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 mymarketing.it: e tu cosa ne pensi?... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 11/05/2015 @ 07:37:14, in Advertising, linkato 238 volte)

Il tema è spinoso e sta sollevando un forte dibattito online: gli investitori pubblicitari, che puntano sulla rete per le loro inserzioni, insistono per pagare solo gli annunci che appaiono realmente sugli schermi degli utenti, rifiutandosi, invece, di pagare se la pubblicità è posizionata in zone delle pagine scarsamente visibili. E’ noto che non tutto l’advertising ha la medesima “viewability” sulle pagine online: spesso alcune posizioni sulla pagina pagano di più in termini di visualizzazioni rispetto a quelle in altre zone dove l’utente, spesso, non arriva neppure. Eppure,  lato server advertising, insieme alla richiesta della pagina web, arriva anche la richiesta di tutti i banner che sono su quella pagina, il che vuol dire che il sistema segnalerà di aver distribuito una impression anche ai banner che, in realtà, non sono stati effettivamente visti. E i marketer pagano, quindi, anche se non hanno la certezza che quella impression sia effettivamente legata a una visualizzazione.
Una situazione delicata ancor più se pensiamo al video advertising: che i video siano formati amati dagli utenti, è un dato ormai certo. E gli inserzionisti pagano cifre significative per pubblicità video a fronte di una viewability decisamente incerta.

Ed è Google, in queste ore, a evidenziare un dato rilevante per gli investitori: solo circa la metà degli annunci video, ovvero il 54%, è davvero viewable. Un dato elaborato sulla base delle evidenze emerse dalle piattaforme Google appunto, DoubleClick e YouTube, e tenendo conto dello standard fissato dal Media Rating Council e IAB, secondo cui una  pubblicità online è viewable quando almeno il 50% dei suoi pixel è visibile sullo schermo per almeno due secondi consecutivi.

Ecco le principali evidenze emerse dalla ricerca:

sul web il 54% delle pubblicità video sono visualizzabili, eccezion fatta per Youtube nel qual caso la percentuale sale al 91%
la pubblicità video ha maggiore viewability su mobile e tablet rispetto al desktop il che conferma il trend percui il mobile è oggi la chiave di accesso alla rete; lo stesso accade su YouTube su cui i livelli di viewability sono molto alti da mobile, pari al il 94%.
della pubblicità non-viewable il 76% era posizionato in posizioni di fondo mentre il restante 24% viene abbandonato in meno di due secondi
Le posizioni sulla pagina contano: spazi orizzontali e verticali sono direttamente correlati alla viewability.
E’ chiaro che, essendo Youtube proprietà di Google, i presenti dati possono essere letti a diversi livelli. Ma la domanda è comunque lecita: che ne penseranno inserzionisti e pubblicitari?

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 07/05/2015 @ 07:07:12, in Mobile, linkato 352 volte)

Più ricerche da mobile che da pc. E Google lancia nuovi tool per advertising

Google registra oggi più ricerche da mobile, tablet o smartphone, che dalla navigazione online da pc. Lo storico sorpasso è stato comunicato ieri quando l‘executive Jerry Dischler, in occasione del  AdWords event, ha dichiarato che il passaggio è avvenuto su ben 10 mercati globali, tra cui America, Canada e Giappone ma non ha chiarito quali siano stati gli altri sette.

Si tratta di un dato di rilievo per il colosso che conferma il trend consolidato del mobile come principale chiave di accesso a servizi online, assunto che è alla base di molte scelte del colosso, non ultima quella di penalizzare, nel search da mobile appunto, siti web e pagine con compatibili con la visualizzazione da mobile. E’ il Mobilegeddon, come lo hanno definito gli esperti, che detterà necessariamente le nuove regole di presenza e business online.

Questo “sorpasso” rafforza, e a suo modo giustifica, anche l’annuncio di nuove forme di pubblicità fortemente visuali per mobile che il colosso ha fatto sempre ieri in occasione dell’evento. Google mette a disposizione un nuovo set di tool pubblicitari che include pubblicità specializzata per il comparto auto, hotel e mutui per la casa. “Sono tutte pensate per aiutare i marketer a rispondere alle necessità e motivazioni degli utenti nel momento in cui conta di più” spiega Dischler.  

L’automotive ad, ad esempio, permette di pubblicare immagini sulle vetture, insieme ad altre informazioni di potenziale interesse per gli acquirenti. I risultati delle ricerche con le nuove pubblicità mostreranno un carosello di foto che gli utenti potranno sfogliare per vedere maggiori dettagli. Funzionalità simili sono previste anche per la pubblicità del comparto alberghi e hotel: i risultati delle ricerche sulle strutture ricettive daranno informazioni sulle disponibilità, stelle e recensioni ma anche foto dettagliate dai partner Google.

Di pari passo verrà ampliato anche il servizio Google Compare, uno strumento che aiuta a effettuare comparazioni dei prezzi di polizze assicurative per le automobili, che includerà presto anche i mutui di casa. 

Tante le novità in campo e tanta l’enfasi che Google sta ponendo sul mobile in un momento in cui il colosso è nel  mirino di molti stati e molte organizzazioni che l’accusano di abuso di posizione dominante proprio nel mondo del search online.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 05/05/2015 @ 07:31:06, in Mercati, linkato 447 volte)

C’era una volta il vinile, impiegato per decenni come unico supporto per l’ascolto dei dischi. Venne poi l’epoca dell’audiocassetta, che ha consentito a chiunque di prendere confidenza con il concetto di compilation e playlist personalizzate. Un approccio alla creazione e alla fruizione della musica evoluto ulteriormente con l’introduzione del CD prima e dei formati digitali successivamente, in particolare con la compressione offerta dall’MP3. L’ultima (almeno per il momento) innovazione che ha interessato il mercato discografico è rappresentata dalle piattaforme di streaming: la formula dell’acquisto è rimpiazzata da quella del noleggio in abbonamento e gli utenti possono accedere in modo istantaneo ad un catalogo ampio, smisurato, composto da decine di milioni di brani.

Streaming: nuovo modello, nuova musica
La grande novità consta nel fatto che non si possiede la musica né in forma “solida” (CD, vinile, cassetta), né in forma digitale (sotto le sembianze di un file): quel che si possiede è semplicemente il diritto di accesso e fruizione al contenuto. La canzone può essere organizzata in playlist, eventualmente anche scaricata in locale, ma l’accesso alla stessa sarà sempre e comunque vincolato ad una durata. La cui scadenza è fissata con il termine del contratto di abbonamento siglato.

Il diritto di accesso si sostituisce al diritto di proprietà (sebbene quest’ultimo fosse in discussione già prima dell’arrivo dello streaming). Il primo nome a portare avanti con forza l’idea dell’abbonamento fu Napster, ma i tempi non erano ancora maturi e il nome che rese celebre la pirateria online dovette alzare bandiera bianca. Molte altre proposte ci hanno provato in seguito, cercando formule che sono state plasmate nel tempo fino alle odierne proposte con cui l’industria spera di riconquistare il mercato.

La formula dello streaming, infatti, piace tanto agli utenti (che a modico costo possono accedere a tutta la musica che vogliono, quanto alle grandi etichette, che in qualche modo riprendono in mano la situazione dopo aver passato anni alla ricerca di uno sbocco per uscire dalla crisi. E l’incedere delle soluzioni e della concorrenza spinge peraltro verso il basso i costi, stimolando l’esplosione del settore. Il mobile fa il resto, mettendo la musica nelle mani degli utenti ovunque vi sia una connessione.

Musica in streaming: quanto costa?
I prezzi per l’accesso alle funzionalità premium offerte dai servizi di streaming musicale sono piuttosto allineati: 9,99 euro al mese nella maggior parte dei casi. Fanno eccezione allo standard la formula Elite di Deezer (14,99 euro al mese per dodici mesi) e quella a qualità elevata di TIDAL (20 dollari). Google Play Music, invece, offre ancora oggi l’accesso al catalogo di Unlimited a 7,99 euro per chi al lancio italiano nel 2013 ha scelto di abbonarsi fin da subito, garantendo così un risparmio non indifferente sul lungo periodo.

Molto o poco? Il prezzo è un fattore estremamente soggettivo, da valutarsi soprattutto con il tipo di rapporto che si ha con la musica. Occorre considerare in ogni caso come il costo possa essere generalmente molto limitato in virtù della possibilità di gestire playlist proprie, scegliendo in un bacino infinito di possibilità e potendo portare appresso la propria musica tanto in casa, quanto sullo smartphone, quanto durante l’allenamento, quanto ancora nei momenti di relax: ogni singolo brano è disponibile sempre e comunque, aprendo opportunità mai sperimentate fino ad ora. L’era del CD è lontana: ognuno può attingere dagli album in commercio per costruire compilation personalizzate, modificabili, condivisibili. E la componente social aumenta le possibilità di scoperta di nuova musica.

Molto o poco? Il giudizio sta alla scelta di ognuno, ma lo streaming sembra ormai imporsi come nuova grande opportunità per tutti coloro i quali vogliono avere una colonna sonora in grado di sottolineare ogni momento, ogni emozione ed ogni situazione della propria quotidianità.

via Webnews

 

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Di Altri Autori (del 04/05/2015 @ 07:58:57, in Social Networks, linkato 319 volte)

Attualmente molti editori e molti quotidiani pubblicano i link dei propri contenuti su Facebook, che è diventato un’importante fonte di traffico. L’apertura dei link tramite un dispositivo mobile può essere però lenta e particolarmente frustrante dato che si arriva spesso a dover attendere fino ad 8 secondi: l’iniziativa di Facebook, nominata “Instant Article”, ha esattamente lo scopo di abbattere questi tempi di attesa.
La società di Zuckerberg prevede di iniziare l’hosting di news e video da BuzzFeed, The New York Times, National Geographic e altri già a partire da questo mese, ma se la proposta ha attirato l’interesse di alcuni editori è anche vero che molti altri non sono convinti che legare così drasticamente Facebook ai propri contenuti sia una buona idea.

Per arrivare ai risultati sperati la società di Palo Alto sta corteggiando gli editori cambiando il tradizionale modello di revenue-sharing: quest’ultimi avranno la possibilità di mantenere le entrate derivanti dalle inserzioni che vendono sui siti di notizie ospitati da Facebook, ma il contenuto caricato più velocemente offrirebbe un incoraggiamento per gli utenti a passare maggior tempo sul social network, con non pochi benefici a lungo termine per l’azienda di Zuckerberg.

Non è chiaro però con quali modalità sarà veicolato l’advertising o se gli editori avranno la possibilità di posizionarlo e misurarlo a proprio piacimento. Inoltre alcuni di questi hanno espresso ulteriori preoccupazioni e perplessità perché vorrebbero continuare a monitorare l’user experience, così come vorrebbero continuare ad avere accesso ai dati sui loro lettori.

Gli accordi con i partner di lancio del servizio sono ancora in fase di definizione e la tempistica potrebbe cambiare, ma la società ha intavolato trattative anche con altri editori.

Via Tech Economy

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Un tentativo di affrontare, in chiave collaborativa, i molti problemi che Google sta fronteggiando in Europa. Ci sarebbe anche questo alla base della Digital News Initiative: Google e otto dei principali editori europei hanno infatti siglato una partnership che ha l’obiettivo di supportare il giornalismo di qualità attraverso la tecnologia. Una mossa, secondo molti osservatori internazionali, con cui il colosso Usa tenta il disgelo con attori forti del panorama Ue dopo le tante “rotture”: dalla chiusura di Google News in Spagna fino ad arrivare alla più pesante, e attesa, apertura di procedimenti ufficiali Ue contro il colosso per abuso di posizione dominante nel mercato del search online.

L’idea è quella di favorire lo sviluppo di un ecosistema di informazione sostenibile e promuovere l’innovazione nel campo del giornalismo digitale. “Internet offre opportunità immense per creare e diffondere grande giornalismo - sostiene Carlo D’Asaro Biondo, Presidente Strategic Relationships di Google in Europa -, tuttavia ci sono anche questioni legittime su come il giornalismo di alta qualità possa esse sostenuto nell’era digitale. Attraverso la Digital News Initiative Google lavorerà a fianco di editori e organizzazioni che si occupano di giornalismo per contribuire a sviluppare modelli più sostenibili per l’informazione. È solo l’inizio del percorso e invitiamo altri a unirsi a noi”. Tre le aree di azione: gli editori istituiranno un “gruppo di lavoro sul prodotto” per esplorare lo sviluppo di prodotti legati all’incremento dei ricavi, del traffico e del coinvolgimento dei lettori. L’azienda di Mountain View metterà, inoltre, a disposizione 150 milioni di euro per progetti in grado di dimostrare un nuovo approccio al giornalismo digitale. Chiunque lavori all’innovazione dell’informazione online potrà richiedere i contributi, inclusi editori riconosciuti, testate solo online e start up tecnologiche legate al mondo dell’informazione. Infine, Google investirà in formazione e nello sviluppo di nuove risorse per giornalisti e redazioni in Europa e finanzierà ricerche sullo scenario media, istituendo ad esempio borse di studio per la ricerca accademica sul giornalismo computazionale.

I partner fondatori sono Les Echos (Francia), FAZ (Germania), The Financial Times (Regno Unito), The Guardian (Regno Unito), NRC Media (Paesi Bassi), El Pais (Spagna) e Die Zeit (Germania). L’Italia è rappresentata da La Stampa. Partecipano anche organizzazioni che si occupano di giornalismo tra cui lo European Journalism Centre (EJC), il Global Editors Network (GEN), l’International News Media Association (INMA).

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 24/04/2015 @ 07:48:51, in Aziende, linkato 595 volte)

I primi rumor risalgono a novembre dello scorso anno ma è in queste ore che Amazon ha lanciato, senza troppi clamori, la pagina Amazon Destination, parte di Amazon Local. L’iniziativa nasce per rispondere alle esigenze di brevi vacanze locali: la pagina in questione, infatti, mostra agli utenti elenchi degli hotel disponibili in determinate aree. Per ora il servizio è attivo in poche città e attrazioni degli Stati Uniti come Seattle, New York e Los Angeles.

“Abbiamo creato Amazon Destination per risolvere un problema che affronta la maggior parte dei viaggiatori: come pianificare facilmente e prenotare viaggi locali” ha spiegato a Mashable Tom Cook, responsabile delle relazioni pubbliche di Amazon. “Più del 40% di tutti i viaggi di relax sul territorio nazionale statunitense è rappresentato da “fughe” di breve durata di 1-3 notti, e molti di questi viaggi sono nelle vicinanze, raggiungibili in macchina.”

Il che conferma una recente ricerca di Expedia secondo cui le prenotazioni per soggiorni di una o due notte sono in crescita, mentre quelle per soggiorni di quattro e sette notti sono in discesa. ”Eppure i viaggiatori hanno spesso difficoltà a pianificare vacanze brevi”, aggiunge Cook. “E ‘difficile decidere dove andare, e spesso le persone si perdono nella ricerca di posti in cui soggiornare.”

Di qui la nascita di Amazon Destination che non ha ancora le caratteristiche, almeno in dimensioni, di altri colossi come Expedia o Tripadvisor, ma che rappresenta una concreta “minaccia” per i competitor di settore.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 22/04/2015 @ 07:24:00, in Social Networks, linkato 583 volte)

Quando nell'ottobre del 2013, l'allora CFO di Facebook, David Ebersman, parlò di un calo di accessi al social network da parte degli utenti più giovani, le reazioni si sprecarono. Il gioiello di Mark Zuckerberg fu immediatamente descritto come un malato terminale. Sembrava l'inizio della fine. Oggi, un anno e mezzo dopo, Facebook è più vivo che mai. E a quanto pare gode di ottima salute. Basta dare un'occhiata agli ultimi dati diffusi da Pew, secondo i quali circa il 71% dei ragazzi di età compresa fra 13 e i 17 anni frequenta Facebook. Una cifra che è esattamente il doppio di quella relativa ai teenagers che visitano siti come Google o Twitter.

Facebook, dunque, è ancora il social network più popolare tra gli adolescenti. E c'è di più: è anche il mezzo di informazione preferito dai giovani italiani. Lo dicono i dati del 12esimo Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione. Dati che analizzano i consumi mediali nel nostro Paese e certificano in modo inequivocabile la netta differenza fra i giovani e i meno giovani. Una differenza che, a pensarci bene, traccia una linea di demarcazione importante fra il passato e il futuro. I dati sono quasi predittivi, anche senza volerlo.In sostanza questa ricerca ci dice che i più giovani preferiscono informarsi soprattutto attraverso i canali digitali. Facebook su tutti (il 71% contro il 61,5% del 2011, alla faccia di chi parlava di disamore verso il social di Zuckerberg da parte dei teenagers) ma anche Google e YouTube. I meno giovani, invece, sono ancora affezionati ai canali tradizionali: telegiornali e quotidiani di carta. Il dato più indicativo, insomma, è sicuramente quello relativo a Facebook. Il social network di Mark Zuckerberg è il mezzo di informazione più utilizzato fra i giovani che che hanno dai 14 ai 29 anni, con una percentuale del 71,1%. E questo è l'unico caso - secondo Censis-Ucsi - in cui i telegiornali non occupano il gradino più alto del podio. La presa che il social di Palo Alto ha sui teenagers è fortissima. Roba da mettersi l'anima in pace e provare a capirne le opportunità. Consci del fatto che su un social network la quantità di informazioni è vasta e spesso incontrollata, viene il dubbio che a rimetterci sia la qualità. Quotidianamente su Facebook informazioni false vengono spacciate per vere, e non esiste una soluzione immediata al problema. Secondo Vincenzo Cosenza, esperto di social media, il problema esiste, ma è compito dei giornali salvaguardare la qualità: «Sono i mezzi di informazione - dice Cosenza a Nòva - a dover fare un buon uso dello spazio che offre Facebook. Invece spesso vedo testate italiane che lo usano come una discarica di link e solo per pubblicare le notizie più becere. Senza capire che in questo modo svalutano l'immagine del brand, per qualche like in più».

Intanto Zuckerberg, nel suo progetto di social totalizzante, sta studiando un metodo per integrare le news dei giornali direttamente all'interno di Facebook, offrendo parte delle revenue pubblicitarie agli editori. E questa, secondo Cosenza «può essere una opportunità in più (ma non in sostituzione del sito) se la si usa per valorizzare i contenuti d'informazione e soprattutto per indirizzarli al pubblico giusto. Facebook offre strumenti di targeting molto granulari che permettono di segmentare l'audience di ciascuna notizia». Al di là di quanto questa idea possa essere affascinante (per alcuni pochissimo, per altri molto), il rischio concreto è di trovarsi davanti a piattaforme sempre più chiuse, con l'obiettivo non dichiarato ma palese di ingabbiare gli utenti al loro interno. «Ogni social network sviluppa un'attitudine a costruire un walled garden, - ci dice Cosenza - un villaggio autosufficiente dove far rimanere l'utente per più tempo possibile, in modo tale che egli possa fruire della pubblicità. Ma finché il web rimarrà una piattaforma aperta ci sarà sempre spazio per poter scoprire nuovi territori». Già, sarà anche vero. Ma la piattaforma aperta che hanno in mente a Palo Alto lascia più di qualche perplessità.

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 21/04/2015 @ 07:00:45, in Internet, linkato 645 volte)

Si preannunciano settimane dure per i siti web non ottimizzati per il mobile: Google martedì  21 aprile avvierà l’aggiornamento del suo algoritmo “segreto” con cui determina il posizionamento dei siti nel search per favorire i siti che sono “mobile friendly”, mentre retrocederà i siti che non rispettano i criteri. Gli esperti di SEO lo chiamano Mobilegeddon, più volte annunciato dallo stesso colosso, poichè si prevede che determinerà notevoli scossoni, anche per siti “inaspettati”, che potrebbero subire pesanti penalizzazioni in termini di visibilità sul motore di ricerca.

Anche colossi come Microsoft, nota il Financial Times, potrebbero essere penalizzati così come l”Unione Europea: il sito del grande accusatore di Google che nei giorni scorsi ha accusato ufficialmente il colosso di Mountain View di abuso di posizione dominante, non sarebbe mobile friendly come dimostrato facendo un rapido controllo su Mobile Friendly test messo a disposizione dal colosso per verificare lo stato dei siti web.

Il cambiamento algoritmo non influirà, invece, sulle ricerche via tablet o desktop. Ma, dal momento che il mobile ora rappresenta la metà di tutte le ricerche su Google le aziende, prevede il FT, potranno notare le conseguenze eccome. In questo senso non riuscire a prepararsi in tempo all’aggiornamento potrebbe realmente avere un impatto economico rilevante tanto che la stessa Google ha annunciato: “Questo cambiamento interesserà ricerche mobile in tutte le lingue in tutto il mondo e avrà un impatto significativo sui risultati di ricerca.”

La mossa di Google non fa che ribadire il peso che il mobile sta assumendo nella fruizione di contenuti da parte degli utenti globali e nell’attrazione di ampie quote di investimenti pubblicitari da parte di imprese e organizzazioni.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 15/04/2015 @ 07:07:40, in Social Networks, linkato 617 volte)

Centinaia di migliaia di download, star in visibilio e colossi che duellano per fare breccia nel cuore del pubblico. La nuova moda dell’hi-tech si chiama live streaming e ha i suoi alfieri in app come Periscope, Streamago Social e Meerkat (ma ci sono anche Stre.am, Tarsii, Kik…) che permettono di inviare in diretta ciò che viene ripreso dalla fotocamera di smartphone, tablet e computer. Non ci sono filtri: basta avviare l’applicazione e il filmato va in Rete, l’unica cosa che si può fare è fermarlo. Ma vediamole in breve: Periscope, nata da Twitter, è la più celebre e da noi è tra le dieci applicazioni più scaricate della settimana.

Disponibile solo per iOS, consente di mandare in diretta filmati all’interno dell’app dedicata e notifiche push ai nostri amici. Meerkat, sempre per iOS, posta su Twitter un link per seguire lo streaming in corso, Streamago Social di Tiscali invece trasmette su Facebook da iOS e PC. Stre.am e Tarsii sono le alternative per Android. Vista la giovane età delle applicazioni, non più di tre settimane di vita, è lecito chiedersi a cosa servano. I filoni principali sono tre: c’è il giornalismo (e il citizen journalism), le star e i comuni mortali. Sul primo fronte The Verge, Guardian, Sky News e BBC sono subito salite alla ribalta, offrendo notizie dal vivo, recensioni e coperture di eventi impensabili fino a qualche giorno fa. Non serve più una troupe, un collegamento via satellite o una Rete veloce per condividere un fatto, bastano un cellulare e il 3G.

La qualità non sarà eccelsa ma il valore documentaristico è ai massimi livelli: due pressioni sul display e si è online. Nel caso di eventi scottanti poi non c’è tutore dell’ordine che possa fermare la diretta: qui va tutto online subito e non c’è memory card che possa essere cancellata. Oltre ai big della notizia, il live streming può essere una risorsa inesauribile anche per le piccole testate, che ora possono competere con i colossi puntando sulla presenza capillare sul territorio dei propri collaboratori. E porpio quest’ultimo aspetto ci porta al citizen journalism: il caso clou è stato il rogo di New York della settimana scorsa, che numerosi utenti hanno documentato con Periscope, mentre da noi ha spopolato il duplice omicidio al Tribunale di Milano. Non c’è stato giornalista più tempestivo delle persone che erano nel luogo giusto al momento giusto (o meglio sbagliato) e la possibilità di vedere il replay del video ha fornito molto materiale a chi voleva confezionare servizi più meditati sull’evento. Immaginare queste app durante la primavera araba o al G8 di Genova ne scatena la portata rivoluzionaria e da oggi i grandi eventi potranno avere tutto un altro sapore, nel bene come nel male.

Dal serio al (molto) faceto, eccoci alle star. Fiorello e Jovanotti sono tra le personalità italiane più attive del settore: mostrano backstage, prove degli spettacoli e vita privata. È un’idea simpatica per continuare quella via intrapresa anni fa con Twitter, ovvero mostrarsi vicini ai fan condividendo una porzione (limitata) della propria intimità. Il problema però è che si rischia di far finire tutto alla Maria De Filippi, come quando Aurora Ramazzotti, figlia del più noto Eros, ha condiviso un video in cui imitava Belén Rodriguez e si lasciava andare a una battuta infelice sul figlio della stessa. Allo scalpore mariadefilippesco è stato subito posto rimedio con scuse spammate in ogni dove e un intervento salvifico di papà (“Ragazzi, Auri ha commesso un’ingenuità di cui si è pentita amaramente”). Una prova che non tutti sono pronti alla rivoluzione, la vita senza filtro è diversa dalle luci della ribalta.

Arriviamo ora a noi comuni mortali. Tralasciando i genietti della comunicazione che hanno iniziato a fare del live streaming una piattaforma di lancio simil YouTube, nella maggior parte dobbiamo ammettere di essere noiosi. Al momento ci sono migliaia di video di pochi secondi del tutto inutili ma ci sta, sono coloro che hanno aperto l’app, l’hanno provata e poi spento tutto (Alzi la mano chi non l’ha fatto). Basta però consultare uno qualsiasi dei tanti profili attivi per ritrovarsi immersi in una noia siderale. Ci sono bordate di bambini, gattini e cagnolini alla deriva, gli immancabili pervertiti e camere fisse che riprendono muri, porte e finestre con relativa musichetta di sottofondo. Non mancano nonne che cucinano, zie che si esprimono in incomprensibili dialetti e professori alle prese con bande di ignoranti.

La vita senza filtro in questo caso mostra tutta la sua banalità ma gli utenti migliori (pardon, peggiori) però sono coloro che mettono lo smartphone sul parabrezza dell’auto e danno vita a piani sequenza fatti di asfalto e vetture in coda. Non siete Jean Luc Godard, il vostro Week End è ben diverso da quello del genio francese e avete perso una buona opportunità per risparmiare la batteria. Usare in questo modo dei mezzi così potenti e rivoluzionari non va bene. Se proprio dovete farlo almeno dite qualcosa. Non necessariamente di sinistra, eh.V

Via IlSole24Ore.com

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Di Gianluigi Zarantonello (del 13/04/2015 @ 09:00:00, in Digitale, linkato 632 volte)

Recentemente sono stato all’evento italiano di Gartner, dal titolo significativo “From E-business to D-business: How to Realize, Build and Optimize Digital Opportunities“, dove ho sentito interventi di ottimo livello che mi hanno confermato gli spunti che avevo recentemente sentito al SAP Executive Summit sulla profonda trasformazione in corso nelle aziende grazie alle nuove tecnologie.

L’IT deve imparare ad essere bimodale

Gli analisti di Gartner da tempo hanno iniziato a dire che l’IT deve diventare Bimodal, ossia deve essere in grado sia di continuare a garantire le attività core, con un approccio progettuale tradizionale, sia affrontare le nuove sfide del digitale aprendosi a logiche di sviluppo di tipoAgile (e non solo) e più business oriented.

Bimodal IT

I due IT a confronto

Il rischio altrimenti è quello di restare fuori dal processo di innovazione e dai relativi budget, secondo quanto detto al convegno già oggi infatti un 38% di spesa sulle tecnologie non nelle competenze IT tradizionali e si stima che possa arrivare al 50% nel 2017.

Ma il tema è solo l’IT?

Ma se Bimodal vuol dire anche convergenza tra chi si occupa di tecnologia e le line of business alloraforse non è solo un tema di IT.

Immagine tratta da http://www.marketingprofs.com/

Immagine tratta da http://www.marketingprofs.com/

Per esempio in un panel dell’evento, dedicato alle tematiche HR, mi è piaciuto molto il commento del professor Emanuele Borgonovo, della Sda Bocconi, che ha evidenziato come sempre più imanager debbano sapere capire i dati ma anche conoscere da dove vengono. Qualcosa di cui avevo parlato recentemente anche io a proposito della consapevolezza come elemento importante della digital transformation.
 I modi di affrontare il tema organizzativamente possono essere diversi, passando sicuramente perfigure di collegamento come il Chief Digital Officer o il Chief Marketing Technologist, ma in ogni caso non padroneggiare la tecnologia è come non conoscere un fondamentale che riguarda tutti.
 

Marketer bimodali

Quasi un anno fa avevo postato questa infografica con il relativo commento, che mi sembra molto efficace anche oggi.

The modern Marketer

 Questo fenomeno di convergenza, che deriva fondamentalmente dal fatto che ormai la tecnologia è pervasiva, inizia a fare pressione anche sul mondo del business con un’urgenza che non è molto lontana da quella del comparto IT.
 
Il tempo di un maketing dedicato solo all’aspetto creativo e visivo è ormai alla fine, perché altri fattori si affiancano (senza sostituirlo!) al tema estetico e comunicativo fine a se stesso.
 

Non importa che tu sia IT o Marketer, inizia a correre!

Alla fine io credo che alla lunga discutere delle separazioni fra chi fa tecnologia e chi fa business sia abbastanza ozioso, in modi che varieranno a seconda delle company e della loro cultura interna arriverà un momento in cui due mondi troveranno una conciliazione. Ma bisogna intanto non perdere il treno delle opportunità!
 
Bisogna correre assieme! (immagine tratta da http://saltandlightmin.org/)

Bisogna correre assieme! (immagine tratta da http://saltandlightmin.org/)

 
Per farlo, come titola un report che sto leggendo sulle nuove metodologie di progetto, serve un passaggio dalla cultura “Me” a quella “We”, perché oggi nessuna funzione aziendale può farcela da sola a cavalcare la disruption causata da questi nuovi fattori senza collaborare con le altre.
Attenzione, non basta solo dotarsi di software collaborativi per fare questo! Ricordatevi infatti che il digitale non salva il mondo da solo, ma il cambiamento deve essere diffuso, pensato e guidato.
 
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