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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Prosegue la crescita del mercato discografico italiano nel 2014, dopo i primi dati positivi del 2013. Secondo i dati certificati da Deloitte l’anno appena trascorso si è chiuso con un incremento del 4% e un fatturato di 122 milioni di Euro al sell in. Nel 2013 il mercato era tornato a crescere dopo undici anni consecutivi di calo.

Complessivamente il segmento digitale, sul dato annuale, rappresenta il 38% del mercato contro il 32% del 2013.“Guardando i dati nel dettagli – ha dichiarato Claudio Ferrante, Presidente e fondatore di Artist First – è evidente che l’impatto dello streaming è molto forte: è ormai fuori di dubbio che il mercato stia andando in quella direzione e che, in futuro, le piattaforme di streaming saranno sempre più utilizzate. Il punto focale sarà la possibilità di accedere a pagamento a un’offerta molto variegata e particolarmente profilata sull’utente, così come oggi avviene con l’offerta televisiva. E’ una frontiera che ancora tarda ad affermarsi in Italia. D’altra parte, bisogna considerare che il supporto fisico rappresenta ancora la fetta principale del mercato, pari al 62%. Questo dimostra come, praticando un prezzo equo all’utente finale o dando un valore aggiunto con la realizzazione di confezioni de-luxe che possano appassionare il pubblico, oltre all’oggetto che è il CD, è possibile puntare ancora sulla diffusione del supporto fisico parallelamente a quella digitale”.La crescita è stata trainata soprattutto dai servizi streaming come TIMmusic, Google Play, Spotify, Deezer, YouTube e Vevo che complessivamente sono saliti di oltre l’ottanta per cento. Nello specifico, i servizi sostenuti da pubblicità sono cresciuti dell’84% mentre quelli in abbonamento del 82%.

Oggi lo streaming rappresenta il 57% del digitale contro il 43% del download, sceso nel 2014 del 15%.Nel 2013 lo streaming rappresentava il 12% del totale mercato, oggi il 22%. Da rilevare il rallentamento del calo del supporto fisico che rappresenta comunque il 62% del mercato, e in questo contesto va segnalata inoltre la costante crescita del vinile, cresciuto dell’ 84% anche se rappresenta sempre un fenomeno di nicchia con il 3% del mercato.

Via IlSole24Ore.com

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BrainJuicer Group PLC , agenzia di ricerca che è stata votata la più innovativa al mondo ed è il pioniere dei test sulla pubblicità basati sulle emozioni, annuncia il “Global FeelMore50”, la prima classifica globale mai realizzata sulla pubblicità mondiale. L’annuncio top del 2014 è “Oh Emma”, realizzato da Leo Burnett Paris per Le Trefle, una marca francese di carta igienica.

“Oh Emma”, prende in giro la nostra moderna ossessione con la tecnologia. Quest’annuncio esilarante dimostra come un piccolo marchio e un prodotto dall’utilizzo quotidiano possano generare un livello emozionale così forte da essere in grado di competere con alcuni dei più grandi inserzionisti di tutto il mondo. La risata è sicuramente un ottimo metodo per ottenere successo a livello emotivo, ma non l’unico. Tutte le pubblicità FeelMore50 seducono, invece di convincere a fare qualcosa, e fanno sì che chi le guarda provi delle sensazioni forti a loro riguardo.

Il secondo annuncio migliore è affascinante, una storia che genera felicità grazie al suo essere in grado di dare vita alla meraviglia del volare. Turkish Airlines era stata criticata per servire poche tratte nazionali all’interno del proprio paese – la sua risposta è stata data tramite Lowe Istanbul, una promessa emotiva di fare meglio in futuro.

Il terzo annuncio migliore al mondo è stato creato da Anomaly US per Budweiser, che ha vinto la battaglia delle pubblicità del Super Bowl per il secondo anno di fila, con “Puppy Love”, un sequel della pubblicità vincitrice del FeelMore50 dello scorso anno “Brotherhood”. Qui il cavallo Clydesdale e il suo padrone hanno un nuovo amico, un cucciolo adorabile. La combinazione di ragazzi ruvidi e animali carini, mixati con un pizzico di romanticismo sembra fatta su misura per rendere felici le persone.

“Oh Emma” è la migliore pubblicità del 2014 perché è la più emozionale. Studi effettuati su larga scala sull’efficacia della pubblicità (‘The Long and the Short of It’, IPA 2013) hanno dimostrato che le campagne pubblicitarie emozionali sono di gran lunga migliori predittori degli effetti commerciali a lungo termine rispetto a quegli annunci pubblicitari che adottano una strategia di comunicazione razionale, basata sulla persuasione. Quando le persone sono più coinvolte a livello emozionale comprano di più. Decine di migliaia di nuovi spot vengono lanciati ogni anno. Il FeelMore50 ha utilizzato l’approccio fortemente predittivo di BrainJuicer, per testare oltre 400 degli annunci più acclamati, premiati, e diventati virali al mondo, e li ha classificati su un punteggio da 1 a 5-stelle. Più alto è il punteggio, più è probabile che la pubblicità impatti in maniera notevole il business a lungo termine. Il punteggio medio ottenuto dalle oltre 35,000 pubblicità testate da BrainJuicer a livello globale è 2 stelle, ma quelle incluse nel FeelMore 50 ottengono tutte delle valutazioni di 4 o 5 stelle e sono incredibilmente emozionali.

A questo link la classifica completa “Global FeelMore50”.

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Di Altri Autori (del 27/01/2015 @ 07:01:20, in Internet, linkato 165 volte)

I commenti sui social sono un diluvio intorno al sito VeryBello, e le ragioni di critica stanno crescendo e consolidandosi nel tempo.

Poiché si tratta di un ambito fondamentale (è convinzione diffusa che Expo2015 può essere una importante occasione per l’economia italiana) e poiché ci sono già diversi problemi legati al completamento dei lavori e alla trasparenza (che grazie all’operazione Open Expo è in via di decisiva ripresa), è importante condividere precocemente le criticità dell’iniziativa, come contributo al MiBACT per un loro superamento.

Proviamo a sintetizzarle:

  • Dal punto di vista formale, il dominio di un sito istituzionale non può essere di proprietà di un privato, come è in questo caso;
  • Dal punto di vista di strategia operativa, il sito VeryBello, come vetrina di eventi, si sovrappone al sito Italia.it e lo priva di uno dei ruoli principali. Poiché non si comprende l’integrazione, siamo tra la sovrapposizione, la duplicazione di sforzi e il cannibalismo interno. In un momento di difficoltà gestionale di Italia.it e di necessità di ottimizzazione delle risorse l’iniziativa appare poco comprensibile;
  • Dal punto di vista tecnico, il sito VeryBello, monolingua (solo italiano) e statico (al momento in cui scrivo sono presenti eventi già trascorsi), privo di funzionalità chiave (la navigazione per calendario/agenda e per mappa geografica), è chiaramente un passo indietro rispetto allo stesso sito Italia.it e molto lontano dal poter supportare gli obiettivi di “vetrina internazionale per Expo2015” che il MiBACT si propone di raggiungere.

È certamente difficile fare dei passi indietro dopo la pubblicizzazione di un’iniziativa, ma lo sforzo organico che in questi mesi il governo sta producendo, anche con la produzione di documenti strategici e l’avvio di progetti di sistema, obbliga a valutare attentamente vantaggi e svantaggi delle iniziative, benefici e problemi, così da intervenire precocemente sugli errori, anche rivedendo profondamente le scelte fatte. Questo sembra il caso.

Via Agenda Digitale

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Di Altri Autori (del 23/01/2015 @ 07:46:46, in Mobile, linkato 345 volte)

Starbucks continua a ottenere riscontri importanti, anche e soprattutto economici, dal mobile payment: il gigante americano del caffè rivendica di aver raggiunto la quota del 90% del miliardo e seicentomila dollari spesi nei negozi statunitensi utilizzando uno smartphone nel 2013, e nel 2014 probabilmente la quota non sarà molto diversa, nonostante l’introduzione di Apple Pay nel mese di ottobre.

I conti trimestrali danno conto di un successo nel settore dei pagamenti in mobilità che il colosso non è affatto intenzionato a cedere: nel suo primo trimestre fiscale del 2015 chiuso al 28 dicembre, la società ha dichiarato di avere 13 milioni di utenti da telefonia mobile negli Stati Uniti, in decisa crescita rispetto ai 12 milioni registrati nel mese di ottobre.

Il CEO di Starbucks Howard Schultz ha fatto dei pagamenti mobili una priorità assoluta, anche suggerendo alla fine dell’anno scorso le carte Starbucks potrebbero diventare una valuta più ampia che potrebbe essere utilizzata anche per comprare in altri negozi. Sarà una sfida, ma è chiaro che l’azienda non ha intenzione di cedere clienti ad Apple Pay, Google Wallet, o qualsiasi altro sistema di pagamento mobile.

Per ora l’applicazione Starbucks sta aiutando l’azienda a più livelli: l’applicazione ha contribuito a rinforzare il meccanismo alla base di Starbucks Rewards, il programma fedeltà dell’azienda, perché rende più facile tenere traccia degli acquisti per ottenere bevande gratuite e altri incentivi da parte degli utenti.
Ma l’app di mobile payment alimenta anche altre ambizioni di Schultz, come il processo di ordine e pagamento in mobilità delle bevande: la società ha testato la possibilità di ordinare su smartphone e ritirare nei negozi per evitare linee a Portland, in Oregon nel mese di dicembre. La sperimentazione, anche in mancanza di numeri ufficiali, deve essere andata bene visto che la società prevede di lanciare lo stesso meccanismo in altri 600 punti vendita nel nord-ovest del paese nei prossimi mesi. “Una novità che farà crescere il numero delle transazioni mobili nei negozi,” ha spiegato Schultz.

Secondo molti analisti, se è vero che Apple Pay sta macinando successi presso gli utenti di iPhone 6 e presso brand e banche, e anche Google Wallet non sta certo a guardare, l’app di Starbucks sembra destinata a rimanere popolare grazie alla sua combinazione per ora unica di forme di pagamento associate a meccanismi di ricompensa per i clienti.

Via Tech Economy

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Quali sono le principali tecnologie e innovazioni che caratterizzeranno il mercato nei prossimi 12-18 mesi? A questa domanda ha provato a rispondere Deloitte con una serie di Prediction che, per il 2015, “anticipano una rivoluzione nelle vendite al dettaglio paragonabile all’avvento dell’e-commerce – spiega Alberto Donato, Partner Deloitte e responsabile italiano Technology, Media & Telecommunication (TMT) – Saranno rivoluzionate le modalità di consegna degli acquisti online, ritirati quando e dove il cliente desidera, e i pagamenti in negozio, sempre più spesso effettuati con il cellulare.”

Ecco le “TMT Predictions 2015” che assumeranno particolare rilevanza nel mercato italiano:

La corsa all’ultimo smartphone coinvolgerà 1,4 miliardi di persone nel 2015
Si venderanno più smartphone che tv, tablet, pc e videogiochi messi insieme con ricavi per oltre 300 miliardi di dollari. Lo smartphone sarà l’oggetto tecnologico più desiderato dal grande pubblico nel 2015. Si stima infatti che saranno venduti circa 1,4 miliardi di nuovi smartphone in tutto il mondo, di cui un miliardo sarà acquistato dopo soli 18 mesi dall’acquisto dello smartphone precedente. Gli acquisti di nuovi smartphone nel 2015 porteranno, per la prima volta, il numero di possessori oltre la soglia dei 2 miliardi. I principali fattori che spingeranno alla scelta di un modello piuttosto che un altro saranno la varietà di nuove funzionalità offerte (come il riconoscimento con impronte digitali), le capacità della fotocamera ed il look accattivante.

La batteria dello smartphone continua a essere insufficiente
Ma se i telefoni stravincono gli investimenti nella ricerca per realizzare batterie più efficenti non produrranno i risultati sperati: nel 2015 la carica durerà in media solo il 5% in più del 2014. La difficoltà consiste nel trovare un sostituto al litio, materiale attualmente utilizzato, che oltre a durare di più abbia anche le stesse caratteristiche di sicurezza, economicità e adattabilità. In Italia, la necessità dilagante di disporre di uno smartphone sempre carico ha dato vita al mercato molto diffuso delle batterie esterne.

Pagamenti via smartphone
I presupposti ci sono tutti: Mastercard e Visa si sono preparate ai pagamenti in negozio con gli smartphone mentre per Apple è già realtà. La fine del 2015 segnerà il punto di svolta per l’uso dei telefoni cellulari come alternativa agli strumenti di pagamento tradizionali, avviando di fatto il processo per il quale lo smartphone diventerà un vero e proprio portafogli. Nel 2015, circa il 5% degli smartphone in tutto il mondo verrà utilizzato per effettuare un pagamento in un negozio, almeno una volta al mese. Percentuale oggi ferma allo 0,5%.

Compri Online e ritiri dove vuoi
Scuole, parcheggi, banche e stazioni della metropolitana: i luoghi in cui il consumatore online potrà scegliere di ritirare i propri acquisti. Un cittadino europeo su due effettua acquisti online, richiedendo miliardi di consegne ogni anno di cui non è soddisfatto. Perché aspettare ore a casa l’arrivo del corriere quando è possibile scegliere dove e quando ritirare il proprio acquisto? Il 2015 vedrà il boom del “click & collect”, cioè la diffusione degli acquisti online consegnati in armadietti, stazioni ferroviarie e negozi, dove saranno gli utenti stessi a ritirare la merce. Si raggiungerà il mezzo milione di location ad hoc in Europa, con un aumento del 20% rispetto al 2014. Con il 67% delle preferenze, i luoghi più gettonati per la consegna saranno gli armadietti (dislocati in Italia per lo più vicino a scuole, banche e parcheggi), seguiti dalle stazioni e dai negozi. Proprio per i negozi le nuove modalità di spedizione potranno rappresentare un’opportunità ma anche un onere: se da una parte il cliente che entra a ritirare il pacco può essere invogliato ad effettuare acquisti tradizionali, dall’altra sarà necessario progettare negozi predisposti ad accogliere la merce da ritirare e a gestire i resi.

IoT: un affare per le aziende
Non solo smartphone e tablet, nel 2015 saranno connessi a internet un miliardo di nuovi oggetti come elettrodomestici e automobili, con una crescita del 60% rispetto al 2014. Nonostante l’attenzione dei media sia concentrata sui benefici per i consumatori finali, gli oggetti connessi alla rete faranno guadagnare soprattutto le aziende, con ricavi fino a 10 volte superiori ai risparmi per i consumatori. Quali i settori per primi renderanno i loro oggetti “intelligenti”? In primo luogo quello energetico: i nuovi contatori saranno capaci non solo di rilevare cortocircuiti o disservizi, ma anche di abilitare un’analisi della domanda di energia nei periodi di picco evitando la costruzione di nuove centrali. Anche gli elettrodomestici intelligenti porteranno grandi vantaggi, fornendo in tempo reale dati mai raccolti prima sia sullo stato di usura che sulle modalità di utilizzo. Internet rappresenta il futuro anche del settore automobilistico: si stima che nel 2015 verranno vendute in tutto il mondo circa 16 milioni di automobili intelligenti (pari alle previsioni di vendita 2015 di tutto il mercato USA), con enormi ritorni economici per le compagnie di assicurazione.

Aumenta la velocità di navigazione del 20%
725 milioni di case saranno connesse alla banda larga, ma la vera rivoluzione sarà nelle performance e nella varietà dell’offerta.
A livello globale, nel 2015 le case con una connessione a banda larga aumenteranno del 2% rispetto al 2014, raggiungendo 725 milioni. La rivoluzione non sarà nel numero di nuovi utenti ma nella crescita delle performance della connessione disponibile nelle case, con un aumento della velocità media di navigazione del 20%. Il mercato offrirà sempre maggiori tipologie di banda larga, diverse per prezzo e performance, facendo crescere il divario tra coloro che hanno accesso ad una connessione super veloce e quelli che preferiscono una connessione standard. Il divario sarà particolarmente evidente per chi usa funzionalità che consumano molta banda come lo streaming dei video.

Libro VS e-book: vince la carta
Il paradosso della carta: i libri stendono gli e-book mentre le librerie sono messe KO dall’ e-commerce. CD, DVD e giornali sono stati ormai largamente sostituiti dai loro cugini digitali mentre il buon vecchio libro resisterà saldamente alla diffusione dell’e-book, generando l’80% dei ricavi del settore nel 2015. Lettori di tutte le età dichiarano di preferire libri stampati a quelli elettronici. Il libro cartaceo resta il preferito da circa il 60% degli intervistati non solo per l’innegabile fascino legato al tatto, alla vista e all’olfatto della carta stampata, ma anche perché facilita la memorizzazione dei contenuti. È apprezzata, inoltre, la copertina del libro tradizionale che trasmette una serie di informazioni impossibili da veicolare tramite un libro elettronico. Se nella lettura la tradizione prevale sui libri digitali, la stessa cosa non si può dire per le modalità di acquisto: dal 2009 le librerie continuano a chiudere battenti perché i libri, ormai, si comprano online.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 19/01/2015 @ 07:45:38, in Social Networks, linkato 592 volte)

Sempre più mobile, sempre più video. Il futuro dell’advertising è tracciato, come quei romanzi che, inizi a leggerli, e sai già come finiranno. E chiedete pure a quelli di Facebook, che qualche mese fa hanno sborsato mezzo miliardo di dollari per assicurarsi LiveRail, piattaforma di video advertising che genera qualcosa come 7 milioni di video pubblicitari al mese. Oppure a Twitter, che nei mesi scorsi ha fatto incetta di startup del macrocosmo video, portandosi a casa MoPub, Namo Media e TapCommerce, e ora è pronta a lanciare la sua piattaforma, con una versione beta che è già disponibile per i profili verificati.

Proprio su Twitter è doveroso spendere qualche riga in più. E non solo perché la sfida dei video può ragionevolmente segnare il futuro del social network di Jack Dorsey.

A San Francisco sono abituati a fare le cose in grande, e dalle prime (e poche) indiscrezioni che trapelano dagli uffici di Market Street, si apprende che il video player di Twitter consentirà agli utenti di caricare video di una durata massima di 10 minuti, mentre i formati supportati saranno mp4 e mov, e non ci saranno limiti per la dimensione del file. Inoltre, l’immagine di anteprima, che spesso decreta il successo di un video, sarà selezionabile dall’utente. Il lancio? Ancora qualche settimana. Poi chiunque ha un account Twitter potrà postare video, senza ricorrere a piattaforme terze come Vine e YouTube.

La mossa di Twitter, e prima ancora quella di Facebook, sono probabilmente i segnali più chiari di come l’evoluzione dell’advertising online stia virando in modo deciso verso i video. Pre-roll, mid-roll e post-roll sono vocaboli ai quali faremo abitudine prestissimo, anche perché le previsioni lasciano poco spazio ai dubbi. Secondo un’infografica presentata da Iab Italia, il mercato del video advertising è in costante crescita negli ultimi due anni. E dovrebbe toccare quota 11,4 miliardi di dollari nel 2016. Un piatto ricco sul quale i colossi del web hanno posato gli occhi in largo anticipo. È notizia di qualche giorno fa, ad esempio, il nuovo finanziamento ottenuto da Teads, una delle piattaforme internazionali più popolari nel campo del video advertising. 24 milioni di euro per un’operazione finanziaria che la dice lunga sulla fiducia degli investitori nel settore e che vede coinvolte banche del calibro di Bank of China, Hsbc, Bnpp e Bpi.

Ora però, è già scattata la guerra ai click. E in questo senso la mossa più astuta, senza ombra di dubbio, pare essere stata quella di Mark Zuckerberg. Già da qualche mese Facebook ci ha “abituati” ai suoi video in auto-play, cioè quelli che partono da soli scorrendo la time line (per fortuna in modalità silenziosa). E “abituati”, attenzione, sembra il termine più adatto per descrivere la capacità pervasiva del social di Palo Alto. Ora, non appena i filmati pubblicitari sbarcheranno su Facebook, il business esploderà con forza devastante. Se la logica rimarrà quella attuale, basterà scrollare la time line per far partire un pre-roll correlato a un video. Ergo: basterà uno scroll per innescare il business. Anche per questo Twitter s’è mossa sui video. Rimanere indietro, oggi, potrebbe compromettere il futuro. I cinguettii potrebbero non bastare più, fra qualche mese.

La vera battaglia, dunque, sarà sulle visualizzazioni dei video. Una battaglia che, in realtà, è cominciata già da qualche mese e vede due protagonisti indiscussi: Facebook e YouTube, con il primo che da quando ha introdotto il proprio player sta insidiando i vari primati che lo storico “tubo” ancora detiene. Le statistiche si sprecano, e sembra l’ennesima guerra senza esclusioni di colpi fra Google e il social network da oltre un miliardo di utenti. Perché i numeri, in questo caso, non rimangono solo numeri. Ma si tramutano in danaro.

Via IlSole24Ore.com

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Facebook conferma quanto scritto dal Financial Times lo scorso novembre: a breve offrirà un nuovo servizio dedicato alla vita professionale. L’azienda dice che sta iniziando a testare «Facebook at Work» insieme a «selezionati partner pilota». L’app sarà visibile sugli app store di iOS e Android e disponibile solamente per i partner dei test.

Facebook at Work, continua la nota, «è un’esperienza completamente separata da quella della piattaforma e offre agli impiegati la possibilità di connettersi e collaborare in modo efficace attraverso l'utilizzo degli strumenti Facebook – molti dei quali già noti e largamente utilizzati come il News Feed, i Gruppi, messaggi ed eventi. Sarà quindi possibile restare in contatto con i propri colleghi nello stesso modo in cui lo si fa con i propri amici e familiari attraverso Facebook. Facebook at Work offre infatti un'esperienza – anche visiva - simile a quella di Facebook, condividendone infatti gli strumenti».

L’ambizione di Facebook è dunque entrare anche nelle imprese, nella vita lavorativa dei suoi utenti. Il social network è infatti spesso bandito all’interno delle aziende, mentre in questi anni si sono fatti strada diversi tool collaborativi aziendali che cercano di imitare semplicità e condivisione cui siamo abituati in ambito privato. Secondo alcune indiscrezioni sui giornali americani, la versione per aziende sarebbe a pagamento e dunque non sostenuta dalla sola pubblicità.

Microsoft ha acquisito Yammer nel 2012, Google ha i suoi prodotti, Ibm un servizio chiamato “Connections” e una partnership con Apple per sviluppare app dedicate alle aziende. Insomma, è un mondo che si sta popolando e una opportunità di business. Ovviamente Facebook deve stare attento ai dati personali, pena l’esclusione dalle aziende, e infatti il comunicato ci tiene a sottolineare che le informazioni su Facebook at Work «sono al sicuro, protette, confidenziali e completamente separate da quelle del proprio Profilo Facebook personale. Le informazioni condivise tra gli impiegati sono infatti accessibili solamente alle persone della compagnia».

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 14/01/2015 @ 07:23:18, in Social Networks, linkato 620 volte)

Un “mi piace” su Facebook può dire molto della nostra personalità, più di quanto potrebbero fare i nostri migliori amici: per ogni “like” sul social network vengono lasciate tracce digitali che aiutano i computer a ricostruire il nostro carattere. La notizia arriva da uno studio pubblicato su Pnas, organo ufficiale dell’United States National Academy of Sciences, che ha messo a confronto la capacità delle persone e dei computer di esprimere giudizi sulla personalità.
Lo studio, condotto dai ricercatori della Standford University e dell’Università di Cambridge, ha coinvolto 86.220 volontari che hanno compilato su Facebook un quiz sulla personalità con l’app myPersonality, rendendo accessibili i propri “like” al team scientifico. Mentre amici e familiari dei volontari descrivevano il carattere dei partecipanti un computer speciale, basandosi semplicemente sui “mi piace” degli utenti, ha svelato la personalità dei soggetti in modo più preciso.
Ad esempio, analizzando 10 “mi piace” il computer ha descritto il carattere di un soggetto meglio di un collega di lavoro, con 70 ha fatto meglio di un amico, con 150 ha superato anche l’analisi dei familiari, con 300 quella del coniuge.

Via Business People

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Di Altri Autori (del 13/01/2015 @ 07:42:45, in Internet, linkato 653 volte)

Nonostante le apparenze il Consumer Electronics Show, che si è appena concluso a Las Vegas, non è una fiera dedicata ai consumatori bensì a chi deve pensare e produrre servizi o prodotti. Il grande cambiamento che si respira crea però un problema: tutto sta diventando “Consumer electronics” e per questo ogni imprenditore o aspirante (gli startappari) e tutte le aziende, vecchie e nuove, dovrebbero interessarsi a quello che succede nel settore perché se non direttamente coinvolti lo potrebbero essere dalle conseguenze della sempre più spinta integrazione fra internet e le cose (potenzialmente tutte).

Il vero tema del Consumer Electronics Show è stato proprio questo: la Internet delle cose, detta anche Internet of things (IoT) o per chi esagera Internet of everything. Della possibilità che ogni oggetto possa avere intelligenza a bordo ed essere connesso alla rete si parla da trent'anni e 15 anni fa il fenomeno venne “battezzato” con la definizione che oggi conosciamo (Internet of things appunto) ma è adesso che si comincia a fare sul serio grazie alla combinazione di vari fattori: una massiccia diffusione degli smartphone, che sono uno snodo fondamentale per collegare le “cose”, connettività sempre più diffusa e veloce, varietà dei sensori e loro costo in caduta libera, altre componenti in silicio come le CPU più potenti ed economiche.

Nonostante ciò “serviranno ancora tre anni per delle linee guida ben identificate” spiega Benedetto Vigna, responsabile delle divisione che progetta e produce sensori in STMicroelectronics in una intervista a 2024 su Radio24. “Quello che stiamo vedendo ora è quello che accade sempre quando una nuova tecnologia prende piede - dice Vigna - ci sono tanti player, tante idee e pochi arriveranno al traguardo. Personalmente credo che quelli che avranno maggiori prospettive siano gli oggetti che già indossiamo come occhiali od orologi”. Un altro motivo che frena il boom della IoT è il consumo di energia: “il fenomeno si affermerà quando la combinazione fra protocolli di comunicazione wireless e sensori consumerà molto meno e STM sta lavorando per questo”.

I sensori sono i mattoni fondamentali per “animare” gli oggetti e finora il mercato si è ampiamente espresso inserendoli nei braccialetti o negli smartwatch che misurano i nostri parametri fisici. Altro ambito dove a Las Vegas si è visto grande fermento è quello della casa, dalla lampadina al termostato tutto si connette, anche se la giungla di protocolli di comunicazione e standard di connettività è ancora fitta e vedremo quindi molti cambiamenti nei prossimi anni. E poi, va detto, che non tutte le soluzioni viste sono davvero utili: avere un bollitore o la macchina per il caffè che si comanda dallo smartphone come abbiamo provato al Consumer Electronics Show cambia la vita? Insomma la buona notizia per un imprenditore o un'azienda italiana è che abbiamo ancora davanti alcuni anni per non perdere il treno e il caos di idee che c'è è una grande opportunità. A patto di buttarsi ora nella mischia per capire e comprendere come la miglior manifattura del mondo può trasformare i prodotti di oggi.

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 12/01/2015 @ 07:57:07, in Media, linkato 429 volte)

Le vendite di musica fisica declinano in varia misura, fatta eccezione per il vinile, mentre lo streaming si conferma la modalità di consumo preferita dagli utenti che scelgono di fruire della musica immateriale con la mediazione della Rete: a confermare tendenze già evidenti anche sul mercato italiano sono i dati di fine anno relativi ai mercati musicali statunitense e britannico.

I numeri del mercato statunitense rilevati da Nielsen SoundScan mostrano il progressivo calo dei download degli album nel corso dell'anno, scesi del 9 per cento fino a 106,5 milioni. I download dei singoli brani hanno sofferto anche di più nel 2014, in calo del 12 per cento a raggiungere 1,1 miliardi di brani scaricati. A conferma di quanto già osservato nei mesi scorsi, è lo streaming a dominare: le platee statunitensi hanno consumato nel 2014 164 miliardi di brani in streaming, una crescita del 54 per cento rispetto al 2013. Nielsen suddivide i servizi di streaming in video e audio: la musica formato video, apprezzata in maniera causale su servizi come YouTube, domina ancora sui servizi audio con 85,5 miliardi di brani fruiti sul mercato statunitense, contro i 78,6 miliardi dei brani ascoltati sui servizi dedicati. Il pareggio, però, sembra vicino, complice l'avvento di piattaforme riservate esplicitamente allo streaming musicale e ad un ascolto più mirato: lo streaming musicale video cresce del 49,3 per cento, a fronte della crescita del 60,5 per cento della fruizione di tracce solo audio.

Se la nicchia del vinile vale sempre di più (9,2 milioni di dischi, in aumento del 51,8 per cento), i risultati ottenuti dai CD sul mercato statunitense, 140,8 milioni di vendite, confermano le tendenze che li condannavano ad un inesorabile e costante calo già a metà dell'anno: le vendite sono scese del 14,9 per cento rispetto al 2013, in cui già si registrava un calo del 14,5 per cento rispetto al 2012.
Le analisi dell'industria della musica britannica fanno invece osservare un rallentamento del declino della musica venduta su CD: i numeri di BPI (British Phonographic Industry), pur evidenziando il sorpasso da parte del comparto digitale, rivelano come il calo dei CD si conti in un -7,9 per cento anno su anno, mentre nel 2013 l'industria aveva accusato un calo del 12,8 per cento.

Nell'ambito della musica immateriale, che ora rappresenta il 51 per cento del mercato britannico, anche BPI osserva un ridimensionamento sensibile del numero dei download: calano del 9 per cento le vendite di album, a raggiungere i 29,7 milioni in termini di vendite, e scendono del 14,2 per cento i download dei singoli brani. A far credere nel digitale è lo streaming, che vale ora il 12,6 per cento del mercato: il numero dei brani consumati dai netizen britannici è quasi raddoppiato, raggiungendo i 14,8 miliardi nel corso del 2014.

Se il 2014 ha consacrato lo streaming a promessa del prossimo futuro, il 2015 sarà il primo anno in cui i colossi di settore potranno mettere alla prova le proprie strategie: Google è prossima al lancio ufficiale di YouTube Music Key, ora disponibile su inviti, Apple sta lavorando al proprio servizio dopo l'acquisizione di Beats. L'anno appena iniziato potrebbe essere determinante per ristabilire gli equilibri anche a favore degli artisti, ancora scontenti delle opportunità offerte dalla tecnologia ma spesso offuscate dai contratti con le etichette che li rappresentano: è quanto auspica anche Bono, frontman degli U2 reclutato da Apple per un progetto ancora avvolto nell'ombra, dopo l'inoculazione del più recente album nelle playlist degli utenti iTunes.

Via Punto Informatico

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