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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Apparizione a sorpresa, con standing ovation, del numero uno di Apple Steve Jobs all'evento di San Francisco, dedicato al lancio dell'iPad 2. Nonostante la malattia, che a gennaio lo ha costretto a lasciare la guida dell'azienda nelle mani del direttore operativo Tim Cook, Jobs non ha voluto mancare alla presentazione della seconda versione del tablet in una fase in cui la concorrenza comincia a farsi agguerrita.

Una tradizione rispettata, dato che il numero uno ha sempre presenziato ai lanci dei nuovi prodotti Apple. Il primo argomento toccato da Steve Jobs, che ha ringraziato il pubblico per l'accoglienza, è stato il servizio iBooks. Poi la magica tavoletta: «L'iPad 2 ha un design completamente nuovo: più leggero, il doppio più veloce, un terzo più sottile della prima versione», ha detto Jobs, con i consueti jeans e maglione girocollo nero, apparso molto magro, ma non più di quanto lo era nelle foto degli ultimi mesi.

Due videocamere, una frontale e una dietro l'apparecchio, uno spessore di 8,8 millimetri, il 33% in meno, e anche più leggero: sono le caratteristiche principali del nuovo iPad. Elemento chiave del nuovo design le due versioni, bianca e nera, che saranno disponibili dal primo giorno del lancio, previsto per l'11 marzo prossimo negli Stati Uniti, il 25 dello stesso mese in 26 paesi del mondo, Italia compresa.

«Il 2011 sarà l'anno dell'iPad2», ha detto Jobs dal palco dello Yerba Buena di San Francisco. Il boss di Apple ha quindi illustrato le particolarità del nuovo prodotto. «Se ci fossimo seduti sugli allori avremmo probabilmente concesso quote di mercato. Invece siamo qui con un design completamente rivisto». Il nuovo iPad è dunque più leggero, più sottile, più potente grazie al chip A5. «Quando lo consegneremo?», ha chiesto ancora enfaticamente Jobs. «In aprile, a maggio, in giugno? No. L'11 marzo negli Stati Uniti, in altri sei paesi a partire dal 25 marzo».

Il nuovo iPad, che è anche dotato di una sofisticata copertura magnetica a protezione dello schermo, costerà come le versione precedente: quella da 16GB, 499 dollari nella versione solo WiFi e 629 in quella con anche la connessione 3G; quella da 32GB, 599 dollari e 729 per arrivare a quella da 64GB che partirà da 699 dollari per arrivare a 829 dollari massimo.

L'iPad di nuova generazione entra in scena in un momento in cui a tenere banco in materia di tablet ci sono anche i costi di questi dispositivi. Un analista di Forrester Research si è sbilanciato, come altri esponenti della comunità tecnologica Usa, nell'affermare che Apple è pronta a ridurre i prezzi di vendita dell'attuale tavoletta per marcare ulteriormente le distanze con la concorrenza e spianare la strada al nuovo arrivato. A Barcellona, nel corso dell'ultimo Mobile World Congress, era già emerso chiaramente come i prodotti in rampa di lancio nelle prossime settimane a firma di Samsung, Motorola, Research in Motion e altri non saranno a buon mercato. Anzi, costeranno mediamente di più dell'iPad.


Il vantaggio competitivo della casa della Mela
La conferma ufficiale di questa tendenza è in questa sequenza di cifre. Il tablet della Mela è posizionato sui listini americani a partire da 499 dollari per la versione base e arriva a 829 dollari per quella più pregiata con 64 Gbyte di memoria e connettività Wi-Fi e 3G. Lo Xoom Android di Motorola, che molti hanno etichettato come il vero rivale della tavoletta di Steve Jobs, si potrà comprare senza alcun vincolo di contratto con 799 dollari oppure con 599, legandosi in questo ultimo caso per due anni a uno dei piani tariffari proposti da Verizon Wireless. L'iPad più simile per capacità tecniche a questo prodotto, e cioè il modello 3G con memoria flash da 32 GByte, è in commercio a 729 dollari, 70 in meno di quanti ne servano per lo Xoom.

Gli analisti che hanno fatto le pulci ai due prodotti sono dell'idea di giustificare la differenza di prezzo all'utente finale per un semplice motivo: il tablet di Motorola, quanto a materie prime, costa di più dell'iPad e, stando alle informazioni in possesso di UBM TechInsights e IHS iSuppli, la differenza si aggira in circa 40 dollari (278/359 contro 235/320 a seconda dei diversi parametri considerati). Certo il tablet di Motorola può vantare funzionalità superiori rispetto a quello di Apple, dal processore "dual core" alla doppia fotocamera senza dimenticare lo schermo da 10,1 pollici, ma se - come sembra - la società di Cupertino lancerà l'iPad 2 mantenendo invariata l'esistente scaletta di prezzi ecco evidenziarsi un evidente nuovo vantaggio competitivo per la casa della Mela.

La sfida dei concorrenti, far capire al mercato che non c'è solo l'iPad
La prima sfida da vincere per i concorrenti, molti dei quali saliti sul carro di Google, è di fatto la seguente: far capire al mercato, e quindi all'utenza, che non c'è solo l'iPad e che non necessariamente le tavolette alternative all'iPad debbano costare di meno. Ci sono, per contro degli esempi in tale direzione e due esempi, relativi al mercato europeo, lo dimostrano. Il tablet professionale di Fujitsu, lo Stylistic Q550 con display da 10,1 pollici e sistema operativo Windows 7 Professional, sarà venduto infatti a 699 euro; l'Olipad di Olivetti, di identico form factor del precedente ma basato su Android, verrà commercializzato, sia sul mercato consumer che su quello aziendale, a 399 euro. Ma stiamo parlando di player di seconda fascia, non di vendor che si contenderanno le fette più importanti di una torta, potenzialmente molto grande, cui ambisce per esempio un big dei pc come Acer. Che sul piatto dell'offerta ha messo tavolette "low cost" (la famiglia Iconia) ma non sembra oggi nella condizione di fare il botto di vendite come invece successo due anni fa con i netbook.

Un mercato da 15 milioni di pezzi
Samsung, Motorola, Research in Motion e le tante aziende del mondo pc che hanno deciso di entrare in questo settore devono sicuramente confrontarsi con una rivale che può esibire, se non un prodotto migliore (ma molti rimangono di questo avviso), numeri impressionanti. L'iPad, in meno di un anno di vita e con 14,8 milioni di unità vendute nel mondo, è diventato uno dei prodotti "top seller" di Apple, superando un'icona come l'iPod. È inoltre uno dei "fastest business" più importanti e a tutto dicembre ha portato poco meno di 10 miliardi di dollari nelle casse della compagnia, con una stima (elaborata da Sanford C. Bernstein & Co) di entrate superiori ai 16 miliardi per l'intero esercizio fiscale 2011. L'iPad 2 ancora non si è visto ma promette di fare anche meglio del suo predecessore, di cui sono stati venduti oltre 300mila esemplari nel corso del suo primo giorno di vita sul mercato e un milione entro i primi 28. Se le previsioni di qualcuno, probabilmente esagerate, che vedono la domanda di tablet poter toccare quota 200 milioni di unità nel 2014, dovessero invece rivelarsi corrette, nell'arena dei tablet ci sarebbe posto per tutti o quasi. Ma sarà veramente questa la dimensione possibile di un mercato che nel 2010 è stato di circa 15 milioni di pezzi, e cioè meno del 5% delle vendite complessive di personal computer?

di Gianni Rusconi su IlSole24ORE.com

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Di Altri Autori (del 02/03/2011 @ 07:18:32, in Internet, linkato 1192 volte)

Cresce in Europa il fatturato delle vendite di prodotti via internet. Nel 2010, il mercato web  ha raccolto 81 miliardi di euro, segnando un saldo positivo del 18% rispetto al 2009. E le previsioni per il 2011 sono ancora rosee, con introiti attesi a 92 miliardi di euro e un tasso di crescita del 13%.

Il 57% degli europei adulti ha fatto shopping su internet negli ultimi dodici mesi, spendendo in media 517 euro. Secondo Forrester, che raccoglie i dati del settore, le vendite online cresceranno del 10% di anno in anno sino al 2015, permettendo al Vecchio Continente di rimanere al passo con gli Stati Uniti.

A guidare l’espansione dell’e-commerce sono soprattutto i prodotti elettronici, che già oggi costituiscono il 25% di tutti i prodotti venduti via web.

Via Quo Media

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Corrono le valutazioni dei social media. E i grandi investitori fanno a gara per accaparrarsi una fetta delle società più calde. Dopo Goldman Sachs con Facebook, adesso è il turno di Jp Morgan: la banca meglio uscita dalla crisi finanziaria ha messo gli occhi su Twitter, re del microblogging. Un nuovo fondo «digitale» lanciato dalla banca – il Digital Growth Fund – sta trattando l'acquisto di una quota di minoranza nel gigante dei messaggi da 140 caratteri: forse il 10%, a cifre che valutano l'azienda circa 4,5 miliardi di dollari. Non basta: avrebbe già fatto incetta di titoli sul mercato grigio, dove sono scambiate le azioni delle società non quotate.
La sfida dell'iPad: superare se stesso per stare al vertice (di Antonio Dini)

Twitter è tra i protagonisti dell'impennata dei valori dei «marchi» internet di nuova generazione, nati negli ultimi cinque anni e non ancora sbarcati in Borsa. Nelle scorse settimane era trapelato che alcuni investitori sarebbero stati disposti a valutare il gruppo ben di più, fino a otto o dieci miliardi. Ma non è il solo social media a tenere banco: la valutazione di cinque delle più ambite stelle online odierne ha superato i 120 miliardi, sollevando lo spettro di bolle speculative.

Tutto comincia con Facebook: guardando gli scambi sui mercati grigi, è lievitato fino a 84 miliardi. Questo dopo che l'investimento targato Goldman pochi mesi or sono l'aveva già spinto a 50 miliardi. Il newtork per professionisti LinkedIn, da parte sua, ha sfiorato i quattro miliardi. Groupon, colosso dello shopping scontato che ha aperto i battenti nel 2008, è arrivato a 15 miliardi una volta respinte le avances da sei miliardi di Google. Mentre Zynga, popolare creatore di giochi sociali online, oscilla tra i sette i nove miliardi.

Molti di questi protagonisti possono far valere una crescita esponenziale delle loro attività accanto alle valutazioni. Groupon ha moltiplicato il giro d'affari a 760 milioni di dollari nell'ultimo anno, ben 23 volte i 33 milioni del 2009. E ha 60 milioni di utenti in 42 paesi del mondo. L'interrogativo è se questa crescita sia sostenibile, traducibile in crescenti guadagni e sufficiente a giustificare valutazioni multimiliardarie.

Twitter, nato nel 2006, è un ulteriore esempio di questo dilemma. La sua marcia è innegabile: con più di 200 milioni di utenti, è stato citato anche tra i grandi facilitatori di proteste e trasformazioni in Medio Oriente. Quest'anno dovrebbe riportare 150 milioni di entrate, grazie alla pubblicità partita dallo scorso aprile. Le valutazioni hanno tuttavia spiccato il volo oltre ogni previsione: un miliardo ancora nel 2009, 3,7 miliardi a fine 2010, tra i 4,5 e i dieci oggi. C'è chi non teme gli effetti sui mercati e sull'economia di una bolla: le ragioni più citate sono l'esiguo numero e l'estrazione d'elite degli investitori che, al contrario del passato, scommettono sui social media. E la concentrazione delle «puntate» su pochi leader del settore, che avrebbero maggiori chance.

Ma restano le perplessità sul futuro. Il rischio è che le grandi operazioni attorno a Twitter e altri marchi abbiano eccessive finalità finanziarie e troppo poco industriali. Ne è convinto il professor Giuliano Noci, vicedirettore del Mip, la business school del Politecnico di Milano: «Siamo davanti a logiche eccessive e valutazioni che ricordano una certa esuberanza irrazionale, come la definì all'inizio degli anni duemila l'allora governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan».

Il valore per utente di Twitter sulla base del deal Jp Morgan sarebbe di 23 dollari, il doppio di quanto Aol ha pagato l'Huffington Post, «che ha fonti di revenue più chiare». Senza contare che l'operazione Jp Morgan-Twitter, sostiene Noci, potrebbe avere la sola ottica della speculazione e puntare alla rivendita delle quote a Microsoft e Google, indietro nel segmento dei social network». Intanto la sete di scommesse degli investitori non accenna a placarsi. Il fondo «digitale» di Jp Morgan ha raccolto 1,2 miliardi, il doppio delle attese. E dopo Twitter ha nel mirino Zynga.


di Daniele Lepido, Marco Valsania e Antonio Dini su IlSole24ORE.com

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Di Altri Autori (del 28/02/2011 @ 07:08:24, in Internet, linkato 1572 volte)

Google fa la scrematura dei siti, retrocedendo nei suoi risultati di ricerca i portali più futili e scadenti. La novità annunciata da Mountain View ha l’obiettivo migliorare il lavoro del popolare motore di ricerca, offrendo agli utenti una graduatoria qualitativa dei siti riguardanti l’argomento richiesto.

“L’aggiornamento dell’algoritmo - si legge sul blog ufficiale di Google - è pensato per ridurre il ranking, ovvero la visibilità, dei siti di bassa qualità, quelli che hanno pochi contenuti di valore aggiunto per gli internauti o ad esempio con notizie fotocopia rispetto ad altri”. L’innovazione, per ora apportata solo alla versione statunitense di BigG, interesserà il 12% dei risultati di ricerca. Gli utenti potranno contribuire alla ‘nuova’ indicizzazione segnalando i siti da penalizzare, premiando così la qualità e l’efficienza degli altri.

Via Quo Media

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Di Altri Autori (del 25/02/2011 @ 07:28:47, in Internet, linkato 2473 volte)

Si diffondono sempre più, anche in Italia, i gruppi d’acquisto via internet, che offrono coupon a prezzi particolarmente vantaggiosi e la possibilità di acquistare spesso direttamente dal produttore.

Secondo l’indagine compiuta da comScore sulle tendenze digitali dei paesi europei nel corso del 2010, Italia, Francia e Gran Bretagna sono in testa alla classifica degli stati più attratti dai coupon delle offerte online. Sviluppo e uso intensivo delle piattaforme di social networking e delle piattaforme mobili sono gli altri due aspetti rilevanti dell’evoluzione digitale negli ultimi mesi: evoluzione che fa dell’Europa il secondo mercato digitale mondiale, alle spalle della regione Asia-Pacifico, che può contare sul traino di Cina, India e Giappone.

Nel Vecchio Continente dominano ormai Facebook, che catalizza l’11% totale del tempo trascorso sul web dagli europei, e gli smartphone, che nei paesi più evoluti (Gb, Germania e Francia) ha conquistato più del 30% del mercato della telefonia mobile.

Via Quo Media

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Di Altri Autori (del 23/02/2011 @ 07:23:56, in Prodotti, linkato 1951 volte)

Dall'Italia riparte la sfida per gli ebook reader: sono i lettori digitali per sfogliare le pagine, prendere appunti, ascoltare la lettura delle parole. LeggoIbs è appena arrivato sul mercato: ha un schermo da sei pollici, poco più piccolo di un libro tascabile. Il display è touchscreen. Gli utenti possono accedere a un archivio con 8mila titoli sulla libreria online Ibs e ai testi in pdf, epub e altri formati: sono scaricabili attraverso le reti wifi e i network di telefonia mobile 3G. Oppure i lettori possono utilizzare la connessione Bluetooth e il cavo usb se le opere letterarie sono sul proprio computer.

 Dai laboratori di Telecom Italia, invece, pochi mesi fa è arrivato l'ereader Biblet: ha uno schermo di sei pollici ed è acquistabile anche con un piano tariffario mensile. Nel suo negozio online include le opere pubblicate da venticinque editori italiani ed esteri. Ha anche una versione software per accedere agli ebook dal cellulare con un'applicazione.

LeggoIbs e Biblet sono due risposte italiane a una gara globale. È stata la libreria online Amazon a muovere il primo passo con il suo Kindle: partito come un'idea di nicchia, è arrivato anche in Europa, Asia e Africa. Di recente ha integrato la lettura dei testi con i social network: gli utenti possono segnalare in tempo reale ai loro amici frasi interessanti trovate in un saggio o un racconto. Il tablet iPad di Apple ha debuttato a maggio: attraverso le sue applicazioni diventa una porta di accesso agli scaffali digitali delle librerie e a internet, arricchito dall'interazione con video e altre tecnologie multimediali. Inoltre nei negozi italiani sono accessibili i lettori digitali progettati da aziende specializzate, come Cybook della francese Bookeen e Cosmo PocketBook di Nilox. Anche le multinazionali hitech hanno lanciato i loro ereader: Sony Touch Edition (da cinque o sei pollici), Samsung E60 e Asus Eee Reader con un display da nove pollici.

Le stime dell'Associazione italiana editori valutano che nel 2009 il giro d'affari nazionale per la vendita di ebook ha raggiunto un milione di euro: secondo fonti dell'agenzia Reuters, nel medesimo periodo erano 20mila i lettori digitali acquistati. Durante il 2010 gli ebook nel mondo hanno premuto sull'acceleratore. L'associazione americana degli editori (Aap), per esempio, segnala che negli Stati Uniti la spesa per ebook è arrivata a 49,5 milioni di dollari nel mese di dicembre, con un aumento del 165% rispetto al 2009. E il mercato ha raggiunto 441 milioni di dollari nel 2010: un anno prima il valore complessivo delle vendite era di 167 milioni di dollari. Negli Usa gli acquisti di libri attraverso tutte le piattaforme sono aumentati del 2,8%.

di Luca Dello Iacovo su IlSole24ORE.com

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Di Altri Autori (del 22/02/2011 @ 07:13:30, in Social Networks, linkato 1344 volte)

Un pubblico all’altezza del loro nome e del loro appeal: Google e Facebook, negli Stati Uniti, attraggono un’utenza per lo più giovane e con un livello d’istruzione alto. E ricchi. Lo dice una ricerca promossa dal quotidiano Usa Today e svolta fine 2010 da Gallup su un campione di adulti americani, secondo cui i seguaci dei due siti sono per oltre il 50% sotto i 50 anni, hanno una laurea e guadagnano almeno 90mila dollari l’anno.

Secondo l’indagine, uomini e donne mostrano un interesse simile verso Facebook (il 42% dei maschi e il 45% delle femmine intervistate ha un account proprio), mentre gli uomini usano di più Google (63% contro il 56% delle donne), che comunque resta il motore di ricerca più popolare: il 40% totale del campione ha dichiarato di visitare le pagine di BigG almeno una volta a settimana.

Ma la forza motrice dei due celebri siti, come detto, sono i giovani benestanti: tra i 18 e i 29 anni, l’83% naviga su Google e il 73% ha un account Facebook. I dati calano sensibilmente se si considera la categoria più anziana, gli over65, in cui il 34% sfrutta i servizi di Mountain View e solo il 17% ha una propria pagina sul social network di mark Zuckerberg.

Via Quo Media

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Apple e Google hanno lanciato in pochi giorni due servizi rivolti agli editori che vogliono vendere i loro contenuti. L'offerta è diversa, non soltanto nella spartizione dei ricavi. Nel caso di Google è multipiattaforma, "entra" nei siti di news online che aderiscono all'offerta, dando una sorta di piattaforma di ecommerce comune, si adatta a tutti i device e al negozio di applicazioni Android. Nel caso di Cupertino è più centralizzata e legata all'Appstore.

Google One Pass consente agli editori di vendere abbonamenti, singoli articoli e altri contenuti online. L'utente che arriva su un sito partner clicca una news, vede un'anteprima dell'articolo, finisce sulla piattaforma di pagamento di Google e una volta sottoscritta una formula di abbonamento, o fatto il login con il profilo creato precedentemente, ha accesso all'articolo. È possibile utilizzare il sistema anche per i pagamenti all'interno dell'Android market.

«Da tempo dialoghiamo con gli editori - spiega al Sole24ore.com Madhav Chinappa, responsabile sviluppo partnership strategiche di Google per l'area Emea (Europa, medioriente e Africa) -. È emersa la necessità di innovare e sperimentare nuovi modelli di business. Ci vuole una tecnologia efficiente per mettere a pagamento i contenuti digitali, compito estremamente difficile. Abbiamo deciso di collaborare, mettendo a disposizione una piattaforma che possa essere trasversale».

Una volta registrato un account, l'utente avrà la possibilità di utilizzare lo stesso servizio su altri siti partner. Gli articoli potranno essere letti su pc, notebook, cellulari o tablet. La scelta delle modalità di pagamento e delle piattaforme spetta agli editori. I ricavi della vendita dei contenuti sono divisi in questo modo: il 90% agli editori, il 10% a Google.

Per la gestione del pagamento viene utilizzato Google checkout, piattaforma lanciata da Mountain View nel 2006 per i siti che fanno ecommerce. I primi editori che hanno aderito alla sperimentazione sono Focus Online (Tomorrow Focus), stern.de e Axel Springer in Germania, Nouvel Obs in Francia, Prisa in Spagna e Rust Communications negli Stati Uniti. «Entro marzo lanceranno il servizio - afferma Chinappa - ma alcuni partner lo renderanno operativo già da settimana prossima. Speriamo di poter fare lo stesso a breve anche in Italia, l'idea è stata accolta molto bene».

Quello di Apple è invece un servizio di abbonamento per i contenuti distribuiti dal negozio digitale App store e usufruibili su iPhone e iPad. La durata dell'abbonamento è variabile e modificabile dall'utente. Sembrerebbe dunque riguardare più le versioni di quotidiani e riviste studiate per tablet e device portatili che i siti di informazione online. Differente anche la spartizione dei ricavi: il 70% va all'editore, il 30% a Apple. Il ceo Steve Jobs ha poi spiegato che «quando l'editore porta un utente esistente o un nuovo abbonato all'app, l'editore mantiene il 100 percento e Apple non guadagna nulla». Viene chiesto all'editore che sta facendo un'offerta di abbonamento al di fuori dell'app, di farla anche all'interno dell'applicazione, con le stesse o migliori condizioni.

di Luca Salvioli su IlSole24ORE.com

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Di Altri Autori (del 17/02/2011 @ 07:16:33, in Mercati, linkato 2201 volte)

Si parla molto di editoria digitale: e-reader e affini incuriosiscono sempre più gli italiani, ma l’offerta è scarsa e la diffusione minima.

Tanto rumore per nulla, o quasi. In autunno, editori e grandi distributori del comparto elettronico avevano ufficialmente dichiarato aperta, anche in Italia, la stagione degli e-book. Il libro digitale come nuovo feticcio dell’industria culturale (ri)organizzata dalla rete. Nonostante l’entusiasmo dei promotori e lo slancio del pubblico più attento, i numeri non promuovono ancora l’editoria digitale. Una ricerca presentata nei giorni scorsi da AtKernsey, intitolata significativamente ‘I lettori sognano i libri elettronici?’, prova a dar conto dell’universo e-book.

Cinque anni fa Amazon lanciava Kindle negli Stati Uniti, e-reader oggi leader di settore ma sbarcato in Europa solamente lo scorso anno, quando l’editoria digitale ha aperto i battenti anche nel Vecchio Continente, con la presentazione di iPad e la definizione dei progetti di Google in materia di biblioteche virtuali. Nonostante il rapido recupero tecnologico, gli editori e i consumatori europei non sono ancora maturi per sfruttare a pieno le opportunità del canale digitale. Il mercato continentale vale un decimo rispetto a quello americano (75 milioni di euro contro 750), ed è dominato dal Regno Unito, che conta il 65,5% degli introiti. L’Italia si ferma al 2,6%, contro il 5,3% della Francia e il 25,8% della Germania. Le principali deficienze europee in materia di e-book sono tre: bassa penetrazione dei lettori digitali e numero limitato di titoli in catalogo, l’assenza in molti paesi dei grandi attori del settore (Amazon e Google sono assenti in Italia, Spagna e Svezia), la poca chiarezza dei modelli di business adottati, scarsamente sostenuti dai rispettivi governi statali.

Per quanto riguarda la prima problematica, in Italia si contano settemila volumi digitalizzati a disposizione dei 470mila utenti che già possiedono un lettore apposito. Decisamente pochi per poter sperare di indirizzare il pubblico nostrano all’acquisto di un e-reader, aggeggio molto utile in potenza ma in pratica vezzo per pochi vista la ridotta libreria presente sul web nella nostra lingua madre. La grande industria di settore non ha ancora aggredito il mercato dello Stivale, poco allettante per questioni numeriche e di profilo. L’italiano resta lingua per pochi e nel Belpaese i lettori forti sono una minoranza esigua. Per questo gli investimenti chiave dipendono dagli operatori nazionali (editori, distributori, commercianti online, provider) più che dalle grandi multinazionali come Google e Amazon, che comunque in futuro proveranno a conquistare anche l’Italia. Quanto ai modelli di business, l’Italia presenta un grande calderone di iniziative, più o meno riuscite. Mentre i distributori scarseggiano (sono essenzialmente sei), proliferano i rivenditori online (oltre venti). Tra questi Internet Bookstore, Bol.it e il portale delle Librerie Feltrinelli, che sono l’estensione web di librerie fisiche e offrono un modello misto, in cui i libri digitali rappresentano solo una piccola parte del business, basato sulla vendita online di libri cartacei, dischi, dvd. Il Libraio e Rizzoli.it sono invece rivenditori online puri. Book Republic ha scelto di trattare esclusivamente e-book, così come Isbn Reader, primo esperimento nazionale di un editore (Isbn appunto) che ha provato a fare tutto in casa, con app studiate per e-reader e tablet. Novità di fine 2010 è Biblet Store, libreria online nata dall’investimento di Telecom Italia che, sul modello di Amazon, sta provando a costruire un sistema proprio che prevede un lettore digitale, un catalogo costruito grazie ad accordi con i singoli editori e una distribuzione diretta.

La struttura cresce in maniera poco organizzata, privilegiando gli store senza sviluppare adeguatamente i contenuti. Restano poi le disfunzioni di sistema. Un e-book italiano costa mediamente il 25% in meno della sua equivalente versione cartacea in prima edizione (non economica, quindi), mentre nel Regno Unito e negli Usa la differenza è del 40-50%. L’Iva sui titoli digitali è del 20%, a dispetto del 4% agevolato per le copie cartacee. Gli utenti sono pigri e spesso poco informati, anche se la curiosità per il nuovo formato è alta, almeno quanto il numero degli scettici. Il dato di penetrazione degli e-book in Italia, fermo allo 0,2% del settore, è sconfortante, ma la storia dell’editoria digitale è solo all’inizio. Il libro elettronico può avere un futuro roseo, specie in settori specifici come la scolastica e la manualistica. Pratico, poco costoso, interattivo. Ma, al momento, è come se non esistesse. E il fascino altero della carta resiste.

Via Quo Media

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Di Altri Autori (del 16/02/2011 @ 07:07:49, in Social Networks, linkato 1358 volte)

Negli Stati Uniti nasce Everloop, primo social network pensato per i bambini tra gli 8 e i 13 anni. Il progetto coinvolge alcuni investitori privati che sperano di catalizzare l’attenzione delle scuole e dei marchi dedicati all’infanzia. Everloop funziona più o meno come Facebook, ma richiede la certa verifica dei genitori al momento dell’iscrizione.

I genitori possono anche scegliere di ricevere notifiche sulle attività svolte dal figlio nel social network e possono disattivare alcune delle funzioni, quali le richieste di amicizia ricevute e la chat.

Everloop è stato programmato tenendo conto del Children’s Online Privacy Protection Act, legge che poibisce ai siti web di chiedere e archiviare informazioni degli internauti sotto i 13 anni.

Via Quo Media

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