità e fiducia quando acquistano per la prima volta in un determinato negozio online. Non

dimentichiamo, però, che la semplice attivazione di questi canali non basta a rappresentare al meglio la propria attività. I canali per fare marketing sono numerosi, ma nessuno è utile senza una chiara strategia d’azione.

9. MANCANZA DI UNA VERSIONE MOBILE

I dispositivi mobile giocano un ruolo sempre più rilevante. Lo smartphone è diventato parte integrante del processo decisionale finalizzato all’acquisto. Non dimentichiamo che la navigazione mobile ha superato quella desktop. È indispensabile, quindi, che il proprio sito e-commerce sia navigabile anche da questi dispositivi. L’ideale sarebbe avere un sito responsive, cioè un sito che si adatti alle dimensioni del dispositivo in uso.

10. PROBLEMI DI SICUREZZA

Se chiedessimo ad un consumatore quale ritiene essere l’ostacolo maggiore nell’acquistare un prodotto presso un negozio online, certamente la risposta sarebbe: “frode o furto d’identità”. Questa specifica preoccupazione sembra tenere molti consumatori lontani dall’acquisto di prodotti e servizi in rete. Rendere sicuro il vostro sito e comunicarlo ai vostri clienti diventa, così, una necessità. Mediante l’adozione di un protocollo HTTPS si acquisisce un certificato digitale volto a fornire autenticità al proprio sito Web e una connessione crittografia per proteggere i dati sensibili dei vostri utenti. Inoltre, la possibilità di poter effettuare un acquisto attraverso diverse modalità di pagamento (bonifico bancario, contrassegno, carta di credito, PayPal) offre maggior sicurezza ai vostri consumatori, i quali si sentono liberi di scegliere in base all’opzione che ritengono maggiormente affidabile.

Via Tech Economy
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Di Altri Autori (del 23/03/2016 @ 07:44:25, in Social Networks, linkato 1321 volte)
Il processo decisionale di un utente e-commerce è molto complesso e costituito da diverse fasi, alcune delle quali sicuramente da monitorare. Pensiamo, ad esempio, al checkout in fase di acquisto dove la rapidità e la semplicità delle procedure possono far diminuire il rischio del cosiddetto “abbandono del carrello”. Altre fasi, come quelle che si trovano a monte dell’acquisto, sono più difficili da controllare e con una attività di influenza meno diretta.

Gli acquirenti digitali di tutto il mondo si rivolgono ai social network site per una varietà di cose che, secondo una ricerca condotta su 22.618 acquirenti da PricewaterhouseCoopers (PWC), sembrano influenzare il loro comportamento d’acquisto. I soggetti intervistati hanno effettuato acquisti on-line almeno una volta nel corso dell’anno passato; quasi la metà di essi (45%) ha dichiarato che la lettura di recensioni, commenti e feedback sui ​​diversi social ha influenzato il loro comportamento d’acquisto digitale. Circa il 44% degli intervistati ha, inoltre, affermato che le numerose offerte promozionali ricevute hanno contribuito ad influenzare ulteriormente il loro comportamento.

I consumatori si rivolgono sempre più ai diversi canali social non solo al fine di essere ispirati, ma anche per acquistare prodotti e servizi. I social media influenzano e determinano le decisioni di acquisto ed estendono notevolmente le possibilità di entrare in contatto con i clienti nel contesto social, dove le informazioni e le interazioni vengono plasmate non soltanto dai media, ma anche dai loro amici e dalla loro rete sociale.

Dal report “Social Commerce 2015” di Business Insider è emerso che Facebook rappresenta il 50% dei rinvii sociali totali e il 64% del fatturato complessivo sociale.

Monitorare e utilizzare nel modo corretto tutti i social media è una necessità cui un’azienda non si può sottrarre. Una strategia di marketing vincente per migliorare la visibilità, la reputazione e le vendite.

Via Tech Economy
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Di Altri Autori (del 21/03/2016 @ 07:16:06, in Mercati, linkato 1290 volte)
Se l'Italia fosse fatta solo di bambini saremmo una nazione leader nella lettura. Stando ai dati Aie, il 63,3% dei bimbi tra i 2-5 anni legge o sfoglia un libro almeno una volta al giorno mentre gli adulti che leggono almeno un libro al mese sono scesi dal 43% al 41,4%. Insomma, il mercato è lì e infatti cresce. Rispetto al 2012 le case editrici attive nel settore ragazzi sono salite da 195 a 204 e sale il giro d'affari, con le librerie che nel 2014 hanno totalizzato 168,3 milioni di euro (+5,7% rispetto al 2013) mentre se allarghiamo lo spettro a tutti canali, compresi toy center, uffici postali e grande distribuzione, l'aumento è del 4,3 per cento, pari a 208,6 milioni di euro.

Nell'editoria pura la crescita ha diversi fattori ma il fondamentale è l'aura di cui ancora gode il libro: genitori o parenti non lettori comprano libri anche per sopperire alle proprie mancanze letterarie, senza dimenticare che un libro è sempre considerato un regalo “colto”, che fa bella figura (i regali contano per un 15 per cento sulle vendite). Accanto alla carta però c'è il digitale che nel caso dei bambini è strategico. Non solo e non tanto perché i tablet sono diventanti uno strumento di intrattenimento di primaria importanza. Ma anche perché dai piccoli schermi stanno nascendo nuove forma di letteratura interattivi.
Adulti sempre più digitali spingono i propri figli nella stessa direzione e visto che in futuro ci saranno genitori sempre più versati nella tecnologia, è logico che ci saranno sempre più infanti tecnologici. Ecco quindi che Apple ha intercettato subito questo mercato: fin dal 2011 ha aperto una sezione del suo iTunes store dedicata i più piccoli e a gennaio 2015 l'ha divisa per fascia d'età proponendo contenuti per chi ha meno di 5 anni, dai 6 agli 8 e dai 9 agli 11 anni, una guida utile per i genitori che così possono stare tranquilli circa ciò che scaricano e non a caso la ritroviamo anche nel Play Store di Google. Nei negozi digitali troviamo tanti libri e contenuti di colossi come Disney e Lego ma anche piccoli editori e sviluppatori italiani come Minibombo o Elastico che si distinguono per la cura delle loro produzioni e l'attenzione ai contenuti.

C'è poi chi offre un ponte tra le due culture come Giunti, editore di lungo corso che nel 2015 ha investito 200 milioni di euro in Ebooks&Kids, sviluppatore dedicato solo all'infanzia. Dall'acquisizione del 20 per cento della startup è nata la collana Zerosei che offre il libro cartaceo e l'app in un unico pacchetto. Il mercato insomma è effervescente soprattutto nella fascia d'età più bassa e il motivo è semplice: volumi spesso privi di testo, albi da colorare e giochi per infanti non hanno bisogno di traduzione. Consentono di esportare agevolmente prodotti all'estero senza sovrapprezzi ma anche di importarli, rendendo la concorrenza ancora più agguerrita.

Concorrenza dovuta anche alle basse barriere all'ingresso: ideare e stampare un libro comporta investimenti inferiori ai diecimila euro e le app costano anche meno. Lo scoglio in entrambi i casi è la visibilità che nel mondo cartaceo significa distribuzione e libreria, per le app il risalto sugli store digitali. In entrambi i casi lo si può superare grazie al digitale come dimostra Lostmy.name, casa editrice inglese arrivata a vendere quasi un milione e mezzo di libri cartacei nel mondo offrendoli solamente online.

Via IlSOle24Ore.com
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Di Altri Autori (del 17/03/2016 @ 07:02:29, in Social Networks, linkato 1161 volte)
È stata presentata stamattina alla Camera la ricerca "Prime 'social' Ministers", analisi del comportamento sui social media di Matteo Renzi, Alexis Tsipras, David Cameron, Angela Merkel, Mariano Rajoy e François Hollande.

Si tratta di una ricerca quantitativa e qualitativa sulle migliaia di contenuti pubblicati ONLINE dai sei leader politici europei realizzata da Doing in tutto il 2015: si tratta di un anno particolarmente ricco di eventi rilevanti politicamente soprattutto in ambito europeo, dal cosiddetto grexit, alla crisi immigrati/rifugiati, agli attacchi terroristici che hanno in particolare colpito la Francia. "Se pensiamo agli attentati di Parigi - si spiega nella presentazione dello studio - (e alla modifica della propria immagine di profilo con la bandiera francese da parte degli utenti, ndr) ci accorgiamo dell'importanza dei social, un vero e proprio acceleratore di partecipazione pubblica."

I ricercatori sono partiti dall'analisi dei loro profili ma hanno anche analizzato le conversazioni che avvengono su pagine collegate ma fuori da questi profili proprietari, analizzando la loro "popularity", ovvero il numero di seguaci sui social, come interagiscono con essi, quali sono gli argomenti di interesse per questi ultimi ed inoltre cercando anche di analizzare il sentimento con cui gli utenti interagiscono con essi, il "tono di voce" con cui i leader li affrontano e come vengono percepiti dai "fan".

In generale, Matteo Renzi è il più popolare su Twitter (grazie ai suoi 2.177.652 al 31 dicembre 2015) e Merkel, che non ha un account sulla piattaforma di microblogging, è quella con più amici su Facebook. Alexis Tsipras è invece quello che riesce a raccogliere maggiormente seguaci anche all'estero, anche perché è l'unico ad avere profili internazionali sui social oltre a quelli in greco, mentre lo spagnolo Mariano Rojoy è il più attivo. Meno bene fanno invece sia François Hollande che David Cameron, definiti troppo istituzionali e per questo non capaci a creare engagement con la loro community.

Ci sono poi alcuni eventi che generano movimento intorno ai profili social dei leader europei: nei giorni degli attentati di Parigi, per esempio, Hollande ha guadagnato oltre 100mila seguaci, mentre il tweet con cui Renzi ha espresso solidarietà al popolo francese è quello che gli ha fatto guadagnare più follower (più 6.900).

Via Punto Informatico
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Di Altri Autori (del 14/03/2016 @ 07:47:17, in Advertising, linkato 1319 volte)
n un settore Media complessivamente ancora in difficoltà la componente digitale fruita tramite internet è l'unica in crescita: dopo aver superato i 2 miliardi di euro nel 2014, il mercato degli Internet Media raggiungerà i 2,2 miliardi di euro alla fine di quest'anno. Questo la principale conclusione del nuovo report  dell'Osservatorio New Media & New Internet del Politecnico di Milano, presentato presso l'ateneo milanese in occasione del convegno “Internet Advertising: verso il 30% del mercato”.

«Gli Internet Media potrebbero raggiungere nel 2015 una quota di mercato del 15% del totale mezzi, in uno scenario complessivo che in 7 anni ha bruciato quasi un quinto del suo valore - spiega Andrea Rangone, Coordinatore degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano -. È soprattutto nel mercato pubblicitario che gli Internet Media risultano sempre più decisivi. Di fatto, Internet è da due anni il secondo mezzo per investimenti pubblicitari in Italia, dopo il sorpasso sulla Stampa avvenuto nel 2013; con un +11% nel 2014, ha raggiunto una quota di mercato del 27% e nel 2015 stimiamo possa arrivare al 30% del totale mercato pubblicitario sui Media italiani».

Una crescita, quella degli Internet Media, trainata dalle componenti più innovative (Smartphone, Tablet, Smart Tv, Social Network, Applicazioni, Video online, ricavi Pay, Programmatic Advertising) che i ricercatori del Politecnico definiscono "New Internet".

Scendendo nel dettaglio, un fattore decisivo è la diffusione dei nuovi device di accesso a Internet: gli Smartphone saranno 40 milioni nel 2015, i Tablet 10 milioni, mentre le Smart Tv sono già presenti in una famiglia su 4 e attive in una su 8. I Social Network sono sempre più il luogo privilegiato di interazione digitale: gli utenti vi spendono il 30% del tempo trascorso online. Le App rappresentano una nuova modalità di accesso ai contenuti a fianco del browser e occupano già l’84% del tempo trascorso sui device mobili. I Video, a cui gli utenti dedicano 2 ore al mese, sono diventati un veicolo chiave per distribuire contenuti sia editoriali sia pubblicitari. Si stanno sviluppando nuovi modelli di revenue basati su contenuti a pagamento a fianco della pubblicità. Infine il Programmatic advertising, cioè la compravendita di spazi pubblicitari online su piattaforme automatizzate, sta cambiando profondamente la filiera pubblicitaria online e le strategie d'acquisto degli spazi delle aziende investitrici.

«Ci aspettiamo che il mercato Media abilitato dal New Internet cresca del 40% circa nel 2015, arrivando a superare il miliardo di euro - spiega Marta Valsecchi, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio New Media & New Internet -. Mentre la restante componente "Old Internet" degli Internet Media, composta dai formati pubblicitari più classici su Pc (come Standard Display Advertising, Search, email advertising e Classified), continua a calare di qualche punto percentuale. Prevediamo così che il New Internet nel 2015 sorpassi l'Old Internet, raggiungendo una quota del 55% sul totale mercato Internet Media (nel 2014 vale il 45%)".

Il 95% del mercato è pubblicità, il resto spesa degli utenti

Il mercato della pubblicità su Internet ha chiuso il 2014 a 1,94 miliardi di euro, in crescita dell’11%, e secondo l'Osservatorio nel 2015 si avvicinerà ai 2,1 miliardi di euro con una crescita di poco inferiore al 10%. I principali fattori che guidano la crescita sono:

  • la pubblicità sui Social Network, che dovrebbe crescere di oltre il 40% (dopo il +70% del 2014), arrivando a valere circa il 20% del Display Advertising, grazie all’audience raggiunta e all’elevata capacità di profilazione;
  • i ricavi legati al Video Advertising, che potrebbero crescere di un ulteriore 15% nel 2015, con buone prospettive per la capacità di soddisfare le esigenze di branding e visibilità delle imprese investitrici e la possibilità di raggiungere reach incrementali rispetto alla Tv a costi contenuti;
  • la raccolta pubblicitaria su Smartphone, che i ricercatori si aspettano aumenti di circa il 40%, avvicinandosi al 20% del mercato Internet Advertising; sono diverse le barriere (a livello di formati e strumenti di tracciamento e misurazione) che, se abbattute, potrebbero accelerare fortemente gli investimenti nei prossimi anni, visto il crescente spostamento di audience dal mondo desktop a quello Mobile;
  • i ricavi pubblicitari legati alle App su Tablet, che potrebbero registrare un tasso di crescita tra il 40% e il 50%;
  • la compravendita attraverso piattaforme automatizzate di Programmatic advertising, che crescerà del 90% circa, passando dal 10% a quasi il 20% del Display Advertising.

I ricavi Pay legati all’acquisto di contenuti editoriali e all’abbonamento a servizi di musica e video in streaming, da qualsiasi device internet-based, hanno sfiorato nel 2014 i 100 milioni di euro (+43% sul 2013), e cresceranno in maniera analoga anche nel 2015. In evidenza soprattutto i servizi in abbonamento “all you can eat” che permettono di accedere a vaste library di contenuti senza limitazioni per un periodo di tempo (solitamente mensile) e, ad oggi, riguardano, in particolare, video e musica: nel 2014 valgono quasi la metà dei ricavi, in crescita del 70% rispetto al 2013.

Via Mobile4innovation
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Di Altri Autori (del 11/03/2016 @ 07:05:54, in Internet, linkato 1133 volte)

Audiweb: 28.7 milioni gli italiani online

 Nei dettagli del nuovo report di Audiweb, nel giorno medio risultano 11.5 milioni gli italiani che hanno navigato da un computer, il 20,8% della popolazione dai 2 anni in su e 18.2 milioni da device mobili (smartphone e tablet), il 41,2% dei 18-74enni. Numeri che testimoniano il crescente “amore” verso smartphone e tablet pc degli italiani. In Italia, inoltre, l’accesso ad internet non vede prevalere ne il sesso maschile e nemmeno quello femminile. Infatti, in base ai dati socio-demografici, nel giorno medio a gennaio erano online 10.9 milioni di uomini (il 40% degli uomini dai 2 anni in su) al pari delle donne, 10.9 milioni online (il 39% delle donne). In ogni caso, Audiweb ha verificato come internet sia un mondo amato prevalentemente dai giovani.

 La fruizione di internet è ormai una pratica che si è affermata principalmente tra i 18-24enni, con il 65% dei giovani di questa fascia che naviga quotidianamente e soprattutto da device mobili. Infatti, mentre il 61% naviga da device mobili (2.6 milioni), solo il 24% naviga da computer (1 milione).

 La navigazione tramite device mobili (smartphone e tablet), inoltre, prende ancora piede tra le donne, affermandosi nel 42% dei casi contro il 40% degli uomini: sono state 9.8 milioni le donne online da device mobili nel giorno medio a gennaio, più degli uomini (8.7 milioni), collegate per 1 ora e 56 minuti per persona.

Sono ancora i giovani di 18-24 anni a dedicare molto tempo alla navigazione online, con 2 ore e 31 minuti complessivi nel giorno medio (2 ore e 17 minuti da device mobili), seguiti dai 25-34enni online per 2 ore e 13 minuti e la fascia più estesa dei 35-54 anni che tocca le 2 ore a persona.

 Tra le prime categorie di siti e applicazioni più consultati nel mese, anche a gennaio risultano confermati i siti di ricerca con 26.4 milioni di utenti complessivi, i portali generalisti con 25.8 milioni di utenti e i social network che raggiungono 24.9 milioni di utenti.

 Per quanto riguarda il consumo di contenuti di intrattenimento, l’insieme di siti e applicazioni dedicati ai contenuti video (sotto-categoria “Videos / Movies”) hanno raccolto l’interesse di 23.7 milioni di utenti, mentre la categoria di siti dedicati alle notizie e all’informazione (Current Events & Global News) ha raggiunto quasi 20 milioni di utenti. Il 75,8% degli utenti online, 21.8 milioni, ha visitato almeno un sito o applicazione dedicato all’ecommerce (sotto-categoria “Mass Merchandiser”), dedicandovi in media 1 ora e 39 minuti.

 Via Webnews

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Di Altri Autori (del 10/03/2016 @ 07:27:57, in Prodotti, linkato 1217 volte)
Il target interessato all’acquisto di wearable è esperto di tecnologia, utilizza ampiamente i social ed è molto attento allo stile e all’abbigliamento: è quanto rivela IDC in una ricerca di mercato statunitense svolta allo scopo di capire quale tipologia di consumatori porterà avanti il mercato dei device indossabili nel prossimo futuro.

Il consumatore ideale dei wearable è molto pratico di tecnologia (89%); più dei tre quarti degli intervistati (76%) controllano il proprio smartphone come prima cosa al mattino e utilizzano moltissimo i social media, con l’87% di loro che utilizza Facebook, controllandolo ogni ora (29%). Oltre la metà (54%) dei potenziali consumatori wearable è d’accordo con l’affermazione: “Quando non controllo i social media, mi chiedo cosa mi manchi” (un fenomeno comunemente noto come FOMO, “fear of missing out”).

Inoltre, i potenziali consumatori di wearable sono molto attenti all’abbigliamento e quello che indossano non è mai scelto casualmente. Le affermazioni più ricorrenti:

“Sono attento a come mi presento” (81%)
“E’ importante come mi vesto” (77%)
“Il mio abbigliamento è espressione di chi sono” (66%)
“Gli accessori che indosso (occhiali, orologi, gioielli) dicono qualcosa di me” (63%)
L’interesse per i wearable è elevato, con il 74% degli intervistati che concordando sul fatto che “la tecnologia Wearables è entusiasmante”; il 71% inoltre è d’accordo con l’affermazione “credo che i wearable saranno il prossimo grande passo della tecnologia”; il 65%, infine, concorda sul fatto che “la tecnologia wearable avrà un impatto positivo sulla vita quotidiana.”

“I potenziali consumatori sono entusiasti dei device indossabili, ma hanno esitato nell’acquisto. Questo è un elemento interessante che sottolinea come le aziende non abbiano ancora compreso come offrire qualcosa che sia funzionale ma che sia anche fashion. Dato che i consumatori di questi prodotti sono molto attenti allo stile, le aziende devono concentrarsi sull’ estetica dei loro prodotti” ha dichiarato Allan Fromen, Vice Presidente e Consulting Partner di IDC.

I brand preferiti differiscono per categoria: per gli smartwatch è in cima alla classifica Apple (52%), per chi pratica regolarmente sport e fitness Fitbit (37%) , per gli occhiali Google (36%)  e per l’abbigliamento Nike (40%) .

Il mercato dei wearable non deve essere sottovaluto. Gartner, infatti, prevede che nel 2016 il numero di device indossabili venduti in tutto il mondo sarà circa di 274,6 milioni di unità: una cifra in netto aumento (+ 18,4%) rispetto alle 230 milioni di unità vendute nel corso del 2015. In generale, durante il nuovo anno, le vendite dei wearable produrranno un fatturato stimato di circa 28,7 miliardi di dollari: di questi, 11,5 miliardi arriveranno esclusivamente dagli smartwatch.

Via Tech Economy
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Di Altri Autori (del 07/03/2016 @ 07:12:56, in Tecnologie, linkato 1214 volte)
Il crescente utilizzo di tecnologie intelligenti (Smart Technologies) nei luoghi di lavoro fa bene alle aziende. Lo dicono i dati di Avanade che evidenziano l’aumento dei ricavi che, secondo le previsioni dei leader del settore business e It, cresceranno del 33% entro i prossimi cinque anni (del 38% secondo i manager italiani che hanno partecipato alla ricerca). Inoltre, le aziende stanno prevedendo di aggiornare professionalmente la propria forza lavoro attuale, con la creazione di nuove figure professionali e una riorganizzazione della struttura interna, dal momento che nel futuro è attesa una riqualificazione del 20%, nella media globale degli intervistati (il 25% secondo i manager italiani), degli attuali ruoli aziendali.

Secondo Avanade, il 63%delle aziende nella media globale (addirittura il 79% in Italia) ha già fatto importanti investimenti in smart technologies ed inizia ad ottenerne benefici, tra i quali emergono l’incremento dei ricavi, il miglioramento della customer experience e un innalzamento del livello di soddisfazione dei propri dipendenti. A spingere in questa direzione è anche la considerazione che il 92% dei manager a livello globale (in Italia addirittura il 96%) crede che sarà più facile attrarre e trattenere i migliori talenti grazie all’aumento dell’utilizzo di smart technologies nell’ambiente di lavoro.

CAPACITA'. Il 73% degli intervistati a livello globale (in Italia il 69%) afferma, tuttavia, che le aziende avranno bisogno di assumere dipendenti più qualificati per prendere decisioni sempre più complesse. Le abilità più apprezzate in un vero e proprio digital workplace, secondo la media dei decision maker intervistati a livello globale, saranno: capacità di problem solving (61%), capacità di raccogliere e analizzare i dati (59%), pensiero critico (51%) e spirito di collaborazione(51%). Per i dirigenti italiani questa classifica è leggermente diversa, con la capacità di raccogliere e analizzare i dati a primeggiare con il 63%, seguita dal problem solving con il 54%, e dal pensiero critico e lo spirito di collaborazione con “appena” il 44%
.
CLIENTI. Infine, circa il 60%della media dei manager intervistati a livello globale (il 63% per quanto riguarda i manager italiani) crede chele smart technologies avranno un ruolo chiave nelle attività di supporto alla customer experience. Sempre il 60% della media globale pensa che le smart technologies avranno la capacità di identificare le opportunità di vendita (67% per gli italiani intervistati), e il 49% pensa che saranno capaci di individuare i clienti a rischio (appena il 38% per i business leader italiani).

Via Business People
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Di Altri Autori (del 04/03/2016 @ 07:58:00, in Mobile, linkato 1229 volte)
Google sta testando un nuovo servizio di pagamento mobile separato da Android Pay. Il nuovo sistema consente ai clienti di pagare nei negozi senza dover tirare fuori lo smartphone, cosa utile qualora si avessero le mani occupate (bisogna tenere i bambini o le buste della spesa) o semplicemente non si ha voglia di tirare fuori il device.

Come funziona il nuovo servizio è semplice ma il telefono deve avere Bluetooth e Wi-Fi attivi (due caratteristiche ormai presenti in ogni telefono): la connessione Bluetooth Low Energy in combinazione con la localizzazione fornita dal Wi-Fi permettono allo smartphone di effettuare un pagamento stando nella tasca comunicando con la cassa del negozio tramite beacons.

Il cliente deve semplicemente dire al cassiere che sta "pagando con Google", poi il cassiere con il suo terminale comunica con lo smartphone del cliente per verificare che il pagamento avviene effettivamente con la persona che si trova di fronte (sul telefono si imposta una propria foto, che il cassiere vede nel display del suo sistema) e conferma il pagamento. Una notifica viene poi inviata direttamente al dispositivo, con la conferma del pagamento appena fatto.

I beacons sono dispositivi che sfruttano la connettività BLE a basso consumo energetico, la stessa che usano gli smartband o smartwatch, che hanno una sola funzione: trasmettere pacchetti di dati contenenti solo informazioni per notificare la propria presenza a dispositivi vicini. Nel caso del nuovo servizio di Google, un beacons viene integrato nella cassa del negozio, così la tecnologia consente ad uno smartphone o ad un altro dispositivo di comuicare in automatico quando si trova nelle vicinanze. Il comando "pago con Google" deve essere pronunciato dal cliente per dire al cassiere di attivare il beacons della cassa, così da ricevere dallo smartphone le informazioni utili per la conferma dell'identità del compratore.

Un esempio di come funziona il nuovo servizio si puo' vedere nel video qui sotto realizzato da Google.

Al contrario di sistemi di pagamento come Samsung Pay o Apple Pay, tuttavia, la nuova soluzione a cui Google sta lavorando obbligherà i negozianti ad acquistare un dispositivo apposito che supporti la tecnologia, non bastano i tradizionali POS.

La piattaforma è comunque gia' in funzione, è attualmente disponibile nella South Bay Area in California presso due commercianti: McDonald's e Papa John's.

Via PianetaCellulare
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Di Altri Autori (del 01/03/2016 @ 07:36:29, in Mobile, linkato 1219 volte)
Gli uffici marketing delle aziende guardano sempre di più a smartphone e tablet come un canale privilegiato di comunicazione, alla luce dell’utilizzo crescente di questi device tra la popolazione mondiale, italiani in testa. Secondo un report previsionale di Cisco, nel 2019 nel nostro Paese gli smartphone utilizzati saranno ben 63 milioni e, soprattutto, da questi dispositivi passerà il 68% di tutto il traffico dei dati. E la pubblicità sui canali mobile trainerà, fra il 2015 e il 2018, il mercato globale dell’advertising con un incremento medio annuale del 32%, raggiungendo l’87% di tutti i nuovi investimenti in advertising in questo periodo (dati ZenithOptimedia). Una percentuale bulgara, dunque, che lascia pochi dubbi sulla direzione che il comparto della pubblicità sta prendendo. Il mobile advertising, termine che racchiude tutte le formule di comunicazione su questi canali, dal display al search sino alle applicazioni a pagamento, passerà dunque da un giro d’affari di 50 miliardi di dollari registrato nel 2015 ai 113 miliardi previsti nel 2018. E arriverà a pesare per oltre il 50% di tutta la pubblicità su Internet.

Quali saranno dunque i trend da tenere d’occhio per adattarsi ai nuovi modelli di comportamento dei consumatori mondiali? Le marche dovranno prestare attenzione, per esempio, allo sviluppo delle funzioni di ricerca vocale sui supporti mobile, così come al native advertising, destinato a ridurre il peso del digital display advertising poiché meno efficace su smartphone e tablet. Per non parlare poi degli emoji, le icone digitali ormai imprescindibili nel linguaggio di scrittura di millennials (le persone di età compresa tra i 18 e i 35 anni) e generazione Z (i nati alla fine degli anni Novanta). Le grandi aziende, inoltre, punteranno sempre di più sui servizi di personal shopping, prenotabili via web e mobile: una rivoluzione che non riguarderà solo gli operatori del lusso, ma anche tante altre categorie merceologiche. E il ricorso ai temporary store aiuterà i brand a costruire esperienze d’acquisto più stimolanti con i consumatori approcciati sui device mobili.

Ci sarà poi un’evoluzione del mobile wallet, che da strumento di pagamento diretto dal telefono diventerà una vera piattaforma di marketing dove i marchi potranno proporre i loro contenuti. La stampa 3D inoltre prenderà sempre più piede tra la popolazione, mentre i tempi di consegna dei prodotti acquistati attraverso la rete saranno molto più rapidi. Da capire invece fino a che punto avrà successo la diffusione della realtà virtuale su dispositivi mobile, anche se i produttori si stanno muovendo fortemente in questa direzione.
Il futuro continua a correre dunque più velocemente di quanto avremmo mai potuto ipotizzare qualche anno fa. Per la comunicazione di marca, però, di strada da percorrere ne rimane ancora tanta. In particolare in Italia, dal momento che il mercato della pubblicità – secondo molti protagonisti – non ha ancora trovato le formule più idonee per sfruttare questi media.

I direttori marketing delle aziende intervistati da Business People lamentano il fatto che tanti operatori della pubblicità non hanno saputo ancora cavalcare la nuova onda. Sullo sfondo, rimane inoltre l’annoso problema della lentezza della rete, anche se paradossalmente è proprio la scarsità di infrastrutture tradizionali a spingere gli italiani a utilizzare i dispositivi mobile. Nel nostro Paese, infatti, solo il 68% degli utenti internet adulti usa una connessione fissa in banda larga per accedere a Internet, contro il 79% dei britannici e l’84% dei francesi.

Via Business People
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