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 mymarketing.it: e tu cosa ne pensi?... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 15/10/2013 @ 08:04:53, in Internet, linkato 1430 volte)

Google ha reso pubblici qualche giorno fa, precisamente l’11 ottobre, i nuovi termini di servizio per un migliore utilizzo della piattaforma e dei suoi servizi che verranno attivati il prossimo 11 novembre.

Accedendo alla home page del motore di ricerca, non si può non notare, tra la vastità di bianco che predomina la pagina, una barra blu in alto a sinistra. È qui che si può, cliccando, venire a conoscenza delle nuove regole dettate dal colosso del web. Sempre “attento” alle esigenze degli utenti, Google specifica che ci sono ben due pagine da poter consultare: una per i più esperti di terminologia legale, l’altra per i comuni mortali (“Dato che molti utenti sono allergici ai testi legali, per comodità è disponibile un riepilogo in un linguaggio semplice.”).

In realtà, i nuovi termini del servizio non sono altro che un aggiornamento di quelli precedenti con l’aggiunta di tre cambiamenti che riguardano in sostanza un chiarimento su come il nome e la foto del profilo potrebbero apparire nei prodotti Google; un promemoria relativo all’utilizzo sicuro dei dispositivi mobili; dettagli sull’importanza di mantenere riservata la password.

Tra le tre novità, quella che suscita più clamore è senz’altro la possibilità di vedere a breve la propria faccia e il proprio nome su un annuncio pubblicitario messo in evidenza tra i risultati di ricerca di Google. Come si apprende dal comunicato, infatti, “se l’utente dispone di un account Google, il nome e la foto del profilo nonché le operazioni effettuate su Google o tramite applicazioni di terze parti collegate all’account Google (come fare “+1″, scrivere recensioni e pubblicare commenti) potranno essere visualizzate da Google nei propri Servizi, inclusa la visualizzazione in annunci e in altri contesti commerciali”.

Questo significa che, se un utente cliccherà sul “+1″ o commenterà sulla pagina della sua pasticceria preferita, ci saranno molte probabilità che quello stesso utente vedrà la sua immagine ed il suo nome sponsorizzare un eventuale annuncio che la pasticceria ha pubblicato sul sito. Il cambiamento, però, riguarda tutti i servizi offerti: dalle ricerche online a Maps, dallo store Play ad Adwords.

googleTale modifica che, secondo il colosso del web “consente di risparmiare tempo e di migliorare i risultati per l’utente e per i suoi amici in tutti i servizi Google”, ad un primo impatto è sicuramente una novità che può spaventare i più affezionati alle regole della privacy. Per far fronte ad eventuali proteste da parte dei consumatori, però, il motore di ricerca si guarda bene dallo specificare che “gli utenti hanno il controllo di ciò che condividono”. Nello specifico Google puntualizza, innanzitutto, che le uniche persone in grado di vedere il profilo di un utente su una pubblicità saranno solo quelle che si hanno tra i contatti; in secondo luogo, per quanto riguardo le cosiddette “conferme condivise” negli annunci (ovvero i consigli che gli utenti darebbero con i loro “+1″ e commenti), si assicura all’utente di avere la possibilità di modificare in qualunque momento le impostazioni che riguardano la gestione di tali informazioni. Ciò significa che, se qualcuno non volesse “prestare la faccia” per un annuncio pubblicitario, potrebbe facilmente disattivare l’opzione nell’apposita pagina “Conferme condivise”.

Tale possibilità è consentita, però, solo per quanto riguarda gli annunci. Questo significa che non verrà disattivata la comparsa dei propri dati (nome e foto) dagli altri servizi come il Google Play.

Le altre novità inserite nei termini di servizio riguardano, come accennato, l’utilizzo sicuro dei dispositivi mobile e la sicurezza delle password. In questo caso si tratta solo di due “consigli”: il primo relativo alla sicurezza fisica dell’utente, si invitano le persone a non utilizzare i servizi di Google mentre si sta compiendo azioni importanti come guidare; il secondo consiglio riguarda, invece, la sicurezza delle proprie password che non devono mai essere cedute ad altri. A  riguardo si può beneficiare di strumenti come la verifica in due passaggi o la generazione di codici specifici per le singole applicazioni in modo da incrementare la sicurezza delle proprie informazioni personali.

Via Tech Economy

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Una moda che ha preso piede anche alle nostre latitudini, trovando spazio in alcuni dei talk show più popolari del palinsesto televisivo in chiaro. Stiamo parlando della possibilità di inviare in diretta via Twitter un commento relativo al tema del dibattito che anima il programma Tv. Seduti sul divano di casa, tablet e "hashtag" alla mano e pronti a scrivere la propria idea (ovviamente in meno di 140 caratteri) su fatti di cronaca, attualità e politica.

 È una delle facce della rivoluzione digitale, quella che prevede l'uso del "secondo schermo" (il pc a tavoletta) in combinazione con quello da sempre più utilizzato (il televisore) dentro le mura domestiche. Da qualche mese questa attività è sistematicamente misurata, grazie a Nielsen. "Twitter TV Ranking", i cui primi risultati dovrebbero essere annunciati oggi, è infatti un servizio che andrà misurare i tweet inviati dell'audience unica nel corso di un determinato programma. Gli impatti sulle campagne di advertising Perché si è reso necessario dare vita a un servizio di questo tipo? Perchè, e lo documenta con opportuni esempi il Wall Street Journal, gli show televisivi che evidenziano maggiore attività sul microblogging spesso non sono quelli che vantano l'audience di pubblico più alta. Conoscendo nel dettaglio i numeri delle trasmissioni più seguite e trainate dagli utenti di Twitter, gli inserzionisti potranno avere spunti e dati più precisi per pianificare le rispettive campagne, anche sul social media.

 Alla base del nuovo "Tv Ranking" c'è, del resto, una motivazione di natura commerciale, fondata sull'idea che più è alto il coinvolgimento su Twitter (il cosiddetto "engagement") maggiore potrebbe essere l'attenzione dei telespettatori per le pubblicità inserite nei programmi. Per il social network, inoltre, si apre un importante nuovo filone di partnership a livello di contenuti, e l'accordo siglato un mese fa con Cbs, che abiliterà il network Tv americano ad integrare video clip di un'ampia varietà di suoi programmi nei propri tweet, va proprio in questa direzione. I numeri del social network Le ultime cifre di Twitter, in attesa di sapere se il valore di quotazione sfonderà o meno il muro dei 10 miliardi di dollari (si parla di una capitalizzazione possibile di 15- 20 miliardi subito dopo l'Ipo), sono le seguenti: oltre 218 milioni di utenti unici mensili (contro i circa 1,2 miliardi di Facebook) e circa 500 milioni di tweet al giorno. A questi numeri va aggiunto quello che registra gli aggiornamenti della "timeline": 287 miliardi di volte nella prima metà del 2013, dato in crescita del 79% sull'analogo periodo del 2012. Non mancano, però, numeri che costituiscono ombre non indifferenti per il social network.

Nell'ultimo esericizio (terminato al 30 giugno), i ricavi sono stati di 450 milioni, di cui due terzi provenienti dalla pubblicità; la perdita netta dei dodici mesi è stata di oltre 100 milioni. I ricavi dell'ultimo trimestre sono sì in forte aumento (140 milioni di dollari) ma costituiscono solo l'8% di quelli di Facebook, che può oltre tutto esibire entrate di 1,6 dollari per ogni singolo utente, contro i 64 centesimi attualmente accreditati a Twitter. A dispetto di un 75% di utenti mobili mensili, infine, Twitter pare lamenti circa 10 milioni di profili falsi e una quota di spammer pari al 5%. Senza dimenticare i blocchi e le restrizioni cui è soggetto in Cina, Iran, Libia, Pakistan e Siria. Paesi che probabilmente non appartengono, per ovvie ragioni, al panel messo in piedi da Nielsen per misurare l'audience dei cinguettii in Tv.

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 10/10/2013 @ 07:12:20, in Mercati, linkato 1626 volte)

Il 69% degli italiani, contro una media europea del 59%, si dichiara pronto a risparmiare sull’abbigliamento, ma ben due terzi (il 64%, vs media europea pari al 58%) non sono propensi a rinunciare ai capricci gastronomici.

Un italiano su due (il 48%, in linea con il resto dei paesi europei) dichiara di fare la spesa più spesso per avere cibo fresco in base alle necessità: il valore del “carrello”, in termini di freschezza e qualità, resiste alla crisi.

I dati emergono dall’indagine che Nielsen ha condotto a livello mondiale nell’arco del primo semestre 2013 (Global Inflation Impact Survey), su un campione costituito da più di 29.000 intervistati online in 58 Paesi, con l’obiettivo di misurare il cambiamento del comportamento dei consumatori in uno scenario di aumento dei prezzi
 
Il 46% degli italiani (vs media europea pari al 56%), si legge nella ricerca, ammette di aver potuto acquistare nell’ultimo anno esclusivamente lo stretto necessario per vivere (cibo e beni basilari), il 43% (media Europa 34%) riconosce, invece, di aver avuto l’occasione di soddisfare qualche capriccio personale.

Solamente l’11% degli intervistati in Italia (in linea con il dato europeo pari al 10%) si dichiara in grado di spendere qualunque cifra liberamente. 
Il 64% degli italiani, alla pari della media europea, afferma che non sarebbe in grado di affrontare, con l’attuale reddito, un aumento dei prezzi dei generi alimentari. 

Le categorie merceologiche che più andrebbero incontro a una riduzione dei consumi, in caso di incremento del tasso inflattivo, in Italia sono le seguenti: ristorazione (due intervistati su tre, il 70%, hanno dichiarato di tagliare il budget di colazioni/cene fuori casa, contro la media europea pari al 59%), cinema e altri svaghi (il 54% dichiara di tagliare su questa voce, media europea pari al 43%), vacanze(il 51% degli italiani è pronto a ridurre i viaggi di piacere, media Europa 38%), alimentare (il 36%  è deciso a contrarre la spesa, Europa 40%).

In generale, a livello europeo, si farebbe a meno prima di tutto dello shopping (60% dei rispondenti), dei pasti fuori casa (59%) e svaghi (dal cinema ai viaggi, 43%). Solamente per gli spagnoli (in ragione del 42% del campione vs  34% in Europa) cellulare e internet risultano una spesa superflua. 
 
I settori che nel nostro Paese subirebbero un minore impatto da una prevedibile lievitazione dei prezzi sarebbero: l’alimentare (il 64% degli italiani dichiara di non tagliare in questo segmento di acquisti, contro una media europea del 58%), i prodotti per la salute (Italia 62% vs Europa 54%), le spese per la casa (60% vs media Europa 62%) e l’istruzione (40% vs media europea pari al 31%).

E’ da evidenziare che, in Europa, l’Italia è l’unico Paese, assieme alla Spagna, a volere  tutelare dagli effetti negativi della crisi la voce istruzione: nella media europea questa è soltanto al settimo posto degli items da non “toccare”.
I tedeschi (il 43% del campione vs media europea del 19%) nel loro carrello della spesa non rinuncerebbero alle bevande (leggi “birra”!), mentre in Inghilterra non si riesce a fare a meno di internet e cellulare (40%, vs media Europa pari al 34%).
 
In uno scenario di aumento dei prezzi dei generi alimentari, 2 italiani su 3 (il 67%, in linea con la media europea) dichiarano di prediligere prodotti più economici e quindi le “private label”.

La tendenza più marcata in questo senso si riscontra in Spagna, Francia e Regno Unito, le prime due all’83% delle dichiarazioni degli intervistati, l’altro all’82%.
Ciononostante, pure in una congiuntura di crisi, “inconsciamente” aumenta tra gli italiani la propensione all’innovazione e alla sperimentazione: il 47% degli intervistati (media europea 40%) dichiara di essere pronto a sperimentare nuove marche. Segue a ruota il Regno Unito (46%), mentre Francia, Germania e Spagna si rivelano meno elastiche in questo senso, collocandosi, le prime due, al 40%, l’ultima al 32% dei rispondenti favorevole a provare nuovi brand.

Per ciò che concerne le abitudini di acquisto, in vista di un aumento dei prezzi, il 59% degli italiani dichiara di indirizzarsi verso prodotti in saldo (media eu 47%), il 54% di fare la scorta di prodotti di uso regolare se in offerta(media europa 44%), il 39% di ricercare offerte online (media Europa 31%),  il 29% – come nel resto dell’Europa – di orientarsi all’acquisto di confezioni più grandi,  il 26% di ricercare offerte speciali sui social media(media europea 25%), il 22% di abituarsi a fare porzioni più piccole (Europa 15%), il 20% di ricorrere alla spesa online (media europea 13%), il 19% di scegliere prodotti più vicini alla data di scadenza (solitamente questi sono in offerta nella grande distribuzione).

Solo il 5% dichiara di optare, se i prezzi aumentano, per la soluzione di comprare a credito.

Prendendo in esame i prodotti il cui consumo sarebbe considerato superfluo in una prospettiva di aumento dei prezzi, dalla Survey di Nielsen emerge che il 70% degli italiani (dato più alto in Europa)  considera superfluo il consumo di snacks salati (media europea 61%), il 66%, come in Europa, di snacks dolci, il 60% di piatti pronti (media europea 51%), il 63% di essere disposto a rinunciare a pasti fuori casa (media europea 54%), il 63%alle bibite gassate (vs media Europa pari al 53%). 
 
Naturalmente, tra le categorie meno esposte alla contrazione dei consumi,troviamo gli alimenti alla base di una corretta dieta alimentare (latte, cereali, pane, pasta, frutta, verdura, carne).

Queste voci in Italia fanno registrare i seguenti dati: il 21% degli intervistati diminuirebbe il consumo di latte (media Europa 19%), il 28% taglierebbe sui cereali non confezionati (media Europa 21%), il 20% sul pane (media Europa 22%), il 16% sul cibo confezionato (media Europa 23%); il 20% su frutta e verdura fresca (media eu 24%); il 26% sulla carne (media eu 28%).
 
Una delle strategie messe in atto dal consumatore italiano per tutelarsi da prevedibili aumenti dei prezzi è quella di individuare canali di vendita caratterizzati dalla presenza massiccia di offerte e promozioni. 
Gli italiani diminuirebbero la frequentazione, tra gli altri, dei seguenti canali: il 48% del campione intervistato abbandonerebbe i negozi a conduzione familiare (media europea 35%); il 46% lascerebbe i piccoli negozietti di quartiere (media europea 37%); il 44% i minimarket (vs media europea 42%), il 39%, come in Europa, i negozi specializzati; il 39% i chiostri/distributori automatici (media europea 33%); il 17% i discount (Europa 15%);  il 14% i  format di pdv denominati  “produzione propria/orto” (Europa 11%).

Come ultimo punto, vengono prese in considerazione le strategie dei consumatori per evitare sprechi di cibo.
In merito alle principali forme di intervento implementate dai consumatori in questo senso si riscontra che il 48% degli italiani (media Europa idem) fa la spesa più spesso per avere cibo fresco in base alle necessità; il 42% compra meno alimenti e bevande facilmente deperibili (Europa 38%); il 36% è attento ad acquistare i prodotti con una data di scadenza più lunga (Europa idem); il 32% cucina una maggiore quantità di cibo che poi surgela (Europa 33%).
In sintesi, nel Bel Paese, si fa più frequentemente la spesa, prediligendo i prodotti freschi rispetto a quelli a lunga conservazione e ai surgelati. Da ciò si deduce che in Italia la crisi non è “ancora” riuscita a diminuire il “valore” del carrello della spesa dei consumatori, in termini di freschezza e qualità.

Commentando i risultati della Inflation Impact Survey,Roberto Pedretti, Amministratore Delegato di Nielsen Italia, ha dichiarato: “Il tema dei prezzi per il consumatore italiano nel comparto alimentare  è da sempre un tema “caldo” e lo diventa ancor di più in questi anni di crisi in cui il consumatore studia vere e proprie strategie e mette in pratica diverse contromosse per riuscire a risparmiare: sfrutta le potenzialità della rete  per arrivare nel punto vendita “preparato” e con le idee chiare su prodotti e prezzi, predilige determinati canali di vendita, compra meno ma più spesso per garantirsi comunque cibi freschi. Ma, nonostante ciò”, ha sottolineato il CEO di Nielsen Italia, “il consumatore italiano non rinuncia alla “voglia di nuovo”:  infatti è proprio in questi periodi di difficoltà che è tendenzialmente più aperto alla sperimentazione, a provare nuovi brand, a patto però che sia “tangibile” il beneficio effettivo”.

“Per delineare strategie di offerta innovative e sempre più competitive per gli addetti ai lavori dunque”, ha concluso Pedretti, diventa fondamentale conoscere a priori “il consumatore e il suo comportamento di acquisto al variare dei prezzi”.

Via Spot and Web

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Di Altri Autori (del 08/10/2013 @ 07:38:04, in Social Networks, linkato 1329 volte)

La pubblicità in Instagram è in arrivo. Il gruppo, fondato da Kevin Systrom e Mike Krieger, ha confermato ufficialmente in un post sul suo blog che inizierà l’inserimento di annunci pubblicitari nella timeline degli utenti nei prossimi mesi.

“Negli ultimi tre anni abbiamo guardato con stupore come Instagram è cresciuta a una comunità globale di oltre 150 milioni di persone catturare e condividere momenti di tutto il mondo. Instagram è un luogo dove le persone vengono a connettersi ed essere ispirati, e la nostra attenzione con ogni prodotto che costruiamo è mantenere in questo modo. Abbiamo grandi idee per il futuro, e la parte di realizzarle sta costruendo Instagram in un business sostenibile. Nei prossimi due mesi, si può iniziare a vedere un annuncio occasionale nel tuo feed Instagram negli Stati Uniti”.

Secondo quanto dichiarato dall’azienda, la pubblicità inizierà ad essere visualizzata dagli utenti degli Stati Uniti e la società si “concentrerà in un piccolo numero di belle foto di alta qualità e video inseriti da una manciata di brand che sono già grandi membri della comunità Instagram”. L’obiettivo è quello di fare qualsiasi pubblicità come se fosse una foto “naturale per Instagram” ossia come le foto ed i video degli utenti.

Instagram precisa che nonostante l’inserimento della pubblicità, gli utenti manterranno tutti i loro diritti per le loro foto e video caricati: “Instagram non sarà in grado di vendere i diritti di immagini e video caricati dagli utenti senza un cambio di termini e condizioni del servizio”.

La società aggiunge che: “ci siamo anche assicurati di darvi il controllo. Se vedete un annuncio che non vi piace, sarete in grado di nasconderlo e fornire un feedback su ciò che non giudicavate buono. Contiamo sul vostro contributo per aiutarci a migliorare continuamente l’esperienza di Instagram”.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 07/10/2013 @ 07:18:13, in Aziende, linkato 1668 volte)

Aria di crisi in casa Ikea Italia. Per il secondo anno da quando ha aperto i suoi negozi nel Belpaese, il colosso dell’arredamento svedese ha registrato una contrazione del fatturato (-4,5%) scendendo a 1,5 miliardi di euro nel bilancio italiano chiuso ad agosto 2013. Ma il gruppo ribadisce la volontà di restare con i piedi ben piantati nel nostro Paese, confermando l’intenzione di proseguire il suo piano di espansione retail nello Stivale e di scommettere sul nostro made in Italy. Nel tempo, infatti il nostro Paese è diventato il terzo fornitore dopo Polonia e Cina: gli approvvigionamenti in Italia, che oggi valgono circa 1 miliardo, sono destinati a crescere.

Utili e margini operativi, come sempre per la multinazionale, rimangono top secret. La flessione del fatturato è del 4,5%, ma senza considerare il nuovo punto vendita aperto in Abruzzo sarebbe del 7,8%. “L’interesse per i nostri prodotti rimane forte, i visitatori nei punti vendita sono calati solo del 2% – commenta Lars Petersson, amministratore delegato Ikea Italia – solo che spendono meno o comprano prodotti meno cari”.

Così a scendere sono soprattutto le vendite di mobili (-6,8% a 847 milioni di euro), mentre tengono quelle dei più economici complementi d’arredo. Nonostante questo Ikea prevede di salire nel 2013 a una quota di mercato del 9,1% nel settore legno arredo, rispetto all’8,7% del 2012. Facendo quindi meglio della concorrenza, anche se non con la crescita spettacolare che tra 2008 e 2012 l’aveva vista salire dal 4,8 all’8,7% del totale. Mentre la ristorazione nei punti vendita, in calo del 6,4%, paga le rivelazioni su carne di cavallo e batteri fecali: “Abbiamo rafforzato le misure di controllo”, replica la società.

Petersson ha annunciato la data di apertura del nuovo negozio di Pisa: sarà il 5 marzo 2014, a oltre 7 anni di distanza dal primo progetto, per 62 milioni di euro di investimento. Una frazione dei 400 milioni che l’anno scorso la società aveva annunciato di voler puntare sull’Italia entro il 2015. “Vogliamo crescere, confermiamo quella cifra – ha detto l’amministratore delegato – anche se i tempi potrebbero essere più lunghi”. Sul terzo store di Roma infatti la società non ha ancora ottenuto dall’amministrazione date certe, mentre quelli di Verona e Milano (il quarto) per ora restano sulla carta. “Ci vorrebbe maggiore certezza per chi investe in Italia: di tempi, di leggi, di tutto”, ha concluso l’amministratore delegato. “Qui si sa quando si parte, mai se e quando si arriva, in 20 anni la situazione non è migliorata così tanto”.

Via PambiancoNews

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Di Altri Autori (del 04/10/2013 @ 07:58:39, in Pubblicità, linkato 1424 volte)

Cala vertiginosamente il fatturato della pubblicità sulla carta stampata nel periodo gennaio-agosto 2013: secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Stampa Fcp, il settore ha perso il 23,4% su base annua, registrando un giro d’affari di 519 milioni di euro.

A patire maggiormente l’emorragia pubblicitaria sono i mensili, con un calo del fatturato pari al 25,3%, e i settimanali, in discesa del 25,1%. Di poco sotto media i quotidiani.

Via Quo Media

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Di Altri Autori (del 03/10/2013 @ 07:37:46, in Brand, linkato 1419 volte)

Apple ha spodestato Coca Cola nella classifica dei marchi più apprezzati, aggiudicandosi il titolo di brand più influente al mondo. Secondo lo studio Top 100 brands di Interbrand, infatti, la società di Cupertino sarebbe adesso leader nella progettazione e nello sviluppo, rappresentando di conseguenza il brand con il maggiore valore sul mercato.

Il valore del marchio Apple è saltato al 28% raggiungendo i 98,3 miliardi di dollari, lasciando Google al secondo posto con 93,3 miliardi di dollari. Coca Cola, invece, è scivolata, dopo 13 anni di primato, al terzo posto con un valore di 79,2 miliardi di dollari. ”Capita spesso che una società cambi la nostra vita, non solo con i suoi prodotti, ma anche con i suoi valori” ha commentato Jez Frampton, CEO di Interbrand. “Tim Cook ha riunito un team solido e ha mantenuto intatta la visione di Steve Jobs, una visione che ha permesso ad Apple di mantenere le sue promesse di innovazione invariate nel tempo”.

Lo studio annuale di Interbrand, sotto stretta sorveglianza da parte delle industrie, determina il valore di una marca, esaminando la sua performance finanziaria, il ruolo che ha nell’influenzare l’acquisto dei consumatori e la capacità di garantire guadagni . La Top 10 è completata in ordine decrescente da IBM, Microsoft, GE, McDonald, Samsung, Intel e Toyota.

Le società tecnologiche sono quelle che più spesso salgono la vetta, ma allo stesso tempo anche quelle che scendono più facilmente. Se da un lato, infatti, Google è salita del 34%, dall’altro Nokia ha avuto un rapido declino arrivando dal 19° posto al 57°, con il peggior calo nella storia del marchio.
I cambiamenti all’interno della classifica dei marchi riflettono ovviamente il fermento creatosi nel settore della tecnologia nel corso dell’anno. Nokia, ad esempio, che per lungo tempo ha avuto la maggiore quota di mercato nel settore della telefonia mobile fino al superamento di Samsung nel 2012, ha subito questo mese un radicale cambiamento quando è stata comprata da Microsoft per 7,32 miliardi di dollari. Il che potrà forse portare vantaggi a lungo termine ad entrambe le aziende, ma per il momento fa scendere il brand Nokia nella classifica dei valori. Male anche BlackBerry che, se nel 2012 era già scesa al 93° posto, quest’anno addirittura non compare nella Top 100.

Nella classifica c’è anche un po’ di Italia che, con Prada e Ferrari, si colloca nella parte bassa della classifica: la prima al 72° posto, la seconda al 98°.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 01/10/2013 @ 07:19:24, in Aziende, linkato 1311 volte)

L’innovazione è sempre più uno degli asset più importanti per le imprese per rimanere ai vertici dei mercati, a maggior ragione in quello hi-tech, dove la velocità della concorrenza impone di rimanere costantemente competitivi. A tal proposito dal 2005 il Boston Consulting Group ha esaminato più di 1.500 dirigenti a livello mondiale per ricavare, dalle loro valutazioni, una fotografia delle aziende più innovative al mondo, confrontandole nel tempo e tra le regioni e industrie.

Ogni anno la ricerca si è tradotta in una “Most Innovative Companies” che, nell’edizione 2013, per la nona volta consecutiva vede Apple prima in classifica, seguita da Samsung, Google e Microsoft. Quattro aziende tecnologiche ai primi quattro posti, dunque, mentre il quinto è appannaggio di Toyota. Non solo. Altri rappresentanti del mondo hi-tech – comeIbm, Amazon, Sony e Facebook – fanno parte della top 20, a conferma che il mondo di Internet, del software e dell’elettronica, è sempre e un luogo di sperimentazione e di forte innovazione.

Per quanto riguarda la presenza tra i top 50 di aziende automobilistiche, 14 case automobilistiche fra le prime 50 posizioni, e nello specifico nove fra le prime 20, e tre (con Toyota ci sono Ford e BMW) nella top 10, dimostrano quanto le case automobilistiche siano impegnate nella corsa all’adozione delle nuove tecnologie (mobili e di connettività) per migliorare i sistemi di infotainment di bordo. L’automobile si sta evolvendo nella direzione delle “smart-auto” usando la definizione di Forrester il “quarto ambiente per l’informatica”.

Nella ricerca vengono esplorati altri cinque fattori che sostengono la capacità di innovazione: l’impegno del senior management , la capacità di sfruttare proprietà intellettuale (IP), un orientamento al cliente, forte gestione del portafoglio di innovazione, e processi di sviluppo ben definiti.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 30/09/2013 @ 07:48:20, in Aziende, linkato 3239 volte)

È stato l’argomento del giorno: ne hanno parlato tutti, perfino la stampa estera. Le dichiarazioni del presidente di Barilla circa le coppie omosessuali hanno scatenato un’ondata di proteste sul Web che ha valicato le Alpi e attraversato l’oceano, finendo un po’ dappertutto.

Quello che è successo lo si può leggere praticamente ovunque ma, per completezza, lo si può riassumere così. Mercoledì 25 settembre Guido Barilla viene intervistato da La Zanzara, programma radiofonico di Radio 24. Si parla di rappresentazione del ruolo femminile nella pubblicità, un tema sollevato il giorno prima dal presidente della Camera Laura Boldrini, che già aveva dato vita a un certo dibattito. Tra una parola e l’altra, Barilla dichiara che la sua azienda, che si identifica con i valori incarnati dalla “famiglia tradizionale”, non firmerebbe mai uno spot pubblicitario con protagonista una coppia omosessuale. «Se non gli piace quello che diciamo [gli omosessuali], faranno a meno di mangiarla [la pasta Barilla] e ne mangiano un’altra – ha detto Barilla – Ma uno non può piacere sempre a tutti». Le parole di Barilla non sono andate giù né a parte dell’opinione pubblica né tanto meno alle associazioni per i diritti civili e omosessuali. Ma la reazione del Web è andata oltre ogni previsione: come una fiammata l’hashtag #boicottabarilla è diventato virale e quello che è successo poi, lo sappiamo tutti.

La questione ha scatenato un gran polverone, ma al di là delle polemiche e dei giudizi sul concetto di famiglia, sulle parole di Guido Barilla e sulla reazione del Web, la faccenda di Barilla si presta bene a una riflessione su quello che è successo – o meglio, che non è successo – sui profili social di Barilla, Facebook in particolare. Due precisazioni: la prima è che, in linea con lo scopo di questa rubrica, si parlerà esclusivamente di come la questione abbia impattato sulla comunicazione del brand sulle proprie pagine Facebook. La seconda è che questa analisi prende in oggetto quanto successo nella giornata di giovedì 26 settembre, più o meno dalle undici di mattina fino alle sei di sera.

Dunque, ricostruiamo la dinamica. L’intervista di Barilla per Radio 24 va in onda mercoledì sera. Subito dopo, sulla pagina Facebook dell’emittente radiofonica, cominciano ad apparire i primi commenti di coloro che non hanno gradito. Già a questo punto, il brand manager dell’azienda emiliana avrebbe dovuto mettersi in pre-allarme e pensare a una strategia comunicativa per correre ai ripari. Sulla pagina ufficiale di Barilla, però, è una tranquilla serata come tante. L’indomani, giovedì mattina, Radio 24 rilancia l’intervista della sera prima e scoppia la bomba: non è più sera, quando tutti sono impegnati a fare altro, adesso tutti sono davanti al computer, sono all’erta. La faccenda diventa virale, nasce l’hashtag #boicottabarilla e la conversazione, letteralmente, esplode.

E sulla pagina Facebook di Barilla che succede? Niente. O meglio, niente che porti la firma di Barilla, visto che la pagina rimane inchiodata al giorno precedente. In compenso, però, gli utenti si stanno dando un gran daffare, lasciando commenti di fuoco su qualsiasi post capiti loro a tiro.
Sono più o meno le undici di mattina. E, ancora per moltissime ore, sulla pagina ufficiale di Barilla ci sarebbe stato una specie di deserto, popolato soltanto dalle sonore proteste degli utenti.

Questo non perché i social media manager di Barilla fossero scappati in un bunker anti-atomico con tre scatole di razioni K in attesa di tempi migliori: molto probabilmente i responsabili della comunicazione sui social media di Barilla hanno ricevuto precise indicazioni dall’alto o, anche, è possibile che di indicazioni non ne abbiano ricevute affatto. Il tema è delicato, e in casi come questi si aspettano – e ci si deve aspettare – le direttive dai vertici su come affrontare la crisi, su cosa comunicare e come comunicarlo. Personalmente immagino una catena decisionale diventata improvvisamente lunghissima, che ha rallentato tutte le mosse. Questa è solo una mia supposizione: potrebbe anche essere Barilla abbia “strategicamente” scelto di temporeggiare.

Nel frattempo, però, sul web si scatenava il finimondo: mentre la polemica prendeva forza e #boicottabarilla diventava sempre più virale, altre aziende hanno colto la palla al balzo, volgendo abilmente il “crollo” di Barilla a proprio favore.
Una trovata geniale dal punto di vista del marketing, che ha preso il payoff più famoso di Barilla, lo ha accostato all’oggetto del contendere e ha risolto la crisi mettendoci il proprio brand. Una strategia comunicativa che, di certo, non è stata solo un’iniziativa dei social media manager di Althea: l’idea, a chiunque sia venuta, sarà stata certamente presentata e approvata dai vertici dell’azienda, decidendo di “prendere posizione” sposando questa linea comunicativa. Merito, forse, di una catena decisionale più corta e snella, che ha permesso a dirigenti, creativi, grafici e social media manager di agire con un tempismo perfetto?

Certo, va detto che Althea non è Barilla: Barilla è una multinazionale, un colosso del settore alimentare e per questo agisce con tempi e modi diversi. Ma una crisi, quando arriva, non rispetta le gerarchie né i piani di comunicazione, e forse si sarebbe dovuto prevedere un protocollo d’azione diverso, visto che su Facebook, intanto, continuava la presa della Bastiglia degli utenti.

[Sempre per restare in tema di instant marketing, anche Pasta Garofalo e Misura hanno colto la palla al balzo. Quindi non si può dire che Althea si è potuta permettere di agire in fretta perché è un “ecosistema” più piccolo. Più verosimilmente, le strategie comunicative interne ed esterne delle tre aziende sono diverse. E, in questo caso, sono state più efficienti ed efficaci].

 Guido Barilla rompe il silenzio poco dopo le 14 di giovedì pomeriggio, con un comunicato stampa in cui porge le proprie scuse per il fraintendimento e  perle polemiche generate dalle sue parole, rinnovando il rispetto per gli omosessuali e la liberà di espressione di chiunque. Questo comunicato non comparirà sulla pagina Facebook di Barilla che poco prima delle 16.30. Perché tanto ritardo? L’idea che passa è che l’azienda si sia dimenticata di essere e di comunicare sui social media, quegli stessi social media che, da ore, stavano attaccando il brand in tutti i modi possibili.
Si tratta di una comunicazione molto fredda, distaccata, un comunicato stampa incollato in uno status che quasi stona in mezzo a tutti gli altri post della pagina che, invece, puntano sulle immagini, sul calore, sul coinvolgimento degli utenti. Non si tratta di una comunicazione sobria per mettere fine a una crisi, si tratta di una comunicazione arrivata ben oltre il tempo utile e che, purtroppo per Barilla, è servita a poco.

Non solo. In capo a quelle poche ore, giovedì, il boicottaggio contro Barilla è andato ben oltre i confini italiani: stiamo parlando di un brand italiano conosciutissimo all’estero, spesso associato con l’idea stessa della cucina italiana. Ne hanno parlato in Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti, in Germania. Dalla Francia è addirittura partita una petizione. Gli utenti arrabbiati si sono riversati in massa sulle relative pagine locali, che Barilla ha sempre gestito con grande profitto. E anche qui, purtroppo, Barilla ha taciuto.
A questo punto verrebbe da manifestare tutta la propria solidarietà ai social media manager di Barilla che, probabilmente, hanno assistito per un giorno intero a gran parte del proprio lavoro che finiva in fumo. Barilla ha sempre avuto una forte presenza sui social, lavorando sul coinvolgimento dei fan, raccontando il brand e i suoi prodotti. Insomma, un gran lavoro di corporate storytelling che ha sempre avuto successo fin dai tempi della pubblicità col gattino, e che ha saputo trasporre con grande maestria anche sui social media.

Purtroppo però, questa crisi ha evidenziato tutte le falle della strategia di Barilla che, non agendo in modo tempestivo, ha minato i risultati di mesi, di lavoro, compromettendo la fiducia di quegli utenti – di ambo le “fazioni” – che si aspettavano una risposta o quantomeno una reazione di qualsiasi tipo, dalla classica “marcia indietro” alla riaffermazione dei propri valori. Ma restare in silenzio davanti a quelli che ti accusano – o che ti sostengono – è un rischio: la conversazione su di te continuerà senza di te e ognuno si farà la sua idea senza che tu possa farci niente.

Risposte che, ovviamente, non potevano venire dalla semplice iniziativa dei social media manager, costretti a “restare a guardare”, e ad aspettare che arrivasse qualcuno a dar loro le direttive necessarie per affrontare la débâcle. Mentre i loro competitor, professionisti come loro, agivano con precisione quasi chirurgica semplicemente perché messi nelle condizioni di farlo.

E se questo purtroppo è successo sulla pagina Facebook italiana, figuriamoci su quelle per l’estero, dove oltre al tempo fisiologico di reazione per capire cosa diavolo fosse successo, c’erano di mezzo anche i fusi orari e una certa dose di disorientamento.

Quello che gli utenti hanno percepito, per tutta la giornata di giovedi, è stato quasi come un abbandono della nave da parte del brand, che ha lasciato i propri profili – la propria identità sul web così faticosamente costruita – in balia degli eventi.

Lesson Learned: Azienda, sul web tutto accade molto più velocemente di quanto tu possa pensare. Dòtati di un protocollo anti-crisi che faccia da ombrello ovunque tu sia presente e, soprattutto, fai in modo che i tuoi social media manager possano agire con quella rapidità necessaria per stare al passo con le conversazioni sui social media.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 26/09/2013 @ 08:22:30, in Social Networks, linkato 1371 volte)

Debutta online Twigis.it: è un social network dedicato ai bambini con un'età fra 6 e 12 anni dove possono incontrarsi e sviluppare la creatività. Rivela un territorio con opportunità ancora da esplorare che vive accanto al web accessibile invece a tutti i navigatori online.

È un luogo protetto e dedicato ai più piccoli per conversare tra loro. Le attività su Twigis I bambini sono in grado di costruire fumetti animati e condividerli. Oppure frequentano mondi virtuali dove scrivono attraverso chat. Hanno una posta elettronica personale che adoperano per scambiarsi messaggi soltanto all'interno della loro community e senza contatti con l'esterno. Partecipano anche su blog e hanno a disposizione giochi. Ogni utente ha un suo profilo: può aggiungere un'immagine e disporre di monete digitali. Twigis.it ha una bacheca dove commentare i primi giorni di scuola.

Il social network all'estero si chiama Tweegee.com e finora è arrivato in Argentina, Brasile, Egitto, Giordania, Israele, Russia, Turchia. Ha 4 milioni di iscritti nel mondo. Riservatezza online Twigis.it assicura un solido livello di privacy. I commenti pubblici condivisi nella piattaforma sono esaminati da moderatori adulti prima di essere visibili sul web: controllano i contenuti ed eventuali tentativi di acquisire dati dall'esterno. Ha policy elevate nella gestione delle informazioni personali in modo da tutelare i minori. Ad esempio non distribuisce i "cookies" impiegati per riconoscere gli iscritti quando si connettono a un sito web. Inoltre monitora eventuali anomalie nell'attività degli utenti: può sospendere i profili interni e ha una collaborazione con la Polizia Postale.

La trasformazione digitale Per quanto riguarda lo scenario socio-antropologico, come ha spiegato Giuliano Noci, professore ordinario di marketing al Politecnico di Milano, il mutamento in corso alimentato dalla diffusione dell'information technology rivela in profondità – osserva Noci - "un cambiamento sociale abilitato dalle tecnologie digitali" che plasma le modalità di apprendimento e di formazione.

Via IlSole24Ore.com

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