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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Tre miliardi e mezzo di euro. Tanto vale la sharing economy in Italia secondo la ricerca commissionata da PHD Italia  all’Università degli Studi di Pavia (Dipartimento di Scienze economiche e aziendali, docenti Luciano Canova e Stefania Migliavacca). Si tratta della prima ricerca che quantifica l’impatto economico complessivo dell’economia collaborativa nel nostro Paese.

Quanto vale in termini di PIL la sharing economy in Italia attualmente? E quanto varrà nei prossimi dieci anni?

In termini di PIL la sharing economy vale lo 0,2%. La cifra equivale al 10% circa delle risorse stanziate dalla legge di stabilità 2016. A colpire, però, sono soprattutto le previsioni di crescita per i prossimi cinque e dieci anni che, a seconda degli scenari ipotizzati, arrivano a toccare cifre che variano dagli 8,8 ai 10,5 miliardi di euro (per il 2020) e dai 14,1 fino ai 25,2 miliardi di euro (per il 2025).

Premesso che sulla definizione stessa di sharing economy e su cosa debba comprendere il dibattito è ancora molto acceso, la ricerca segue l’approccio della Commissione Europea che considera frutto dell’economia collaborativa le transazioni prodotte attraverso le piattaforme digitali con un modello di business basato sul noleggio o la condivisione di beni e servizi, allo scopo di ridurre il sotto-utilizzo e l’uso inefficiente degli stessi.

Per effettuare la ricerca è stato creato un modello economico ad hoc, battezzato Shaker (Sharing Key Economic Resources) attraverso la metodologia della System Dynamics, un approccio cognitivo che permette di interpretare e modellare qualunque fenomeno, economico così come fisico, sociale, psicologico, costruendo scenari.

SCENARIO BASE In base allo scenario attuale, considerato lo scenario base della ricerca (6,4 milioni di utenti “forti” della sharing economy nel nostro paese) nel 2020 l’economia collaborativa supererà il doppio del suo valore attuale raggiungendo gli 8,8 miliardi di euro, equivalenti allo 0,5% del Pil (9,7 milioni di utenti) e nel 2025 crescerà di oltre il quadruplo rispetto ad oggi, toccando i 14,1 miliardi, cioè lo 0,7% del Pil (12 milioni di utenti).

SCENARIO 1: SHARING BOOST Un primo scenario è basato sull’ipotesi che a decollare sia la popolazione di utenti della sharing economy (dagli attuali 6,4 milioni a 11,5 milioni nel 2020 e 16,5 milioni nel 2025). In termini di valore aggiunto per l’economia, nel 2020 il valore della sharing economy è previsto in 10,2 miliardi di euro (+16% rispetto allo scenario base) e, nel 2025, in 19,4 miliardi (+37% vs. scenario base).

SCENARIO 2: DIGITAL DISRUPTION Lo scenario digital disruption è quello più ottimista, perché ipotizza non solo l’incremento degli utenti della sharing economy (11,6 milioni nel 2020 e 21,4 milioni nel 2025), ma anche un allargamento della popolazione di internauti in assoluto all’interno di tutte le fasce, frutto degli investimenti sulle infrastrutture digitali che andranno probabilmente aumentando. In questo secondo scenario l’impatto economico dell’economia collaborativa risulterebbe pari a 10,5 miliardi nel 2020 (0,6% sul PIL) e a 25,2 miliardi di euro nel 2025 (1,38% sul PIL).

SCENARIO 3: BOLLA E se si trattasse di una bolla? La ricerca prova a rispondere anche a questa domanda e ipotizza, per il 2025, un valore di soli 4 miliardi di euro, dopo aver raggiunto un picco di 14 miliardi di euro nel 2019.

“Quello della sharing economy – commenta Luciano Canova, docente di Economia Comportamentale all’Università di Pavia – è sicuramente un tema caldo del dibattito scientifico, per l’importanza che riveste come trend dell’innovazione sociale e come possibile nuovo paradigma dei rapporti tra economia e società. Mancano ancora modelli di valutazione di impatto economico, per cui abbiamo provato a quantificare il peso economico dei settori coinvolti dall’economia collaborativa e a modellare l’evoluzione da qui a 10 anni del PIL, tenendo conto di alcune leve comportamentali e alcuni dati che riguardano appunto gli utenti dei servizi di sharing. E’ il primo tentativo di stimare il valore economico dell’economia collaborativa in Italia e crediamo che la metodologia della dinamica dei sistemi sia uno strumento utilissimo per presentare scenari e prospettive da qui al 2025”.

Via Spot and Web
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Di Altri Autori (del 04/07/2016 @ 07:15:35, in Marketing, linkato 1682 volte)
Il cittadino, il consumatore continua a cambiare e i prossimi anni vedranno alcune caratteristiche e alcuni comportamenti rafforzarsi, prendere notevole importanza, diventando driver fondamentali per la comprensione del cliente. Il primo aspetto fondamentale è la caduta dell’attenzione media continuativa e della capacità di ricordare in modo qualificato. Molti hanno presente il felice claim pubblicitario di Settimana Enigmistica «non lasciare che il tuo cervello si spenga ogni 10 secondi»: ebbene, una recente ricerca ha mostrato che i dieci secondi sono ormai un miraggio, l’attenzione media è scesa attorno ai 7-8 secondi. Il nostro cervello tende a perdersi dopo pochissimo tempo se non è opportunamente stimolato, sollecitato all’attenzione, spinto a tenere il filo. Per avere un punto di riferimento chiaro: in uno spot televisivo breve (non un 30”, ma un 15”) si rischia di perdere l’audience – sempre che se ne abbia l’attenzione al primo secondo – a metà del filmato, magari quando il nome del brand o del prodotto non è ancora stato introdotto e il messaggio che si vuol comunicare non è stato sviluppato pienamente. La causa di questo crollo dell’attenzione (che, ovviamente, è medio perché sintetizza valori differenti tra i soggetti e anche tra situazioni di uno stesso soggetto, e si riferisce essenzialmente al mondo occidentale) deve essere studiata più a fondo, ma già adesso viene ritenuto plausibile che il nostro rapporto con le tecnologie digitali – in particolare con quelle che ci forniscono continui aggiornamenti (da uno smartphone riceviamo notifiche su email, instant messaging e sms, news in tempo reale, alert meteo e, per molti, post su social network personali e professionali) – sia alla base di questo cambiamento nel nostro orologio interno mentale.

Gli effetti? La comunicazione va ripensata; e non parliamo solo della comunicazione televisiva (il già citato classico spot) bensì di ogni comunicazione: quella commerciale, quella professionale/lavorativa, persino quella interpersonale. Il cogliere l’attenzione sarà sempre più difficile e costituirà un elemento di successo (o di insuccesso) per chi si rivolge al consumatore. Le strade principali per superare la soglia degli otto secondi sembrano essere quelle di messaggi con un frequente rilancio (cercando di introdurre elementi di stimolo con elevata frequenza) o, in alternativa, la strada emozionale, perché una comunicazione non di tipo razionale, ma che colpisce al cuore, interagisce con il nostro cervello in modo differente.

RICORDI SBIADITI
 Se non ci ascoltano, non ci ricordano, o comunque ricordano poco (e male) quello che cerchiamo di comunicare loro. In questi anni, molte ricerche di mercato condotte da AstraRicerche e da altri istituti mostrano un degrado del ricordo, e questo fenomeno si sta accentuando col passare del tempo. Pensiamo a una situazione di semplice test del ricordo di una comunicazione pubblicitaria: innanzitutto tende a diminuire il ricordo delle pubblicità, fatto spiegabile solo in parte con audience (reach and frequency) calanti; tende a essere meno forte il ricordo qualificato degli spot, la capacità di indicare qual è il contenuto, il messaggio principale, il “plus” che la marca o il prodotto vogliono vantare: in altre parole si rischia che la parte visuale (il “cosa ho visto”) resti impressa molto più della parte concettuale (il “cosa mi vogliono dire”).
Si assiste a una pericolosa riduzione dell’associazione tra la pubblicità – e il suo messaggio – e il proponente: troppo spesso ci troviamo di fronte a spot ricordati da una buona quantità del target, ma con un’indicazione della marca o prodotto reclamizzati davvero scadente (in alcuni casi con l’indicazione di competitor superiori rispetto al brand effettivamente pubblicizzato). Questo issue non può, non deve essere ignorato: cogliere l’attenzione – e quindi ideare la comunicazione (di qualunque tipo) con questo aspetto ben presente – è una sfida che il futuro renderà sempre più difficile da affrontare.

L’IPERCOMPETIZIONE
 D’altra parte il consumatore si trova di fronte a una proposta davvero ampia in moltissimi settori merceologici. Il numero di attori (marche) e di proposte (prodotti) è cresciuto a dismisura ed è destinato a crescere ulteriormente: l’e-commerce ha reso possibile il contatto con brand con cui non si sarebbe venuti in contatto qualche anno fa, e ha favorito la creazione di molti marchi che si propongono solo o quasi solo online e che vengono comunque presi in considerazione dai consumatori. Il contesto è sempre più iper-competitivo.
Per avere un’idea concreta, si pensi a un'indagine condotta da AstraRicerche nel 2015 sulla cura del corpo da parte delle donne italiane: le 1.500 intervistate, invitate a indicare in modo spontaneo le marche di questa categoria, hanno fornito 448 risposte differenti (avendo già scorporato i nomi delle marche non verificabili/senza un riscontro online o nei database dell’istituto). O, in modo analogo, un ristretto campione di 400 donne è riuscito a indicare ben 256 marche diverse di abbigliamento casual. Ebbene, in entrambi i casi colpiscono due aspetti: la quantità di indicazioni diverse e la presenza massiccia di marche nuove, immesse sul mercato negli ultimi anni.

I NEW COMER
 Proprio la grande quantità di marche new comer indicate come note, apprezzate, acquistate ma – soprattutto – come prese in considerazione per gli acquisti futuri, ci consente di portare l’attenzione su un driver fondamentale già oggi rispetto a dieci anni fa, e in sicura crescita nei prossimi anni: l’infedeltà del consumatore alla marca. Gli aspetti più interessanti sono due: da una parte si assiste all’ampliamento del proprio set di marche acquistate per una specifica categoria merceologica (si passa da «per l’olio extravergine di oliva non compro sempre la stessa marca, ma alterno le stesse 2-3 marche» a «scelgo tra 6-7 marche diverse»), dall’altra si accettano (e per molti consumatori si cercano) marche appena scoperte («perché non dovrei provarla?»). In effetti, sulla fidelity molte aziende dovrebbero fare un ripensamento profondo, o semplicemente iniziare a occuparsene perché i loro prodotti non possono sostenere la sfida competitiva in un mercato ove l’abitudine, l’inerzia d’acquisto contano sempre meno. La sfida delle nuove marche si fa sempre più agguerrita. Ogni mattina milioni di italiani ricevono email con proposte di acquisto (da una singola azienda, dai grandi marketplace dell’e-commerce, da siti multimarca specializzati in una categoria merceologica, da chi propone coupon o altre forme di accesso scontato a beni e servizi. E ogni mattina milioni di persone vedono proposte di marche non note, ma le prendono in considerazione.
A volte per le proposte aggressive a livello di prezzo, a volte grazie al senso di garanzia offerta dal servizio online che ha inviato l’offerta. E questo fenomeno è destinato a crescere sia tra i più giovani – i nativi digitali e le altre generazioni temporalmente adiacenti – ma anche tra gli adulti, che accelerano nell’uso di Internet: non solo come numero di persone connesse, ma soprattutto come intensità di uso e nella navigazione, le informazioni sui prodotti e l’effettivo acquisto online giocano un ruolo fondamentale.

PARLARE AL CONTRARIO
 Di fronte a questa sfida, non basta più vantare i propri plus: è sempre più necessario evitare che vengano messi in piazza i propri minus (reali o meno). Proprio per la crescente rilevanza di Internet non solo per gli acquisti online, ma soprattutto come strumento di informazione prima dell’acquisto, è importante – e per alcuni brand sarà semplicemente fondamentale – studiare le opinioni espresse dagli utenti in Rete e avere una strategia di reazione.
 Lo studio non deve concentrarsi sulle espressioni di apprezzamento verso la propria marca e verso quelle concorrenti: deve, al contrario, valutare con attenzione le opinioni “contro”, negative. I consumatori, grazie all’ipercompetizione dell’offerta, possono stabilire di non scegliere una marca (o un prodotto) a seguito di pareri altrui negativi. Perché in fondo sarà sempre possibile trovare un’offerta equivalente o quasi, caratterizzata dall’assenza o dalla debolezza delle opinioni negative. Sotto questo aspetto cambiano le metriche di valutazione: non più “quale è il sentiment positivo associato alla mia marca rispetto alle altre?”, ma “quanto pesa tale sentiment negativo sulla mia marca preferita?”.
Allo stato attuale, sembra che numerose aziende non siano pronte a reagire a quello che un tempo era un passaparola negativo all’interno di gruppi ristretti, e ora è un tam tam potenzialmente planetario che, con il perfezionamento dei sistemi di traduzione automatica sul Web, diventerà davvero globale. Sarà normale leggere le opinioni scritte in una lingua a noi sconosciuta, che persino non sappiamo riconoscere, e prendere decisioni di acquisto basate su considerazioni negative espresse a migliaia di chilometri di distanza.

Via Business People
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Di Altri Autori (del 01/07/2016 @ 07:18:53, in Mobile, linkato 1571 volte)

Quello dei pagamenti p2p (o InstantPayment) da Mobile è uno dei trend più interessanti degli ultimi due anni nel panorama del Mobile Payment & Commerce. La vivacità lato offerta è confermata dai numeri: già nel 2014 sono stati individuati oltre 35 servizi in tutto il mondo e molti Big Player studiano questo settore con forte interesse (da Apple a Facebook, da Twitter a Whatsapp). Paypal nasce proprio come strumento di P2p per poi immediatamente trasformarsi in uno strumento per acquistare presso un merchant (p2b). Anche in Italia abbiamo notato un forte fermento nel corso del 2015. Si sono affacciate sul mercato le startup Satispay e2Pay, già attive, oltre alla recentissima Tinaba. Tra le soluzioni proposte da operatori più legati tradizionalmente al mondo bancario troviamo invece Jiffy di SIA (servizio a cui hanno già aderito 13 gruppi bancari, di cui 7 sono già attivi: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi Banca, BNL, Widiba, Carige e Cariparma), Zac(soluzione progettata da ICBPI e già scelta da Gruppo Creval, Veneto Banca, CSE e Cedacri), Hype di Banca Sella e Chat&Cash (rilasciata dal Banco Popolare).
La user experience nell’invio di denaro è abbastanza simile per tutti i servizi. Una volta aperta l’app, è sufficiente selezionare il destinatario del denaro dalla mia rubrica (in stile “WhatsApp”), digitare la cifra (e un’eventuale descrizione o messaggio) e cliccare “invio”. Il denaro arriverà al destinatario pressoché in tempo reale.

Alcuni di questi nuovi servizi vanno già oltre e permettono di effettuare acquisti anche presso gli esercenti. L’idea è di crearsi in primis una rete capillare di utenti tramite il passaparola del p2p per poi andare a offrire uno strumento anche presso gli esercenti. In Italia tra i più attivi sotto questo punto di vista c’è sicuramente Satispay (8. 050 negozi attivi al momento, tra cui diversi benzinai TotalErg nella zona di Milano, Como, Roma e le gelaterie Grom). Per gli utenti il servizio rimane completamente gratuito, mentre agli esercenti viene trattenuta una fee di 0,20€ a transazione, ma solo per importi superiori ai 10,00 €. Anche Jiffy la soluzione promossa da SIA sta sperimentando con alcune banche italiane la possibilità di utilizzare la loro soluzione all’interno dei negozi.

Da questa settimana gli esercenti potranno accettare il pagamento direttamente sul POS bancario (POS di Ingenico) che potrà ricevere in tempo reale la conferma di avvenuto pagamento e consentire di far uscire il consumatore con lo scontrino in mano. Il consumatore dalla propria applicazione confermerà pagamento (tramite geolocalizzazione dell’esercente) e importo e l’esercente visualizzerà la conferma del pagamento tramite il proprio POS. Questa soluzione potenzialmente abilita moltissimi esercenti dotati di POS Ingenico. Banca Iccrea in collaborazione con Sinergia ha dichiarato che in poche settimane saranno attivi oltre 80.000 esercenti per accettare i pagamenti con Satispay.

Questa innovazione potrebbe rappresentare una interessante rivoluzione, il Mobile P2b diventa una reale e concreta alternativa al pagamento in contante e con carta in negozio con commissioni per l’esercente più convenienti rispetto al pagamento con carta. Tutto da capire con che velocità saranno abilitati gli oltre 1,8 milioni di esercenti dotati di un POS in Italia che dovrebbero sottoscrivere un contratto per accettare sia Satispay sia Jiffy.

Via Agenda Digitale

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Di Altri Autori (del 28/06/2016 @ 07:31:10, in Digitale, linkato 1541 volte)

L’interazione tra impresa e consumatori passa, oggi, attraverso molteplici canali che sono sempre più rappresentati da mobile. La ricerca “Shopping (R)evolution” – promossa da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano e Connexia, in sinergia con Hubility – mette inevidenza come siano in forte ascesa anche gli “eShoppers” italiani. I risultati confermano come la multicanalità abbia cessato di rappresentare un fattore occasionale o opzionale all’interno del Customer Journey: i comportamenti si sono evoluti e i consumatori italiani sono ormai abituati a vivere la rete in logica everywhere e in ottica seamless, ovvero come un ambiente unico composto da una molteplicità di canali cui attingere.

Un primo dato rilevante riguarda la crescita esponenziale degli Internet Users (63%) che si connette da smartphone (+43% rispetto al 2012). Crescono anche gli utenti che utilizzano il tablet per accedere al Web (+14% rispetto al 2012), mentre diminuiscono gli accessi da PC (-15 % rispetto al 2012). Conseguentemente muta anche il ruolo giocato dal punto vendita fisico, non più e non solo touchpoint per la vendita diretta, ma anche punto di riferimento per il reperimento di informazioni, spazio per l’erogazione di servizi integrativi e ambiente privilegiato per la relazione brand/consumatore.

Ad esser mutato non è solo lo scenario, ma il consumatore stesso.

A questo proposito la ricerca ha voluto analizzare due diversi profili di consumatore moderno: InfoShopper ed . Il primo rappresenta quell’individuo che utilizza touchpoint digitali unicamente per ottenere informazioni su prodotto e/o marca: 11 milioni di italiani, che formano il 35% degli Internet Users e si caratterizzano per il grado di diffidenza verso l’utilizzo del digitale per finalizzare le loro transazioni online. L’eShopper, invece, rappresenta colui che utilizza la rete sia per informarsi che per effettuare acquisti: 20,5 milioni di italiani, pari al 65% degli utenti.

Il gruppo di Ricerca dell’Osservatorio Multicanalità ha operato una seconda segmentazione rispetto al solo gruppo degli eShopper, rifacendosi a due variabili: la maggiore o minore propensione di questi soggetti all’utilizzo di canali digitali in fase d’acquisto e la propensione degli stessi all’utilizzo di Internet per fornire o condividere feedback. Da questa segmentazione sono emersi 4 differenti profili: Everywhere Shopper, Money Saver, Cherry Picker e Pragmatic.

Everywhere Shopper (5,5 milioni di persone) 

Formati prevalentemente da soggetti appartenenti a Generazione X (50%) e Millennials (41%) e sono il gruppo più affine alle dinamiche multicanale. Utilizzano, infatti, i touchpoint digitali ovunque e in qualsiasi momento: per confrontare prezzi, aggiornarsi sulle offerte online, fornire o consultare feedback su prodotti e aziende. Sono particolarmente attenti ai prezzi, alle offerte personalizzate e alle novità.

Money Saver (5,2 milioni di persone)

Anch’essi formati da soggetti appartenenti a Generazione X (49%) e Millennials (34%), utilizzano la rete con un’unica spinta propulsiva: risparmiare. I Money Saver non sono alla ricerca dell’engagement da parte dei brand: il loro scopo è unicamente quello di acquistare un prodotto al miglior rapporto qualità/prezzo. Conseguentemente prediligono strumenti di comparazione online dei prezzi, consultano volantini digitalizzati e verificano i pareri di altri utenti, spesso attraverso i social network sites.

Cherry Picker (5,1 milioni di individui) 

Costituiti principalmente da individui della Generazione X (47%), Baby Boomers (27%) e Millennials (26%) sono abitudinari, amanti delle tradizioni e legati al concetto di famiglia. Per informarsi ricorrono alle fonti tradizionali e al punto vendita classico, all’interno del quale vanno alla ricerca della relazione personale con gli addetti dello store. In fase di pre acquisto preferiscono vedere e toccare con mano i prodotti. I Cherry Packer possono essere attratti dalla possibilità di acquistare online solo nel caso in cui i prodotti da loro selezionati non fossero disponibili presso i canali tradizionali.

I Pragmatic (4,7 milioni di individui)

Composti prevalentemente da esponenti della Generazione X (56%), Millennials (24%) e Baby Boomers (21%), ricorrono alla rete come strumento in grado di garantire loro un considerevole risparmio in termini di tempo. In fase di acquisto, amano la celerità e acquistano online quando questo li agevola nel risparmio e nella possibilità di accedere al servizio in orari non percorribili attraverso i canali di vendita tradizionali.

Quanto sono pronte le aziende a cogliere le opportunità dell’Everywhere Commerce?

Le aziende che dichiarano di non raccogliere dati sui propri clienti sono poche, solo il 7%. I più attivi sono gli Istituti Bancari, le aziende dedicate ai Servizi Finanziari e Assicurativi e le aziende del settore Largo Consumo. I settori che sembrano, invece, interpretare in maniera meno efficiente il cambiamento sono i player delle Utility e il settore dei Trasporti: pur avendo la possibilità di raccogliere una mole rilevante di dati, dimostrano di non saperne sfruttare le potenzialità.

Le principali fonti di acquisizione degli stessi da parte delle aziende sono: programmi di loyalty digitalizzati e i profili social ufficiali (45% del campione). In futuro, inoltre, la geo localizzazione in real time su dispositivi mobile costituirà una risorsa preziosa.

È evidente come sia in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del business, dovuta principalmente all’ingresso di digital e mobile nelle logiche e nelle dinamiche di consumo. I nuovi consumatori prediligono offerte immediate e personalizzate, casse self-service, controlli rapidi per verificare la disponibilità del prodotto, garanzia di WI-FI all’interno dello store e assistenti alle vendite in grado di accettare pagamenti in mobilità, senza dover necessariamente passare dalla cassa.

 Via Tech Economy

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Video. Fortissimamente video. Il futuro dei social network è appeso alle clip, a quanto pare. E forse non è un caso che Snapchat stia facendo numeri pazzeschi in un periodo di stanca per il macrocosmo social. La notizia odierna, però, è un'altra. E arriva un po’ a sorpresa.

Che Mark Zuckerberg abbia il pallino dei video non è certo una novità (lo confermano i tentativi, andati male, di acquistare proprio Snapchat). Ma che Facebook stacchi assegni milionari verso media e celebrità disposti ad utilizzare Facebook Live (il servizio live-streaming di Menlo Park), un po' di stupore lo genera. Secondo un documento in possesso del Wall Street Journal, Facebook ha siglato 140 accordi per un totale di 50milioni di dollari con alcune importanti media-company (dalla Cnn al New York Times, fino a Vox, Mashable e Huffington Post) e con alcune celebrità (da Kevin Hart a Gordon Ramsay fino a Deepak Chopra e al quarterback della Nfl Russell Wilson).

L'obiettivo è quello di spingere il più possibile la piattaforma del live streaming, cercando di sbaragliare la concorrenza a suon di dollari. Secondo i dati emersi, a svettare fra i contratti più generosi c'è quello di BuzzFeed, che per i video trasmessi da marzo 2016 a marzo 2017 riceve oltre 3 milioni di dollari. Seguono a ruota il New York Times e la Cnn. Justin Osofsky, VP per le operazioni globali e delle media partnerships di Facebook, ha detto: «Abbiamo voluto invitare un'ampia gamma di partner per poter ricevere un feedback da diverse organizzazioni su quello che può o non può funzionare». Costi di promozione, insomma. Niente di più.

Per dovere di cronaca, va detto che le prime indiscrezioni riguardanti i possibili pagamenti di Facebook ad aziende o celebrità per creare Live Video multimediali, erano emersi qualche mese fa grazie a un'inchiesta di Recode. Il sito aveva raccontato dell'incontro fra un dirigente di Facebook e alcune agenzie delle star. Tema della discussione: soldi in cambio dell'utilizzo di Facebook Live. Un'occasione anche per le star.

Via Il Sole 24 ORE
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Di Altri Autori (del 23/06/2016 @ 07:20:15, in Social Networks, linkato 1656 volte)
WhatsApp, con il suo miliardo e oltre di utenti attivi su base mensile, e Messenger, che ha recentemente raggiunto i 900 milioni, non sono gli unici servizi di messaggistica in crescita sotto l'egida di Facebook. Del network di Mark Zuckerberg fa parte anche Instagram e anch'esso sta vivendo un ottimo momento, avendo toccato quota 500 milioni di utenti.

A soli 6 anni dal lancio, Instagram raggiunge quota 500 milioni di utenti con un tasso di utilizzo abbastanza elevato tanto che giornalmente accedono al sistema circa 300 milioni di persone. Di queste, l'80% vivono fuori dagli Stati Uniti a confermare un successo su scala mondiale.

L'annuncio, riportato anche da Mark Zuckenberg che l'aveva rilevata 2 anni fa per un paio di miliardi, porta in dote a Facebook un asset strategico sul fronte della fotografia. Instagram conta oggi oltre 95 milioni di foto pubblicate ogni giorno delle quali 82 dedicate alla moda con oltre 4 miliardi di like.

Instagram è in ottima salute dunque anche se sul profilo finanziario non ha ancora trovato una strada per monetizzare tutto questo engagment. L'uso in Italia è piuttosto elevato con circa 9 milioni di utenti iscritti.

Tra i recenti iscritti a Instagram ci sono anche delle celebrità come David Beckham, il popolare calciatore inglese che ha giocato per un paio di stagioni anche nel Milan, l'ex atleta e personaggio televisivo statunitense Caitlyn Jenner, il calciatore tedesco Toni Kroos e T.O.P. della Corea del Sud.
Breve storia di Instagram
Instagram ha visto la luce quasi sei anni fa. Dopo essere stata pubblicata nell'App Store a inizio Ottobre 2010, ha raggiunto il primo milione di utenti in poco meno di 3 mesi. In meno di un anno dal lancio, ha raggiunto quota 10 milioni di utenti. Ad Aprile 2012 arriva anche per i dispositivi Android. Nello stesso periodo viene acquistata da Facebook per 1 miliardo di dollari. A fine 2013 diventa disponibile anche per i telefonini Windows Phone.
Instagram: ricavi previsti a 5,8 miliardi nel 2020

Instagram, piattaforma per condividere foto e video acquisita da Facebook nel 2012, secondo gli analisti di Cowen&Co, nel 2020 genererà ricavi per 5,8 miliardi di dollari, con 700 milioni stimati per quest'anno.

Instagram da allora è cresciuta fino ad avere più utenti attivi di Twitter. Secondo gli analisti, attualmente Instagram vale 33 miliardi di dollari, più dei 30 miliardi di Twitter e dei 19 miliardi di Snapchat. Il social network si prevede crescerà al 2020 grazie al maggior afflusso di utenti previsto, dai 300 milioni attuali ai 680 milioni tra cinque anni, e dall'ingresso di soggetti fra gli inserzionisti.

La rete di photo-sharing ha solo recentemente ufficializzato di aver superato quota 300 milioni di utenti attivi, e ha preso provvedimenti nei confronti degli account spam, così come ha aggiunto nuovi filtri e funzionalità in uno degli ultimi aggiornamenti della sua app mobile.

Instagram è stata acquisita da Facebook nel mese di aprile del 2012 per 1 miliardo di dollari. L'acquisizione è giunta in un momento in cui Instagram aveva solo 27 milioni di utenti su iOS. Tuttavia, l'azienda ha visto oltre un milione di download il primo giorno dal lancio su Android.

Per Instagram, la crescita è anche l'affermazione dei suoi sforzi nel rimuovere lo spam disattivando account associati a persone inesistenti, account doppi o creati solo per fare spam sul servizio. Negli Stati Uniti, si stima che circa un utente su sei di smartphone utilizzai Instagram, secondo la società di ricerche di mercato eMarketer. La maggior parte di questi utenti, circa il 79 per cento, sono di età compresa tra 12 e tra 34 anni.

Nata nel 2010 grazie a Kevin Systrom e Mike Krieger, la start up è stata acquistata da Mark Zuckerberg per 741 milioni di dollari nel 2010, quando era solo un'app per le foto disponibile per dispositivi mobili ma poi è stata resa disponibile anche sul web e ha aggiunto nuove funzioni, tra cui la possibilità di condividere brevi video. Di recente sono stati abilitati i video in loop. Secondo dati rilasciati da Facebook a gennaio di quest'anno, su Instagram gli utenti condividono più di 70 milioni di foto e video ogni giorno.

Instagram introduce la Pubblicita' anche in Italia

Se ne parla oramai da un paio di anni, e prima o poi il momento doveva arrivare: la pubblicità ufficialmente arriva su Instagram, anche in Italia.

Era il mese di settembre 2013 quando l'allora chief operating officer di Instagram si aspettava che il sito fosse pronto per iniziare a vendere annunci entro un anno: "Vogliamo fare soldi nel lungo termine, ma non abbiamo alcuna pressione a breve termine," White ha detto al Wall Street Journal. Nel 2013 gli utenti di Instagram erano 'solo' 150 milioni, un cifra ritenuta piccola per guadagnare cifre importanti. "In teoria, [Instagram] potrebbe fare centinaia di milioni di dollari oggi, ma avrebbero bisogno di inserire molti annunci, il che rischierebbe di 'inquinare l'ambiente'", Brian Wieser, analista di Pivotal Research Group, ha detto due anni fa.

Ora, da settembre 2015, con 300 milioni di utenti che utilizzano il servizio, le aziende possono utilizzare Instagram per promuovere i propri prodotti e farsi pubblicità, in 30 nuovi paesi del mondo, tra cui Italia, Messico, India e Corea del Sud. Il servizio pubblicitario di Instagram è stato in fase di test per almeno un anno, da quando deglle immagini si sono presentate con l’etichetta "sponsorizzato" nella versione USA dell'app mobile, disponibili per una selezione di marchi già membri attivi all'interno del social network.

Da settembre, gli annunci pubblicitari li vedrete anche voi utenti italiani di Instagram. Un esempio? Tra una foto e l'altra potrebbe comparire quella dell'ultimo smartwatch creato da Samsung, oppure il trailer di un film Warner in uscita nei cinema. Potranno creare campagne pubblicitarie su Instagram piccole, medie e grandi aziende in tutto il mondo. I primi brand confermati sono Audi, Samsung, Toyota, Warner Bros, Yoox, Illy e altri.

Mentre Instagram ha tolto il limite alle tipologie di foto che gli utenti possono postare - recentemente ha abbandonato il divieto di immagini rettangolari, ad esempio - la società sta dando agli inserzionisti molteplici opzioni. Ad esempio, un utente può condividere un video di 15 secondi sul servizio, ma un inserzionista può caricare filmati di 30 secondi. Gli utenti normali non possono postare link a contenuti esterni, ma gli annunci possono includere cinque diversi "inviti all'azione", compresi i collegamenti per installare nuove applicazioni o per fare acquisti. Gli annunci che chiedono agli utenti di installare applicazioni sono già un formato di investimento importante per gli inserzionisti su Facebook.

Come si può distinguere una pubblicità da un post normale in Instagram? L'annuncio viene evidenziato dalla scritta ‘sponsorizzato’.

Oggi, Intagram conta 300 milioni di utenti attivi al mese e 70 milioni di foto postate ogni giorno.


Via PianetaCellulare
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Di Altri Autori (del 20/06/2016 @ 07:15:34, in Social Networks, linkato 1273 volte)
Che gia' in Facebook gli utenti scrivono di meno si sa, quindi non sorprende che Nicola Mendelsohn - vice presidente della piattaforma per Europa, Medio Oriente e Africa - ha previsto che in futuro, si parla tra soli cinque anni, ci saranno solo video nella piattaforma sociale, e niente piu' testi scritti (o se ci saranno, in una quantità molto limitata).

Mendelsohn, nel corso del Fortune's Most Powerful Women International Summit di Londra, ha spiegato che gli utenti scrivono sempre meno testo, con le bacheche che sono piene di contenuti esterni condivisi. Presumibilmente Facebook sta prendendo una strada diversa rispetto a quella intrapresa quando è nato con lo scopo di permettere alle persone di scambiarsi messaggi e restare in contatto anche a distanza - oggi per questo esistono Whatsapp e molti altri servizi.

"Cercare di prevedere dove una società di tecnologia sarà tra cinque anni è un compito difficile, dato l'attuale ritmo di innovazione" cerca di spiegare il giornalista di Fortune, e per Mendelsohn nei prossimi anni la comunicazione sarà "sicuramente" mobile e "probabilmente" sarà attraverso "solo i video".

"Se dovessi fare una scommessa punterei tutto su video, video, video", ha commentato Mendelsohn. "I video sono il miglior modo per raccontare una storia, forniscono molte informazioni in pochissimo tempo", ha spiegato il VP.

I contenuti video su Facebook, Mendelsohn ha detto, stanno crescendo anche più rapidamente di quanto l'azienda aveva previsto. E la recente funzione Facebook Live che permette agli utenti di condividere video dal vivo in diretta nel social network sta crescendo più velocemente di quanto previsto da Facebook.

Via PianetaCellulare
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Di Altri Autori (del 16/06/2016 @ 07:22:38, in Marketing, linkato 1744 volte)
Le millennials acquistano prodotti di bellezza in un solo canale: la profumeria. Le donne over 35 invece fanno shopping di beauty tanto in profumeria quanto in farmacia, non tralasciando un giro in erboristeria né un passaggio nelle corsie del supermercato. Entrambi i target, però, sono altamente infedeli al marchio. Sono i principali risultati dell’analisi qualitativa condotta da Pambianco Research sulle consumatrici finali, realizzata nella primavera 2016 e denominata “Le consumatrici italiane e il beauty: due generazioni a confronto – canali, preferenze e idiosincrasie”. Due i cluster intervistati: le 25-34enni e le 35-50enni, di classe sociale medio-alta, residenti nell’area milanese, città simbolo del lifestyle e trend setter in Italia.

MILLENIALS DA SHOW-OFF
 A sorpresa, nell’indagine in oggetto, le giovani sono risultate più conservatrici rispetto alle donne mature. Le 25-34enni, infatti, sono attratte dall’allure delle marche prestige, amano lo show-off, sono esibizioniste, e, quando aprono la trousse, sono orgogliose di mostrare il rossetto di un brand di lusso con il suo pack raffinato. Assolutamente vietato il ‘mix & match’ che, invece, va tanto di moda nell’abbigliamento, dove le consumatrici abbinano il pantalone di Zara alla camicia Louis Vuitton. Nel beauty, invece, mischiare il lusso con il cheap è out. Per questo le millennials, attratte dal mondo dorato del luxury, sono fedeli a un solo canale, cioè alla profumeria sellettiva, che soddisfa il loro desiderio di status symbol. Nello specifico, le catene di profumeria sono il canale prescelto, perché permettono un’esperienza d’acquisto autonoma, self-service, non condizionata dal personale del punto vendita. Apprezzano, inoltre, di questo format, la presenza in assortimento di prodotti stranieri in esclusiva. Va detto che le giovani non disdegnano le profumerie indipendenti, l’importante è che siano lussuose e che abbiano un posizionamento chiaro. Lo standing del punto vendita, infatti, è un elemento differenziante rispetto alle catene, che solitamente hanno un assortimento trasversale, dall’entry price ai prodotti premium. Un aspetto curioso, invece, è che le vendeuse delle profumerie sono percepite come mediamente preparate, ma poco gentili, troppo snob, e per niente empatiche. Un’osservazione che potrebbe apparire secondaria, ma è invece rilevante, perché la relazione umana influisce molto sulla decisione finale di acquisto. Per quanto riguarda le farmacie, dove ormai sono presenti molti corner dedicati alla bellezza, le intervistate affermano di non apprezzarle per l’acquisto di cosmetici. Unica eccezione, nel caso in cui le giovani abbiano particolari problematiche della pelle, e, in questo frangente, si ricercano proprio in farmacia prodotti più scientifici, con la consulenza del camice bianco

DELUSIONE E VOGLIA DI EFFICACIA
 Arrivando alle donne tra i 35 e i 50 anni, la ricerca ha rilevato una forte delusione da parte loro nei confronti dei prodotti di bellezza dalle promesse troppo alte. Mascara iper-allunganti, creme che donano una nuova giovinezza, sieri che spianano le rughe, addirittura pubblicizzati da testimonial 20enni o da star del cinema fotoshoppate. Insomma, promesse iperboliche, e risultati non all’altezza. Questa delusione spinge le donne older a cercare prioritariamente l’efficacia, cioè un prodotto che funzioni, che non prometta l’impossibile ma una performance raggiungibile. E in quale canale si possa acquistare diventa secondario, l’importante è che il prodotto dia i risultati promessi. Quindi, mentre le younger sono più esibizioniste e privilegiano la profumeria con i suoi marchi di lusso, le consumatrici più mature cercano il prodotto ‘giusto’ in qualsiasi canale. Anzi, amano la farmacia perché pensano di trovare un cosmetico dalla formulazione più scientifica, e quindi più credibile in termini di performance. Punto debole di questo canale, però, è proprio il farmacista: le intervistate, infatti, lo vorrebbero più preparato sui prodotti cosmetici, perché preferiscono la sua consulenza rispetto a quella della beauty assistent deputata al corner beauty. Il camice bianco mantiene un valore insostituibile, e le consumatrici non vogliono trovare in farmacia la stessa figura di beauty assistent presente nelle profumerie. Per quanto riguarda quest’ultimo canale, le donne tra i 35 e i 50 anni privilegiano i punti vendita indipendenti rispetto alle catene (al contrario delle giovani), perché nei negozi stand alone possono avere la consulenza del profumiere, per loro indispensabile nella scelta dei cosmetici. Allo stesso modo, trovano prodotti naturali nelle erboristerie oppure il marchio consigliato dalle amiche nel supermercato o nel drugstore. Va detto però, per quanto riguarda la grande distribuzione, che accetterebbero volentieri un marchio di lusso all’interno del superstore, purché sia esposto in uno spazio brandizzato che comunichi i valori aspirazionali della maison. Per quanto riguarda i drugstore, questi punti vendita hanno ancora un appeal marginale, probabilmente perché il target è residente nell’area milanese, mentre i drugstore sono maggiormente distribuiti in altre zone d’Italia, in particolare nel centro-sud della Penisola. Ciononostante, alcune consumatrici trovano in questo canale specializzato alcuni prodotti per capelli che non sono distribuiti in nessun altro canale. Le donne intervistate si affidano molto al passaparola, e sono totalmente disincantate nei confronti della pubblicità che utilizza testimonial troppo lontane dalla loro quotidianità, dalla bellezza irraggiungibile. Considerano più credibile la ‘signora della porta accanto’, purché abbia una pelle curata e luminosa, piuttosto che la star hollywoodiana dalla bellezza tanto perfetta quanto ritoccata artificialmente.

LIBERI TUTTI
 Se l’orientamento verso i canali distributivi è diverso nei due target, entrambi invece sono allineati nel modo in cui approcciano i prodotti. Tutte le donne, cioè, risultano altamente infedeli al marchio, e piuttosto si fidelizzano al prodotto che trovano performante. Questa infedeltà al marchio è peculiare del settore beauty: risulta molto più accentuata rispetto ad altri settori, come la moda, dove c’è una maggiore fidelizzazione al brand. Invece, per quanto riguarda i cosmetici, le consumatrici non hanno alcuna remora ad abbandonare il marchio che usano da tempo in virtù di un altro che garantisca maggiori risultati, complice anche il prezzo che, ovviamente, è più contenuto in questo settore rispetto ad altre merceologie. La novità (ovvero un nuovo ingrediente, una diversa azione cosmetica, un packaging rivoluzionario, ma anche un immaginario valoriale intrigante a livello di comunicazione) è il driver che spinge all’acquisto. Un altro motivo che determina il ‘tradimento’ verso un altro brand è la credenza che sia necessario cambiare periodicamente la crema utilizzata, per una naturale assuefazione della pelle ai principi attivi. Insomma, per tutte queste ragioni, la sperimentazione regna sovrana tra le acquirenti di prodotti di bellezza. Nello specifico, l’investimento emotivo verso i prodotti per il viso è molto più forte dell’attenzione che si dedica a quelli per il corpo, mentre il mondo del make-up in generale sembra avere una connotazione meno giocosa rispetto a un tempo. Cioè l’approccio ludico e disimpegnato risulta in diminuzione, soprattutte nelle consumatrici older, a favore di un make-up con caratteristiche più ‘curative’. Il profumo, invece, è il segmento del beauty che, nella percezione delle consumatrici, è evoluto meno degli altri a livello di innovazione. Le consumatrici di entrambe le fascie di età conoscono, o pernsano di conoscere molto bene, l’affollato panorama di marche beauty presente sul mercato italiano. In particolare, le millennials si sentono molto competenti in fatto di beauty, motivo per cui privilegiano un’esperienza di acquisto autonoma in una catena di profumeria, cioè ritengono di non aver bisogno della consulenza delle vendeuse. Infine citano, tra i prodotti che fanno ancora fatica a trovare sul mercato, i formati minisize da mettere in borsetta.

TENDENZE: DEVICE E INSTAGRAM
 Tra i trend considerati più in crescita, le donne intervistate segnalano il fenomeno dei beauty device, ovvero le attrezzature professionali o semiprofessionali per la detersione e l’idratazione della pelle, da utilizzare comodamente a casa, come una sorta di spa a domicilio. È una tendenza che fa molti proseliti e quasi tutte le donne sono concordi nel sottolinearne l’efficacia. Un altro driver che, secondo le consumatrici, spingerà sempre di più gli acquisti è la rarità, riferita cioè a prodotti non presenti sul mercato italiano, conosciuti solo per passaparola o attraverso i social media. Il trend bio è sottolineato soprattutto dalle donne adulte, mentre le più giovani declinano questa tendenza nelle preparazioni ‘casalinghe’, come la maschera fatta in casa. Infine, tutte segnalano Instagram come il social media che sarà sempre più utilizzato, perché permette di seguire blogger, make-up artist, personaggi fuori dagli schemi, ma anche persone assolutamente normali che danno consigli sulle soluzioni cosmetiche che hanno sperimentato.

Via PambiancoNews
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Di Altri Autori (del 15/06/2016 @ 07:49:26, in Pubblicità, linkato 1282 volte)
Nove mesi consecutivi di crescita per gli investimenti pubblicitari in Italia. Il mercato Adv nel nostro Paese, riporta Nielsen, cresce del 6,1% nel singolo mese di aprile: il quadrimestre si attesta a +3,4%, rispetto allo stesso periodo del 2015, grazie a un incremento nella raccolta superiore a 69 milioni di euro. Se si aggiungesse anche la stima della raccolta sulla porzione di Web attualmente non monitorata (principalmente search e social), il mercato chiuderebbe il mese di aprile a +7,5% e i primi quattro mesi dell’anno a +4,8%.

“Da agosto 2015 a oggi, contiamo nove mesi consecutivi di crescita: seppur il mercato ci abbia abituato a usare molta cautela nelle previsioni, possiamo comunque parlare di un consolidamento della ripresa”, afferma Alberto Dal Sasso, Tam e Ais Managing Director di Nielsen.

CRESCONO ANCHE I PERIODICI. Relativamente ai singoli mezzi, la Tv cresce a aprile del +10,3% e chiude il quadrimestre a +6,4%. Lieve segno positivo per i quotidiani che chiudono aprile a 0,8%, consolidando il periodo gennaio – aprile a -2,9%. L’andamento del mese è positivo anche per i periodici: aprile a +4,5%, quadrimestre a -1,6%. Gli investimenti sul mezzo radio restano positivi grazie al singolo mese di aprile in crescita del 3,8%, che consolida a +2,3% il trend per i primi quattro mesi dell’anno. Sempre buone le performance nei primi quattro mesi dell’anno per cinema (+16,8%) e outdoor (+9,7%). Resta positivo il transit (16,6%), che incrementa la quota nel mercato grazie all’aumento di copertura.

NUOVA ROTTA PER GLI INVESTIMENTI WEB. Internet, relativamente al perimetro attualmente monitorato in dettaglio, registra un decremento del -0,6% del periodo consolidato e un calo ad aprile del -4,8%. Integrando il dato con le stime desk di Nielsen sull’intero mondo del Web advertising (aggiungendo principalmente search e social), il quadrimestre chiude a +8,1% (aprile a +8,9%).

Via Business People
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Di Altri Autori (del 14/06/2016 @ 07:20:51, in Digitale, linkato 1593 volte)
I media digitali stanno conquistando la comunicazione corporate e nei prossimi cinque anni cresceranno più di tutti gli altri canali. Lo dice un’indagine Doxa su 100 responsabili comunicazione promossa da iCorporate, società di consulenza per la comunicazione corporate e la gestione della reputazione offline ed online, che conferma la centralità del digital per costruire e difendere la reputazione aziendale e l’immagine del capo-azienda. L’interesse delle aziende per i social media, dunque, è sempre più orientata all'obbiettivo di farsi conoscere e di avviare un dialogo diretto con clienti e consumatori.

Nei prossimi cinque anni, i manager e dirigenti intervistati vedono nei social network lo strumento che più di ogni altro è destinato a crescere per importanza (67%), seguito dal sito web aziendale (58%) e dai blog (48%). Per contro, ben oltre la metà (64%) pensa che l’importanza dei media tradizionali rimarrà invariata o, addirittura, diminuirà.
Già oggi la totalità delle aziende intervistate dichiara di utilizzare i canali digitali per gestire la comunicazione corporate. In particolare, probabilmente per la natura fortemente relazionale di questa disciplina, lo strumento più utilizzato a tal fine è quello delle Digital Pr (72% dei casi), seguite a ruota dal sito web aziendale (69%). Ma i social media non sono da meno, con ben il 66% delle aziende che già comunica la propria dimensione istituzionale attraverso presidi attivi suFacebook (82%), Twitter (76%) e LinkedIn (62%).

CORPORATE STORYTELLING. Perché le aziende vedono nei canali digitali una risorsa irrinunciabile per l’affermazione della propria reputazione? Tre le ragioni fondamentali. Innanzitutto, perché permettono di condividere più contenuti, con maggior frequenza e autonomia rispetto ai media tradizionali, più costosi e “selettivi”; in secondo luogo, per l’immediato accesso a feedback e insight provenienti dalla Rete; terzo, più in generale, per la possibilità di accrescere la visibilità complessiva dell’azienda, affiancando ai canali di comunicazione tradizionali anche quelli digitali e aumentare così la share of voice.

«Lavorando ogni giorno al fianco di aziende, imprenditori e top manager, assistiamo a una progressiva presa di coscienza: la comunicazione digitale ha un potenziale immenso, ma, specialmente quando si toccano le corde della reputazione aziendale, è necessario gestirla con un approccio altamente professionale e orientato alla massima qualità»,  commenta Sergio Pisano, direttore generale di iCorporate. «I leader più illuminati sanno quanto sono esigenti i loro pubblici, anche sui social media, e per questo stimolano l’organizzazione per creare contenuti sempre più rilevanti e modalità di gestione delle relazioni sempre più innovative, all’interno del processo dinamico di affermazione del profilo corporate dell’azienda, on e offline».

TOP EXECUTIVE IN PRIMA FILA. Il ruolo crescente della comunicazione corporate digitale è confermato anche dall’importanza che i capi-azienda vi attribuiscono: l’89% presta molta attenzione alle potenzialità offerte dalla Rete per costruire, consolidare e difendere la reputazione aziendale, e nel 59% dei casi hanno già aperto profili personali sui social media (Facebook 79%, LinkedIn 59% e Twitter 52%) per finalità puramente aziendali: ampliare il proprio network di contatti, creare opportunità di business e promuovere l’azienda in prima persona. Solo il 44% dei capi-azienda che ha aperto profili sui social media li gestisce personalmente: la maggior parte tende ad affidarsi a collaboratori fidati e specializzati,interni all’organizzazione o consulenti esterni.

Francesco Foscari, Executive President di iCorporate, aggiunge: «Ricorrere a strumenti digitali per la comunicazione istituzionale non significa abbandonare la comunicazione offline. Questo i leader aziendali lo sanno bene. La sfida è riuscire a costruire un giusto mix tra canali tradizionali e digitali, adatto alle proprie specificità, individuando di volta in volta il canale più efficace per veicolare diversi contenuti. Con l’obiettivo di stabilire relazioni durature e di successo con tutti gli stakeholder e rafforzare la percezione dell’identità aziendale».

Da ultimo, grazie anche all’ampia disponibilità di strumenti per l’analisi della web reputation che consentono di misurare i ritorni dell’azione con precisione e tempestività, la comunicazione corporate digitale è una modalità generalmente considerata molto efficace: innanzitutto, per influenzare i comportamenti di acquisto (secondo il 93% dei rispondenti) e per raggiungere le “online communities” (91%); inoltre, sempre di più, per ingaggiare partner di business (86%) e altri stakeholder chiave quali gruppi di opinione e di pressione (86%), autorità e istituzioni (81%), giornalisti (80%).

Via Business People
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