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  mymarketing.it: perchè interagire è meglio!... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 11/07/2016 @ 07:12:39, in eCommerce, linkato 1810 volte)

Nel 2016, gli acquisti dei consumatori italiani su siti sia nazionali sia stranieri supereranno gli 1,8 miliardi di euro, con un incremento in valore assoluto di 365 milioni di euro (+25%) rispetto al 2015. Il contributo della moda nell’e-commerce di prodotto sarà secondo solo a quello di informatica ed elettronica: l’incidenza era pari al 6% nel 2012 e, nel 2016, sfiorerà il 10 per cento.  È quanto emerge dalle stime dell’Osservatorio e-commerce B2C dalla School of Management del Politecnico di Milano, giunto alla sua quindicesima edizione e presentato a Milano in occasione del convegno “L’online nel fashion: un canale che fa tendenza”.

“L’abbigliamento è uno dei comparti merceologici più dinamici dell’e-commerce B2c italiano per almeno tre ragioni: ritmo di crescita superiore a quello medio del commercio elettronico, offerta eterogenea e in continuo fermento, e, infine, spiccata propensione all’innovazione. Negli ultimi 5 anni, il tasso di crescita medio annuo dell’abbigliamento è stato pari al 30% circa, il doppio rispetto a quello dell’e-commerce nel suo complesso (+15% circa), sia nella domanda (acquisti dei consumatori italiani da merchant sia italiani sia stranieri) sia nell’offerta (vendite dei merchant con sede operativa in Italia a consumatori italiani e stranieri)”, ha dichiarato Alessandro Perego, direttore scientifico degliOsservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

Sempre secondo quanto emerso dalla ricerca, i web shopper italiani effettuano, nel 46% dei casi, acquisti mass market sui siti dei grandi retailer italiani e internazionali e sui marketplace generalisti; seguono, con un peso del 36%, gli acquisti di prodotti del settore lusso realizzati sui siti dei principali player del settore, delle vendite private, dei produttori high fashion del made in Italy e delle boutique multi-brand. Infine conquistano una quota del 18% gli acquisti di abbigliamento e accessori sportivi dai siti dei retailer specializzati, dei produttori e dei portali generalisti. “Nel fashion uno dei principali driver di scelta del canale online rimane il prezzo: il 52% della domanda e-commerce è realizzata nella componente di prodotti a prezzo ridotto (scontato, con sconti dal 10% al 30%, o molto scontato, con sconti dal 30% al 70%) e il 48% nella componente a prezzo pieno. Se consideriamo la tipologia di prodotti acquistati online, i capi di abbigliamento (camicie, vestiti, capi spalla, jeans, pantaloni) incidono per circa il 55% e gli accessori per il 45%, con una preferenza spiccata per le scarpe e per le borse o accessori di pelletteria. Per quanto riguarda il genere, i capi di abbigliamento e gli accessori da donna pesano per il 50% del mercato fashion online, quelli da uomo per il 40% circa (ed in crescita), quelli da bimbo per il 10%”, ha spiegato Valentina Pontiggia, senior advisor dell’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm Politecnico di Milano.

Infine, nel 2016, gli acquisti via smartphone nell’abbigliamento cresceranno del 26% e supereranno quota 350 milioni di euro, confermandosi come uno dei comparti con la più alta penetrazione (19%) degli acquisti da mobile sul totale domanda e-commerce. Se si aggiungono gli acquisti da tablet la penetrazione raggiunge il 33% del totale domanda online.

via PambiancoNews

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Di Altri Autori (del 08/07/2016 @ 07:30:19, in eCommerce, linkato 1842 volte)

La moda fa bene all’e-commerce: stando al report realizzato dall’Osservatorio eCommerce B2c e presentato a Milano in occasione del Convegno “L’online nel fashion: un canale che fa tendenza”, nel 2016 gli acquisti via Internet di prodotti fashion hanno superato gli 1,8 miliardi di euro (+25% rispetto al 2015). Ma è soprattutto il ritmo di crescita del comparto a essere significativo: se negli ultimi cinque anni il tasso di crescita del mercato dell’e-commerce si è attestato sul +15%, quello dell’abbigliamento è addirittura il doppio, per una media del +30%. “L’abbigliamento è uno dei comparti merceologici più dinamici dell’e-commerce B2c italiano per almeno tre ragioni: ritmo di crescita superiore a quello medio del commercio elettronico,offerta eterogenea e in continuo fermento, e, infine, spiccata propensione all’innovazione”, afferma Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

CORSA AL RISPARMIO. La ragione alla base dell’exploit dell’e-commerce del fashion è presto detta: su internet è possibile risparmiare. Basti pensare che il 52% della domanda è realizzata nella componente di prodotti a prezzo ridotto, ossia scontati (dal 10% al 30%) o molto scontati (sconti dal 30% al 70%). E ancora: in occasione del Black Friday e del Cyber Monday alcuni operatori riescono a realizzare in soli due giorni oltre il 5% del totale fatturato online. Tradotto: circa 10 volte il valore delle vendite registrate nello stesso intervallo di tempo in altri periodi dell’anno. Tuttavia il prezzo non è l’unica variabile che promuove gli acquisti online. L’e-commerce del fashion funziona anche perché in rete è possibile reperire una vasta gamma di prodotti, spesso assente nei punti vendita fisici. Inoltre i siti spesso suggeriscono prodotti affini da acquistare.

SPOPOLANO ABBIGLIAMENTO E ACCESSORI. Ma cosa si compra in Rete? “Se consideriamo la tipologia di prodotti acquistati online, i capi di abbigliamento (camicie, vestiti, capi spalla, jeans, pantaloni) incidono per circa il 55% e gli accessori per il 45%, con una preferenza spiccata per le scarpe – sia eleganti sia sportive – e per le borse o accessori di pelletteria”, risponde Valentina Pontiggia, Senior Advisor dell'Osservatorio. “Per quanto riguarda il genere, i capi di abbigliamento e gli accessori da donna pesano per il 50% del mercato fashion online, quelli da uomo per il 40% circa (e in crescita), quelli da bimbo per il 10%”. Quanto ai canali, gli italiani acquistano i prodotti mass market (46%) sui siti dei grandi retailer italiani e internazionali e sui marketplace generalisti, mentre per gli acquisti “luxury” (36%) si opta per i siti delle grandi Dot Com, delle vendite private, dei produttori high fashion del Made in Italy e delle boutique multi-brand.

EXPORT A +30%. Per quanto riguarda le vendite da siti italiani verso clienti stranieri, l’export dell’abbigliamento segna un +30% nel 2016, per un valore delle vendite superiore a 1,3 miliardi di euro. Il comparto trainante è quello del lusso. I compratori più forti sono inglesi, francesi, tedeschi, americani e russi: da soli coprono il 45% delle vendite Fashion che valicano i confini nazionali. Seguono, in misura minore, Cina, Giappone e America Latina. A fare la differenza sono soprattutto le Dot com a cui si deve il 69% delle vendite all’estero. Le imprese tradizionali pesano appena il 31%.

 

Via Business People

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Di Altri Autori (del 07/07/2016 @ 07:37:15, in Mobile, linkato 2361 volte)

Se negli ultimi tempi vi è capitato di visitare negozi o centri commerciali e ricevere sul vostro smartphone dei messaggi che decantavano le incredibili qualità del televisore che stavate guardando proprio in quel momento o che segnalavano sconti esclusivi su scarpe presenti nella vetrina davanti cui eravate appena passati, non preoccupatevi, è solo l’inizio.

Quello che ad occhi distratti potrebbe apparire come una piccola magia, altro non è che una forma di Proximity Marketing che sta prendendo sempre più piede, basata sutecnologia Beacon. I beacon sono piccoli dispositivi che utilizzano il Bluetooth Low Energy per inviare contenuti verso uno smartphone o un tablet, attraverso un’app mobile, senza necessità di eseguire la procedura di accoppiamento tipiche di questo protocollo e purché il dispositivo si trovi a transitare entro un range di 70 metri. Una tecnologia potenzialmente in grado di rivoluzionare il modo di fare shopping in store che ha attirato l’interesse di due colossi come Apple e Google, che hanno sviluppato soluzioni tecnologiche ad hoc [iBeacon ed Eddystone]. Il report “Mobile & Online Coupons: Redemption, Loyalty & Consumer Engagement 2015-2020” di Juniper Research ci aiuta a capire ancora di più la portata di questo cambiamento: se nel 2015 in tutto il mondo sono stati distribuiti attraverso beacon 11,6 milioni di coupon digitali, nel 2020 saranno oltre 1,6 miliardi, una crescita impressionante.

IN CHE MODO PERÒ I BEACON POSSONO DARE VITA A VANTAGGI CONCRETI PER GLI UTENTI E PER I BRAND?

La potenzialità di questa tecnologia è quella di trasformare i processi di acquisto e di vendita attraverso attività di Proximity Marketing ritagliate sempre di più sulla singola persona. Ad esempio, chi fa shopping può ricevere informazioni rilevanti nel momento opportuno, senza mediazioni, relazionandosi direttamente con i Brand e disponendo di contenuti esclusivi non altrimenti accessibili. Attraverso le mobile app in grado di comunicare con i beacon, le informazioni raggiungono gli utenti in modo mirato, nel momento giusto e nel rispetto delle scelte di ciascuno, rendendo i potenziali clienti protagonisti di un’esperienza coinvolgente e personalizzata. Dall’altro lato, i Brand hanno ora a disposizione un formidabile strumento per stimolare la fidelizzazione dei clienti abituali e l’attrattiva sui quelli potenziali, interagendo con i consumatori nel momento più importante del processo decisionale e disponendo in qualsiasi istante delle analisi dei comportamenti d’acquisto.

 ALCUNE BEST CASE DI UTILIZZO DEI BEACON IN GIRO PER IL MONDO.

Il report di Juniper Research evidenzia come l’esperienza cinese della catena digioielleria Chow Tai Fook abbia ottenuto una redemption del 60% su una campagnaavviata a inizio 2015, con un incremento delle vendite che ha portato nelle casse dell’azienda oltre 16 milioni di dollari di fatturato aggiuntivo.
Negli Stati Uniti Macy, catena della grande distribuzione, ha posizionato oltre 4.000 dispositivi beacon nei propri centri, con lo scopo di progettare esperienze di acquisto sempre più interattive e personalizzate, mentre in Gran Bretagna Proxama ha adottato un approccio diverso, installando i beacon su bus, taxi, centri commerciali e aeroporti, raggiungendo i potenziali clienti in momenti di attesa o in cui hanno più attenzione, per stimolare le vendite negli online store e aumentare l’interesse verso una visita ai negozi fisici, magari con l’incentivo di sconti e promozioni esclusive.

ANCHE IN ITALIA QUALCOSA SI STA MUOVENDO.

OVS ha sviluppato una mobile app, disponibile per iPhone e Android, che rappresenta il tassello centrale della sua strategia omnichannel. Attraverso l’app gli utenti possono comprare prodotti, creare wish list, ricevere informazioni tramite lettura dei barcode, individuare lo store più vicino, rimanere sempre aggiornati su news ed eventi e interagire con i dispositivi innovativi presenti nei negozi fisici come ad esempio il camerino intelligente “Magic Fitting Room”. Nelle ultime settimane, l’app si è arricchita di un’ulteriore funzionalità che sfrutta la tecnologia beacon attraverso la piattaforma OVS “Connection Message” [qui la lista dei negozi in cui è attiva], il cui obiettivo è aumentare il traffic to store comunicando direttamente con le persone presenti in strada e successivamente arricchire la shopping experience. I clienti che si trovano in un raggio di 200 metri da un negozio OVS ricevono un invito sul loro smartphone a entrare nel punto vendita, dove potranno avere un’esperienza diretta di tutte le promozioni. Attraverso i beacon e la radio in store, la posizione dei clienti all’interno del negozio può essere determinata in ogni momento, rendendo possibile l’invio di notifiche push riguardo prodotti, prezzi e promozioni in funzione delle aree del negozio in cui si trovano.

n’esperienza di acquisto totalmente nuova quindi, che costruisce un rapporto diretto Brand-Cliente da prima ancora dell’entrata nel negozio, per poi accompagnare con messaggi e promozioni mirate l’utente nel suo viaggio nello store, in base alle sue azioni e a ciò che più apprezza. Il passo finale è rappresentato dall’integrazione con latecnologica NFC [ad esempio attraverso la piattaforma Apple Pay], che permette pagamenti rapidi via smartphone solamente avvicinando il device al POS. Il coupon inviato con i beacon al cliente, quindi, può essere immediatamente speso alla cassa con un pagamento contactless, chiudendo il cerchio di un Customer Journey che rappresenterà sempre di più il nuovo modo di acquistare nei negozi fisici.

LE POTENZIALITÀ DEI BEACON PERÒ NON SI FERMANO ALLO STORE MARKETING.

indoor mapping, guide turistiche e museali, eventi e domotica sono solo alcuni degli scenari in cui questa tecnologia potrebbe davvero fare la differenza. Qualunque sia il contesto di utilizzo, è bene che i Brand che vogliono investire in questo settore ricordino uno dei principi base di ogni attività di marketing: esagerare con la frequenza dei messaggi inviati, soprattutto su un device che nello scenario digitale rappresenta per antonomasia lo spazio personale, equivarrebbe ad essere percepiti come invadenti e insistenti, con conseguente perdita della relazione con l’utente. Considerati i vantaggi in termini di business che questa nuova tecnologia potrebbe portare, un rischio da scongiurare con tutte le forze.

Via Republic+Queen Magazine

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Di Altri Autori (del 06/07/2016 @ 07:40:31, in Tecnologie, linkato 1552 volte)

La strategia per la  è il primo tassello di un progetto più ampio che ingloba gli obiettivi dell’Agenda digitale europea. Dopo un pit-stop di vari mesi il mercato della banda ultra-larga nel nostro Paese sembra riprendere il proprio percorso.

LA STRATEGIA NAZIONALE

In Europa l’Italia si colloca tra gli ultimi 6 Paesi nella graduatoria per diffusione della banda larga, sebbene negli ultimi anni il nostro Paese abbia fatto registrare un incremento medio annuo più elevato della media UE28 (+4 punti percentuali) riducendo un po’ il divario. L’obiettivo ambizioso del nostro Paese entro i prossimi tre anni è quello però di dare connessione veloce, a 100 Megabit, al 75% degli italiani. Del resto non ci sono troppe alternative per provare a colmare il divario digitale con il resto d’Europa che ha già attualmente raggiunto tale percentuale di copertura. In Italia invece la copertura è del 50% circa della popolazione in merito alla fibra ottica con TIM come operatore principale seguito da Fastweb. Si tratta per lo più di connessioni FTTC (Fiber To The Cabinet) ovvero quelle connessioni a banda larga in cui la rete in fibra ottica dell’ISP (Internet Service Provider) arriva fino alla centralina di zona più vicina al luogo di fornitura del servizio di connessione alla rete, ad esclusione di realtà come Milano o Bologna e altre poche che dispongono nelle aree più strategiche della città di FTTH (Fiber To The Home) di gestione di Fastweb, Tim o Metroweb.

GLI INVESTIMENTI PREVISTI

Il Governo italiano si sta muovendo in due direzioni: la prima è quella delle cosiddette aree “a fallimento di mercato” per le quali un percorso strategico è stato previsto con lo stanziamento di 3,5 milioni di euro per la costruzione di una rete in fibra ottica di proprietà pubblica. A questo fine il Governo ha stretto un accordo con le singole Regioni per disporre dei fondi in modo coordinato e implementare i bandi di gara. L’altra parte di intervento riguarda invece le cosiddette “aree ricche”, protagoniste della corsa verso i 100 Megabit e dove i principali gestori telco (telecomunicazioni) sostengono di essere pronti a spendere nei prossimi quattro anni oltre 5 miliardi di euro. Per monitorare i passi in avanti che l’Italia sta compiendo è stato realizzato da parte del Ministero dello Sviluppo Economico un sito che consentirà ai cittadini di conoscere e verificare  il livello di copertura a 30 e a 100 mbps di ogni regione, comune, strada e quartiere, sia per le aree bianche, quelle a fallimento di mercato, sia per le aree nere, dove intervengono i privati. Una mappa, che si sovrappone a quella di Google, permette la visualizzazione dello stato dei lavori in una determinata regione, comune e persino strada. Al contempo lo scorso 13 giugno è stato dato il via libera al primo bando per la realizzazione della rete nelle aree bianche, quelle cioè a fallimento di mercato. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale sono partite le procedure per gli interventi nelle prime sei regioni (Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto) con le quali si sono chiusi specifici accordi di programma e relative convenzioni operative per l’utilizzo dei fondi FESR e FEASR: 6,5 milioni i cittadini interessati dagli interventi previsti in questo primo bando, più di 3,5 milioni le unità immobiliari e 3mila i comuni. Entro la fine dell’estate saranno pubblicati anche i bandi per tutte le restanti regioni.

GLI IMPATTI ECONOMICI SUI SETTORI PRODUTTIVI

In letteratura sono diversi gli studi e le ricerche internazionali che hanno stabilito una correlazione positiva tra la penetrazione nell’uso del digitale e gli investimenti nelle infrastrutture, compresa la connessione via mobile, e lo sviluppo economico. I risultati hanno evidenziato effetti significativi e concreti sulla crescita economica. Sono stati elaborati differenti metodi per stimare questi impatti sulla crescita economica quali ad esempio analisi degli investimenti, monitoraggio dei risultati raggiungi, casi studio e buone pratiche. In Australia il Centre for International Economics ha condotto uno studio sugli impatti economici della banda larga sull’economia australiana su 53 settori produttivi localizzati in 8 regioni e ha stimato che il maggior impatto sul mercato che avrebbe prodotto un cospicuo capitale in investimenti sarebbe stato relativo al mercato immobiliare e al settore edile nel breve periodo proprio in relazione al soddisfacimento della domanda di banda sia ultralarga sia mobile nelle nuove costruzioni residenziali. I settori produttivi meno interessati dallo sviluppo delle infrastrutture digitali sarebbero stati invece il settore agricolo e la produzione di idrocarburi con un’incidenza infatti sul mercato minore dell’1%.

Analogamente uno studio italiano sulle evidenze degli investimenti nelle reti ultrabroadband ha stimato un impatto positivo su tutti i comparti di mercato ma i maggiori benefici sono stati stimati per il settore immobiliare, il manufatturiero, l’intermediazione finanziaria, i servizi alle imprese, trasporti e comunicazioni ovvero quei settori che già utilizzano servizi Ict come input in maniera massiccia. Istruzione e sanità invece sono tra i settori meno impattati dalla implementazione della banda larga insieme ai servizi sociali, poiché essendo settori ad alta intensità di lavoro sembra trovino meno vantaggioso l’aumento di offerta di servizi banda ultra-larga e la conseguente riduzione dei prezzi di tali servizi.

LO STUDIO ITALIANO E GLI IMPATTI SULL’OCCUPAZIONE

Un gruppo di ricerca dell’Università Sapienza di Roma, coordinato da Maurizio Franzini, nel rapporto Assessing the sectoral effects of ICT investments: the case of broadband networks  ha stimato gli effetti sull’occupazione e sul prodotto interno lordo  (PIL) degli investimenti in infrastrutture di retea banda ultra-larga nel medio e lungo periodo riferiti al nostro Paese. Lo studio ha elaborato le stime attraverso la creazione di un modello di simulazione calibrato sulla base dei dati reali di produzione degli ultimi 20 anni (definito a livello di singolo settore produttivo) in grado di stimare l’effetto diretto e indiretto di un investimento infrastrutturale del valore di 12 miliardi di euro che è “la dimensione ritenuta necessaria, nell’ambito della strategia italiana banda ultralarga, per dotare l’85% della popolazione italiana di una connessione a 100Mbit/s”, come dichiarato nel report. Tre sono gli scenari simulati: 5, 8 e 12 miliardi di euro tenendo conto però che per raggiungere il massimo potenziale serviranno almeno 6-7 anni, pari al time-to-build necessario alla generazione della domanda dei servizi connessi.

In merito all’occupazione l’effetto degli investimenti è positivo nel suo insieme, ma il valore aggiunto e il differenziale di questo valore variano in relazione ai diversi settori. In alcuni settori, infatti, l’investimento determina un aumento della produttività e conseguentemente dell’offerta superiore all’aumento della domanda, realizzando quindi una riduzione dell’occupazione. Questa situazione si verifica soprattutto nei settori che fanno largo uso dei servizi Ict come input quali costruzioni, trasporti e servizi alle imprese. La variazione di valore aggiunto (quindi in relazione al PIL) in questi casi è superiore a un punto percentuale e gli effetti sono incrementali al crescere degli investimenti stessi. Gli effetti più positivi si registrano nel settore alberghiero e ristorazione e manifatturiero.

Lo studio evidenzia anche alcune criticità in merito agli aspetti occupazionali e il comparto a più elevata potenzialità di crescita in termini di business, identificato come “dei computer e servizi relativi”, dalle stime risulterebbe essere quello a subire il maggior impatto negativo, con una perdita di ben 6 punti percentuali. Stime fortemente negative sono state evidenziate per il settore della Pubblica Amministrazione e previdenza sociale.

GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE

L’accesso alle connessioni veloci (maggiori di 30 Mbps) secondo i dati della Commissione Europea (2014) ha raggiunto attualmente solo il 21% registrando una delle peggiori performance tra i Paesi membri poiché la media europea di penetrazione si attesta al 62%. Nel nostro Paese tra il 2010 e il 2015 è aumentata notevolmente la quota di famiglie che dispone di un accesso a Internet da casa (da 52,4 % a 66,2%) sebbene un terzo delle famiglie non abbia ancora accesso a Internet, con un trend però discendente rispetto agli anni passati. Il contributo più rilevante alla diffusione della banda larga è stato fornito dalle tecnologie mobili poiché è rimasta stabile la quota di famiglie che accedono al web esclusivamente mediante banda larga fissa (1 su 3) mentre crescono le quote di famiglie con solo banda larga mobile da 6,6% a 18,6% o che dispongono di entrambe le modalità di accesso da 1,4% a 11,5%.

La maggior parte delle imprese non utilizza invece connessioni veloci e la velocità massima di connessione in banda larga fissa aumenta solo al crescere della dimensione delle imprese: il 40,1% delle grandi imprese utilizza connessioni fisse a velocità pari o superiore a 30 Mbit/s, contro il 12,3% delle piccole (11,9% nel 2014). Secondo le analisi dello studio italiano il gap tecnologico da colmare è enorme, ed i piani di investimento privati ​​non appaiono da soli coerenti con l’obiettivo di ridurre o quanto meno provare a colmare tale divario. Le azioni necessarie per conseguire gli obiettivi dichiarati dal Governo per la strategia di sviluppo delle infrastrutture e della banda larga saranno quindi sostenute da un ammontare di risorse pubbliche pari a 6 miliardi di euro, dei quali 2 di questi finanziati da fondi regionali europei, e per il restante con fondi europei di sviluppo.

Gli obiettivi italiani sulla banda larga sono di servire l’85% della popolazione con una connessione a 100 Mbps entro il 2020 e di assicurare al restante 15% una velocità di download almeno di 30 Mbps.

Via Tech Economy

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Tre miliardi e mezzo di euro. Tanto vale la sharing economy in Italia secondo la ricerca commissionata da PHD Italia  all’Università degli Studi di Pavia (Dipartimento di Scienze economiche e aziendali, docenti Luciano Canova e Stefania Migliavacca). Si tratta della prima ricerca che quantifica l’impatto economico complessivo dell’economia collaborativa nel nostro Paese.

Quanto vale in termini di PIL la sharing economy in Italia attualmente? E quanto varrà nei prossimi dieci anni?

In termini di PIL la sharing economy vale lo 0,2%. La cifra equivale al 10% circa delle risorse stanziate dalla legge di stabilità 2016. A colpire, però, sono soprattutto le previsioni di crescita per i prossimi cinque e dieci anni che, a seconda degli scenari ipotizzati, arrivano a toccare cifre che variano dagli 8,8 ai 10,5 miliardi di euro (per il 2020) e dai 14,1 fino ai 25,2 miliardi di euro (per il 2025).

Premesso che sulla definizione stessa di sharing economy e su cosa debba comprendere il dibattito è ancora molto acceso, la ricerca segue l’approccio della Commissione Europea che considera frutto dell’economia collaborativa le transazioni prodotte attraverso le piattaforme digitali con un modello di business basato sul noleggio o la condivisione di beni e servizi, allo scopo di ridurre il sotto-utilizzo e l’uso inefficiente degli stessi.

Per effettuare la ricerca è stato creato un modello economico ad hoc, battezzato Shaker (Sharing Key Economic Resources) attraverso la metodologia della System Dynamics, un approccio cognitivo che permette di interpretare e modellare qualunque fenomeno, economico così come fisico, sociale, psicologico, costruendo scenari.

SCENARIO BASE In base allo scenario attuale, considerato lo scenario base della ricerca (6,4 milioni di utenti “forti” della sharing economy nel nostro paese) nel 2020 l’economia collaborativa supererà il doppio del suo valore attuale raggiungendo gli 8,8 miliardi di euro, equivalenti allo 0,5% del Pil (9,7 milioni di utenti) e nel 2025 crescerà di oltre il quadruplo rispetto ad oggi, toccando i 14,1 miliardi, cioè lo 0,7% del Pil (12 milioni di utenti).

SCENARIO 1: SHARING BOOST Un primo scenario è basato sull’ipotesi che a decollare sia la popolazione di utenti della sharing economy (dagli attuali 6,4 milioni a 11,5 milioni nel 2020 e 16,5 milioni nel 2025). In termini di valore aggiunto per l’economia, nel 2020 il valore della sharing economy è previsto in 10,2 miliardi di euro (+16% rispetto allo scenario base) e, nel 2025, in 19,4 miliardi (+37% vs. scenario base).

SCENARIO 2: DIGITAL DISRUPTION Lo scenario digital disruption è quello più ottimista, perché ipotizza non solo l’incremento degli utenti della sharing economy (11,6 milioni nel 2020 e 21,4 milioni nel 2025), ma anche un allargamento della popolazione di internauti in assoluto all’interno di tutte le fasce, frutto degli investimenti sulle infrastrutture digitali che andranno probabilmente aumentando. In questo secondo scenario l’impatto economico dell’economia collaborativa risulterebbe pari a 10,5 miliardi nel 2020 (0,6% sul PIL) e a 25,2 miliardi di euro nel 2025 (1,38% sul PIL).

SCENARIO 3: BOLLA E se si trattasse di una bolla? La ricerca prova a rispondere anche a questa domanda e ipotizza, per il 2025, un valore di soli 4 miliardi di euro, dopo aver raggiunto un picco di 14 miliardi di euro nel 2019.

“Quello della sharing economy – commenta Luciano Canova, docente di Economia Comportamentale all’Università di Pavia – è sicuramente un tema caldo del dibattito scientifico, per l’importanza che riveste come trend dell’innovazione sociale e come possibile nuovo paradigma dei rapporti tra economia e società. Mancano ancora modelli di valutazione di impatto economico, per cui abbiamo provato a quantificare il peso economico dei settori coinvolti dall’economia collaborativa e a modellare l’evoluzione da qui a 10 anni del PIL, tenendo conto di alcune leve comportamentali e alcuni dati che riguardano appunto gli utenti dei servizi di sharing. E’ il primo tentativo di stimare il valore economico dell’economia collaborativa in Italia e crediamo che la metodologia della dinamica dei sistemi sia uno strumento utilissimo per presentare scenari e prospettive da qui al 2025”.

Via Spot and Web
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Di Altri Autori (del 04/07/2016 @ 07:15:35, in Marketing, linkato 1649 volte)
Il cittadino, il consumatore continua a cambiare e i prossimi anni vedranno alcune caratteristiche e alcuni comportamenti rafforzarsi, prendere notevole importanza, diventando driver fondamentali per la comprensione del cliente. Il primo aspetto fondamentale è la caduta dell’attenzione media continuativa e della capacità di ricordare in modo qualificato. Molti hanno presente il felice claim pubblicitario di Settimana Enigmistica «non lasciare che il tuo cervello si spenga ogni 10 secondi»: ebbene, una recente ricerca ha mostrato che i dieci secondi sono ormai un miraggio, l’attenzione media è scesa attorno ai 7-8 secondi. Il nostro cervello tende a perdersi dopo pochissimo tempo se non è opportunamente stimolato, sollecitato all’attenzione, spinto a tenere il filo. Per avere un punto di riferimento chiaro: in uno spot televisivo breve (non un 30”, ma un 15”) si rischia di perdere l’audience – sempre che se ne abbia l’attenzione al primo secondo – a metà del filmato, magari quando il nome del brand o del prodotto non è ancora stato introdotto e il messaggio che si vuol comunicare non è stato sviluppato pienamente. La causa di questo crollo dell’attenzione (che, ovviamente, è medio perché sintetizza valori differenti tra i soggetti e anche tra situazioni di uno stesso soggetto, e si riferisce essenzialmente al mondo occidentale) deve essere studiata più a fondo, ma già adesso viene ritenuto plausibile che il nostro rapporto con le tecnologie digitali – in particolare con quelle che ci forniscono continui aggiornamenti (da uno smartphone riceviamo notifiche su email, instant messaging e sms, news in tempo reale, alert meteo e, per molti, post su social network personali e professionali) – sia alla base di questo cambiamento nel nostro orologio interno mentale.

Gli effetti? La comunicazione va ripensata; e non parliamo solo della comunicazione televisiva (il già citato classico spot) bensì di ogni comunicazione: quella commerciale, quella professionale/lavorativa, persino quella interpersonale. Il cogliere l’attenzione sarà sempre più difficile e costituirà un elemento di successo (o di insuccesso) per chi si rivolge al consumatore. Le strade principali per superare la soglia degli otto secondi sembrano essere quelle di messaggi con un frequente rilancio (cercando di introdurre elementi di stimolo con elevata frequenza) o, in alternativa, la strada emozionale, perché una comunicazione non di tipo razionale, ma che colpisce al cuore, interagisce con il nostro cervello in modo differente.

RICORDI SBIADITI
 Se non ci ascoltano, non ci ricordano, o comunque ricordano poco (e male) quello che cerchiamo di comunicare loro. In questi anni, molte ricerche di mercato condotte da AstraRicerche e da altri istituti mostrano un degrado del ricordo, e questo fenomeno si sta accentuando col passare del tempo. Pensiamo a una situazione di semplice test del ricordo di una comunicazione pubblicitaria: innanzitutto tende a diminuire il ricordo delle pubblicità, fatto spiegabile solo in parte con audience (reach and frequency) calanti; tende a essere meno forte il ricordo qualificato degli spot, la capacità di indicare qual è il contenuto, il messaggio principale, il “plus” che la marca o il prodotto vogliono vantare: in altre parole si rischia che la parte visuale (il “cosa ho visto”) resti impressa molto più della parte concettuale (il “cosa mi vogliono dire”).
Si assiste a una pericolosa riduzione dell’associazione tra la pubblicità – e il suo messaggio – e il proponente: troppo spesso ci troviamo di fronte a spot ricordati da una buona quantità del target, ma con un’indicazione della marca o prodotto reclamizzati davvero scadente (in alcuni casi con l’indicazione di competitor superiori rispetto al brand effettivamente pubblicizzato). Questo issue non può, non deve essere ignorato: cogliere l’attenzione – e quindi ideare la comunicazione (di qualunque tipo) con questo aspetto ben presente – è una sfida che il futuro renderà sempre più difficile da affrontare.

L’IPERCOMPETIZIONE
 D’altra parte il consumatore si trova di fronte a una proposta davvero ampia in moltissimi settori merceologici. Il numero di attori (marche) e di proposte (prodotti) è cresciuto a dismisura ed è destinato a crescere ulteriormente: l’e-commerce ha reso possibile il contatto con brand con cui non si sarebbe venuti in contatto qualche anno fa, e ha favorito la creazione di molti marchi che si propongono solo o quasi solo online e che vengono comunque presi in considerazione dai consumatori. Il contesto è sempre più iper-competitivo.
Per avere un’idea concreta, si pensi a un'indagine condotta da AstraRicerche nel 2015 sulla cura del corpo da parte delle donne italiane: le 1.500 intervistate, invitate a indicare in modo spontaneo le marche di questa categoria, hanno fornito 448 risposte differenti (avendo già scorporato i nomi delle marche non verificabili/senza un riscontro online o nei database dell’istituto). O, in modo analogo, un ristretto campione di 400 donne è riuscito a indicare ben 256 marche diverse di abbigliamento casual. Ebbene, in entrambi i casi colpiscono due aspetti: la quantità di indicazioni diverse e la presenza massiccia di marche nuove, immesse sul mercato negli ultimi anni.

I NEW COMER
 Proprio la grande quantità di marche new comer indicate come note, apprezzate, acquistate ma – soprattutto – come prese in considerazione per gli acquisti futuri, ci consente di portare l’attenzione su un driver fondamentale già oggi rispetto a dieci anni fa, e in sicura crescita nei prossimi anni: l’infedeltà del consumatore alla marca. Gli aspetti più interessanti sono due: da una parte si assiste all’ampliamento del proprio set di marche acquistate per una specifica categoria merceologica (si passa da «per l’olio extravergine di oliva non compro sempre la stessa marca, ma alterno le stesse 2-3 marche» a «scelgo tra 6-7 marche diverse»), dall’altra si accettano (e per molti consumatori si cercano) marche appena scoperte («perché non dovrei provarla?»). In effetti, sulla fidelity molte aziende dovrebbero fare un ripensamento profondo, o semplicemente iniziare a occuparsene perché i loro prodotti non possono sostenere la sfida competitiva in un mercato ove l’abitudine, l’inerzia d’acquisto contano sempre meno. La sfida delle nuove marche si fa sempre più agguerrita. Ogni mattina milioni di italiani ricevono email con proposte di acquisto (da una singola azienda, dai grandi marketplace dell’e-commerce, da siti multimarca specializzati in una categoria merceologica, da chi propone coupon o altre forme di accesso scontato a beni e servizi. E ogni mattina milioni di persone vedono proposte di marche non note, ma le prendono in considerazione.
A volte per le proposte aggressive a livello di prezzo, a volte grazie al senso di garanzia offerta dal servizio online che ha inviato l’offerta. E questo fenomeno è destinato a crescere sia tra i più giovani – i nativi digitali e le altre generazioni temporalmente adiacenti – ma anche tra gli adulti, che accelerano nell’uso di Internet: non solo come numero di persone connesse, ma soprattutto come intensità di uso e nella navigazione, le informazioni sui prodotti e l’effettivo acquisto online giocano un ruolo fondamentale.

PARLARE AL CONTRARIO
 Di fronte a questa sfida, non basta più vantare i propri plus: è sempre più necessario evitare che vengano messi in piazza i propri minus (reali o meno). Proprio per la crescente rilevanza di Internet non solo per gli acquisti online, ma soprattutto come strumento di informazione prima dell’acquisto, è importante – e per alcuni brand sarà semplicemente fondamentale – studiare le opinioni espresse dagli utenti in Rete e avere una strategia di reazione.
 Lo studio non deve concentrarsi sulle espressioni di apprezzamento verso la propria marca e verso quelle concorrenti: deve, al contrario, valutare con attenzione le opinioni “contro”, negative. I consumatori, grazie all’ipercompetizione dell’offerta, possono stabilire di non scegliere una marca (o un prodotto) a seguito di pareri altrui negativi. Perché in fondo sarà sempre possibile trovare un’offerta equivalente o quasi, caratterizzata dall’assenza o dalla debolezza delle opinioni negative. Sotto questo aspetto cambiano le metriche di valutazione: non più “quale è il sentiment positivo associato alla mia marca rispetto alle altre?”, ma “quanto pesa tale sentiment negativo sulla mia marca preferita?”.
Allo stato attuale, sembra che numerose aziende non siano pronte a reagire a quello che un tempo era un passaparola negativo all’interno di gruppi ristretti, e ora è un tam tam potenzialmente planetario che, con il perfezionamento dei sistemi di traduzione automatica sul Web, diventerà davvero globale. Sarà normale leggere le opinioni scritte in una lingua a noi sconosciuta, che persino non sappiamo riconoscere, e prendere decisioni di acquisto basate su considerazioni negative espresse a migliaia di chilometri di distanza.

Via Business People
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Di Altri Autori (del 01/07/2016 @ 07:18:53, in Mobile, linkato 1557 volte)

Quello dei pagamenti p2p (o InstantPayment) da Mobile è uno dei trend più interessanti degli ultimi due anni nel panorama del Mobile Payment & Commerce. La vivacità lato offerta è confermata dai numeri: già nel 2014 sono stati individuati oltre 35 servizi in tutto il mondo e molti Big Player studiano questo settore con forte interesse (da Apple a Facebook, da Twitter a Whatsapp). Paypal nasce proprio come strumento di P2p per poi immediatamente trasformarsi in uno strumento per acquistare presso un merchant (p2b). Anche in Italia abbiamo notato un forte fermento nel corso del 2015. Si sono affacciate sul mercato le startup Satispay e2Pay, già attive, oltre alla recentissima Tinaba. Tra le soluzioni proposte da operatori più legati tradizionalmente al mondo bancario troviamo invece Jiffy di SIA (servizio a cui hanno già aderito 13 gruppi bancari, di cui 7 sono già attivi: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi Banca, BNL, Widiba, Carige e Cariparma), Zac(soluzione progettata da ICBPI e già scelta da Gruppo Creval, Veneto Banca, CSE e Cedacri), Hype di Banca Sella e Chat&Cash (rilasciata dal Banco Popolare).
La user experience nell’invio di denaro è abbastanza simile per tutti i servizi. Una volta aperta l’app, è sufficiente selezionare il destinatario del denaro dalla mia rubrica (in stile “WhatsApp”), digitare la cifra (e un’eventuale descrizione o messaggio) e cliccare “invio”. Il denaro arriverà al destinatario pressoché in tempo reale.

Alcuni di questi nuovi servizi vanno già oltre e permettono di effettuare acquisti anche presso gli esercenti. L’idea è di crearsi in primis una rete capillare di utenti tramite il passaparola del p2p per poi andare a offrire uno strumento anche presso gli esercenti. In Italia tra i più attivi sotto questo punto di vista c’è sicuramente Satispay (8. 050 negozi attivi al momento, tra cui diversi benzinai TotalErg nella zona di Milano, Como, Roma e le gelaterie Grom). Per gli utenti il servizio rimane completamente gratuito, mentre agli esercenti viene trattenuta una fee di 0,20€ a transazione, ma solo per importi superiori ai 10,00 €. Anche Jiffy la soluzione promossa da SIA sta sperimentando con alcune banche italiane la possibilità di utilizzare la loro soluzione all’interno dei negozi.

Da questa settimana gli esercenti potranno accettare il pagamento direttamente sul POS bancario (POS di Ingenico) che potrà ricevere in tempo reale la conferma di avvenuto pagamento e consentire di far uscire il consumatore con lo scontrino in mano. Il consumatore dalla propria applicazione confermerà pagamento (tramite geolocalizzazione dell’esercente) e importo e l’esercente visualizzerà la conferma del pagamento tramite il proprio POS. Questa soluzione potenzialmente abilita moltissimi esercenti dotati di POS Ingenico. Banca Iccrea in collaborazione con Sinergia ha dichiarato che in poche settimane saranno attivi oltre 80.000 esercenti per accettare i pagamenti con Satispay.

Questa innovazione potrebbe rappresentare una interessante rivoluzione, il Mobile P2b diventa una reale e concreta alternativa al pagamento in contante e con carta in negozio con commissioni per l’esercente più convenienti rispetto al pagamento con carta. Tutto da capire con che velocità saranno abilitati gli oltre 1,8 milioni di esercenti dotati di un POS in Italia che dovrebbero sottoscrivere un contratto per accettare sia Satispay sia Jiffy.

Via Agenda Digitale

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Di Altri Autori (del 28/06/2016 @ 07:31:10, in Digitale, linkato 1513 volte)

L’interazione tra impresa e consumatori passa, oggi, attraverso molteplici canali che sono sempre più rappresentati da mobile. La ricerca “Shopping (R)evolution” – promossa da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano e Connexia, in sinergia con Hubility – mette inevidenza come siano in forte ascesa anche gli “eShoppers” italiani. I risultati confermano come la multicanalità abbia cessato di rappresentare un fattore occasionale o opzionale all’interno del Customer Journey: i comportamenti si sono evoluti e i consumatori italiani sono ormai abituati a vivere la rete in logica everywhere e in ottica seamless, ovvero come un ambiente unico composto da una molteplicità di canali cui attingere.

Un primo dato rilevante riguarda la crescita esponenziale degli Internet Users (63%) che si connette da smartphone (+43% rispetto al 2012). Crescono anche gli utenti che utilizzano il tablet per accedere al Web (+14% rispetto al 2012), mentre diminuiscono gli accessi da PC (-15 % rispetto al 2012). Conseguentemente muta anche il ruolo giocato dal punto vendita fisico, non più e non solo touchpoint per la vendita diretta, ma anche punto di riferimento per il reperimento di informazioni, spazio per l’erogazione di servizi integrativi e ambiente privilegiato per la relazione brand/consumatore.

Ad esser mutato non è solo lo scenario, ma il consumatore stesso.

A questo proposito la ricerca ha voluto analizzare due diversi profili di consumatore moderno: InfoShopper ed . Il primo rappresenta quell’individuo che utilizza touchpoint digitali unicamente per ottenere informazioni su prodotto e/o marca: 11 milioni di italiani, che formano il 35% degli Internet Users e si caratterizzano per il grado di diffidenza verso l’utilizzo del digitale per finalizzare le loro transazioni online. L’eShopper, invece, rappresenta colui che utilizza la rete sia per informarsi che per effettuare acquisti: 20,5 milioni di italiani, pari al 65% degli utenti.

Il gruppo di Ricerca dell’Osservatorio Multicanalità ha operato una seconda segmentazione rispetto al solo gruppo degli eShopper, rifacendosi a due variabili: la maggiore o minore propensione di questi soggetti all’utilizzo di canali digitali in fase d’acquisto e la propensione degli stessi all’utilizzo di Internet per fornire o condividere feedback. Da questa segmentazione sono emersi 4 differenti profili: Everywhere Shopper, Money Saver, Cherry Picker e Pragmatic.

Everywhere Shopper (5,5 milioni di persone) 

Formati prevalentemente da soggetti appartenenti a Generazione X (50%) e Millennials (41%) e sono il gruppo più affine alle dinamiche multicanale. Utilizzano, infatti, i touchpoint digitali ovunque e in qualsiasi momento: per confrontare prezzi, aggiornarsi sulle offerte online, fornire o consultare feedback su prodotti e aziende. Sono particolarmente attenti ai prezzi, alle offerte personalizzate e alle novità.

Money Saver (5,2 milioni di persone)

Anch’essi formati da soggetti appartenenti a Generazione X (49%) e Millennials (34%), utilizzano la rete con un’unica spinta propulsiva: risparmiare. I Money Saver non sono alla ricerca dell’engagement da parte dei brand: il loro scopo è unicamente quello di acquistare un prodotto al miglior rapporto qualità/prezzo. Conseguentemente prediligono strumenti di comparazione online dei prezzi, consultano volantini digitalizzati e verificano i pareri di altri utenti, spesso attraverso i social network sites.

Cherry Picker (5,1 milioni di individui) 

Costituiti principalmente da individui della Generazione X (47%), Baby Boomers (27%) e Millennials (26%) sono abitudinari, amanti delle tradizioni e legati al concetto di famiglia. Per informarsi ricorrono alle fonti tradizionali e al punto vendita classico, all’interno del quale vanno alla ricerca della relazione personale con gli addetti dello store. In fase di pre acquisto preferiscono vedere e toccare con mano i prodotti. I Cherry Packer possono essere attratti dalla possibilità di acquistare online solo nel caso in cui i prodotti da loro selezionati non fossero disponibili presso i canali tradizionali.

I Pragmatic (4,7 milioni di individui)

Composti prevalentemente da esponenti della Generazione X (56%), Millennials (24%) e Baby Boomers (21%), ricorrono alla rete come strumento in grado di garantire loro un considerevole risparmio in termini di tempo. In fase di acquisto, amano la celerità e acquistano online quando questo li agevola nel risparmio e nella possibilità di accedere al servizio in orari non percorribili attraverso i canali di vendita tradizionali.

Quanto sono pronte le aziende a cogliere le opportunità dell’Everywhere Commerce?

Le aziende che dichiarano di non raccogliere dati sui propri clienti sono poche, solo il 7%. I più attivi sono gli Istituti Bancari, le aziende dedicate ai Servizi Finanziari e Assicurativi e le aziende del settore Largo Consumo. I settori che sembrano, invece, interpretare in maniera meno efficiente il cambiamento sono i player delle Utility e il settore dei Trasporti: pur avendo la possibilità di raccogliere una mole rilevante di dati, dimostrano di non saperne sfruttare le potenzialità.

Le principali fonti di acquisizione degli stessi da parte delle aziende sono: programmi di loyalty digitalizzati e i profili social ufficiali (45% del campione). In futuro, inoltre, la geo localizzazione in real time su dispositivi mobile costituirà una risorsa preziosa.

È evidente come sia in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del business, dovuta principalmente all’ingresso di digital e mobile nelle logiche e nelle dinamiche di consumo. I nuovi consumatori prediligono offerte immediate e personalizzate, casse self-service, controlli rapidi per verificare la disponibilità del prodotto, garanzia di WI-FI all’interno dello store e assistenti alle vendite in grado di accettare pagamenti in mobilità, senza dover necessariamente passare dalla cassa.

 Via Tech Economy

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Video. Fortissimamente video. Il futuro dei social network è appeso alle clip, a quanto pare. E forse non è un caso che Snapchat stia facendo numeri pazzeschi in un periodo di stanca per il macrocosmo social. La notizia odierna, però, è un'altra. E arriva un po’ a sorpresa.

Che Mark Zuckerberg abbia il pallino dei video non è certo una novità (lo confermano i tentativi, andati male, di acquistare proprio Snapchat). Ma che Facebook stacchi assegni milionari verso media e celebrità disposti ad utilizzare Facebook Live (il servizio live-streaming di Menlo Park), un po' di stupore lo genera. Secondo un documento in possesso del Wall Street Journal, Facebook ha siglato 140 accordi per un totale di 50milioni di dollari con alcune importanti media-company (dalla Cnn al New York Times, fino a Vox, Mashable e Huffington Post) e con alcune celebrità (da Kevin Hart a Gordon Ramsay fino a Deepak Chopra e al quarterback della Nfl Russell Wilson).

L'obiettivo è quello di spingere il più possibile la piattaforma del live streaming, cercando di sbaragliare la concorrenza a suon di dollari. Secondo i dati emersi, a svettare fra i contratti più generosi c'è quello di BuzzFeed, che per i video trasmessi da marzo 2016 a marzo 2017 riceve oltre 3 milioni di dollari. Seguono a ruota il New York Times e la Cnn. Justin Osofsky, VP per le operazioni globali e delle media partnerships di Facebook, ha detto: «Abbiamo voluto invitare un'ampia gamma di partner per poter ricevere un feedback da diverse organizzazioni su quello che può o non può funzionare». Costi di promozione, insomma. Niente di più.

Per dovere di cronaca, va detto che le prime indiscrezioni riguardanti i possibili pagamenti di Facebook ad aziende o celebrità per creare Live Video multimediali, erano emersi qualche mese fa grazie a un'inchiesta di Recode. Il sito aveva raccontato dell'incontro fra un dirigente di Facebook e alcune agenzie delle star. Tema della discussione: soldi in cambio dell'utilizzo di Facebook Live. Un'occasione anche per le star.

Via Il Sole 24 ORE
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Di Altri Autori (del 23/06/2016 @ 07:20:15, in Social Networks, linkato 1628 volte)
WhatsApp, con il suo miliardo e oltre di utenti attivi su base mensile, e Messenger, che ha recentemente raggiunto i 900 milioni, non sono gli unici servizi di messaggistica in crescita sotto l'egida di Facebook. Del network di Mark Zuckerberg fa parte anche Instagram e anch'esso sta vivendo un ottimo momento, avendo toccato quota 500 milioni di utenti.

A soli 6 anni dal lancio, Instagram raggiunge quota 500 milioni di utenti con un tasso di utilizzo abbastanza elevato tanto che giornalmente accedono al sistema circa 300 milioni di persone. Di queste, l'80% vivono fuori dagli Stati Uniti a confermare un successo su scala mondiale.

L'annuncio, riportato anche da Mark Zuckenberg che l'aveva rilevata 2 anni fa per un paio di miliardi, porta in dote a Facebook un asset strategico sul fronte della fotografia. Instagram conta oggi oltre 95 milioni di foto pubblicate ogni giorno delle quali 82 dedicate alla moda con oltre 4 miliardi di like.

Instagram è in ottima salute dunque anche se sul profilo finanziario non ha ancora trovato una strada per monetizzare tutto questo engagment. L'uso in Italia è piuttosto elevato con circa 9 milioni di utenti iscritti.

Tra i recenti iscritti a Instagram ci sono anche delle celebrità come David Beckham, il popolare calciatore inglese che ha giocato per un paio di stagioni anche nel Milan, l'ex atleta e personaggio televisivo statunitense Caitlyn Jenner, il calciatore tedesco Toni Kroos e T.O.P. della Corea del Sud.
Breve storia di Instagram
Instagram ha visto la luce quasi sei anni fa. Dopo essere stata pubblicata nell'App Store a inizio Ottobre 2010, ha raggiunto il primo milione di utenti in poco meno di 3 mesi. In meno di un anno dal lancio, ha raggiunto quota 10 milioni di utenti. Ad Aprile 2012 arriva anche per i dispositivi Android. Nello stesso periodo viene acquistata da Facebook per 1 miliardo di dollari. A fine 2013 diventa disponibile anche per i telefonini Windows Phone.
Instagram: ricavi previsti a 5,8 miliardi nel 2020

Instagram, piattaforma per condividere foto e video acquisita da Facebook nel 2012, secondo gli analisti di Cowen&Co, nel 2020 genererà ricavi per 5,8 miliardi di dollari, con 700 milioni stimati per quest'anno.

Instagram da allora è cresciuta fino ad avere più utenti attivi di Twitter. Secondo gli analisti, attualmente Instagram vale 33 miliardi di dollari, più dei 30 miliardi di Twitter e dei 19 miliardi di Snapchat. Il social network si prevede crescerà al 2020 grazie al maggior afflusso di utenti previsto, dai 300 milioni attuali ai 680 milioni tra cinque anni, e dall'ingresso di soggetti fra gli inserzionisti.

La rete di photo-sharing ha solo recentemente ufficializzato di aver superato quota 300 milioni di utenti attivi, e ha preso provvedimenti nei confronti degli account spam, così come ha aggiunto nuovi filtri e funzionalità in uno degli ultimi aggiornamenti della sua app mobile.

Instagram è stata acquisita da Facebook nel mese di aprile del 2012 per 1 miliardo di dollari. L'acquisizione è giunta in un momento in cui Instagram aveva solo 27 milioni di utenti su iOS. Tuttavia, l'azienda ha visto oltre un milione di download il primo giorno dal lancio su Android.

Per Instagram, la crescita è anche l'affermazione dei suoi sforzi nel rimuovere lo spam disattivando account associati a persone inesistenti, account doppi o creati solo per fare spam sul servizio. Negli Stati Uniti, si stima che circa un utente su sei di smartphone utilizzai Instagram, secondo la società di ricerche di mercato eMarketer. La maggior parte di questi utenti, circa il 79 per cento, sono di età compresa tra 12 e tra 34 anni.

Nata nel 2010 grazie a Kevin Systrom e Mike Krieger, la start up è stata acquistata da Mark Zuckerberg per 741 milioni di dollari nel 2010, quando era solo un'app per le foto disponibile per dispositivi mobili ma poi è stata resa disponibile anche sul web e ha aggiunto nuove funzioni, tra cui la possibilità di condividere brevi video. Di recente sono stati abilitati i video in loop. Secondo dati rilasciati da Facebook a gennaio di quest'anno, su Instagram gli utenti condividono più di 70 milioni di foto e video ogni giorno.

Instagram introduce la Pubblicita' anche in Italia

Se ne parla oramai da un paio di anni, e prima o poi il momento doveva arrivare: la pubblicità ufficialmente arriva su Instagram, anche in Italia.

Era il mese di settembre 2013 quando l'allora chief operating officer di Instagram si aspettava che il sito fosse pronto per iniziare a vendere annunci entro un anno: "Vogliamo fare soldi nel lungo termine, ma non abbiamo alcuna pressione a breve termine," White ha detto al Wall Street Journal. Nel 2013 gli utenti di Instagram erano 'solo' 150 milioni, un cifra ritenuta piccola per guadagnare cifre importanti. "In teoria, [Instagram] potrebbe fare centinaia di milioni di dollari oggi, ma avrebbero bisogno di inserire molti annunci, il che rischierebbe di 'inquinare l'ambiente'", Brian Wieser, analista di Pivotal Research Group, ha detto due anni fa.

Ora, da settembre 2015, con 300 milioni di utenti che utilizzano il servizio, le aziende possono utilizzare Instagram per promuovere i propri prodotti e farsi pubblicità, in 30 nuovi paesi del mondo, tra cui Italia, Messico, India e Corea del Sud. Il servizio pubblicitario di Instagram è stato in fase di test per almeno un anno, da quando deglle immagini si sono presentate con l’etichetta "sponsorizzato" nella versione USA dell'app mobile, disponibili per una selezione di marchi già membri attivi all'interno del social network.

Da settembre, gli annunci pubblicitari li vedrete anche voi utenti italiani di Instagram. Un esempio? Tra una foto e l'altra potrebbe comparire quella dell'ultimo smartwatch creato da Samsung, oppure il trailer di un film Warner in uscita nei cinema. Potranno creare campagne pubblicitarie su Instagram piccole, medie e grandi aziende in tutto il mondo. I primi brand confermati sono Audi, Samsung, Toyota, Warner Bros, Yoox, Illy e altri.

Mentre Instagram ha tolto il limite alle tipologie di foto che gli utenti possono postare - recentemente ha abbandonato il divieto di immagini rettangolari, ad esempio - la società sta dando agli inserzionisti molteplici opzioni. Ad esempio, un utente può condividere un video di 15 secondi sul servizio, ma un inserzionista può caricare filmati di 30 secondi. Gli utenti normali non possono postare link a contenuti esterni, ma gli annunci possono includere cinque diversi "inviti all'azione", compresi i collegamenti per installare nuove applicazioni o per fare acquisti. Gli annunci che chiedono agli utenti di installare applicazioni sono già un formato di investimento importante per gli inserzionisti su Facebook.

Come si può distinguere una pubblicità da un post normale in Instagram? L'annuncio viene evidenziato dalla scritta ‘sponsorizzato’.

Oggi, Intagram conta 300 milioni di utenti attivi al mese e 70 milioni di foto postate ogni giorno.


Via PianetaCellulare
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