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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 29/10/2006 @ 14:28:11, in Marketing non convenzionale, linkato 2865 volte)
I giochi come veicolo promozionale: a ogni tipo di messaggio si può associare un tipo di gioco, in funzione anche del target da raggiungere.

L'advergame è una forma di pubblicità avanzata. Non si tratta banalmente di vendere spazi pubblicitari per coprire i costi del gioco. Quello è tutt'altro: una promozione di un'iniziativa, che può essere un gioco ma banalmente qualsiasi altra attività. L'advergame è il contrario: il gioco nasce per veicolare il messaggio pubblicitario, ne è fortemente compenetrato, senza di esso non avrebbe ragione di essere. Ma come si aggancia il gioco al messaggio pubblicitario? In base a diverse tipologie, diverse relazioni possibili.

Associativi
Il metodo più semplice e uno tra i più usati per legare il messaggio pubblicitario al gioco è la relazione di tipo associativo. Una questione di associazione di idee. Il gioco è associato a un certo prodotto. Una partita di calcio elettronico i cui tabelloni a lato indicano sempre la stessa marca di scarpe da calcio, i cui giocatori indossano - chiaramente riconoscibile - quella stessa marca, e quando si fa gol appare in tabellone lo stesso sponsor. In questi casi, l'associazione calcio-marca delle scarpe diventa automatica. Quasi a ogni azione, avremo sempre il messaggio bene in evidenza. È la relazione più ovvia e banale da realizzare, che ricalca modelli precedenti della pubblicità.

Illustrativi
In questo tipo di giochi, il prodotto diventa in qualche modo l'oggetto stesso dell'azione di gioco. In sé, il gioco può essere slegato logicamente dal prodotto, ma il prodotto diventa il tassello fondamentale dell'azione. Un esempio tipico è dato dal modello Tetris, nel quale le tessere verticali in caduta possono essere oggetti di qualsiasi tipo: diversi tipi di orologi, caramelle, articoli per l'ufficio, o qualsiasi altra cosa, in linea di principio. L'oggetto da reclamizzare diventa l'oggetto del gioco.

A obiettivo
Una leggera variante del tipo precedente è data dalla trasformazione del prodotto nell'obiettivo del gioco per il passaggio del livello. Arrivare, dopo una serie di ostacoli, all'entrata autostradale, oppure banalmente comporre un puzzle elettronico il cui risultato è l'oggetto da promuovere. In questi casi, si cerca di dare risalto al valore finale del prodotto. L'equazione è data da: tendere a un oggetto nel gioco = tendere a un prodotto nel consumo. In più, se ben realizzato, si può sfruttare al tempo stesso anche il valore associativo o quello illustrativo del messaggio. Basta svolgere il gioco in modo tale da rispondere in corso d'azione alle caratteristiche di queste tipologie.

Dimostrativi
Sono tra i giochi più difficili da realizzare in maniera efficace. In questi casi si tende a dimostrare, attraverso il gioco, la validità del prodotto. Per esempio, un gioco automobilistico in cui la vettura ha esattamente le caratteristiche di listino dichiarate dalla casa produttrice (velocità assoluta, ripresa ecc.). In alcuni casi, equivalgono a una "prova virtuale" del prodotto. La differenza tra l'advergame dimostrativo e la prova virtuale sta nel fatto che il primo introduce un approccio competitivo (il superamento del livello piuttosto che la competizione vera con altri concorrenti), la seconda invece è fine a sé stessa.

Quiz a premi
Attorno a un prodotto si può arrivare a costruire una vera e propria gara di conoscenza. In questo caso, il successo del gioco sarà direttamente proporzionale alla diffusione e notorietà del prodotto. Si può tentare, però, l'operazione contraria: utilizzare il gioco a quiz come veicolo per la diffusione. Per il successo del gioco, tuttavia, occorrono quasi obbligatoriamente due ingredienti di stimolo: la possibilità di giocare in multiplayer - per sfidare amici e conoscenti - e magari un premio finale. La possibilità del gioco multiplayer diventa essenziale, perché un gioco a quiz a unico concorrente rischia di essere autoreferenziale e quindi annoiare velocemente. Il premio finale non deve essere necessariamente un premio in denaro: potrebbe essere il prodotto stesso - in una funzione di ulteriore promozione - oppure anche soltanto una classifica generale pubblica in cui al primo o ai primi tre si riconoscono degli attestati generici di bravura. Magari la gente non gioca per i premi, ma sicuramente gioca per una classifica. Una variante con maggiori chanche di successo di questa tipologia è quella del quiz associativo: invece che domande soltanto sul prodotto, si può allargare il campo magari all'ambito generale. Non soltanto domande sul cellulare, per esempio, ma sulle telecomunicazioni in generale. La molla vincente di questi giochi, però, è quasi sempre la competizione con un altro concorrente, nella scia dei giochi televisivi.

Contestuali
In questo caso siamo vicini all'idea generica di sponsorizzazione. Infatti, il legame tra messaggio pubblicitario e gioco è dato dal contesto stesso del gioco. Si potrebbero definire anche ambientali, nel senso che l'ambiente di gioco riproduce le caratteristiche del messaggio pubblicitario. Inoltre, ci possono essere richiami pubblicitari espliciti, all'inizio o alla fine o, se si riesce, nel corso dell'azione. L'obiettivo di questo tipo di advergame, infatti, non è tanto reclamizzare un prodotto ma piuttosto un'idea. Perfetta per le iniziative di ordine amministrativo - per esempio la tutela dell'ambiente oppure l'educazione stradale - si rivela meno efficace per i prodotti di tipo aziendale. A meno che non si punti sulla conoscenza di un certo di tipo di problema al quale poi il prodotto reclamizzato offre una soluzione. In questi casi, il messaggio è indiretto, ma qualche volta si rivela addirittura più efficace.

Educativi
Una variante dei giochi contestuali è data dal valore educativo. In questo caso, indipendentemente dall'ambientazione del gioco, si punta alla crescita di un intero settore. Per esempio, un gioco per i più piccoli potrebbe essere legato al lavarsi i denti o al combattere le carie. Si impara uno stile di vita. La ricaduta sui prodotti è, anche in questo caso, indiretta e di più lungo periodo: crescendo la cultura di un certo settore, si creano utenti consapevoli e, forse, clienti meglio disposti. Normalmente, è un tipo di relazione che funziona per le associazioni di categoria oltre che per scopi più prettamente sociali.

Il target
In tutti i casi, il target di riferimento di questi advergame è dato, per linee generali, da un'utenza giovane, mediamente tra i 12 e i 35 anni, tecnologicamente abbastanza preparata, aperta e con un livello culturale medio-alto. Se veicolati nel modo giusto e pensati fin dalla partenza per target particolari, tuttavia, gli advergame dimostrano di poter arrivare a qualsiasi target prefissato. D'altra parte, in Rete, il peso delle donne, per esempio, o quello degli anziani, è in costante aumento. È evidente che sarà diverso proporre uno sparattutto ai giovani o un quiz culturale per gli ultraquarantenni. Chi realizza il gioco e chi promuove il prodotto devono essere in stretta collaborazione almeno nelle fasi iniziali: definizione del messaggio, definizione del target, comprensione degli interessi del target.

Dove collocarlo?
Uno dei dubbi da sciogliere per la messa online di un advergame, riguarda la collocazione del gioco stesso: nel sito dell'azienda o in un dominio a sé stante, registrato per l'occasione? Pur non essendoci particolari controindicazioni per una scelta o per l'altra, bisogna valutare lo scopo dell'advergame: se si vuole spingere verso l'integrazione con i prodotti e i brand commerciali dell'azienda, il sito aziendale sarà la sua collocazione ideale. Se invece si vuole lanciare un prodotto nuovo oppure si vuol far crescere il contesto culturale nel quale il brand opera, un sito autonomo avrà maggiore impatto. Senza dimenticare altre forme di diffusione, come i Cd-Rom, normalmente però più costosi e meno capaci di ottenere risultati secondari.

I risultati secondari
Tipicamente, infatti, all'advergame si possono abbinare una serie di operazioni in grado di fornire utili indicazioni all'azienda. Per esempio, si può introdurre una registrazione obbligatoria con la quale si potrà andare a profilare l'utente. Il grado d'approfondimento e di invasività della registrazione è a discrezione dell'azienda sponsor. Un consiglio valido sempre, però, è quello di ricordare che l'advergame è una forma di contatto poco o per nulla invasiva, che punta sulla spensieratezza e sul divertimento. Infarcirla di fastidiose domande preliminari può pregiudicare il suo successo. Molto meglio lasciare il gioco a una registrazione leggera (oppure senza registrazione) e magari utilizzare poi l'e-mail per ulteriori operazioni volontarie di profilazione.

I costi
Contrariamente a quanto si può pensare di primo acchito, gli advergame possono essere realizzati anche a costi bassi. In pratica, in base alle esigenze comunicative e promozionali e, soprattutto, in funzione della complessità del gioco da realizzarsi, si può oscillare da poche migliaia di euro fino a impegnative campagne da decine e decine di migliaia di euro. In generale, però, è a portata di ogni tipo d'azienda.

Advergame per PMI
Proprio per questo motivo, non bisogna pensare agli advergame come forme promozionali di esclusivo appannaggio delle grandi società o dei brand conosciuti. Queste godranno sicuramente di qualche vantaggio in termini di diffusione, ma un advergame può essere anche un ottimo strumento di fidelizzazione della propria clientela consolidata. Anzi, utilizzare un gioco per promuoversi può fornire un'immagine più leggera e informale della società, portare nuovi contatti, creare ulteriori occasioni di business, indipendentemente dalla grandezza della società proponente. Il tutto senza intaccare i livelli di professionalità riconosciuti.



Via Marketing Journal
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Di Gianluigi Zarantonello (del 25/10/2006 @ 21:23:13, in Internet, linkato 3097 volte)

I giganti della rete sono estremamente attivi in questo periodo ed uno degli ambiti dove la competizione si va facendo sempre più dura è quello dei social network.

A proposito di tali soggetti su Wikipedia si legge che “una rete sociale (spesso si usa il termine inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale ai vincoli familiari”.

All’interno della definizione ci sono due elementi chiave: l’universalità di questo tipo di reti e l’importanza che al loro interno rivestono le relazioni e, soprattutto, le persone.

La riscoperta della centralità dell’uomo, anche in economia, è di grande attualità nella letteratura manageriale e per questo le reti di relazioni online stanno avendo un grande successo sulla rete.

Un successo che non è sfuggito ai big del web, e non solo.

Ad esempio My Space, sito di social networking, è stato acquistato lo scorso anno da Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari e, secondo Rohan, un analista della RBC Capital, potrebbe valerne 15 miliardi nel giro di tre anni.

Attualmente gli utenti sono più di 90 milioni, in seguito a un incremento senza precedenti, e Google ha appena messo sul tappeto 900 milioni di euro per avere l’esclusiva sulla raccolta pubblicitaria del network.

Dal canto suo Yahoo parrebbe disposta ad acquistare, per la modica cifra di 1 miliardo di dollari, il social network Facebook, creato due anni fa dal giovane Mark Zuckerberg e che oggi è visitato da 15 milioni di visitatori al mese.

Questi due esempi dimostrano come i giganti del web si stanno scontrando su di un nuovo terreno, quello degli aggregatori di persone, le reti che permettono agli individui di incontrarsi, scambiare file ed idee e collaborare. Google stessa produce più di 80 prodotti ogni anno ma l’unico limite che sembra ancora porsi all’avanzata del gigante di Mountain View è dato dalla concorrenza dei player che permettono alle persone di comunicare fra loro: instant messaging, voip e,appunto social network.

Si parla con grande frequenza negli ultimi anni di fare squadra, di network, di organizzazioni flessibili e reticolari. La tecnologia, soprattutto quella di rete, ha aperto all'uomo spazi inimmaginabili per entrare in contatto e in relazione con i suoi simili. Ne nasce dunque una forma di interazione a distanza che può essere considerata un’evoluzione di quella simultaneità despazializzata creata già da strumenti come il telegrafo o il telefono, l’uomo può interagire in modo sempre più veloce, preciso e ricco con il suo simile senza dover essere presente nello stesso luogo. Una rivoluzione che vale tanto nelle aziende e nelle organizzazioni quanto nella vita privata.

I grandi operatori di Internet se ne sono accorti ed hanno spostato su questo fronte la loro competizione. E penso che ne vedremo ancora delle belle.

Gianluigi Zarantonello

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Di Max Da Via' (del 24/10/2006 @ 07:31:01, in Marketing, linkato 3180 volte)
Alcuni big spender della pubblicità non si accontentano più: non basta che il testimonial metta a disposizione la propria immagine e notorietà per promuovere i loro prodotti, ma deve idealmente diventare parte integrante del processo creativo, contribuendo alla realizzazione di un suo modello unico.

Tra le aziende che anno trasformato il testimonial in designer spiccano la catena di abbigliamento di tendenza low cost H&M, con una tuta ideata da Madonna e venduta tra l’altro al popolare prezzo di 49,90 €, ma anche Damiani, che nel 2000 ha iniziato a commercializzare la fede nuziale disegnata da Brad Pitt per il proprio matrimonio con Jennifer Aniston, o Tag Heuer, con il golf watch realizzato in collaborazione con il campione Tiger Woods.

Queste iniziative si sono rivelate soddisfacenti anche in termini di risultati di vendita, al punto che la tuta di Madonna è riuscita in breve tempo imporsi come oggetto di culto,mentre Brad Pitt, a dispetto del divorzio dalla Aniston, continua ad essere codesigner della linea D.Side di Damiani e Bernard Arnault, durante la presentazione dell’ultima semestrale di Lvmh (il gruppo che controlla Tag Hauer), si è dichiarato compiaciuto dei risultati raggiunti grazie alla collaborazione con Woods.

L’utilizzo del testimonial dal resto è da sempre uno strumento efficace per catturare l’attenzione del grande pubblico, a maggior ragione quando la celebrità contribuisce alla realizzazione di un modello che porta il suo nome. Quando però una marca prestigiosa ricorre ad un importante testimonial in veste di designer è fondamentale che il prodotto finale non deluda le aspettative che ha generato, altrimenti potrebbe rivelarsi un’operazione controproducente per entrambi le parti.



Via Economy
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Di Altri Autori (del 23/10/2006 @ 14:20:33, in Segnalazioni, linkato 80472 volte)

È on line ApertoDomenica.com, il portale che informa sulle aperture straordinarie dei centri commerciali in tutta Italia. Dal Piemonte alla Puglia, dalla Lombardia alla Sicilia, passando per le altre 16 Regioni italiane, www.apertodomenica.com contiene tutte le aperture domenicali e festive dei centri commerciali che hanno al loro interno un ipermercato o un superstore, basandosi sui dati resi noti dalle catene attraverso i loro siti web.

All'interno di www.apertodomenica.com sono visualizzate le aperture dei centri commerciali e degli ipermercati/superstore con una superficie di vendita di almeno 2.500 mq. La possibilità di comparire per i punti vendita più piccoli (supermercati, minimarket, discount, cash&carry, grandi superfici non alimentari) sarà attivata prossimamente.

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Di Matteo B. (del 23/10/2006 @ 05:12:37, in Marketing non convenzionale, linkato 3038 volte)
II Gruppo Volksvagen ha realizzato la più grande maxidecorazione europea mai sperimentata su un edificio, rivestendo il grattacielo della stazione Garibaldi di Milano con una pellicola adesiva di 52 metri di altezza per 32 di larghezza.

La decorazione è stata resa possibile grazie ad una speciale pellicola adesiva perforata 3M, in grado di mantenere inalterata la visibilità sia dall’interno che dall’esterno.
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Di Max Da Via' (del 20/10/2006 @ 07:12:19, in Pubblicità, linkato 2771 volte)
L’utilizzo di musica d’autore all’interno degli spot televisive e radiofonici sembra essere una delle tendenze più evidenti degli ultimi anni, al punto che la creazione di jingle e pezzi ad hoc è praticamente scomparsa.

Quando l’abbinamento tra prodotto e musica è ben realizzato si tratta di una relazione reciprocamente fruttuosa: il prodotto entra in maniera molto più efficace nel ricordo del consumatore mentre l’artista beneficia di una visibilità straordinaria in termini di ampiezza di copertura e passaggi, che si va a sommare alle cospicue royalties percepite per il prestito. Ben poche case discografiche possono infatti garantire la stessa frequenza di passaggi radiofonici e televisivi che le grandi aziende pianificano nelle loro campagne di marketing a supporto dei propri prodotti.

Tra i tanti casi di binomio vincente basti pensare a Ligabue e alla sua “Happy Hour” che ha fatto da colonna sonora per mesi ai frequenti spot Vodafone o a Vasco Rossi che con la sua “Senza Parole” ha accompagnato il lancio della nuova Punto.

L’universalità e la forte componente emotiva legata alla musica, unita alla notorietà del pezzo che funge da colonna sonora dello spot favoriscono l’immediata identificazione del prodotto e del marchio sottostante, a patto però che ci siano affinità tra la canzone prescelta e il prodotto che a questa viene abbinato.
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Milano, 16 Ottobre – Marcella Bergamini, responsabile comunicazione e media director Danone, è stata insignita del Premio ‘Donna Comunicazione Aziende 2006’, Fiorella Passoni, Amministratore Delegato Gruppo Edelman, ha ricevuto il Premio “Donna Comunicazione Agenzie 2006” e Roberta Cocco, Direttore Marketing Microsoft, è stata eletta ‘Donna Marketing 2006’.

I tre ambiti ed imporatanti riconoscimenti istituiti dal Club del Marketing e della Comunicazione, giunti alla quinta edizione, sono stati dedicati alle donne manager che si sono particolarmente distinte per eccellenza, innovazione e professionalità nel competitivo settore Mar-Com. Le tre vincitrici sono state votate da oltre 4500 manager del comparto marketing e comunicazione di agenzie ed aziende italiane e multinazionali. La serata di gala si è svolta presso lo Spazio 30, prestigiosa location sita in via Vittorio Veneto 30 a Milano., alla presenza di 400 professionisti, consulenti, imprenditori e di oltre 50 giornalisti della stampa nazionale e di settore. Dopo il benvenuto di Riccardo Trombetta in qualità di “padrone di casa”, è stato Danilo Arlenghi, Presidente del Club del Marketing e della Comunicazione, affiancato dal vice presidente del Club Vittorio Spreafico a consegnare le tre targhe alle premiate, correlate dalle tre pergamene e da significativi ed esclusivi omaggi offerti da Ottaviani, Breil, Pikkanto, Sudoku e Coty Lancaster.

Interessante e costruttivo il contributo in pensieri e parole durante la conferenza iniziale che ha avuto per tema: “Innovazione al Femminile nel Marketing e nella Comunicazione”, offerto da autorevoli relatori, tra gli altri: Daniele Rosa, responsabile comunicazione Bayer; Miriam Forte Amm. Del. Telepromotion Service; Paolo Duranti Managing director Nielsen Media Reserch e dai giornalisti- editori Osvaldo Ponchia e Salvatore Sagone. Dopo il saluto e la testimonianza dei Presidenti delle Associazioni dello stesso comparto , partner del Club: Michele Cimino per Adico, Andrea Prandi per Ferpi, Furio Garbagnati per Assorel, Marisa Montegiove per ManagerItalia e Paolo Guazzone di CDVM Torino, è stata la volta del presidente di Mediawatch e responsabile Osservatorio sulla comunicazione e sul marketing per il Club, Carlo Giovannelli, che ha reso noto i risultati di una indagine socio-quali-quantitativa dal titolo “ La grande avanzata delle manager in rosa”, consultabile nell’allegato.

Ha fatto da corollario scenografico la sfilata statica di YULEA della giovane imprenditrice Claudia Bisceglie che ha proposto le sue ultime creazioni decisamente originali ed estremamente e suggestive.

La serata è proseguita, oltre il cocktail/buffet in rosa a cura di Party Round, con momenti di marketing relazionale a significare la mission del Club: Connecting Manager, ossia sviluppare rapporti interpersonali, generare contatti proattivi e allacciare relazioni durature per implementare il new business e il co-marketing, nonché la cultura e l’aggiornamento professionale.

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Di Gianluigi Zarantonello (del 17/10/2006 @ 20:03:05, in Internet, linkato 4591 volte)

Molti di voi navigando su Internet avranno notato dei link caratterizzati da un’iconcina xml o rss che parlava dei feed del sito da poter scaricare.

Se avete cliccato il link probabilmente vi siete trovati davanti ad un blocco di informazioni incomprensibili ed avete chiuso la finestra senza pensarci più.

Bene, quello che avete intravisto era un feed rss.

Di che cosa si tratta? RSS (acronimo di RDF Site Summary ed anche di Really Simple Syndication) è uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti Web, basato sul linguaggio XML, ossia quella cosa poco comprensibile che avete visto dopo il click sul link.

Al dì là degli aspetti tecnici di costruzione del feed comunque per l’utente questo strumento non è altro che un link da copiare (tasto destro del mouse sull’iconcina di turno e poi “copia collegamento”) in un apposito programma di lettura, di cui esistono diverse versioni gratuite.

A questo punto avremo in un lettore paragonabile ad un programma di posta elettronica i titoli degli articoli e dei contenuti prodotti dal sito da dove abbiamo preso il feed stesso.

Li potremo leggere quando vorremmo e saremo aggiornati su tutte le novità.

Capite bene che i vantaggi sono diversi: l’utente sceglie volontariamente di ricevere i feed, non si deve iscrivere né disiscrivere (come avviene per una newsletter), l’aggiornamento riguarda tutti i contenuti che vogliamo ed è in tempo reale.

Tutto ciò per chi fa comunicazione non può certo non essere considerato prezioso, tanto più che all’interno di questi contenuti possono essere anche inseriti degli spazi pubblicitari.

Ancora oggi tramite dei semplici codici è possibile inserire nel proprio sito dei contenuti altrui richiamati proprio dai feed, che permettono al sito terzo che li produce di vederli comparire sul vostro in tempo reale senza alcun lavoro da parte di entrambi.

Questo può dare luogo a fruttuosi e semplici (tecnicamente scambi) che permettono di diffondere in modo capillare i propri contenuti sul web e di vedere sempre aggiornato da fonti selezionate il proprio sito.

L’unico limite alla diffusione dei feed finora è stata dunque la scarsa comunicazione fatta per presentarli e diffonderli (nella maggior parte dei siti non ci sono istruzioni per l’uso) che li ha confinati ad un mondo di tecnici e specialisti.

E’ giunta l’ora invece di spiegare anche all’utente finale e all’uomo di business non tecnico tutte le opportunità di questo mezzo, per poter finalmente usufruire di un nuovo e potente canale di comunicazione sul web.

La sfida è aperta e molti grandi player, anche di beni di largo consumo, la stanno già percorrendo.

Gianluigi Zarantonello

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Di Danilo Arlenghi (del 17/10/2006 @ 08:28:32, in Strategie, linkato 2647 volte)

Una celebre frase di Peter Drucker afferma: "L'autorealizzazione del manager efficace è elemento vitale della valorizzazione dell'intera organizzazione. I manager che si adoperano per diventare più realizzati nel loro ruolo alzano il livello di vitalità di tutto il sistema di appartenenza".


Modestia e fattività: questi erano gli imperativi del successo manageriale di trent'anni fa, nel quadro di una cultura allora premiante, stante l'andamento dei bilanci di allora, ma oggi obsoleta e non più vincente. Il manager contemporaneo, proprio come un bene, è frequentemente "in vetrina" per ragioni di lavoro e, proprio come un buon prodotto, deve sapersi "vendere" prima ancora di essere "consumato". Se una volta il basso profilo era premiante, oggi chi vuole ottenere meritato riconoscimento del suo contributo o successo personale e professionale ( unitamente a quello della propria organizzazione di appartenenza) deve comunicare e saperlo fare bene per farsi individuare ed apprezzare.


Il dirigente aziendale o l'imprenditore sono oggigiorno prima di tutto persone di relazione:parlano, ascoltano, spiegano, convincono, negoziano, tengono riunioni, partecipano a dibattiti e convegni, fanno conferenze, rilasciano interviste. Sono costantemente in discussione, perchè discuono e sono discussi, sotto la lente della società della informazione e della civiltà della comunicazione. E proprio in questa la comunicazione invade ogni momento della nostra vita, ci circonda, e si fa conoscenza e cultura.


Dal postulato di Watslavick: " Non si può non comunicare", mai più vero di adesso, ne consegue che:" Chi non comunica non esiste". Almeno nel sociale. Gli occhi degli spettatori nel taetro dell'esistenza ci misurano forse più per come recitiamo il nostro ruolo che non per quello che siamo intimamente. Già in tempi non sospetti Machiavelli ammoniva: "Ognuno vede quel che tu pari, pochi comprendono quel che tu sei". Pìù forma che sostanza, insomma. Alla luce di queste premesse preliminari di tutte le capacità di comportamento utili per svolgere una attività manageriale, la più attuale ed indispensabile è quella di esprimersi e comunicare. Per ottenere il giusto consenso. La comunicazione dunque sia come input: ascolto, ricerca ed elaborazione di informazioni, cultura, conoscenza, sia soprattutto come output: visibilità, verbalità, vestibilità, vitalità, vivibilità, autorevolezza, risultato, efficacia.


Comunicare per essere e per esistere tanto umanamente quanto professionalmente.
La comunicazione e la sua abilità di, si estrinseca in particolar modo nella capacità di relazionare con i pubblici di riferimento: amici, parenti, colleghi, superiori, dipendenti, fornitori, clienti, consumatori e tutti gli altri stakeholders. Da una indagine svolta su un campione di più di 3.000 professionisti d'azienda è emerso che tra le attitudini primarie del manager del ventunesimo secolo, la più importante e la più premiante, ancor prima di quelle cosiddette "strategiche: innovare, prevedere, pianificare e decidere", è la capacità di "relazione". Quella che comporta un correlazione continua di contatti e comunicazione con gli altri: saper comunicare ed esprimersi, saper esternare la propria personalità, saper lavorare in gruppo, saper negoziare e saper motivare. Ovvero sapersi trasmettere all'esterno nel modo più valorizzante e autentico; avere un linguaggio chiaro, corretto, convincente; non dimostrare timore dell'interlocutore; essere in grado di dialogare e discutere; saper allacciare e coltivare amicizie, connettersi agli altri, sintonizzarsi all'ambiente esterno, stringere alleanze, allargare rapporti interpersonali, attivare network relazionali.
Perchè ognuno è il se' che decide di essere.
Una vita con vista, una finestra spalancata sulla relazione e sulla comunicazione: per essere apprezzati, sentirsi intonati al proprio tempo, , scambiare con gli altri competenza e umanità, avere successo e sentirsi realizzati.
Una finestra dalla quale il mondo entra e a nostra volta noi usciamo per renderci più accesibili e visibili.


I manager del duemila non sono più remunerati per ciò che sanno, ma per ciò che comunicano di essere. David Rockfeller diceva: " Pago la capacità di trattare con la gente più di qualunque altra capacità al mondo!"

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Di Max Da Via' (del 16/10/2006 @ 06:53:20, in Marketing non convenzionale, linkato 3903 volte)
L’olfatto è tradizionalmente un senso sottovalutato rispetto a vista e udito, da sempre al centro dell’attenzione di chi si occupa di marketing. Se si escludono infatti le aziende produttrici di profumi e deodoranti, che per ovvi motivi non possono prescindere da esso, sono ancora pochi i settori merceologici che hanno integrato il ricorso all’olfatto nelle proprie strategie di comunicazione e promozione.

In un mercato sempre più competitivo l’approccio al marketing olfattivo comincia però a farsi strada, rientrando nel novero delle iniziative di ambient marketing che puntano ad incrementare l’efficacia del punto vendita. La dimensione dell’olfatto, secondo Terry Molnar del “Sense of Smell Institute”, è un modo estremamente efficace per imprimere il marchio di un’azienda nella mente del consumatore, con un effetto a volte quasi subliminale.

Non deve quindi stupire che la Sony utilizzi fragranze come vaniglia e mandarino per deliziare i clienti delle sue 36 boutique elettroniche o che i grandi magazzini Bloomingdale’s diffondano aromi diversi a seconda delle categorie merceologiche presenti nei reparti (come ad esempio il talco nell’area articoli per neonati). L’industria distributiva in particolare utilizza spesso aromi e immagini per rallentare l’andatura degli indaffarati consumatori all’interno delle propri corsie, aumentando di conseguenza le possibilità che effettuino acquisti.

L’essere umano è in grado di individuare e riconoscere oltre 10 mila odori differenti e alcune fragranze sono in grado di influenzare lo stato d’animo di chi le percepisce, offrendo quindi la possibilità di creare vere e proprie esperienze olfattive che accompagnano il consumatore nel corso del processo di acquisto.

Recenti studi hanno inoltre dimostrato come le persone siano in grado di ricordare in maniera più nitida gli odori rispetto alle immagini: a distanza di una anno un odore viene riconosciuto in maniera nitida dal 65% degli intervistati, mentre nel caso di una foto la percentuale scende al 50%. Del resto, come sottolineato da Jim Twitchell, autore del saggio Branded Nation, l’olfatto è l’unico, tra i cinque sensi, che va direttamente al cervello, senza intermediari.
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