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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 26/09/2017 @ 07:26:31, in Brand, linkato 841 volte)
Nell'annuale classifica di Interbrand restano al vertice Google e Apple, ma entra in terza posizione Microsoft. Per l'Italia ci sono Gucci, Prada e Ferrari

Appuntamento con la diciottesima edizione dello studio Best Global Brands di Interbrand, che svela anche per il 2017 quali sono i marchi globali a maggior valore economico. Al top ancora Apple e Google, mentre Microsoft entra in terza posizione: confermato dunque il dominio della tecnologia.

Sono tre le new entry di quest’anno: l'italiano Ferrari, in posizione 88, insieme a Netflix e a Salesforce.com, entrate entrambe per la prima volta nel ranking rispettivamente al 78esimo e 84esimo posto.

I cinque brand con il più alto tasso di crescita sono Facebook, che per il secondo anno consecutivo registra un incremento del valore del brand del 48%, Amazon (+29%), Adobe (+19%), Adidas (+17%) e Starbucks (+16%).

Il settore retail, rappresentato dai brand Amazon, Ikea ed eBay, è quello con un maggior tasso di crescita: l'incremento è del 19%. Il settore Fmcg è rappresentato da 9 brand, tra questi quello con la maggior crescita in termini di valore del brand è Lego con +5%.

Nel complesso, il valore aggregato dei 100 Best Global Brands è pari a 1.871,730 miliardi di dollari con un aumento del 4,2% rispetto al 2016.

Un dettaglio sull'Italia
L’Italia è rappresentata da Gucci, Prada e Ferrari, che rientra nella Best Global Brands in 88esima posizione. Come riportato nell'analisi di Interbrand, non sorprende la performance di Gucci che conquista la posizione 51, con una crescita del valore del brand del 6% raggiungendo 9,969 miliardi di dollari. Grazie al nuovo corso posto in essere dal management e dal direttore creativo Alessandro Michele, il brand è nuovamente assurto al ruolo di autorità della moda. Ferrari, antonomasia del lusso automotive, che quest’anno celebra il suo 70esimo compleanno, registra un valore del brand pari a 4,876 miliardi di dollari, traguardo Interbrand conquistato anche grazie a un forte incremento delle vendite. Seppure continui a essere un indiscusso riferimento a livello internazionale, Prada fatica a tradurre la forza del proprio brand in risultati economici, e scende in posizione 94.

Per la classifica completa dei 100 top brand 2017 cliccate qui

Via Mark Up

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Di Max Da Via' (del 25/09/2017 @ 07:45:11, in Mercati, linkato 830 volte)

Sì, l’ascesa della generazione “i-can” cinese sta cambiando sia l’economia del Paese sia quella mondiale. Volete sapere di chi stiamo parlando e quali sono le opportunità da cogliere per le aziende?
Ad offrire una panoramica approfondita sul tema nell'articolo a seguire è Helen Wong, Chief Executive, Greater China, The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation Limited.

Tra gli anni ‘50 e ‘60 l’economia mondiale ha subito una trasformazione ad opera della progressiva affermazione dei consumatori americani. Oggi, invece, è la generazione “i-can” cinese ad essere il motore trainante dell’economia. La rapida trasformazione socio-economica che ha interessato la Cina negli ultimi tre decenni ha portato alla nascita di una nuova generazione di consumatori che noi definiamo la generazione “i-can”.

Incoraggiati da anni di crescita economica, la generazione “i-can” è stimolata dall’incremento dell’economia digitale di Pechino, i cui emblemi sono Taobao (digital purchasing) e WeChat(comunicazione). Praticamente, la generazione “i-can” cinese è passata direttamente dall’era pre-internet a quella dell’internet mobile, bypassando completamente l’era dei personal computer. Lungo il tragitto, l’attività in ambito eCommerce della generazione “i-can” ha creato una delle maggiori economie digitali del mondo e sta facendo nascere una nuova generazione di società cinesi del settore IT che si stanno facendo spazio nel panorama digitale mondiale.

Le caratteristiche demografiche della generazione “i-can” sono assolutamente uniche, infatti uniscono in una sola fascia di età le peculiarità dei baby boomers dell’occidente e quelle dei Millenials. Questo fa sì che abbiano tutte le opportunità, l’ottimismo e il benessere di cui hanno goduto i figli del baby boom, avendo però a portata di mano tutta la tecnologia moderna. Hanno, inoltre, una visione più globale rispetto ai loro genitori. Essendo il prodotto della politica del figlio unico hanno sviluppato un atteggiamento basato sul “posso far tutto” che adesso sta trasformando la società e l’economia del Paese. Questa nuova generazione è più mondana, imprenditoriale, individualistica, ha una maggior apertura mentale ed è disposta a spendere.

L’intera generazione “i-can” racchiude oltre 400 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione cinese, una cifra di gran lunga maggiore rispetto alla popolazione attiva degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale messi insieme. Si stima che questo gruppo di persone guiderà il 65% della crescita dei consumi in Cina da qui al 2020, quando rappresenteranno il 53% della spesa totale, in aumento rispetto al 45% del 2016.

La loro potenza economica congiunta è rappresentata da alcuni dati statistici.
1 - Il numero di utenti di internet in Cina supera i 730 milioni, equivalente alla popolazione totale dell’Europa, o il doppio di quella degli Stati Uniti.
2 - Oltre il 95 % degli appartenenti alla generazione “i-can” si connette tramite gli smartphone. Quasi mezzo miliardo di loro utilizza gli smartphone per effettuare pagamenti, mentre oltre 200 milioni si avvale di questo dispositivo per ordinare il cibo in consegna a domicilio.
3 - L’anno scorso, solo nella giornata del Singles’ Day, la generazione “i-can” ha fatto acquisti per un valore di 17,8 miliardi di dollari, molto più di quanto è stato speso lo scorso anno negli Stati Uniti per Ringraziamento, Black Friday e Cyber Monday.

Non c’è dubbio che questa generazione diventerà la forza dominante sul marcato dei consumi in Cina e che darà anche slancio alla crescita economica del Paese. Il potere d’acquisto della generazione “ican” sta ridefinendo il modello di crescita del Paese che predilige i consumi domestici agli investimenti stranieri tradizionali e alla crescita trainata dall’export. Tutto questo si traduce nel fatto che la generazione “i-can” cinese diventerà presto una potenza trainante della crescita economica mondiale.

Gli appartenenti alla generazione “i-can” tendono ad essere dei consumatori sofisticati e con un’apertura mentale internazionale. Sono quindi anche più selettivi quando si tratta scegliere come spendere dei soldi, passando dai prodotti ai servizi, e dai segmenti di massa a quelli premium. Vanno alla ricerca di uno stile di vita più bilanciato dove le esperienze salutari e personali ne fanno da padrone. Di conseguenza saranno più portati a spendere di più in termini di healthcare, lifestyle, entertainment, prodotti e servizi per la casa rispetto ai generi di prima necessità. Questo cambiamento negli stili di consumo ha incoraggiato l’innovazione e la crescita del settore privato per riuscire a soddisfare l’incalzante domanda. Questo mutamento è particolarmente evidente all’interno del comparto dell’information technology che ha visto l’ascesa di società cinesi come Alibaba nel settore dell’e-commerce, Tencent nell’area dei social media e Baidu per quanto riguarda i motori di ricerca, trasformandoli in leader internazionali.

Tra le notizie rilevanti a supporto: 
- Nel 2016, la popolazione cinese ha speso 5.500 mila milioni di dollari tramite le piattaforme per i pagamenti mobile – circa 50 volte di più rispetto all’ammontare raggiunto negli Stati Uniti.
- Gli utenti di WeChat, sviluppato da Tencent, hanno inviato circa 46 miliardi di bustine rosse digitali solamente nel periodo del Capodanno cinese del 2017, mentre PayPal ha registrato 6,1 miliardi di transazioni in tutto il 2016.
- Yu’e Bao di Ant Financial, società i pagamenti affiliata con Alibaba, si è trasformata in uno dei maggiori fondi online con 165 miliardi di dollari in gestione per conto di 325 milioni di clienti, composti, alla fine del 2016, per il 99,72% da investitori individuali e dallo 0,28% da investitori istituzionali.
- Lufax, il maggior player cinese dell’area peer-to-peer sovvenzionato da Ping An Insurance, alla fine del 2016, ha riportato 28,38 milioni di utenti registrati, con un aumento del 55% rispetto al pari periodo del 2015. Il volume delle transazioni di Lufax ha raggiunto l’anno scorso quasi 854 miliardi di dollari, un aumento del 280% rispetto all’anno precedente.

Quelle società che non forniscono solamente soluzioni per i pagamenti mobile stanno integrando tutti i loro servizi in una soluzione finance per dispositivi mobili. Alibaba e Tencent stanno integrando in una singola piattaforma mobile diversi aspetti della vita di tutti i giorni, dal pagamento delle bollette ai trasporti, passando per gli hotel. È possibile fare quasi tutto, in qualsiasi momento, semplicemente sbloccando lo smartphone. Per dirla in parole semplici: i clienti possono monitorare le proprie spese giornaliere attraverso una funzione di Alipay o Tenpay che registra automaticamente ogni transazione e analizzano il flusso di denaro. Inoltre i consumatori hanno accesso a soluzioni complete e diversificate dedicate a finanziamenti, supporto a operazioni, wealth management così come il trading di fondi e titoli.

Nel lungo periodo, questa nuova e moderna generazione di clienti cinesi trasformerà il Paese in un’economia più digitale guidata dai consumatori. Il loro incredibile potere d’acquisto sarà il motore principale e, non solo la spina dorsale della crescita sostenibile della Cina, ma di tutta la stabilità economica mondiale.

Via Mark Up
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Quasi un anno fa, Snap annunciava gli Spectacles, i suoi occhiali da sole ad alta tecnologia che possono girare video grazie a una telecamera integrata e cogliere i frame dal punto di vista di chi li indossa. Il potenziale di branding degli Spectacles ha costantemente incuriosito i marketer, che si sono chiesti come utilizzare il dispositivo per creare un po’ di movimento su Snapchat, la piattaforma social di Snap.

Burger King e Sainsbury’s sono i primi due clienti di Snap a utilizzare gli occhiali per girare degli annunci pubblicitari da servire su Snapchat (Snap si era già pubblicizzato con video realizzati attraverso gli Spectacles su Snapchat all’inizio dell’estate). La maggiore differenza creativa tra le clip girate con gli Spectacles e gli altri filmati sta nel modo in cui gli occhiali catturano il video in modo circolare a 115 gradi dando un punto di vista in prima persona molto particolare. La pubblicità, inoltre, consente agli spettatori di ruotare il telefono e vedere più azioni da diverse prospettive.

Gli annunci dei due brand sono online da oggi quello di di Burger King’s apparirà attraverso l’applicazione negli Stati Uniti per il National Cheeseburger Day mentre quello di Sainsbury’s – che è una catena di negozi di alimentari – nel Regno Unito.

Un frame dello spot di Burger King interamente girato con gli Spectacles

Un frame dello spot di Burger King interamente girato con gli Spectacles

Questa è la prima volta che abbiamo prodotto qualcosa via Spectacles”, ha commentato Brooke Scher Mogan, portavoce di Burger King.”Il marchio ha fatto un sacco di campagne di successo con Snapchat in passato quindi abbiamo pensato di continuare a lavorare sulla piattaforma”.

Sainsbury’s, da canto suo, spera che il pubblico di 10 milioni di utenti di Snapchat, soprattutto i più giovani, contribuisca a spostare il marketing dei supermercati al di là del cliché che le sue uniche clienti siano le casalinghe. “C’è una nuova generazione di persone che ogni giorno attraversa le porte di Sainsbury’s e ci sentiamo in dovere non solo di rappresentarli nella pubblicità, ma anche di farlo in modi che essi stessi riconoscano, con nuovi mezzi creativi e i nuovi linguaggi del mobile”, ha detto un portavoce dell’agenzia creativa Weiden + Kennedy che ha curato la campagna.

Via 360.com
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Di Max Da Via' (del 21/09/2017 @ 07:39:43, in Pubblicità, linkato 893 volte)

Digitale e Tv leva di crescita per l’industria Media & Entertainment. Il settore è destinato a raggiungere quota 38 miliardi di euro nel giro di 4 anni, in crescita rispetto ai 31,5 miliardi del 2016. Il mercato sembra aver assorbito i colpi della crisi congiunturale degli anni passati e, a seconda dei segmenti, manifesta segnali di tenuta o di crescita, confermando così la ripresa avviata nel 2015.

Emerge dall’outlook 2017-2021 di Pwc che analizza l’andamento dei 17 segmenti del mercato dei Media e dell’Intrattenimento (B2B, Books, Cinema, Data Consumption, E-Sports, Internet access, Internet advertising, Internet video, Magazine publishing, Newspaper publishing, Music, Out-of-home advertising, Radio, Traditional TV and home video, TV advertising, Video Games, Virtual Reality).

La spesa degli utenti finali (che include i servizi di accesso ad Internet) ha contribuito in modo sostanziale alla crescita: nel 2016 ha raggiunto 23,5 miliardi, crescerà nel 2021 fino a 28,9 miliardi. Altrettanto forte la crescita dei ricavi pubblicitari dopo i trend poco incoraggianti degli ultimi tre anni. TV ed Internet continuano a rappresentare i due segmenti dove si concentra la maggior parte dei ricavi del settore.

TV e Internet continueranno a generare la maggior quota di ricavi nel mercato E&M, incidendo per il 68% sul totale del mercato E&M nel 2021. La crescita dei due segmenti, tra il 2016 ed il 2021, sarà pari a €5,5 miliardi, mentre la crescita del mercato nello stesso periodo sarà pari a €6,7 miliardi.

Ma attenzione: mentre a livello globale, la pubblicità su Internet ha già superato quella sui broadcast, l’Italia dovrà aspettare questo sorpasso ancora 5 anni.

La crescente competizione a livello globale ed il forte processo di trasformazione tecnologica soprattutto nel mondo digitale hanno generato forte spinta all’evoluzione del settore, nota la società. Nel dettaglio, si rileva come il 2016 sia stato un anno particolarmente significativo in riferimento ad operazioni di M&A per il consolidamento di aziende operanti nel comparto editoria e media: l’acquisizione del capitale sociale di RCS MediaGroup da parte di Cairo Communication, la fusione di ITEDI con Gruppo Editoriale L’Espresso (dalla quale nel 2017 è nata GEDI Gruppo Editoriale), la fusione tra la francese Banijay Group e l’italiana Zodiak Media sono tra le principali, come l’acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori. Altrettanto importanti sono state le operazioni che hanno interessato altri comparti del mercato E&M: dall’acquisizione di Metroweb da parte di Enel è nata Open Fiber, con l’obiettivo di contribuire ad estendere la diffusione della banda larga in Italia, facilitando le modalità di fruizione dei contenuti digitali. Operazioni di consolidamento finalizzate all’integrazione del proprio portafoglio di offerta si sono realizzate anche nel mondo delle telecomunicazioni (fusione Wind/H3G) permettendo l’ingresso di operatori internazionali, come Iliad e Zte, che potrebbero avere nel futuro un ruolo rilevante anche nell’offerta di contenuti multimediali e nelle infrastrutture, ridefinendo gli attuali confini del settore. E questo trend di mercato sembra continuare.

“Prevediamo che nel 2017 il volume di trasmissione dati in mobilità sorpasserà quello della banda larga in Italia – dice Andrea Samaja, PwC Advisory TMT Leader -: questo è forse l’indicatore che in modo più diretto esprime la significatività della trasformazione in corso. Questa trasformazione è spinta anche dalle normative europee e italiane, che stanno via via regolamentando nuovi modelli di business. Si pensi alla direttiva europea sui pagamenti digitali (PSD2), che apre il mercato a nuove linee di attività ma anche a nuove relazioni tra consumatori e mercato. In questo percorso evolutivo la customer experience, per la fruizione dei contenuti e/o dei servizi online in mobilità, è il fattore critico di successo. A titolo solo di esempio, non ci deve stupire scoprire che un social network abiliti una funzionalità che permette di scambiarsi denaro e non solo contenuti: quindi diventare anche strumento di pagamento. E non ci deve stupire immaginare che i siti di e-commerce forniscano l’opzione di pagare tramite un numero telefonico”.

Secondo Maria Teresa Capobianco, PwC Advisory E&M Sector Leader “il valore distintivo di ciascun editore deve essere massimizzato in maniera dinamica attraverso logiche di partnership, di sviluppo prodotti ma anche di rivisitazione dei modelli operativi e delle tecnologie abilitanti. Un esempio su tutti è il tema dei big data e degli analytics: più dati e più informazioni non necessariamente sono sinonimo di maggior valore prodotto. Monetizzare il valore che i dati sono in grado di esprimere richiede capacità di visione, managerialità, flessibilità e tecnologie”.

In particolare il segmento TV advertising (3,265 miliardi di euro) si conferma come il più significativo del mercato pubblicitario, seguito dall’Internet Advertising (2,356 miliardi di euro). Sebbene la spesa del mercato pubblicitario TV rimanga il segmento di maggiore incidenza sul mercato pubblicitario, il divario rispetto ai ricavi internet advertising continuerà a ridursi nei prossimi cinque anni. Entrambe le piattaforme si confermano di primaria importanza per i consumatori, pertanto le aziende dovranno continuare ad essere in grado di sviluppare, realizzare e misurare campagne coordinate su più canali per interagire con i propri clienti a 360°.

I ricavi del segmento Internet Video (362 milioni di euro) supereranno quelli dell’Home Video nel 2019. Il segmento Internet Video si è rapidamente ampliato negli ultimi anni e per la prima volta nel 2019 supererà il mercato dell’Home Video. I ricavi del primo segmento sono infatti previsti in crescita dell’16,7%  nel prossimo quinquennio, raggiungendo i 362 milioni di euro nel 2021, mentre il mercato segna un declino terminale per DVD e Blu-ray che scenderanno a 235 milioni di euro. La domanda si è spostata verso il più immediato e conveniente mercato del video-on-demand, con contenuti accessibili tramite una vasta gamma di dispositivi collegati che consentono ai consumatori di fruire dei contenuti quando e dove lo desiderano. Mentre resta solido il mercato di acquisto dei contenuti video TVOD (Transactional Video On Demand), la crescita sarà tuttavia incentrata sulle piattaforme SVOD (Subscription Video On Demand) legate da formule di sottoscrizione, con sempre più abbonati attratti da stagioni ricche di contenuti originali e da cataloghi che possono essere visualizzati quando e come preferisce l’utente.

Via CorCom
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Mentre Amazon esercita un potere sempre crescente come motore di ricerca, sta anche diventando una piattaforma pubblicitaria competitiva e, di conseguenza, sta ponendo la prima vera sfida a Google e Facebook, che hanno da tempo controllato i budget pubblicitari digitali in modo virtualmente indisturbato. Dei due, Google inizialmente rischia di perdere di piùma man mano che le offerte pubblicitarie di Amazon si espandono, anche Facebook potrebbe trovarsi costretto a salutare un po’ dollari pubblicitari.

Allo stesso tempo, è improbabile che Amazon riesca a rovesciare questo cosiddetto “duopolio” fino a quando non comincerà a fare di più con i media online e a dominare una fetta più ampia del tempo dei consumatori. La cosa più probabile, invece, è che ci ritroveremo con tre powerhouse della pubblicità digitale anziché due.

 

Amazon e la search

Una ricerca mostra che molti consumatori si rivolgono ad Amazon quando cercano informazioni sui prodotti. Le cifre variano dal 31% al 55% quando si tratta di ricerca per la prima volta – e uno studio della società di marketing tecnologico Kenshoo ha scoperto che il 72% delle persone visita Amazon prima di fare un acquisto per avere maggiori informazioni sui prodotti online.

Secondo Collin Colburn, analista del team di marketing B2C presso la società di ricerche di mercato Forrester, l’ uso di Amazon come motore di ricerca continuerà a crescere per due motivi:

-Amazon è costruito come un motore di ricerca specifico di prodotti e i consumatori possono cercare qualsiasi cosa relativa a questi ultimi e ottenere risultati rilevanti meglio e più rapidamente di quanto possano con Google.

-In secondo luogo, Colburn ha osservato come Amazon sia unico nel nella gestione delle sue pagine di elenco che hanno praticamente tutto ciò che un acquirente potrebbe desiderare di sapere – tra cui prezzo, descrizione, immagini e recensioni – che dà ai clienti un one-stop-shop per la ricerca, anche se non finalizzando effettivamente l’acquisto su Amazon.

“Si sono costruiti un notevole vantaggio nella selezione e nell’assistenza rispetto ai concorrenti e continuano a crescere il loro potere di mercato “, ha dichiarato Nathan Grimm, direttore marketing dell’agenzia Indigitous con sede a Seattle. “Mentre i negozi al dettaglio continuano a lottare e chiudono, un numero sempre maggiore di attività si sposterà su Amazon. La loro quota di ricerca dipende in larga misura dal fatto che sono un canale privilegiato per l’acquisto di prodotti, per questo la quota di Amazon nella search è destinata a crescere”.

Inoltre, Kevin Mannion, direttore strategico presso la società di business intelligence Advertiser Perceptions, ha detto che ritiene che Amazon abbia una sempre maggiore influenza sull’idea stessa che gli inserzionisti si sono fatti e si stanno facendo della search.

I nostri dati mostrano che gli inserzionisti sono sempre più pronti a ridurre la spesa nella ricerca digitale tradizionale e sono più propensi a trovare opportunità di ricerca alternative. Amazon è una di quelle. E forse il più importante”, ha commentato. La ricerca all’interno di Amazon è essenziale per i dati che Amazon può condividere con i marketer e le agenzie. E mentre lo shopper lascia il suo walled garden, Amazon è in grado di tenere traccia e ritargettizzare acquirenti che hanno esplorato una categoria di prodotti e considerato anche i marchi dei concorrenti “.

La piattaforma di advertising

È questa conoscenza del comportamento dei consumatori che rende Amazon un potente nemico contro Google e Facebook, che dominano da tempo il panorama del marketing digitale.

Infatti, il report dal titolo “Advertiser Perceptions Q4 2016 Programmatic Intelligence” ha rilevato che il nascente business degli annunci di Amazon è stata la DSP più utilizzato e preferita l’anno scorso. A tal proposito, Mannion ha affermato che Amazon ha ottenuto buoni risultati anche in un altro studio in procinto di essere pubblicato, confermando Amazon come “player significativo” tra le DSP. Questo è in parte perché ha i suoi piazzamenti esclusivi su Amazon.com e altre proprietà Amazon che altre DSP non riescono a raggiungere, così come perché Amazon può offrire il targeting in base a ciò che i consumatori stanno comprando su Amazon e può riferire sulle vendite, così come su come l’ acquisto e il comportamento di ricerca siano cambiati durante la pubblicazione degli annunci.

In effetti, a Dmexco, Marc Pritchard, Chief Brand Officer di P&G, ha dichiarato che la pubblicità su piattaforme come Amazon consente al marchio di comprendere meglio il comportamento dei consumatori e di distribuire annunci pubblicitari quando è più probabile che essi producano vendite. Per altre aziende, come Samsung, ad esempio, Amazon seppur degna di rispetto è una piattaforma considerata solo come ecommerce e non ancora un punto di riferimento in altri contesti come quelli appena citati.

 

Amazon versus Google

Tra i due attori del duopolio, Amazon è più simile a Google, il che significa che ora si sta preparando soprattutto per soddisfare i consumatori alla ricerca di informazioni.

E, secondo Joe Migliozzi, amministratore delegato dell’e-commerce e della retail media unit di Shop+ e capofila di Mindshare North America, il modello di business di Amazon non dipende dagli introiti pubblicitari, per questo gode della libertà di cambiare il panorama competitivo.

Ad esempio, l’ambizione principale di Amazon Echo è quella di sottoscrivere più abbonamenti Prime e vendere di più, non vendere annunci”, ha commentato. Tuttavia, Echo ha stravolto il business della search sia per quanto riguarda la voce, sia per la particolarità delle sue risposte: non c’è spazio, o almeno uno spazio molto limitato, per la pubblicità search a pagamento in un mondo dove una singola voce risponde alle query “.

Anche Jason Hartley, Senior Vice President e National Head of Search e paid search presso l’ agenzia di marketing digitale 360i, ha concordato sul fatto che la sfida di Amazon sia significativa in quanto ha sconvolto il monopolio virtuale di Google sulla search. Mentre Google perde quote di mercato nella ricerca di prodotti, sta anche perdendo le entrate derivanti dagli annunci pubblicitari utilizzati per servire i consumatori che effettuano tali ricerche. Dato che Amazon fa un lavoro migliore di monetizzazione delle proprie ricerche, Google potrebbe vedere ulteriori perdite nel budget dei prodotti di consumo e retail che comandava.

Inoltre, Hartley ha osservato come la pubblicità sia un mezzo per raggiungere un fine per Amazon, ossia vendere più prodotti, mentre per Google la pubblicità sia il fine stesso “poiché, con poche eccezioni, non vende nulla o non fa soldi sui beni a cui indirizza le persone tramite ricerche”.

Allo stesso tempo, Hartley ha osservato come Amazon abbia anche alcune limitazioni – per esempio, se non vende un determinato prodotto, il marchio dietro a quest’ultimo non può pubblicizzare sulla piattaforma. E ci sono anche verticali, come i viaggi, che Amazon probabilmente non toccherà.

In futuro ci sarà molta concorrenza per le ricerche di retail tradizionale e consumer goods (CPG) e Amazon sarà alla pari in termini di volume di ricerca, ma non necessariamente di pubblicità perché, ancora una volta, per Amazon non rappresenta una priorità di reddito quanto vedere i prodotti”, ha aggiunto.

Amazon versus Facebook

Anche Facebook potrebbe perdere quote di mercato a causa di Amazon, sebbene non sia un concorrente diretto in quanto i consumatori utilizzano la piattaforma per diverse ragioni. Facebook potrebbe, tuttavia, essere comunque danneggiato se i budget pubblicitari continuassero a spostarsi su Amazon man mano che la sua offerta di advertising continua a espandersi.

“Fino a quando Amazon non inizierà a competere maggiormente per i media online, non sfiderà direttamente Facebook “, ha commentato Grimm. Amazon fa delle piccole incursioni nel mondo delle piattaforme social con Amazon Video e Amazon Music, ma non ha un social network o un portale di notizie con un’ ampia diffusione “.

 

L’oligopolio

Hartley ha messo in luce anche la probabilità che Amazon segua un percorso simile a quello di Facebook e Google nella pubblicità digitale.

“Per il prossimo anno, penso che vedremo la maturazione dei prodotti di pubblicità digitale su Amazon, che significherà guadagni precoci per coloro che capiranno come funziona il sistema, seguiti da una rapida ascesa della concorrenza man mano che più player impareranno a sfruttare efficacemente l’opportunità pubblicitaria offerta dalla piattaforma. Anche perché nello spazio sempre più affollato di Internet, diventerà molto più difficile per i brand avere successo e creare ROI “, ha continuato. “Questa è la stessa rotta percorsa da Facebook e Google i primi tempi. Ma con il suo ritmo di crescita Amazon, probabilmente, vivrà altri tre-cinque anni di successo senza dover ancora attuare strategie particolarmente sofisticate”.

Tuttavia, ha anche notato come Amazon sia noto per i suoi rapodi movimenti, dunque, questo periodo di tempo potrebbe essere compresso se Amazon dovesse dare priorità alla pubblicità e lavorare a stretto contatto con i marchi e le agenzie e “condivide i dati più efficacemente”.

Nathan Grimm crede che Amazon possa ritagliarsi “una bella fetta” del mercato degli annunci digitali servendo annunci ai clienti dello shopping.

“Tuttavia, l’awareness e le preferenze dei consumatori sono costruite principalmente altrove, quindi, Amazon dovrà controllare un pezzo molto più grande del tempo dei consumatori prima di rubare una grossa fetta di budget pubblicitari da Facebook e Google”, ha aggiunto. “Lo vedo più che altro diventare un terzo pilastro della pubblicità su Internet, ma non un sostituto di Facebook o Google “.

Infatti, molte aziende stanno investendo nella pubblicità di Amazon dai loro team di shopper marketing o retail e non con i loro budget di marketing. Questo significa che non si tratta necessariamente di sottrarre dollari a Google, ma piuttosto di mettere di più in Amazon.

Via 360com
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Dalla cameretta allo stadio grazie agli eSport. Nessuno tra quelli che hanno preso in mano un joystick di un Sega Mega drive avrebbe mai pensato di poter diventare una superstar mondiale con una vera e propria curva di fan ad esultare per un suo gol a FIFA. E invece gli eSport sono diventati un vero e proprio fenomeno del digitale (e non solo). Le sfide ai videogiochi hanno iniziato ad attrarre pubblico già dalla fine degli anni ’90, nel suo primo evento, Alexander Muller, managing director SK Gaming, ha raccolto un pubblico di 1200 persone. “Ho subito capito che le sfide tra videogiocatori erano uno spettacolo con un forte potenziale. Adesso riusciamo a radunare facilmente 15000 persone riempiendo interi palazzetti”.

 L’industry degli eSport è nata circa 7 anni fa, cresce del 40% anno su anno “e per la fine dell’anno prossimo raggiungerà un valore complessivo di 1 miliardo di dollari. Le iniziative proliferano, così come i partner. L’ultimo in ordine temporale è Mercedes, con cui abbiamo firmato un accordo globale. È un segmento giovane, mondiale, dove i fan sono anche giocatori e team owner”, racconta Bernhard Mogk, senior vice president global sales & business development di ESL – Turtle Entertainment.

 Un nuovo filone di entertainment che valica le barriere del digitale per conquistare anche i broadcaster tradizionali. I canali televisivi si stanno già preparando per ospitare le sfide dei videogiocatori a diversi titoli, ma c’è chi è già on air da più di un anno. “Abbiamo introdotto gli eSport nel palinsesto televisivo qualche tempo fa. Abbiamo fatto il primo passo, ora dobbiamo consolidare la presenza di questi contenuti all’interno della nostra programmazione. Per ora è un fenomeno che attrae i giovani, più che la massa, ma nei prossimi 10 anni avrà una diffusione molto più ampia. L’anno scorso abbiamo trasmesso la eLeague, quest’anno abbiamo ritagliato lo spazio per un magazine settimanale in cui facciamo il punto delle varie leghe. L’obiettivo è creare show live, in primetime”, rivela Zeljko Karajica, ceo di 7 Sport – ProSiebenSat 1 Sports.

 Uno dei driver della crescita forsennata degli eSport è la community, “che ha ancora voce in capitolo sull’evoluzione della industry. Infondo è nata così, da una venue che ospitava circa un migliaio di persone, ed è cresciuta fino a ospitare 15000 persone. Alcuni player fanno decine di migliaia di chilometri all’anno per partecipare ai tornei, e guadagnano cifre molto alte”, commenta Muller.

Il prodotto è appetibile, anche a livello pubblicitario. P&G ha scelto alcuni videogiocatori del Bayern Monaco come testimonial per una campagna, e non vedo perchè gl altri brand non dovrebbero prendere in considerazioni altri player per le loro pubblicità. Hanno un grande seguito social e un pubblico targetizzato. Qualunque tipo di brand avrebbe un potenziale interesse a investirci”, spiega Karajica

 Le stesse franchige sportive hanno messo gli occhi sul segmento, creando le proprie squadre di player. Bayern Monaco, PSG, Shalke 04 e AS Roma, per esempio, stanno già competendo sui campi virtuali. “Queste squadre si portano dietro i loro sponsor, e sono sempre più numerose quelle che dimostrano interesse nel formare il proprio team”, aggiunge ancora Karajica. “Brand e organizzaioni ci cercano sempre più spesso, ci vogliono e sanno che hanno bisogno di noi”, conclude Muller


Via 360com
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Il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia chiude i primi sette mesi in calo dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Se si esclude dalla raccolta web la stima sul search e sul social, l’andamento registra una contrazione del 3,9%. Il singolo mese di luglio si attesta a -7,3% (-12,3% senza search e social). Lo dicono i nuovi dati Nielsen sul mercato pubblicitario in Italia nel mese di luglio 2017 (.pdf).

“Come avevamo previsto, il mese di luglio ha chiuso in flessione, per i motivi di dipendenza dagli eventi mediatici trainanti che, com’è risaputo, si concentrano nei periodi estivi degli anni pari” – spiega Alberto Dal Sasso, TAM e AIS Managing Director di Nielsen. “Bisogna però aggiungere che il calo del singolo mese è stato più significativo di quanto potessimo aspettarci”.

Relativamente ai singoli mezzi, la tv chiude i sette mesi in calo del 3,4%, condizionata da un luglio particolarmente negativo (-17,6%).

L’andamento della stampa continua a essere negativo: nel singolo mese, i quotidiani e i magazine perdono rispettivamente il 12,3% e l’8,1%, portando la raccolta nel periodo cumulato rispettivamente a -10,9% e -7,1%. Prosegue invece il buon periodo della radio che chiude i primi sette mesi con una crescita del 3,4%, seppur rallentata dalla performance negativa di luglio (-5,1%).

Sulla base delle stime realizzate da Nielsen, la raccolta dell’intero universo del web advertising chiude in positivo a +6,6% (-1,9%, se si escludono il search e il social).

Buono l’andamento della GoTV (+12%) e del transit (+1,2%), mentre continua il trend negativo dell’outdoor (-19,3%). La raccolta positiva nel mese di luglio per cinema e direct mail consente a questi due mezzi di colmare in parte il gap negativo registrato nei mesi scorsi, attestandosi rispettivamente a -8% e -0,7% nel periodo gennaio – luglio 2017.

Per quanto riguarda i settori merceologici, se ne segnalano otto in crescita, con un apporto complessivo di circa 42 milioni di euro. Per i primi cinque comparti a livello di quote di mercato, si registrano andamenti differenti: dopo quattro mesi con segno positivo, gli investimenti del settore automobilistico si fermano a -0,4%. Positiva la performance del pharma (+3,3%). Continua invece l’andamento negativo per le telecomunicazioni (-4,9%), gli alimentari (-4,7%) e la distribuzione (-10,9%). Tre settori – elettrodomestici, giochi/articoli scolastici e informatica – crescono a doppia cifra, incrementando gli investimenti rispettivamente del 51,7%, 44,4% e 26%, con un apporto complessivo di circa 24 milioni di euro.

“I recenti dati di crescita della produzione industriale – conclude Dal Sasso – confermano il trend di ripresa anche in vista del 2018: la discreta salute della nostra economia sembra confermata dai numeri che arrivano da più istituzioni. Il trend del mercato della comunicazione rimane in fase di recupero, seppur contenuta, nel medio periodo. Sarà importante vedere se settembre e la ripresa della stagione ci confermeranno le previsioni per la fine dell’anno o se sarà necessaria una ricalibrazione. Non dimentichiamo che le elezioni politiche del 2018 influenzeranno il Sistema Paese già a partire dall’autunno, impattando anche sul mercato della pubblicità”.

-Leggi o scarica i dati Nielsen sul mercato pubblicitario in Italia nel mese di luglio 2017 (.pdf)

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La linea di demarcazione tra TV e video digitale è sempre meno netta. Sempre più spesso, la televisione sta diventando un canale di digital ad buying, con la possibilità di automatizzare le decisioni d’acquisto guidate dai dati ad una target audience specifica. Mentre il video on demand e lo streaming guadagnano viewer e i produttori di contenuti sono in cerca di piattaforme dove distribuire i loro prodotti, l’acquisto di annunci pubblicitari su canali e dispositivi sta diventando un processo sempre più singolare.

Con questo cambiamento, l’acquisto di annunci televisivi sta subendo una rapida evoluzione, passando da un approccio one-to-many a uno “one-to-one addressable, audience based e cross screen”, ossia indirizzabile a ogni singolo spettatore a partire dai dati sul pubblico e multischermo. Si sta allontanando dalle metriche gross rating points (GRP) e cost per point (CPP) per raggiungere i target demografici generali e i target di pubblico.

Utilizzando la tecnologia di trading in programmatic e i dati di prima e terza parte per raggiungere la target audience, la possibilità di acquistare spot televisivi in linea con il digitale sta finalmente diventando una possibilità.

 

Come si presenta il tv ad-buying landscape?

Come per qualsiasi tecnologia emergente, le definizioni possono variare e causare più confusione che orientamento. Proveremo quindi a fare un confronto tra la TV tradizionale lineare rispetto alle opzioni di acquisto “addressable”. La suddivisione si può riassumere essenzialmente in tre categorie:

TV tradizionale lineare

Con l’ad buying per la tv tradizionale, rispetto alla tv via cavo e alla programmazione in broadcasting, una pubblicità è servita a più consumatori, a livello nazionale o locale, attraverso le filiali di broadcasting televisive o satellitari. Gli annunci sono acquistati su una base contestuale e non rispetto ad ampi target demografici come quelli fissati dal GRP di Nielsen (ad esempio, gli uomini di età compresa tra i 25 e i 34 anni). Gli annunci sono acquistati in anticipo – spesso in upfront.

 Addressable linear TV

I marketer possono rivolgersi a specifiche utenze domestiche utilizzando i dati forniti dai decoder delle emittenti e da altri fornitori di dati. Gli operatori hanno implementato la tecnologia sui loro decoder per permettere a diverse case di vedere annunci diversi. La maggior parte delle principali compagnie televisive satellitari e radiotelevisive hanno implementato funzionalità di questo tipo. Quasi 50 milioni di famiglie americane, ad esempio, sono già selezionabili tramite i decoder abilitati di Comcast, Time Warner Cable, AT&T e altri distributori.

Addressable over-the-top & connected TV

Per Connected TV si intende semplicemente qualsiasi schermo TV che si collega a Internet attraverso un dispositivo di streaming over-the-top (OTT) come Apple TV, Google Chromecast, Roku o Amazon Firestick o una console di gioco. Le Smart TV, invece, si collegano in modo nativo. Negli Stati Uniti, secondo comScore, la metà delle famiglie abilitate al WiFi guarda in streaming contenuti OTT  da servizi come Netflix, Hulu e Amazon in media 40 minuti al giorno . “Pensiamo che la vera opportunità sia quella di coinvolgere il pubblico digitale e attivarlo sugli OTT. La tecnologia e l’ impiantistica sono già pronti per prendere decisioni in real-time” ha dichiarato Tore Tellefsen, VP of TV solutions di dataxu. Dunque, ormai è concreta la possibilità di acquistare annunci pubblicitari in tempo reale decidendo cosa servire e mostrare al consumatore dall’altra parte del televisore. Gli inserzionisti possono anche misurare le prestazioni dell’OTT usando le stesse metriche che usano per il digital e il mobile. “Quello che è possibile fare in TV sta cambiando radicalmente. Stiamo facendo leva sugli stessi pubblici digitali e sui dati relativi ai loro consumatori e clienti e li ritroviamo sulle smart TV “, ha continuato Tellefsen.

 

What about programmatic TV?

Qui ci riferiamo alla TV programmatica come metodo di acquisto che utilizza i dati STB (Set-Top-Box, ossia dal decoder) per informare l’audience targeting utilizzando attributi come in-market, HHI (redditi familiari), status della famiglia e così via oltre ai dati proxy GRP di Nielsen e che può utilizzare software per automatizzare il processo di trading. Mentre il programmatico fornisce una migliore comprensione del pubblico rispetto alle GRP, lo svantaggio rispetto al metodo addressable è che gli annunci pubblicitari possono comunque raggiungere gli spettatori al di fuori delle specifiche del pubblico. C’è meno spreco rispetto a un tradizionale acquisto televisivo, ma ci sono ancora “rifiuti” lasciati indietro. Solo l’addressable tv consente agli inserzionisti di effettuare collegamenti davvero one-to-one. Acquistare in questa modalità, infatti, non significa necessariamente che vengano utilizzati processi automatizzati o programmatici; molto è ancora fatto manualmente.

Quanto è grande il mercato?

In breve, non è ancora un grande mercato, ma è in crescita. Videology, che offre una piattaforma per l’addresable tv buying e per il video advertising, sostiene che nella prima metà del 2017 il 25% delle impressions sulla piattaforma utilizza i dati di prima parte (dei marketer) per il targeting, dato in aumento rispetto 16% del 2016. Dal primo al secondo trimestre di quest’anno, l’ad spend nel comparto dell’addressable linear TV è aumentata del 150% sulla piattaforma di Videology. Nella prima metà del 2017, il numero di inserzionisti che hanno condotto una campagna esclusivamente sulla TV connessa (CTV) è aumentato del 21 % rispetto a tutto il 2016. Più della metà delle campagne sono state condotte con un componente CTV e il 90% ha adottato un approccio cross-screen.

 

Quali sono le maggiori sfide?

L’abilitazione tecnologica, compresa l’automazione e l’attrito di comunicazione tra i team digitali e televisivi sono solo un paio delle barriere alla crescita del dell’addressable TV media buying e del media buying cross-device e cross-platform.

Sfide di scala

La porzione di spese pubblicitarie televisive destinate all’addressable TV è ancora esigua, ma in crescita. eMarketer si aspetta che superi i 2 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel 2018, rispetto ai 900 milioni spesi nel 2016. Questo dato rappresenta, tuttavia, solo il 3% di tutta l’ad spending televisiva. I distributori, però, stanno iniziando ad aprire inventory addressable sui network e sulla programmazione via cavo nazionale.

Sfide di misurazione

Un’altra preoccupazione riguarda la mancanza di standard di misurazione e di parametri di riferimento su tutte le varie piattaforme e i vari publisher. Solo a febbraio, il Media Rating Council ha accreditato il Digital in TV Ratings di Nielsen che misura la visione dei contenuti televisivi su computer e dispositivi mobili. Nel mese di marzo, invece, comScore ha lanciato OTT Intelligence che misura la visione domestica dei contenuti OTT negli Stati Uniti. Il servizio fornisce una sola fonte di visualizzazione di decine di fornitori di contenuti OTT tra cui Netflix, Amazon, Hulu e YouTube. Le misure riportate includono la portata delle famiglie, le dimensioni del pubblico e la demografia, insieme a una varietà di metriche d’uso. Ma i provider di misurazione aumentano costantemente.

 

Non dimentichiamo Facebook e Google

La minaccia posta dai giganti digitali che entrano in TV, naturalmente, dipende dalla prospettiva dalla quale si guarda, ma sia Facebook , sia Google, stanno scuotendo lo status quo. L’autunno scorso, Facebook ha confermato che sta testando la distribuzione di annunci su piattaforme TV collegate a Internet come Roku e Apple TV attraverso il suo Audience Network. Acquistare attraverso Facebook offre agli acquirenti la possibilità di targetizzare il pubblico in modo uniforme tra tutti i fornitori di streaming, che non sarebbe possibile raggiungere direttamente. Facebook ha iniziato a prendere in licenza contenuti e a sviluppare contenuti originali e ha debuttato nel mese di agosto con Watch, il suo nuovo centro video, per competere con altri servizi di streaming. YouTube è lo strumento più grande e potente di Google per attirare dollari televisivi verso il digitale. Questa primavera Google ha introdotto un nuovo pacchetto, YouTube TV, in cinque mercati e ha anche annunciato all’inizio di quest’anno che DoubleClick Bid Manager s’inserirà in diverse SSP per consentire agli inserzionisti di acquistare annunci televisivi e confrontare le prestazioni in TV e digitale sulla piattaforma.

 

Cosa ci riserva il prossimo futuro?

“Ci sarà un continuo aumento e una diffusione dei consumi sui televisori connessi e sulle smart TV, e non solo attraverso i pacchetti più economici”, spiega ancora Tellesfen. Le più grandi content company avranno le loro applicazioni – come Disney che estrae contenuti da Netflix per le sue app OTT. Naturalmente, vorranno una connessione diretta con il consumatore. Questa spinta dell’industria cambia le regole dei giochi per chi ha sempre distribuito contenuti attraverso altri e ora ha la possibilità di connettersi direttamente. “Se si creasse la giusta predisposizione di tutte le parti in causa alla collaborazione per far aprire i broadcaster nazionali ad un approccio addressable, si verificherebbe un’esplosione di inventory indirizzabili” continua. “Addressable”, però, non è solo per la TV. Non appena si dice multi-dispositivo, la gente pensa al desktop, al tablet, al telefono – ma si dovrebbe pensare ben oltre. E’ la nostra auto, il nostro frigorifero, il nostro televisore, è fuori casa con cartelloni pubblicitari connessi. Si tratta di una convergenza massiccia ed è proprio davanti ai nostri occhi. Questa convergenza e la proliferazione di opportunità stanno cambiando il modo in cui le company danno forma ai propri budget per la produzione di reach media. I marchi possono finalmente acquistare famiglie invece di programmi e momenti di visione utilizzando i dati, il che rappresenta un enorme passo avanti. Questo è un grande momento per i marketer per includere la TV indirizzabile in una campagna cross-screen con il digital video. Ci aspettiamo di vedere i primi esperimenti già dal mese prossimo.

Via 360com
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Di Max Da Via' (del 11/09/2017 @ 07:45:43, in Advertising, linkato 768 volte)

Tre nuove ricerche di IAB Europe – presentate oggi e disponibili sul sito datadrivenadvertising.org -  dimostrano quanto i dati comportamentali permettano non solo di migliorare il gradimento e l’efficienza delle campagne di digital advertising, ma rappresentino anche una risorsa cruciale per tutto il settore dei media e per l’economia digitale nella sua globalità.

I consumatori europei che accedono al Web quotidianamente (e il 52% di questi lo fa per tre o più ore al giorno) sono più soddisfatti delle loro esperienze gratuite e supportate da annunci rispetto a quelle a pagamento (63% vs 40%). Inoltre, più di 8 utenti su 10 preferiscono visitare siti gratuiti supportati da annunci e i due terzi dei navigatori sarebbero contenti di condividere i propri dati per ricevere pubblicità mirata. (fonte: “GFK Europe online: an experience driven by advertising”)

“I dati ci dimostrano l’importanza del tacito accordo tra utenti e inserzionisti sulla gratuità dei contenuti online, resa possibile dagli investimenti pubblicitari” ha commentato Carlo Noseda, Presidente di IAB Italia. “Questo ci dà un’ulteriore conferma di come una regolamentazione troppo restrittiva, quali quella sull’ePrivacy (la cui entrata in vigore è prevista per il prossimo 25 maggio 2018), rischierebbe di compromettere l’equilibrio di tutto il settore digitale, rendendo più macchinosa la navigazione degli utenti e mettendo a rischio la qualità dei contenuti”.

Le campagne di advertising targettizzate sulla base dei comportamenti degli utenti, supportate da logiche ben gestite di programmatic adv, rappresentano un modello vincente non solo per gli inserzionisti, grazie alla maggior efficacia ed efficienza delle campagne di comunicazione mirate ai consumatori, ma anche per i consumatori, che ricevono contenuti pertinenti, interessanti e tempestivi. Gli annunci focalizzati sul target, infatti, hanno un tasso di click-through superiore di 5 volte in media rispetto alla pubblicità standard. Inoltre, quando i dati comportamentali vengono utilizzati per raggiungere persone che hanno già visto lo stesso prodotto in precedenza, il tasso di click-through è addirittura di 10 volte superiore.

Il behavioural targeting sta segnando un nuovo paradigma per la pubblicità in tutti i media: per la radio, l’out-of-home, la Smart TV e anche la TV lineare. Ad esempio, nei principali mercati europei, i dati comportamentali acquisiti digitalmente già contribuiscono al 20% della spesa pubblicitaria radio.
(fonte “The Economic Value of Behavioural Targeting in Digital Advertising”)

Un’analisi economica più ampia, inoltre, fa emergere il forte contributo della pubblicità digitale in termini di investimenti, indotto e occupazione. È un settore che si è evoluto molto velocemente, da industria emergente al principale mezzo pubblicitario in Europa: nel 1999 deteneva una marginalissima quota dello 0,5% sul totale della pubblicità, mentre nel 2016 ha registrato investimenti del valore di 41,9 miliardi.  Considerando anche altre componenti meno dirette, come la creazione di contenuti e il sostegno all’evoluzione degli altri media e degli altri settori del digitale, il contributo del digital advertising è stimato a 118 miliardi di euro in termini di BIL (Benessere Interno Lordo).
(Fonte: “The economic contribution of digital advertising in Europe”)

“Alla luce di questi dati, è indubbio che le nuove regolamentazioni mettano a rischio la salute della pubblicità digitale e quella dell’intero settore dei media, con un risvolto nettamente negativo sull’indotto, sull’occupazione e, di conseguenza, sull’intera economia digitale”, ha continuato Carlo Noseda, Presidente di IAB Italia. “Non condividiamo, quindi, la nuova Proposta di Regolamento ePrivacy, tra cui l’opt-in come unica base per l’erogazione di pubblicità: come Associazione, ci impegniamo a promuovere la democraticità del Web, grazie a una logica di mercato basata sulla fruizione gratuita di contenuti e servizi di qualità, consentita proprio dalla pubblicità. Le nuove regole, inoltre, andrebbero a danneggiare le parti “deboli” della catena degli operatori online e ad incrementare ancora di più i vantaggi competitivi dei BIG del web. IAB Italia si sta muovendo da diversi mesi – assieme alle altre IAB dei principali mercati europei e a IAB EU – per convincere le Istituzioni europee a rivedere il testo della proposta di Regolamento e ad approvare una serie di emendamenti che garantiscano il nostro mercato e allontanino i rischi di impatto negativo evidenziati in questi documenti. L’Associazione ha già incontrato i principali a Bruxelles coinvolti nell’iter di approvazione della proposta di Regolamento ePrivacy e continuerà a sensibilizzare i più importanti stakeholder che seguono questo dossier”.

Il modello di analisi proposto da IAB Europe dimostra, quindi, che l’attuazione dei regolamenti porterebbe ad una ulteriore concentrazione del mercato e influenzerebbe la redditività della pubblicità digitale come modello di finanziamento per gli editori.

Via Prima Comunicazione
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Di Max Da Via' (del 07/09/2017 @ 07:22:40, in Social Networks, linkato 795 volte)

Facebook vuole la musica sui social. Secondo Bloomberg Mark Zuckerberg sarebbe pronto offrire centinaia di milioni di dollari alle case discografiche per liberalizzare l’inserimento di musica nei video postati dagli utenti.

Facebook intende introdurre un software il quale segnerà con una "spunta" la musica che viola i diritti d'autore. Per Bloomberg, però, ci vorranno almeno due anni prima che questo sistema sia pronto. Il progetto andrebbe a rafforzerebbe i piani di Zuckerberg di fare concorenza a YouTube con la piattaforma Watch, che consente la condivisione e la visualizzazione di video.

Facebook Watch offrirà possibilità analoghe a quelle di YouTube agli utenti e ai creatori di contenuti. Questi ultimi, infatti, potranno caricare e monetizzare con le loro opere, con conseguente ritorno pubblicitario per Facebook in caso di buona riuscita del progetto.

Si tratta di una soluzione che gioverebbe a tutti i soggetti in questione. Facebook attirerebbe pubblicità e creatori di contenuti, più liberi nel loro lavoro e contenti della monetizzazione. Gli utenti riceverebbero un servizio migliore e più creativo mentre le etichette riceverebbero ingenti somme e si libererebbero del problema di controllare tutti i contenuti potenzialmente illeciti.

Sarebbe proprio quest’accordo a rendere Facebook un cliente scomodissimo per YouTube. La nota piattaforma video, infatti, non ha mai risolto la questione copyright se non limitandosi a eliminare tutti i contenuti che contenessero canzoni protette. Se Facebook Watch dovesse espandersi velocemente e notevolmente, YouTube sarebbe costretta a operare cambiamenti importanti, magari simili.


Via CorCom
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