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  mymarketing.it: il marketing fresco di giornata... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 07/07/2015 @ 07:46:21, in Prodotti, linkato 83 volte)

Per i dispositivi da indossare è un vero e proprio boom: più 200% in pochi mesi. Nei primi quattro mesi del 2015, sono stati  distribuiti in tutto il mondo 11,4 milioni di pezzi, contro i 3,8 milioni dello stesso periodo del 2014. A fare i conti è stato il Worldwide quarterly wearable device tracker di Idc, secondo cui, ad aver trainato le vendite, sarebbero stati in particolare i Paesi asiatici.

E le previsioni per i prossimi mesi restano ottimistiche, grazie soprattutto all’ingresso sul mercato del nuovo Apple Watch. La prima marca della classifica dei dispositivi più venduti è l’americana Fitbit che, però, anno su anno ha perso il 10% in termini di quote, scendendo al 34 per cento. Al secondo posto c’è invece una società cinese, Xiaomi, seguita da Garmin, Samsung e Jawbone.

Nel complesso, si stima che nel 2015 saranno venduti oltre 72 milioni di device, ben il 173,3% in più rispetto al 2014. Secondo le ultime previsioni, nel 2018 il mondo della realtà virtuale e della realtà aumentata (un esempio per tutti, i Google Glass) varrà quattro miliardi di dollari e i dispositivi venduti saranno circa venti milioni.

Via PambiancoNews

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Di Altri Autori (del 06/07/2015 @ 07:53:52, in Marketing, linkato 120 volte)

Unilever punta sui contenuti digitali e sulle donne e, per avvicinarsi al proprio target femminile sul canale online, si allea con il magazine Vice. Il gigante olandese dell’agroalimentare e dei cosmetici ha firmato un’intesa di diversi anni con il giornale nato in Canada e con base a New York per il lancio di Broadly, un canale online dedicato alle donne. Il sito, che debutterà ad agosto, ha come scopo quello di “veicolare contenuti che interessano alle giovani a un audience di centinaia di milioni di utenti nel mondo”. Secondo l’accordo, Unilever sponsorizzerà il lancio del canale e si occuperà della creazione di contenuti con Vice: insieme, Unilever e Vice proporranno quotidianamente documentari e news, con una forte predominanza dei video, su una serie di argomenti, tra cui la moda, il sesso e la cultura, rilevanti per il pubblico femminile. Il progetto partirà dagli Stati Uniti e dal Canada e inizialmente coinvolgerà soprattutto i brand di Unilever Dove e Tresemmé.

Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere: è la prima volta che una multinazionale e un giornale si alleano ufficialmente per un progetto a cavallo tra editoria e marketing. Il taglio delle notizie, si legge in una nota diffusa da Unilever, rispetterà “l’atteggiamento e il tono di Vice e il suo approccio coinvolgente alla narrazione”. La rivista oggi presente in ben 36 Paesi, in effetti, si è spesso distinta per i suoi articoli dissacranti e ironici. Da capire rimane come verranno promossi i marchi di Unilever: sembra che sul sito verranno inseriti contenuti pubblicitari tradizionali, fermo restando che il focus sarà sul contenuto editoriale. Quel che è certo è che la sponsorizzazione da parte di Unilever non è casuale: più del 70% degli acquirenti dei prodotti del gruppo sono donne.

Via PambiancoNews

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Di Altri Autori (del 01/07/2015 @ 07:24:35, in Aziende, linkato 238 volte)

Il rivoluzionario servizio di consegna entro un'ora di Amazon, chiamato Prime Now, è sbarcato in Europa. Si comincia dal Regno Unito, più precisamente da Londra. Il servizio al momento è limitato solo a poche zone all'interno della città di Londra e solo a coloro che sono iscritti al programma Amazon Prime.

Amazon ha annunciato il suo servizio che offre la consegna di 'prodotti essenziali quotidiani' entro un'ora o due ore lo scorso Dicembre, negli Stati Uniti. Soprannominato Prime Now, il servizio è disponibile solo per clienti Amazon Prime, che possono utilizzare per ricevere prodotti come asciugamani di carta, shampoo, libri, giocattoli, batterie e altri del genere dalle 6 del mattino a mezzanotte, sette giorni su sette.

Negli USA, il servizio è attualmente disponibile in aree selezionate di Manhattan, anche se la società sta incoraggiando tutti i membri di Prime (anche nelle aree non al momento coperte dal servizio) di scaricare la nuova app Prime Now, che è disponibile sia per iOS che Android, promettendo che saranno avvisati quando il servizio sarà lanciato nella loro area. Il servizio, infatti, è fruibile attraverso l'apposita app mobile.

"Ci sono momenti in cui non si può andare in negozio e altre volte in cui semplicemente non si vuole andare. Ci sono tanti motivi per non iniziare un viaggio e i membri di Prime Now a Manhattan possono ottenere gli elementi di cui hanno bisogno consegnati in un'ora o meno", ha dichiarato Dave Clark, senior vice presidente delle operazioni internazionali della società.

Per quanto riguarda i prezzi, negli USA la consegna di due ore è gratuita per i clienti Amazon Prime, mentre la consegna entro un'ora costa 7,99 dollari. Nel Regno Uniti, la consegna entro un'ora dall'ordine ha un costo di 6,99 sterline, mentre la consegna "lenta" entro due ore dall'ordine o nell'arco della giornata è gratuita.

Amazon testa consegne in bici a New York

Amazon sta, nel frattempo, testando la consegna in bicicletta a New York City, il che significa che la società potrebbe consegnare i prodotti ai clienti nel giro di poche ore dall'ordine, addirittura un'ora, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal. Sono già in atto delle prove a tempo su un edificio nei pressi dell'Empire State Building nella Grande Mela. Il sito funge da base operativa per coloro che effettueranno le consegne in bicicletta, stando a quanto hanno riferito fonti anonime al giornale.

Se Amazon persegue questo tipo di servizio di consegna andrebbe a togliere uno dei pochi vantaggi che ha ancora un negozio: attirare i clienti. Mentre un consumatore può acquistare un oggetto e lasciare il negozio con in mano subito il prodotto, il nuovo servizio di consegna di Amazon potrebbe offrire il vantaggio di acquistare da casa comodamente ed avere il prodotto in consegna entro la fine della giornata: in tal caso perchè andare ancora in un negozio?

Via PiavetaCellulare

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Di Gianluigi Zarantonello (del 30/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 281 volte)

Ho letto sull’ultimo numero di Wired una bella intervista a John Sculley, ex CEO Apple e Pepsi, in cui il manager parla di innovazione dicendo che “genio vuol dire anche avere prospettiva nel momento giusto”. Ossia non inventare per forza qualcosa di nuovo ma intuire la le potenzialità di quello che ci circonda e collocarlo in un contesto piu ampio.

innovation

immagine tratta da Forbes

Possiamo parlare di adaptive innovator, un concetto che ho ritrovato anche nel libro Digital Disruption: Unleashing the Next Wave of Innovation che sto leggendo in questi giorni.
Anche nel volume infatti si parla di adjacent possible, ossia di innovazione incrementale che sfrutta gli strumenti che già esistono e li lega fra loro per migliorare il proprio prodotto o servizio, partendo dai bisogni del clienti.

QUANDO L’INNOVAZIONE VIENE FRAINTESA

Spesso quindi nel difficile compito di fare innovazione nelle azienda si tende a pensare cheinnovazione sia solo sinonimo di rivoluzione, di radicale cambio, di superamento del passato in modo secco. Ma anche un’icona della ricerca del futuro come Steve Jobs aveva detto ben chiaro (su Wired) che “creativity is just connecting things”.

Il continuo aumento della complessità e la velocità dei cambiamenti non aiutano certo a mettere facilmente dei punti fermi, rassicuranti e sempre uguali a se stessi. Questa apparente frammentazione nasconde tuttavia un’opportunità straordinaria per delle persone che non sono né imprenditori che creano nuove startup né specialisti di settore che conoscono ogni piega di uno specifico ambito: quella di poter cogliere i fenomeni emergenti e collegarli in un unico disegno.

LA GIUSTA MENTALITA’ E’ LA VERA CHIAVE

Bisogna però sapere cogliere i trend e capire come collegare fra loro tanti mezzi che, presi singolarmente, hanno in fondo un valore relativo e soggetto alle mode.
Chi invece riesce a capire come tessere una tela con tutte le opportunità che gli capitano davanti, con una mente aperta e con le competenze giuste può davvero cambiare l’azienda, le sue sorti e la sua organizzazione.

È così che funziona: non si possono “unire i punti” guardando in avanti, si
può solo farlo quando ci si guarda alle spalle. E bisogna avere fiducia nel fatto che in qualche modo i nostri punti si uniranno in futuro. Bisogna credere in qualcosa – intuito, destino, vita, karma, quello che volete.

Steve Jobs, Stanford University (2005)

Il mindset diventa quindi un fattore cruciale di successo: un mix di realismo, competenza e apertura al nuovo dove quanto si implementa deve essere progressivamente integrato in un ecosistema ampio e correttamente governato.

Voi che cosa ne pensate?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

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Di Altri Autori (del 30/06/2015 @ 07:26:52, in Aziende, linkato 216 volte)

Amazon espande il suo programma di prestiti ai rivenditori: entro la fine dell’anno Amazon Lending arriverà in altri otto paesi, mentre in Usa e Giappone è attivo già dal 2012. Si tratta di Canada, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Spagna e Regno Unito che, secondo quanto riportato da Reuter, potranno beneficiare dei prestiti Amazon pensati per aiutare i venditori ad accrescere il loro magazzino e incrementare il loro business su Amazon. Il programma non è però aperto a tutti i venditori: si procede per invito e si viene “scelti” in base a determinate caratteristiche tra cui la sulla frequenza con cui esauriscono le scorte e la popolarità dei loro prodotti. Peter Faricy di Amazon, infatti, ha spiegato che il colosso è diventato più abile nel comprendere quali siano i momenti cruciali nel business di un venditore dove una maggiore disponibilità di capitale potrebbe fare la differenza: ”Sappiamo molto sui nostri venditori e invitiamo solo coloro che pensiamo si trovino nella posizione migliore per ottenere capitale e crescere.”

Amazon offre prestiti da tre a sei mesi, del valore di mille dollari fino a 600 mila dollari, per aiutare i venditori guadagnando sugli interessi. La società ha dichiarato di aver prestato centinaia di migliaia di dollari nel corso degli anni con più della metà dei venditori che hanno replicato la richiesta di un nuovo prestito. Ma, sottolinea Reuter, non ci sono numeri o statistiche più precise a disposizione.

Secondo gli esperti i tassi di Amazon non sono inferiori a quelli di altri attori bancari e affini. Lo dicono, riporta Reuter, anche i venditori stessi: ci si muoverebbe su percentuali che vanno dal 6% al 14% ma quello che conta, sostiene ad esempio  Stephan Aarstol, chief executive della Tower Paddle Boards, un venditore di Amazon, è la velocità e facilità con cui si ottengono i prestiti: cinque giorni per avere il primo. “Il problema per il gestore di una piccola attività non è il tasso di interesse, è la disponibilità del credito.”

Amazon non è il solo colosso del commercio elettronico che sta affiancando al suo business anche sistemi di prestito e finanziamento alle imprese: recentemente anche Alibaba, il rivale cinese di Google, ha lanciato MYBank proprio per supportare le piccole e medie imprese.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 29/06/2015 @ 07:28:56, in Pubblicità, linkato 238 volte)

Cairo Pubblicità inizia a vender la pubblicità di La7 su YouTube. Ha già iniziato Urbano Cairo con la sua Cairo Pubblicità,società controllata da Cairo Communication, l’attività di vendita degli spazi pubblicitari relativi ai contenuti televisivi.

In parole povere, Cairo Pubblicità ha fatto un accordo con Google per vendere direttamente la pubblicità relativa ai video di La7 pubblicati su You tube. Un’attività questa che si si affianca a quelle già svolte fino ad oggi dalla stessa Google/YouTube.

In questo modo, da una parte Urbano Cairo si pone come apripista negli accordi con Google, sul fronte televisivo. Dall’altra parte si presenta ai priopri clienti investitori con una proposta in più: i siti di La7, ma anche  la pianificazione nei canali ufficiali La7 sulla piattaforma YouTube (La7, La7d, Tg La7, La7 attualità, La7 intrattenimento, Food Maniac). Si parla di 40 milioni di contatti al mese nel primo caso e di ulteriori 8 milioni di contatti video al mese con YouTube.

Ora si tratterà di capire se la strada aperta da Cairo potrà essere seguita e come anche dagli altri editori in un momento in cui la pubblicità televisiva ha segnato un calo nel singolo mese di aprile (-2,8%), chiudendo il quadrimestre a -2,2%, pur confermandosi il mezzo più scelto dagli investitori pubblicitari (pesa il 59% del totale)

Via IlSole24Ore.com

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Gli acquisti online hanno attratto 16,9 milioni di individui nell’ultimo trimestre, ovvero il 55,1% degli italiani che accedono a Internet in Italia, mentre gli individui che acquistano online almeno 3 volte ogni trimestre sono 11 milioni, il 36,0% degli utenti Internet e compongono il segmento degli acquirenti abituali, responsabili dell’88% del valore degli acquisti. L’attenzione degli acquirenti, in questo trimestre, è rivolta sempre di più alle categorie di prodotto per la bella stagione. Sono questi alcuni dei risultati più salienti presenti nella quinta rilevazione trimestrale condotta tra gennaio e marzo dal titolo “eCommerce Index – Evoluzione degli acquisti degli italiani”, promossa da Netcomm con il supporto di Human Highway.

Con il cambio di stagione, cambiano anche le categorie di acquisti online, infatti, gli utenti prediligono prodotti adatti al tempo libero e all’aria aperta: i libri scalano la classifica negli acquisti con il 15,4%, seguiti dai biglietti di viaggio registrando il 13,1%, il terzo posto viene aggiudicato ai capi di abbigliamento con il 12,5% degli acquisti. Una differenza marcata rispetto agli acquisti registrati sotto Natale, in cui primeggiava la categoria di PC e Tablet con il 16,1% sul totale degli acquisti online, a seguire con il 12,9% la categoria degli smartphone e in terza posizione si trovano gli elettrodomestici con il 12,1%.
“Si conferma la tendenza per cui molti acquisti vengono effettuati nei punti vendita tradizionali, ma un ruolo fondamentale prima di comprare un bene o servizio è rivestito dalla possibilità di prendere informazioni sulla rete – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. Anni fa avevamo coniato la definizione di infocommerce e, comunque, si osserva come la multicanalità si sia affermata come fondamentale opzione informativa e di scelta per il Superconsumatore. Infatti, sia gli utenti internet sia acquirenti tradizionali di alcuni prodotti attribuiscono un ruolo decisivo al “catalogo” e alle schede prodotto consultate presso un sito online prima del loro acquisto offline, ovvero in un punto vendita fisico”.

I dati emersi dalla rilevazione periodica rivelano come gli italiani siano sempre meno diffidenti verso l’acquisto online, al punto che solo il 5,7% degli utenti non si fida a pagare su internet. Sempre più è la comodità e i benefici che se ne traggono a determinare la scelta dell’acquisto attraverso la rete, e la consegna dei prodotti fisici acquistati online avviene nel 93% dei casi a domicilio (casa o ufficio, con 1 prodotto fatto recapitare in ufficio ogni 10 ricevuti a casa), con una crescita del numero di consegne nel 2014 rispetto al 2013 che è stata intorno al 21%. Gli acquisti a distanza generano il movimento di 9,9 milioni di pacchi ogni mese in Italia e solo il 6% dei consumatori opta per il ritiro del prodotto in un altro luogo.

“L’acquisto online continua ad essere per chi compra un’esperienza convincente- continua Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. La soddisfazione espressa dagli acquirenti in merito a tutto l’iter di acquisto online si attesta sulla votazione 8,5, in costante crescita da quando rileviamo questo parametro (aprile 2011, in cui era 8 il voto medio). Questo indicatore riassume il successo della modalità di acquisto a distanza attraverso la rete: chi inizia ad acquistare online continua a farlo e, anzi, compra progressivamente in categorie di prodotti sempre diverse, diventando egli stesso promotore del nuovo stile di acquisto presso le persone che non hanno ancora fatto l’esperienza. Quando il livello di soddisfazione è così elevato il racconto dell’esperienza positiva diventa virale, si socializza su piattaforme come Twitter e Facebook, e la sua diffusione nella popolazione si alimenta da sola. È quello che abbiamo visto accadere negli scorsi anni e che può ragionevolmente continuare con questo ritmo di crescita anche nei prossimi. Siamo testimoni di una evidenza lampante: il digitale si conferma il vero asset con cui tutti gli operatori devono fare i conti se vogliono competere con successo per soddisfare le esigenze del nuovo Superconsumatore.”

La frequenza media di acquisto nell’ultimo trimestre è stata pari a 3,4 transazioni per acquirente nei tre mesi (poco più di una al mese). La diversa frequenza di acquisto consente di distinguere tra acquirenti abituali (almeno una volta al mese) e acquirenti sporadici (uno o due acquisti nel trimestre). Tale segmentazione mostra che il mercato è sostanzialmente guidato dal segmento degli acquirenti abituali: 11 milioni di individui che generano la quasi totalità del valore del Net Retail. La crescita del valore complessivo del Net Retail nel 2014 è stata pari al 22,1% rispetto all’anno precedente. La dinamica di crescita era già sostenuta nei due anni precedenti (di poco inferiore al 20% nel 2012 e nel 2013) e ha conosciuto una ulteriore accelerazione a partire dall’autunno del 2013 lungo tutto il 2014.

Negli anni recenti si sta affermando una nuova modalità di acquisto a distanza, sempre online ma non sul web, bensì via app su dispositivi mobili: tra i 16,9  milioni di acquirenti online degli ultimi tre mesi si rileva che uno su dieci, ad aprile 2015, ha effettuato un acquisto tramite uno Smartphone (via web o, più frequentemente, via app) e che la quota di acquisti da smartphone cresce del 67% rispetto all’anno scorso. La quota di acquisti da tablet cresce a un ritmo più contenuto rispetto agli smartphone: solo del 28% rispetto all’anno scorso.

Via Tech Economy

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Di Gianluigi Zarantonello (del 22/06/2015 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 326 volte)

Ci sono alcuni argomenti che rischiano di cadere nei luoghi comuni e nella retorica appena si nominano,e uno di questi è la collaborazione.

Sharing_Economy

Immagine tratta da destinationmarketing.org

Si parla tanto, e spesso a sproposito, di sharing economy e di enterprise 2.0 ma oggi voglio tornare sul tema alla luce di oltre 6 anni di post (vedere qui e l’archivio del blog per credere) e soprattutto di un bel documento che vi linko qui e di cui vi riassumo alcuni concetti che ho trovato interessanti.

I 5 WE DRIVER

Alla fine un approccio collaborativo non è solo un bel concetto intellettuale ma anche qualcosa di obbligato sotto la spinta di 5 driver.

  1. Obbligo tecnologia. Il modo in cui viviamo e lavoriamo ci porta continuamente ad interagire, spesso in tempo reale, con molti soggetti attraverso diversi strumenti. Questo networking più o meno voluto va compreso e gestito ma ci obbliga a collaborare.
  2. Obbligo complessità. Ci troviamo in un ecosistema molto complesso, non ci sono vie di uscite da questo e l’acronimo di origine militare Vuca (volatilità, incertezza, complessità e ambiguità) va sempre piu di moda nella letteratura manageriale perché gestire questo contesto è un fatto di sopravvivenza. E serve collaborare.
  3. Obbligo innovazione. Ho scritto spesso che molte innovazioni si diffondono prima di essere realmente comprese, dagli individui e soprattutto dalle aziende. L’innovazione che attinge al crowdsourcing, alle collaborazioni tra funzioni diverse, enti accademici e quanto altro ci viene in mente ci aiuta a non basarci solo sulle nostre forze, in modo autarchico.
  4. Obbligo bramosia. Il documento cita Richard Branson e il suo concetto di “better world company”  ma l’idea di questa famosa sharing economy resta affascinate anche oltre qualche momento di retorica eccessiva e tutte le nostre aziende vorrebbero essere cosi (poi farlo è un altro argomento).
  5. Obbligo generazione. Questi millennials che sono citati dappertutto! In realtà il fatto diventa reale, le persone che non hanno conosciuto un mondo senza internet, cellulari, social e (presto) anche cloud sono ormai adulte, spendono ed entrano nel mondo del lavoro con un nuovo mindset e tante aspettative.

IL QUOZIENTE DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA

Qui vi cito quanto trovate nel documento: “Peter Spiegel, ricercatore e futurologo di spicco in Germania, ceo del think tank Genisis che a settembre fa uscire il suo nuovo libro intitolato WeQ more than IQ. La sua tesi: l’IQ sta per un quoziente d’intelligenza individuale – la mia intelligenza, le mie competenze, il mio genio – ma oggi abbiamo bisogno di ‘We qualità’. Insomma, inizia la partita quoziente di intelligenza individuale vs. quoziente di intelligenza collettiva. Le risorse umane sono avvisate. […] Che non sia una semplice moda o slogan è evidente e non necessita di esempi ormai noti a tutti. Semmai il tema è come dominare questi processi di cooperazione fra società, economia e imprese. Il management ha impiegato tempo a capire che l’economia collaborativa non era (solo) l’ennesimo gioco da provare ma un nuovo paradigma”.

QUINDI NON SOLO TECNOLOGIA

Non lo dico di sicuro solo io: se la tecnologia abilita opportunità enormi essa da sola non basta a far collaborare le persone tra loro. 

Sharing va  bene, ma con un concetto dietro

Sharing va bene, ma con un concetto dietro

La digital transformation è fatta anche in larga parte di consapevolezza, di formazione, di motivazione e le persone devono trovare utilità e valore nel collaborare attraverso gli strumenti, senza trovarsi qualcosa di calato dall’alto.
La tecnologia oltre che un fondamentale abilitatore diventa anche uno dei fattori di spinta che ci obbligano a cambiare paradigma ma, come ho scritto qualche tempo fa, si tratta di ingegneria del software ma anche dell’organizzazione.

Voi che ne pensate? Quali sono le vostre dirette esperienze quando si tocca questo tema?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

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Di Altri Autori (del 22/06/2015 @ 07:10:16, in Social Networks, linkato 275 volte)

Twitter ha sempre cercato di spiegare come utilizzare al meglio il proprio social network agli inserzionisti allo scopo di massimizzare la portata e l’efficacia degli annunci: ovviamente, se i risultati sono migliori per gli inserzionisti, Twitter riuscirà ad aumentare la loro fiducia, incrementando di conseguenza le proprie entrate. In questa fase della vita del social network catturare la fiducia degli inserzionisti e, quindi, degli investitori, sta diventando un aspetto cruciale: alla base dell’addio dello storico fondatore Dick Costolo all’azienda ci sarebbe, infatti, anche lo scontento di Wall Street per i risultati finanziari non entusiasmanti degli ultimi mesi.

Come riportato da re/code, proprio per questo Twitter ha pubblicato un nuovo studio specificamente incentrato sui “direct response ad”, un tipo relativamente nuovo di pubblicità per Twitter che ha lo scopo di ottenere un risultato specifico, come far installare un’app o far visitare un determinato sito web. Il problema che Twitter ha riscontrato, però, è che quando in questi tipi di annunci viene incluso un hashtag o menzionato un altro account, la loro performance risulta deludente

In dettaglio, secondo Twitter, quando si tenta di portare visitatori al proprio sito web tramite un tweet che non include un hashtag o una menzione, esso genera il 23 % di clic in più. Quando il tweet è focalizzato sull’installazione di un’app, rinunciare all’hashtag o alla menzione porta ad un aumento di clic dell’11%.

Quello che è stato riscontrato in realtà ha una semplice spiegazione: tutte le altre parti cliccabili del tweet distraggono gli utenti dal compiere l’azione desiderata da chi ha pubblicato l’annuncio. Come dichiarato da Anne Mercogliano, responsabile marketing di Twitter, “se stai cercando di partecipare ad una conversazione online è assolutamente necessario utilizzare un hashtag, ma per incentivare un clic specifico che punta fuori da Twitter è meglio non creare ‘rumore’.”

In sintesi, gli hashtag possono distrarre gli utenti dal cliccare sul link sponsorizzato attraverso il “direct response ad”: questo si traduce in perdita di efficacia dell’inserzione e uno spreco di denaro da parte degli inserzionisti, che rischiano di allontanarsi dalla piattaforma a beneficio degli altri social network.

Via Tech Economy

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Amazon, in costante ricerca di metodi innovativi per la consegna dei propri prodotti, sta valutando di creare un programma di crowdsourcing per la spedizione dei propri pacchi: si tratterebbe di pagare persone “comuni” per la consegna, al fine di velocizzare il processo e risparmiare, almeno secondo le fonti del Wall Street Journal.

Il servizio – chiamato internamente “On My Way” – si  baserebbe sull’idea di reclutare rivenditori in aree urbane per depositare i pacchetti. Le persone potrebbero usare un’app per capire dove stanno i pacchetti e dove devono essere consegnati, in modo da passare al negozio, ritirare e recapitare la merce.

Amazon sta seriamente prendendo in considerazione il programma ma i suoi sforzi per farlo partire potrebbero anche finire immediatamente. In effetti, non sono certo poche le sfide che un servizio del genere dovrebbe affrontare: ad esempio, non è chiaro come gestire le responsabilità nel caso in cui i pacchi scompaiono o vengano  danneggiati (come riporta Business Insider Amazon notoriamente non si fida nemmeno troppo dei propri magazzinieri).

Inoltre, la società dovrebbe anche trovare un equilibrio per pagare sufficientemente le persone abbastanza da incentivarle, ma mantenendo comunque un basso limite tale da giustificare la messa in piedi di un’operazione di questo tipo.

Lo sforzo potrebbe essere motivato dal fatto che le spese di spedizione di Amazon sono aumentate del 31% rispetto all’anno scorso, ma questa non è l’unica soluzione paventata dal colosso di Jeff Bezos: è da tempo infatti che l’e-commerce preme l’amministrazione USA per l’approvazione dell’uso dei droni a fini commerciali.

Proprio oggi, infatti, il suo vice presidente per le politiche globali, Paul Misener, ha ribadito l’importanza di trovare delle regole e delle norme comuni per l’utilizzo dei droni e ha incalzato la FAA (Federal Aviation Administration), invitandola ad interagire anche con  l’International Civil Aviation Organization al fine di trovare un modo per non limitare l’innovazione tecnologica

Via Tech Economy

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