Immagine
 mymarketing.it: e tu cosa ne pensi?... di Admin
 
"
Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
"
 
\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 08/01/2014 @ 07:18:15, in Media, linkato 1370 volte)

La televisione ha dominato anche nel 2013, e  il merito pare sia da attribuirsi alla svolta digitale, grazie alla quale la tv ha recuperato parte del suo pubblico moltiplicando l’offerta dei canali. Un’indagine condotta dal Sole 24 Ore illustra le preferenze degli ascoltatori: Rai 1 si conferma la rete più vista, seguita da Canale 5 e Rai 3.

Il 2013 è stato il primo anno interamente digitale della televisione italiana che ha compiuto il suo processo di trasferimento dall’analogico al digitale nel luglio del 2012. La digitalizzazione e moltiplicazione dei canali segmentati ha riportato davanti a un televisore acceso quanti se ne erano allontanati per insoddisfazione e distanza culturale dalla programmazione generalista. Nella media di tutti i giorni dell’intero anno si sono accomodate a consumare televisione 10,5 milioni di italiane ed italiani. Nelle due ore della classica prima serata le persone attente a quanto programmato in tv sono 26,1 milioni. La rete preferita dalla popolazione nel suo complesso è ancora una volta il primo canale della tv di Stato, lo è ininterrottamente dal 1995 e, da che esiste la rilevazione Auditel, non lo è stata soltanto negli anni 1992,1993 e 1994.

Tra i nativi digitali è Real Time il successo dell’anno, con una quota d’ascolto dell’1,5% nel giorno medio migliora la propria perfomance del 2012. Un altro alloro per il successo ottenuto va a Rai Yo Yo, che pur essendo un canale segmentato sul target bambini, target meno numeroso di altri, occupa la seconda posizione, e con una quota d’ascolto dell’1,3% sorpassa Rai 4, Rai Premium, Rai Movie, Boing e Iris, quest’ultimo supera Rai 4 e Rai Premium, si piazza sul terzo gradino del podio dei nativi digitali nel giorno medio e conquista il primato in prima serata. I canali nativi digitali sin qui citati sono editi da Rai o da Mediaset con la sola eccezione di Real Time e sono Rai e Mediaset a produrre l’ascolto più elevato tra gli editori di canali nativi digitali.

Via Quo Media

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Gianluigi Zarantonello (del 07/01/2014 @ 09:00:00, in Strategie, linkato 1541 volte)

Penserete dal titolo che a inizio anno la stanchezza mi stia portando a un po’ di esaurimento e a un improvviso rifiuto di quello di cui mi occupo.
Niente di più sbagliato (a parte un po’ di esaurimento, quello sì reale): l’anno appena trascorso mi dà ancora più convinzione che il mio ruolo (specie nella sua evoluzione) sia sempre più cruciale.

Immagine tratta da www.http://chiefmartec.com

Il punto è che il digitale ormai si avvia sempre di più a non essere distinguibile da marketing, comunicazione e anche strategia perché è pervasivo, determinante e potente.
Ma non è un’entità astratta e autorganizzata.

Un sito o una tecnologia non può parlare al posto di chi non sa che cosa dire ma in compenso ha la grande dote di evidenziare, invece che mimetizzare, i casi in cui le idee siano confuse.

L’enterprise 2.0 (no, non quella di Startrek) non funziona se manca una cultura dell’organizzazione che premia lo scambio di informazioni e il coordinamento tra funzioni diverse.

Infine, solo per fare qualche altro esempio, se non sapete qual è il vostro target reale nemmeno Google è in grado di trovarlo per voi.

Il passaggio non facile che le aziende oggi vivono in realtà è mio avviso dovuto al fatto che da un lato imessaggi tutto sommato semplici che una volta bastavano sono diventati poco credibili e accattivanti e che dall’altro un mondo multicanale bussa alla porta aspettandosi un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto.
Ciò viene fatto in grande parte attraverso la tecnologia ma alla fine è un dettaglio, rilevante ma un dettaglio perché è una parte della storia, e non la storia stessa.

20131216-224448.jpg

L’ho scritto tante volte ma non c’è ormai molto tempo per chi non riesce a concepire un ecosistema di business dove a solide basi tecnologiche si affianchi una visione di insieme che parte dalla strategia e poi usa in modo fluido tutti gli strumenti senza mai partire dalla fine, dal “dobbiamo fare qualcosa su“.

Niente alla fine è del tutto nuovo: l’email marketing è ancora un potente canale che deve però parlare con il mobile, il sito è sempre la proprietà digitale per eccellenza ma si deve poter fruire su tutti i device, l’estetica è fondamentale ma non è più solo soggettività perché si può misurare puntualmente ciò che funziona meglio.

Quello che deve cambiare allora è sì la competenza ma prima ancora l’organizzazione.
Potrebbe essere l’obiettivo del 2014, voi che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 02/01/2014 @ 07:08:12, in Social Networks, linkato 1671 volte)

«Youtility»: ecco il nuovo fenomeno che sta facendo impazzire l’America. «Why smart Marketing is about Help, not Hype»: così recita il sottotitolo del libro di Jay Baer, nuovo manuale del Social Media Marketing, inteso come “aiuto”, non “strillo”, “lancio pubblicitario”. Un “marketing così utile”, spiega, “che la gente sarà felice di pagare”. “Help, not Hype”: “la differenza tra aiutare e vendere sta tutta in due lettere. Ma queste due lettere sono i fattori determinanti del successo del business oggi”.

“Come uscire dalla crisi?“, ci siamo chiesti più volte.

La crisi che tutti noi viviamo ogni giorno, che impatta cittadino, cliente e azienda – la quale deve continuare a vendere per sopravvivere e cerca un’alternativa nei social network.

Ma anche la nuova crisi determinata dall’imporsi dell’esigenza di “pubblicità” anche nei Social: dunque d’investimenti economici imprevisti, di spese nuove che gravano sul bilancio. «Ooops, Facebook non è mio!», sembrano scoprire tutti ora che il buon Mark [Zuckerberg ndr] ha cambiato zitto zitto l’algoritmo e, in due minuti, ha spedito una galassia di aziende nel buco nero dei News Feed, rendendole invisibili.

Soluzioni: investire milioni in pubblicità? Beato chi può: certo diverrà strada sempre più necessaria. Ma non sufficiente. “E i contenuti?”, si chiedeva giustamente Piero Vendittoli in una discussione sul tema giorni fa. “Riuscirebbero a mantenere vivo il falò dei contenuti? A prendersi cura dei fan? È una comunicazione a senso unico. Io pago, tu mi leggi. Cosa, non ha importanza. Come i cartelloni 6×3 per strada. Mi vedi, ma io non vedo te”.

Altre soluzioni? Certo: un ripensamento radicale della strategia di comunicazione. Ma come? Andando a battere i sentieri, per molti ancora inesplorati, del “Villaggio dei Social Media”. Google+ anzitutto, ma anche Instagram e Vine, WhatsApp e SnapChat.

“Google+ is Google”, dichiara Martin Shervington a «Social Media Examiner“. Tanto basta a piazzarlo – coi suoi 540 milioni di utenti attivi – come alternativa urgente a Facebook: della serie che “se ancora non lo sfrutti, il peggio è il tuo”, come  tante volte ribadito da Alessandro Vitale, per cui da anni Facebook non è che un «FailBook».

Instagram? Certo. Proprio l’altro giorno il New York Times ha intervistato Liz Eswein, ritrovatasi d’un colpo imprenditrice milionaria con la sua start-up, «The Mobile Media Lab», che “ha generato oltre un milione di dollari di fatturato” insegnando alle aziende a usarne bene i servizi.

E non parliamo di WhatsApp: miniera d’oro di recente adoperata in modo esemplare da Hub09, che ha travolto la Rete portando sulla piattaforma niente meno che Babbo Natale, pronto a ricevere via messaggio la “letterina” e a chiacchierare in real time a suon di «Ohohoh!».

Ma tutto ciò potrebbe non bastare. «È un circuito destinato a farti aumentare sempre più l’investimento, a far arricchire “la macchina”» commentava Dario Ciracì quanto alla tendenza “Ads-oriented” che riguarda comunque ogni «Social Media». «Ora saremo tutti spinti a investire in Ads, ma a lungo andare, come già accade per gli AdWords di Google», CPM e CPC dell’annuncio cresceranno e «la differenza col costo degli AdWords diventerà inesistente».

I problemi così non si risolvono. Anche perché, nel frattempo, le aziende che provano a evolvere si sono imbarcate nel tentativo di “parlare in lingua social”, estranea fino all’altro ieri ma ora necessaria per il Customer Care come per Marketing o Vendite. Così l’“addetto ai lavori” si trova cacciato dal suo terreno, coll’onere di reinventarsi un ruolo chiave che lo riporti ad essere insostituibile.

Ecco una strada: «Youtility», “utilità, aiuto per Te”. Ecco il nuovo “modello di marketing per l’età dell’information overload”, dell’overload d’informazioni, di quel “buco nero del News Feed” che è vuoto, buio di trasmissioni interrotte, da cui un autentico Social Care a 360 gradi – che si dona a servizio prendendo per mano e camminando insieme ai propri amici in Rete – pare possibile exit strategy, via di fuga verso la luce di un rinnovato impulso al business.

Ecco sancito, dai Social Media Guru a stelle e strisce, il nuovo «marketing del volontariato» come già istintivamente lo avevamo definito in passato, e che cade certo a pennello sottoporre all’attenzione ora, giocando sul suo aspetto “natalizio & buonista” ma che, proprio nel suo essere risposta costante a un SOS, è aiuto che aiuta tutti – cliente e Brand. “Aiutati che Dio ti aiuta”? No. Piuttosto “Io aiuto te che aiuti me”. E non è un Do ut Des: qui c’è cuore, amore, dedizione, servizio, “devozione” verso il proprio network. Solo se mi metto al tuo servizio, dandomi a te completamente, tu mi darai la tua ben riposta fiducia: tu mi crederai.

“Per vincere”, continua Baer, «la domanda da porsi è: “Come possiamo aiutare?”». Ove riecheggia anche Seth Godin, col suo noto «May I help you?». «Se vendi qualcosa», dice Baer, «ti fai un cliente oggi, ma se aiuti genuinamente qualcuno ti fai un cliente per la vita».

Stessa spinta a un Social Media Marketing pienamente social (quasi davvero “sociale”, verrebbe da dire) invocata d’altronde anche da John Haydon, autore di Facebook Marketing for Dummies, nella recente intervista a «Social Media Examiner», che non a caso titola «Facebook Engagement: come esser visti nel News Feed». Vuoi coinvolgere la Rete? Lascia perdere autocelebrazioni e sponsorizzazioni massive, che trattano il network come «la lista contatti di una newsletter»: «sii utile». «Le aziende devono ascoltare la loro gente, porre attenzione alle loro domande. Prima capire, POI rispondere».

La crisi così può non solo trovare una via d’uscita almeno parziale, ma trasformarsi in irripetibile opportunità di crescita. Nel 2014 proviamo a portarci questo: un Social Care nuovo e inedito, consapevole che «se ti sarò utile, tu resterai con me». Se non penserò a me, allora sì che tu a me ci penserai. E comprerai.

Comunico assistendoti. Assisto comunicandoti. Altruismo egoista o egoismo altruista? Chissà. Ma se “aiuta”… perché no?

Via Tech Economy

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 28/12/2013 @ 15:38:24, in Aziende, linkato 1676 volte)

"Il settore dei giochi per tablet e smartphone ci interessa, è un argomento che viene fuori spesso nelle nostre riunioni, e stiamo valutando la possibilità di portare alcuni dei nostri personaggi più famosi su questi dispositivi". A parlare è Reggie Fils-Aime, Presidente di Nintendo America. Durante un'intervista al canale statunitense King5, Fils-Aime ha aperto uno spiraglio a chi spera di vedere un giorno Super Mario e Zelda su tablet e cellulari. Una richiesta che arriva non solo dagli appassionati, ma anche e soprattutto dagli investitori e dai mercati finanziari, sicuri che l'arrivo di Mario e compagni su tablet garantirebbe a Nintendo guadagni nettamente superiori a quelli attuali.

Sarebbe una svolta storica per Nintendo, una compagnia che ha fatto la sua fortuna seguendo la strada del "giardino chiuso" di Apple, ovvero facendo vivere i suoi software più famosi solo sui suoi dispositivi. Se volevi provare il nuovo Super Mario o giocare a Metroid, dovevi per forza acquistare una console Nintendo. Domani, le cose potrebbero andare diversamente. “Stiamo pensando a piccole e veloci esperienze, titoli molto brevi e immediati, da usare come strumento di marketing per portare utenti dai tablet alle nostre console”, precisa Fils-Aime a King5. Insomma, attenzione a farsi prendere dall'entusiasmo: anche se un'apertura del genere da un'azienda tradizionalista come Nintendo è un segno importante, non c'è alcun piano concreto e al momento si parla di tablet solo come un mezzo per "rubare" pubblico dai dispositivi mobili e convertirlo alle proprie console.
Nintendo pensa all'era post-console

Una strategia in linea con le tendenze attuali: oggi i bambini provano i loro primi videogame sullo schermo di un tablet. Il New York Times ha definito Angry Birds il nuovo Super Mario, proprio perché gli uccellini della Rovio sono stati capaci di influenzare un'intera generazione diventando un simbolo dei tempi, come fece Super Mario negli anni '80. E i risultati sono evidenti: i giochi
di Angry Birds sono stati scaricati circa 2 miliardi di volte (con 240 milioni di utenti che giocano almeno una volta al mese), sono nati parchi a tema, cartoni animati, merchandising. C'è persino una stretta alleanza con Guerre Stellari e un film in arrivo, in lavorazione presso Sony Pictures. Insomma, un impero che lo scorso anno ha generato 2,7 miliardi di dollari di fatturato. Oggi, i
bambini imparano prima a usare lo schermo di un tablet e a lanciare un uccellino con la fionda che a premere un tasto su una console portatile per far saltare Super Mario. I tempi cambiano, e Nintendo si deve adeguare.

Del resto, già in passato Nintendo aveva aperto a sperimentazioni del genere. Il primo Donkey Kong, nel 1981, venne distribuito su diverse piattaforme di allora, come l'Atari 2600. Più recentemente, quando nel 1991 la Philips lanciò il CD-i, i compact disc interattivi, Nintendo sviluppò una versione di Zelda appositamente per quella macchina. I risultati furono disastrosi: il CD-i di Philips fu un fallimento e quel Zelda, oggi, se lo ricordano solo i collezionisti. Ma con tablet e smartphone è una situazione diversa. Nintendo è in una posizione particolare: il Wii U, che si ispira proprio al mondo dei tablet (il suo controller ha uno schermo touch da 6,2 pollici), per ora ha faticato a ottenere il successo sperato, vendendo poco più di 4 milioni di console in un anno. Poche, se consideriamo che PlayStation 4 e Xbox One sono già oltre i due milioni di pezzi e sono uscite da appena un mese. Una situazione che sta spingendo Nintendo a tentare nuove strade. Anche quelle impensabili fino a qualche tempo fa, come affidarsi ai dispositivi che, per primi, hanno ostacolato la diffusione del Wii U e, solo in parte, del 3DS. Staremo a vedere. Intanto le dichiarazioni di Fils-Aime hanno scatenato il popolo del web, dove sta nascendo una nuova provocazione: e se la prossima console di Nintendo fosse un tablet?

Via Repubblica.it

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 27/12/2013 @ 07:25:35, in Internet, linkato 1658 volte)

Diffusi da Audiweb i nuovi dati di audience online del mese di novembre 2013: in base alla rilevazione si calcola che sono stati 27,5 milioni gli utenti online collegati almeno una volta da un computer con un’audience online da PC che, nel giorno medio, e’ rappresentata da 13,4 milioni di utenti collegati in media per 1 ora e 17 minuti.

In base ai dati socio-demografici di novembre, la popolazione online nel giorno medio e’ composta dal 44% di donne (5,9 milioni) e dal 56% di uomini (7,5 milioni). La maggior parte degli utenti online, il 48% (6,4 milioni) ha tra i 35 e i 54 anni e spende in media 1 ora e 19 minuti su internet, seguiti dai 25-34enni che rappresentano il 18,2% della popolazione online (pari a 2,4 milioni), collegati in media per 1 ora e 26 minuti.

Sul fronte della provenienza geografica, la popolazione online nel giorno medio risulta composta da utenti dell’area Sud e Isole nel 29,7% dei casi (circa 4 milioni), dell’area Nord-Ovest nel 26% dei casi (3,5 milioni), dell’area Centro nel 17,3% (2,3 milioni) e dall’area Nord Est nel 14,8% (circa 2 milioni).

Audiweb dà anche conto della fruizione dei contenuti video online nel mese di novembre:  49,3 milioni stream views, con 6 milioni di utenti che hanno visualizzato almeno un contenuto video su uno dei siti degli editori iscritti al servizio Audiweb Objects Video, con una media di 29 minuti e 10 secondi di tempo speso per persona.

Via Tech Economy

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 20/12/2013 @ 07:22:38, in Mobile, linkato 1969 volte)

Segnali forti e chiari per i pagamenti contactless italiani: a muoversi, i provider delle telco in partnership con i gruppi bancari. Da un lato è Telecom ad accordarsi con Visa, dall’altro c’è Vodafone che si allea con Intesa San Paolo. L’obiettivo? Favorire la curva crescente dei clienti dotati di smartphone Nfc che ancora non chiedono di usare l’rfid nel loro telefonino. Rispetto al resto dell’Europa siamo in testa nell’uso degli smartphone ma siamo in coda nell’uso dei pagamenti elettronici. L’87% degli italiani preferisce usare il contante, ma quell’Nfc integrato nel telefonino ci porterà presto a utilizzare i pagamenti contacless prima di quanto non si possa pensare.

Smartphone Nfc significa un target potenziale da servire attraverso una rosa di servizi più ampia e versatile: ecco il motivo per cui Telecom Italia e Visa Europe hanno annunciato un accordo per spingere il sistema dei pagamenti contactless finalizzato per ora a importi fino a 25 euro senza pin (per importi superiori con il pin), così da puntare alla comodità per vincere la resistenza tutta italiana alla dematerializzazione del denaro. L’accordo prevede che i servizi di mobile payment di Visa Europe saranno offerti al portafoglio di oltre 31 milioni di clienti Tim. Dopo un progetto pilota su Milano, i due provider hanno deciso di estendere i pagamenti contactless via smartphone a tutti i pos europei. Vero è che oggi solo il 10% dei Pos italiani accetta i pagamenti contactless (170mila Pos operativi) ma il Politecnico sostiene che già l’anno prossimo il parco esercenti dotati di Pos Nfc oscillerà tra 405mila e 610mila. Per aggiungere un moltiplicatore Tim provvederà a installare terminali Nfc nei propri punti vendita dislocati in Italia. La carta Visa cobrandizzata Tim e realizzata in partnership con Intesa Sanpaolo, sarà disponibile nel 2014 ai clienti Tim dotati smartphone Nfc ed è sviluppata con gli stessi standard di sicurezza che caratterizzano i pagamenti Visa contactless. Intesa Sanpaolo ha aperto anche a Vodafone per  incentivare i negozianti italiani ad accettare carte di debito, credito e bancomat sempre per piccoli importi. Il target rimane il consumatore smartphone dotato, ma questa volta il servizio si concentra su una app per cellulari intelligenti e tablet che consentirà pagamenti contactless funzionando tramite un Pos che si collega a smartphone e tablet in modalità bluetooth. Il pos mobile Move and Pay Business è un piccolo lettore certificato ai massimi livelli di sicurezza da Visa, MasterCard e Consorzio Bancomat. Dopo aver scaricato gratuitamente un’applicazione Android oppure iOs, consente di ricevere pagamenti in pochi passaggi, esattamente come gli apparecchi Pos presenti nei negozi. L’obbiettivo è riuscire a coinvolgere almeno un milione di partite Iva che ancora non hanno un Pos per un ammontare delle transazioni stimato nell’ordine dei 90 miliardi di euro.

Per indagare però come il consumatore medio italiano si comporta con questi nuovi prodotti abbiamo interpellato Nicola Pellegrini, amministratore unico della Smart Research, società che opera in Italia dal 2008 ed è specializzata nelle ricerche via web utilizzando una tecnica di reclutamento esclusiva che non remunera i rispendenti. “Spesso si sente parlare di multicanalità nel mondo bancario ma poi si tende a fondere i pagamenti con la monetica e si esclude di conseguenza con grande rapidità, e forse un po’ di superficialità, il mobile come strumenti ad alto potenziale. La ricerca che abbiamo condotto dimostra che non è così. Con la giusta cautela e gli strumenti adatti il mobile può diventare, anche in tempi brevi, un grande strumento di diffusione della monetica”.

Smart Research ha condotto la ricerca Lo smartphone e le sue potenzialità come strumento finanziario: la prima parte è stata condotta nel mese di settembre 2010, la seconda nel mese di marzo 2011, la terza nel novembre 2011, la quarta si è conclusa a marzo 2012, la quinta a marzo 2013 fino ad arrivare a quella attuale, conclusa ai primi di novembre 2013. Il campione, per ciascuna parte di ricerca è stato di oltre mille casi rappresentativo della popolazione italiana dai 18 ai 64 anni. L’analisi temporale dei risultati dell’indagine mostra una significativa crescita percentuale dei possessori di smartphone tra settembre 2010 e novembre 2013. Leggendo la serie storica delle rilevazioni tra il 2011 e 2013 c’è stato un forte incremento della penetrazione degli smartphone e della frequenza di collegamento: fino a prima del novembre 2011 la principale resistenza degli utenti verso questo device erano i costi poco chiari e elevati di connessione. Da allora le tariffe per la navigazione si sono notevolmente ridotte permettendo lo sviluppo sia degli smartphone che della frequenza di connessione. Complessivamente (tra connessioni solo sim, wifi ed entrambe) sono il 95% degli intervistati coloro che avendo una smartphone si collegano a internet, mentre i possessori di tablet sono oggi quasi il 40% della popolazione interpellata. Altro dato interessante è che circa il 36,2%% di chi non ha un tablet, dichiara di avere intenzione di acquistarlo entro un anno. In contemporanea la quasi totalità del campione (95,2%) possiede almeno una carta di pagamento. Il dato interessante, al di là della presenza più evidente della carta di debito, è la percentuale di carte prepagate e ricaricabili che raggiungono una quota molto vicina alle carte di credito tradizionali.

E’ consolidata l’abitudine a fare acquisti online per circa la metà dei possessori di pc. La resistenza all’utilizzo dell’e-shopping è rappresentato sostanzialmente, per l’altra metà del campione, da problematiche relative alla sicurezza dello strumento. E’ invece ancora una quota ridotta quella dei possessori che utilizzano lo smartphone (17%) per compiere acquisti in rete. Sembrerebbe motivata da una mancanza di adeguatezza dello strumento a fronte di un generico interesse, il primo motivo di resistenza agli acquisti. Mentre la sicurezza è ancora un fatto rilevante per oltre il 35% dei possessori. Infine rispetto ai possessori di smartphone, chi possiede un tablet ha una propensione maggiore a utilizzarlo per fare acquisti (25%). In sintesi ad oggi solo il computer è considerato lo strumento più idoneo per fare acquisti online e avere rapporti di pagamento con la banca. Le resistenze verso la mobilità derivano da una percezione di questi strumenti come poco adatti per certe attività.

Entrando nello specifico delle attivà mobile legate alla gestione monetaria, la metà del campione è a conoscenza del fatto che la propria banca offre la possibilità di fare pagamenti con cellulare e tablet, e al momento un quarto degli intervistati ammette di fare operazioni bancarie con questi strumenti. Si rileva una buona propensione alla operatività in remoto, il pc viene preferito allo smartphone come strumento operativo. Alta potenzialità presenta la possibilità di effettuare pagamenti con lo smartphone tramite Pos , sia nell’area dell’interesse che in quelle della semplice curiosità, mentre solo il 7% è scettico in merito a questa funzione. Da questo dato si evidenzia la necessità di un maggiore impulso in comunicazione da parte degli operatori per aumentare la base degli interessati rispetto a chi solo è incuriosito. Uno degli aspetti della ricerca che ha più sorpreso riguarda la soglia massima degli importi che un consumatore pagherebbe con smartphone. Circa la metà del campione ritiene infatti che la spesa potrebbe essere superiore ai 15 euro, quindi oltre il limite di un ipotetico micropagamento. Dati alla mano diffusi da Eustat, comunque già a metà del 2013 i pagamenti elettronici sono cresciuti del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (da 288 a 329 milioni). Manteniamo una media bassa, rispetto ai colleghi europei: 31 operazioni annue pro capite contro le 175 dell’Inghilterra, le 140 della Francia o le 54 della Germania.

Via Quo Media

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 18/12/2013 @ 07:45:01, in Social Networks, linkato 1092 volte)

Facebook sarebbe pronta ad iniziare a vendere pubblicità video entro questa settimana, secondo quanto riporta il Wall Street Journal.
Gli annunci, che verranno visualizzati automaticamente nel news feed degli utenti, potrebbero aiutare Facebook a catturare una parte di quei 66,4 miliardi dollari che gli inserzionisti sono pronti a spendere negli stati uniti sulla TV. Secondo il report, gli annunci saranno visualizzati sia su web che su smartphone e tablet e verranno riprodotti automaticamente, indipendentemente dal fatto che gli utenti facciano o meno clic su di essi.

Il nuovo servizio, molto atteso dagli inserzionisti, ha avuto alterne vicende: nell’estate di quest’anno si erano giù diffuse le prime voci sull’implementazione della nuova funzionalità e già allora si parlava di cifre di tutto rispetto da pagare per i 15 secondi circa degli spot. In quell’occasione si prevedeva che Facebook avrebbe rilasciato il servizio entro l’anno per sfruttare così appieno il periodo natalizio. E dopo diversi ritardi, entro questa settimana, stando alle fonti americane, la funzione sarà operativa.

A che prezzo? Non è chiaro quanto Facebook addebiterà agli inserzionisti ma, come già circolato in estate, si parla anche di due milioni di dollari al giorno, per poter raggiungere l’enorme pubblico di adulti del social network. E gli utenti, come accoglieranno l’invasione, e l’invasività, degli spot sui loro news feed?

Via Tech Economy

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 16/12/2013 @ 07:58:27, in Social Networks, linkato 1517 volte)

Condividere foto e messaggi video con un gruppo ristretto di amici, familiari, colleghi e altri contatti, e possibilità di commentare. Si chiama Direct ed è la nuova funzione lanciata da Instagram, molto simile ad una chat, ma con contenuti foto-video, e che estende la veste social dell’app. L’aggiornamento dell’applicazione è già disponibile per iOS e Android, mentre per Windows Phone è in versione beta. La funzione è rappresentata da una nuova icona in alto a destra.

L’annuncio di oggi arriva a pochi giorni dal lancio da parte di Twitter della possibilità di inviare, ricevere e condividere immagini in messaggi diretti. “Negli ultimi tre anni la comunità di Instagram è cresciuta fino a 150 milioni di persone che fotografano e condividono istanti della loro vita in tutto il mondo – spiega la società di proprietà di Facebook sul suo blog -. Si è evoluta diventando non solo una comunità di fotografi ma di comunicatori visivi“. “Ci sono comunque momenti della nostra vita – spiega ancora – in cui vogliamo condividere solo con un gruppo ristretto di persone e non con tutti. Instagram Direct aiuta in questo”.

Aprendo la nuova icona dell’applicazione si troverà dunque la funzione condividi con i follower o Direct, per condividere foto e video con qualcuno in particolare. Dopo l’invio si potrà vedere chi ha visto il contenuto e monitorare i commenti in tempo reale. Se qualcuno che non è nella nostra cerchia di amici ci manda materiale, potremo decidere se visionarlo oppure no. Con Direct sembra che Instagram inizi dunque a fare prove tecniche di chat, in scia di app molto popolari e usate come Whatsapp o Snapchat.

Via Tech Economy

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 13/12/2013 @ 07:46:27, in Tecnologie, linkato 1812 volte)

Tablet al posto dei quaderni, maxischermi al posto delle lavagne. Non è fantascienza, è la classe digitale. La prima è stata inaugurata oggi a Milano dal sindaco Giuliano Pisapia: protagonisti e pionieri sono gli alunni della terza elementare della scuola primaria Enrico Toti di via Cima, nel quartiere dell'Ortica.

Qui, alla periferia della città, nasce ufficialmente il progetto Smart Future, promosso dal gigante coreano dell'elettroniva di consumo Samsung per favorire lo sviluppo della digitalizzazione nell'istruzione delle scuole primarie e secondarie di primo grado. L'iniziativa coinvolgerà nelle prossime settimane altre 24 classi in sette regioni, e nei prossimi due anni sarà esteso a quasi 300 classi.

«A casa i bambini sono a contatto quotidianamente con la tecnologia - spiega Carlo Barlocco, senior vice president di Samsung Italia - la scuola non può restare indietro. Qui i bambini devono poter utilizzare strumenti moderni per imparare a fruire della tecnologia e non a subirla». Con questo obiettivo nasce il progetto che punta ad applicare la tecnologia all'istruzione, con strumenti e software studiati ad hoc per la didattica. «Siamo convinti - sottolinea Sun Wang Myung, presidente di Samsung Italia - che l'istruzione sia una leva strategica per la crescita del Paese».

I 26 alunni della terza elementare della scuola Enrico Toti studieranno su tablet collegati alla e-board grazie alla quale l'insegnante può caricare i contenuti delle lezioni, condividerli con gli studenti, realizzare attività di gruppo, effettuare quiz e sondaggi per verificare la comprensione dei bambini.

«I ragazzi - sottolinea Francesco De Santis, direttore dell'ufficio scolastico regionale della Lombardia - sono molto veloci nell'imparare a utilizzare questi strumenti. Quello che serve, oggi, è formare gli insegnanti, far sì che aggiornino il loro metodo di insegnamento struttando al meglio la tecnologia».

È quello che ha fatto Samsung Italia con il progetto Smart Future, che ha coinvolto prima di tutto i docenti, sottoposti a intensi corsi di formazione. «Solo quando i docenti sono pronti - spiega Barlocco - dotiamo la classe degli strumenti tecnologici, perché vogliamo essere sicuri che venga utilizzata al meglio».

Per verificare i risultati del progetto sarà attivato un monitoraggio attraverso l'osservatorio sui media e i contenuti digitali nella scuola del Centro di ricerca sull'educazione ai media, all'informazione e alla tecnologia (Cremit) dell'Università Cattolica di Milano. «Introdurre tecnologia nelle classi senza verificare sulla base di evidenze cosa poi realmente succeda - spiega infatti Pier Cesare Rivoltella, ordinario di Didattica generale e direttore del Cremit - non consentirebbe di capire né come orientare il progetto stesso né cosa suggerire per delle policy che intendano muoversi su più ampia scala».

Le scuole che saranno coinvolte nel progetto Smart Future sono state selezionate attraverso criteri all'insegna dell'integrazione: alto numero di alunni con disabilità, forte incidenza dei disturbi specifici dell'apprendimento (dislessia, disgrafia), territori socio–culturalmente disagiati, piccoli plessi.

«Con questo progetto - ha sottolineato Cristina Tajani, assessore comunale alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca - speriamo di scalare la classifica delle smart cities, che oggi ci vede al terzo posto».

Via IlSole24Ore.com

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Altri Autori (del 10/12/2013 @ 07:17:24, in Social Networks, linkato 1841 volte)

Continua la nostra inchiesta sui Digital Champion europei. Nelle scorse settimane abbiamo parlato della centralità del ruolo  ed abbiamo illustrato il percorso che ha portato l’Unione Europea alla definizione della figura del Digital Champion. In questo percorso, non sono mancate le riflessioni dei nostri Visionist. Cristoforo Morandini ci ha parlato del Campione digitale che non c’è, Francesca Quaratino ci ha riportato alle origini del significato della parola Campioni,e poi Sonia Montegiove ha condiviso con noi le sue speranze in una lettera molto speciale.

Questa volta vi raccontiamo non solo chi sono i diversi Digital Champion, ma anche se e come utilizzano i social network: strumenti che fanno parte di quell’ecosistema culturale e tecnologico che queste figure hanno l’obiettivo di promuovere.

Maschio, con una età compresa tra i 50 e 60 anni  e proveniente dal mondo del privato. È  questo, in sintesi, l’identikit del Digital Champion europeo, delineato attraverso un’indagine che la nostra redazione ha condotto sul web, alla ricerca di informazioni e modalità di presenza online che potessero aiutarci a definire meglio il volto e la presenza online dei Campioni. Se è vero che la loro mission è quella di promuovere l’inclusione e, in generale, di contribuire alla divulgazione della cultura del digitale nei propri paesi, come vivono la rete, se lo fanno, i Digital Champion?

Qualche dato anagrafico
Sui 25 professionisti nominati dai rispettivi Stati per essere ambasciatori dei principi dell’agenda digitale in patria, ben il 72% è rappresentato da uomini mentre le donne si fermano al 28% (pari a sette campionesse). Un dato, quello della presenza femminile, inferiore alla rappresentanza delle donne nel Parlamento Europeo, al momento pari al 31%. Dato che oltretutto non rende giustizia all’efficacia dell’azione che trova nei campioni in rosa attori molto attivi.

Come detto la fascia di età maggiormente rappresentata la troviamo tra i cinquantenni, che rappresentano il 20% del campione, seguiti da trentenni e quarantenni che si fermano ad un 16% a pari merito. Il più giovane registrato? Una campionessa classe under 30, la ventisettenne Linda Liukas, svedese. È invece irlandese il più “anziano”: il 72 enne David Puttnam. Ma il dato più significativo è rappresentato dal fatto che nel 36% dei casi è stato impossibile risalire all’età anagrafica. Sul web infatti, a fronte della presenza su siti ufficiali, come quello dell’Ue, informazioni inerenti l’età di ben 9 campioni su 25 sono risultate assenti. Sono questi i soli dati di difficile reperimento, tra quelli obiettivo di indagine della nostra inchiesta? La risposta è no dal momento che, nota curiosa ed a nostro parere preoccupante, non ci è stato possibile reperire il contatto e-mail di 4 campioni su 25!

Digital Champion: ambito professionale


Per quanto riguarda l’ambito professionale dei Digital Champion, la ricerca ha provato a identificare la provenienza dei Campioni, distinguendo tra privato, con un universo composto da imprenditori, filantropi, manager, professionisti, e mondo pubblico (quindi politici ma anche docenti e funzionari).
L’indagine ha poi ulteriormente distinto, per il segmento “privati”, quanti appartengono al vasto mondo del digitale (dall’informatica alle telco al mondo dei media) e quanti, invece, provengono da settori differenti.
Dalla ricerca emerge che la maggioranza, ovvero il 64% dei Digital Champion, proviene dal mondo “privato” dell’imprenditoria e/o del management, mentre il restante 36% fa riferimento alla sfera pubblica.
Ancora più interessante è il dato su quanti Digital Champion facciano riferimento, in termini di formazione e/o professione, al vasto mondo del digitale. Coerentemente con l’incarico di DC, ben l’88% del campione è legato ad esso e si va da ingegneri e manager legati all’It, ad esperti di comunicazione e formazione online, passando per imprenditori. Solo il 12%, invece, pari a 3 Campioni, non afferisce al più vasto “ecosistema” digital.
Tutti di Campioni provenienti dal mondo privato hanno un radicamento diretto con le tematiche digitali, anche se in modalità diverse. 

Digital Champion: la presenza su web e social network
Se è vero che oggi web e social network rappresentano strumenti di dialogo e confronto sempre più presenti nella comunicazione pubblica è presumibile, e forse anche doveroso, pensare che gli stessi Digital Champion utilizzino tali strumenti per parlare a istituzioni, cittadini e imprese, della loro mission.
Purtroppo però, analizzando la presenza dei 25 sul web e sui principali social network (Facebook, Twitter, LinkedIn e Google+) ci si accorge che il panorama non è dei più confortanti, al netto di comportamenti invece estremamente virtuosi.
Il 69% del campione, infatti, possiede un account Twitter e, almeno nominalmente, il 68% ha un profilo Facebook, e il 44% ha un account Google+. Va meglio solo a LinkedIn, il social network site professionale per eccellenza, che registra l’84% delle presenze, sebbene solo in pochi casi ci si imbatta in profili realmente “vissuti” e aggiornati. Non va meglio a siti o blog dedicati, all’attività in patria dei Campioni: neppure la metà dei DC ha uno spazio web attraverso cui illustrare esaustivamente progetti e/o muovere azioni di sensibilizzazione.

Quale attività e modalità di presenza sui social?
“Nominalmente”, si diceva prima. L’indagine ha ulteriormente approfondito, per quella parte di Digital Champion che hanno degli account, la loro reale attività, nella convinzione che avere un profilo è la condizione minima, ma “viverlo” davvero, è condizione necessaria. Nello specifico, per i principali social network site presi in considerazione, è stata rilevata la presenza o meno di post aggiornati. Ulteriore dato analizzato, è la tipologia di presenza sui social, se con profili prettamente “personali”, legati alla vita privata del Campione, o “professionali”, legati anche all’incarico di DC. Sono questi, tipologia di presenza social e attività sui profili, i due parametri “minimi” con cui provare a tratteggiare la “digitalità” dei nostri Campioni.

Twitter: lo strumento più aggiornato
Focalizzando l’attenzione sui social network più conversazionali, è Twitter a registrare il maggiore attivismo dei Campioni. L’83% dei possessori di un account sul social del cinguettio ha, infatti, un profilo che risulta aggiornato (ma, lo ricordiamo, si tratta comunque di numeri molto contenuti, solo 15 su 25). Nei casi più “fortunati”, all’ultimo mese, in quelli meno fortunati a due mesi fa. Sono stati considerati invece, non aggiornati, i profili Twitter fermi da tre mesi o più così come quelli in cui non è stato possibile registrare aggiornamenti, poichè “aperti” ma mai popolati.
Attraverso Twitter la maggioranza dei Campioni dà conto prevalentemente della propria attività professionale, ma anche delle azioni legate all’incarico di Digital Champion.

Facebook: un uso prevalentemente privato
Ancora meno incoraggiante appare il panorama di Facebook, in cui solo il 24% degli “aventi profilo” lo aggiorna con regolarità (in questo numero sono incluse anche due pagine, quelle di David Puttnam e di Martha Lane-Fox). Al contrario, nel 76% dei casi, per chi è presente su FB si registra una apparente mancanza di aggiornamenti soprattutto a causa di profili “chiusi”. Ad una richiesta di amicizia, infatti, non ha fatto seguito un’accettazione, il che induce a pensare che si tratti di profili privati. In sostanza la stragrande maggioranza dei Dc su Facebook non utilizza tale strumento come luogo per dare conto della propria esperienza di Digital Champion.

Google+: il deserto
Ancora più desolante lo scenario su Google+. Al già scarso numero di possessori nominali di un account, ovvero 11 Campioni, si associa anche uno scarsissimo attivismo. Eccezion fatta per un solo campione il cui profilo registra un aggiornamento pubblico a novembre 2013, gli altri 10 possessori di account hanno pagine apparentemente abbandonate: sembrano account semplicemente aperti ma mai utilizzati. In altri casi non è stato possibile stabilire se la pagina aperta faccesse capo ai Digital Champion oppure ad omonimi. Per questi motivi, ovviamente, non è stato neppure possibile definire se l’uso dei profili è professionale o meno.

Piuttosto che nulla, meglio piuttosto…
Gli unici Champion che non hanno alcuna presenza social né un sito web o blog, eccezion fatta per profili Linkedin che comunque appaiono “poco frequentati”, sono: Istvan Erenyi, ungherese, Francesco Caio, italiano e Antonio Murta, Portoghese. Come se non bastasse, alcuni dei campioni digitali non pubblicano nemmeno un’e-mail connessa alla loro attività. Tra questi, Darko Paric, croato, Gilles Babinet, francese, Reinis Zitmanis  lettone, e – purtroppo – di nuovo anche il nostro Francesco Caio che, on-line, è letteralmente un fantasma.

Questa rapida panoramica ci porta a definire ulteriormente il profilo dei Digital Champion. Quel maschio tra i 50 e 60 anni, proveniente dal mondo del privato è sì esperto di tematiche connesse al digitale, ma è anche scarsamente social. Più orientato a frequentare LinkedIn e Twitter per parlare di professione e incarico Dc, ma comunque, complessivamente poco presente in rete. Un quadro non precisamente confortante, ma anzi paradossale perché, eccezion fatta per la provenienza legata nella maggioranza dei casi al mondo privato su temi del digitale, i Digital Champion designati non appaiono attenti alla vita della rete. In questo senso colpiscono le percentuali così basse di presenza ed utilizzo dei social: come farsi promotori del digitale in patria, se parte di tale digitale, la rete, non è né vissuta né utilizzata dai Digital Champion? Come far passar ai cittadini e alle nuove generazioni l’importanza della rete per l’innovazione del paese senza il famoso “buon esempio?”. Ma soprattutto: come essere testimoni di qualcosa che non si usa, non frequentanto i canali sui quali sono le persone verso le quali essere testimoni?

Nelle prossime settimane proveremo a dare conto anche di cosa, nel concreto, i 25 Digital Champion stanno facendo nei rispettivi Paesi.

Via Tech Economy

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Ci sono 1291 persone collegate

< novembre 2019 >
L
M
M
G
V
S
D
    
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
 
             

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Advertising (108)
Aziende (142)
Blog (11)
Brand (37)
Comarketing (2)
Comunicazione (9)
dBlog (1)
Digitale (33)
eCommerce (39)
Grande Distribuzione (7)
Internet (542)
Marketing (288)
Marketing Ambientale (3)
Marketing non convenzionale (62)
Media (102)
Mercati (79)
Mobile (210)
Permission Marketing (1)
Prodotti (95)
Pubblicità (32)
Pubblicità (88)
Retail (11)
Segnalazioni (44)
Social Networks (347)
Startup (1)
Strategie (59)
Tecnologie (73)
Trade Marketing (1)
Viral Marketing (40)

Catalogati per mese:
Novembre 2005
Dicembre 2005
Gennaio 2006
Febbraio 2006
Marzo 2006
Aprile 2006
Maggio 2006
Giugno 2006
Luglio 2006
Agosto 2006
Settembre 2006
Ottobre 2006
Novembre 2006
Dicembre 2006
Gennaio 2007
Febbraio 2007
Marzo 2007
Aprile 2007
Maggio 2007
Giugno 2007
Luglio 2007
Agosto 2007
Settembre 2007
Ottobre 2007
Novembre 2007
Dicembre 2007
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017
Marzo 2017
Aprile 2017
Maggio 2017
Giugno 2017
Luglio 2017
Agosto 2017
Settembre 2017
Ottobre 2017
Novembre 2017
Dicembre 2017
Gennaio 2018
Febbraio 2018
Marzo 2018
Aprile 2018
Maggio 2018
Giugno 2018
Luglio 2018
Agosto 2018
Settembre 2018
Ottobre 2018
Novembre 2018
Dicembre 2018
Gennaio 2019
Febbraio 2019
Marzo 2019
Aprile 2019
Maggio 2019
Giugno 2019
Luglio 2019
Agosto 2019
Settembre 2019
Ottobre 2019
Novembre 2019

Gli interventi più cliccati

Titolo
Automobili (2)
Bianco e nero (1)
Comarketing (1)
Home (4)
Internet (4)
Prodotti (5)
Pubblicità (5)

Le fotografie più cliccate


Titolo

< /p>


Subscribe to my feed


Google
Reader or Homepage

Add to netvibes



Creative Commons License




14/11/2019 @ 20:39:59
script eseguito in 483 ms