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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 11/02/2013 @ 07:44:33, in Aziende, linkato 1537 volte)

Si attestano a 74 gli oggetti venduti al minuto, contro i 60 del 2011. Ma l’anno scorso è stato anche l’anno dell’m-commerce, il commercio via dispositivi mobili. L’e-commerce nel 2012 registra un incremento delle compere via smartphone: ogni 17,5 secondi, contro i 34 del 2011, avviene una transazione via mobile. Lo shopping online sta rivestendo un ruolo importante nel risparmio, diventando il motore principale degli acquisti degli italiani, sia da cc che da mobile.

eBay che, forte delle 6.700 categorie merceologiche, offre un osservatorio per studiare le abitudini d’acquisto degli italiani. La tecnologia è la categoria più gettonata dai suoi utenti. Ammontano a 26 acquisti all’ora i prodotti tecnologici. Questa categoria sta galoppando di gran lena, visto che nel 2009 trascorrevano 4 secondi fra un acquisto e l’altro, che ora si sono assottigliati ad appena 2,3 secondi.

Gli oggetti più comprati dagli appassionati di hi-tech sono gli accessori: vengono comprati al ritmo di uno ogni 41 secondi, e conquistano la palma d’oro cover e custodie, seguite da proteggi schermo per i dispositivi touch screen che registrano un acquisti ogni minuto. Apple, Samsung e Nokia sono i brand più richiesti.

Via Quo Media

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Di Roberto Venturini (del 08/02/2013 @ 07:14:31, in Pubblicità, linkato 1604 volte)

Provenendo da una lunga carriera come pubblicitario, naturale che il tema m’interessi, molto. E ogni tanto ne scriva.
Anche perché regolarmente mi capita di imbattermi in opinionisti che predicano la fine di questa disciplina, sorpassata dalle magnifiche sorti del social/digitale.

Un digitale, mi permetto di aggiungere, che ancora raggiunge poco più di una metà degli italiani. E che quindi è inutile per comunicare con l’altra metà. Sulla metà che c’è, ci sono da fare un po’ di distinguo.

La parte più visibile e glorificata dell’utenza è quella che spinge l’innovazione nei modi di rapportarsi socialmente col prossimo, di relazionarsi con marche e prodotti. L’italiano 2.0, se volete.
Ma facendo un giro in Rete in occasione di eventi nazional popolari, ascoltando quella maggioranza che normalmente interagisce poco, scopriremo un’Italia (ovvio, dati i tempi dei movimenti culturali epocali) ancora parecchio 1.0. Specialmente al di sopra di una certa età. Su questa fascia di utenza, tanti dei discorsi che leggiamo non si applicano molto. Non basta comprare ogni tanto i biglietti per le vacanze online per essere dei veri e propri digitali.

Niente push, non facciamoci notare
Potremmo tentare di farli interagire con iniziative social, aprendo per esempio una nuova pagina Facebook; ma come farlo sapere? Non a caso ormai sappiamo che la maniera migliore per lanciare un’iniziativa social è quello di fargli un po’ di pubblicità. Così facciamo della metacomunicazione, pubblicizziamo una nostra forma di comunicazione commerciale… ma ormai il mondo funziona così.

Non possiamo poi negare il fatto che uno spot potente possa arrestarci, emozionarci, farci di botto pensare, prendere coscienza. Possa convertirci a una causa sociale, farci cambiare idea su un prodotto, con una potenza emozionale che spesso il digitale si sogna.
Ma nemmeno sorvolare su un altro fatto: che la pubblicità è più superficiale del digitale, che non è un buon strumento per dare informazione e approfondimento e che non è una verità indipendente essendo pagata da una parte in causa.

Ci sono alternative?
Potremmo tentare di farli interagire con iniziative social, aprendo per esempio una nuova pagina Facebook; ma come farlo sapere? Non a caso ormai sappiamo che la maniera migliore per lanciare un’iniziativa social è quello di fargli un po’ di pubblicità. Così facciamo della metacomunicazione, pubblicizziamo una nostra forma di comunicazione commerciale… ma ormai il mondo funziona così.

Non possiamo poi negare il fatto che uno spot potente possa arrestarci, emozionarci, farci di botto pensare, prendere coscienza. Possa convertirci a una causa sociale, farci cambiare idea su un prodotto, con una potenza emozionale che spesso il digitale si sogna.
Ma nemmeno sorvolare su un altro fatto: che la pubblicità è più superficiale del digitale, che non è un buon strumento per dare informazione e approfondimento e che non è una verità indipendente essendo pagata da una parte in causa.

Quello che cambia è prendersi i rischi
La vera differenza è che la pubblicità è sempre (o quasi) stata fatta facendo attenzione a non rischiare troppo, prioritario non fare un autogol. Mentre online il perbenino non buca, non se lo fila nessuno, non interessa e non funziona. Ma soprattutto quello che conta è avere un’idea. Senza di quella, ne’ la pubblicità ne’ i social cosi funzioneranno mai.

Via Tech Economy

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La prima conferma del 2013 è che i media e la politica nostrana hanno scoperto i social network, e sopratutto Twitter, in chiave di comunicazione elettorale, abbandonando le ultime resistenze sotto i colpi dei cinguettii del premier Monti, che si è dato anche a una sessione di “conversazione” live di cui trovate un’accurata trascrizione qui.

In molti si sono subito attivati per discutere dei pro e dei contro di questi nuovi canali di comunicazione politica, sia in chiave negativa in quanto non sposterebbero voti e sarebbero solo un simulacro della democrazia, sia in ottica positiva per l’apertura al nuovo (e con qualche stoccata ai critici).

Visto che in rete c’è ottima documentazione circa i fatti digitali in questione non ho interesse a analizzare i particolari e le scelte di Monti e degli altri leader italiani, mi piace però fare qualche considerazione sui social media in politica ma anche negli argomenti sociali e civili in genere.

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La prima nota è che Facebook, Twitter e compagnia non possono essere un mezzo auto consistente come pretenderebbe qualcuno e quindi è ovvio e naturale che siano una parte di un insieme di strumenti più vasto e che lo scopo sia prima di tutto quello di amplificare un messaggio e una storia che nascono altrove.
Lo si può fare poi più o meno bene, e secondo me chi lo fa in modo coordinato con altri mezzi di espressione dimostra di avere capito meglio, e non peggio.

Secondo punto, un media come Twitter si presta magnificamente all’aggregazione di persone che discutono su di un argomento ma è non così adatto all’approfondimento in quanto 140 caratteri sono pochi e ancora meno sono gli utenti che seguono eventuali link (i più fanno RT o commenti senza leggere).
Facebook invece non permette facilmente questo tipo di aggregazione, anche a causa del rumore di fondo che genera, mentre gli altri mezzi in Italia sono di nicchia.
Difficile dunque pensare a dibattiti articolati e documentati, l’output non può che essere invece quello di concetti brevi e, nel caso peggiore, di slogan.
Basta dunque non aspettarsi altro e intercettare piuttosto quanto può uscire di buono dalla conversazione globale sui diversi argomenti (tema non nuovo ma ancora piuttosto disatteso).
Come giustamente rileva Vincenzo Cosenza analizzando la presenza web dei nostri politici, finora invece poco si è ascoltato, a differenza di quanto è stato fatto negli Usa dallo staff di Obama.

Ancora, è piuttosto ovvio che in un paese disamorato della politica a interagire siano soprattutto i relativamente pochi supporter, oppositori e influencer/media/giornalisti e il fatto che la stampa e la tv riprenda gli slogan (in 140 caratteri o meno) non è altro che la prosecuzione di talk show, giornali e commenti televisivi vari in cui non c’è ormai più alcun tipo di approfondimento. Anche perché tale prodotto giornalistico ha poca domanda.
Episodi come quello raccontato qui nascono, a mio avviso, anche dall’abitudine di sentire attacchi vuoti e offensivi perché tale è la modalità di comunicazione cui siamo esposti.

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Non che per questo i social media siano inutili alle cause politiche e anche sociali: il successo della campagna elettorale di Obama (e soprattutto del fund raising collegato) ne è un esempio clamoroso, come per certi versi lo sono state anche le primavere arabe o altri movimenti democratici.
Altrettanto corretto poi è evidenziare come non sia tutto trasparente e come ci sia un hype mediatico su questo settore.

Ma ogni cosa nasce prima di tutto da un contesto: i social media sono solo uno dei tanti mezzi con cui una società esprime i propri valori e le proprie priorità ma non sono un mondo separato, anzi, ormai sono parte della realtà di un pubblico meno elitario e addicted di un tempo (che spesso fatica a concepire questa “volgarizzazione”).
Dove questa società si muove attorno a qualcosa che veramente unisce, entusiasma e coinvolge anche un piccolo cinguettio può assumere un significato rilevante. Altrimenti diventa una recita online, e ancora una volta che cosa c’è di nuovo rispetto a un comizio politico?

Molti leader e capi di Stato ormai sono su Twitter o su altri social, ma non è questo a fare la differenza.
Il digitale non può dare sostanza a ciò che non ne ha e lo stato di salute della nostra democrazia dubito passi solo dal livello di competenza nell’usare i social o nel fatto che i nostri politici twittino in prima persona o meno.

Che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via internetmanagerblog.com

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Secondo un recente studio condotto dalla società di ricerca Gartner, i profitti del mobile advertising raggiungeranno, a livello mondiale, 11,4 miliardi di dollari entro il 2013, superando i 9,6 miliardi di fatturato del 2012. Nel 2016, invece, secondo le previsioni, la cifra arriverà a toccare i 24,5 miliardi e la pubblicità su mobile creerà nuove opportunità per gli sviluppatori di app, piattaforme mobile ed agenzie specializzate.

“Il mercato della pubblicità su mobile è cresciuto più velocemente di quanto ci aspettassimo dovuto sicuramente all’incremento delle vendite di smartphone e tablet” ha affermato Stephanie Baghdassarian, direttore della ricerca a Gartner, che continua sostenendo: “la crescita del mobile advertising viene in parte a spese del formato cartaceo, soprattutto per i giornali locali che devono affrontare rendimenti più bassi a seguito delle iniziative editoriali su mobile”.

“Smartphone e tablet estendono il mercato indirizzabile per la pubblicità su mobile in aree geografiche sempre più estese e in questo modo il mercato sarà più facilmente segmentabile. Questo  guiderà la crescita del mobile advertising in modo che le aziende possano investire in modo più intelligente” ha dichiarato Andrew Frank, Vice Presidente della ricerca a Gartner.

Le regioni geografie si evolveranno ad un ritmo diverso e verso varie direzioni. Storicamente, l’atipico utilizzo di cellulari per il consumo di contenuti digitale da parte di giapponesi e coreani, ha dato alla regioni dell’Asia del Pacifico una prematura leadership nel mercato del mobile advertising. Guardando avanti, però, la veloce crescita economica della Cina e dell’India, permetterà molto probabilmente di incrementare anche qui lo sviluppo di un fiorente mercato della pubblicità.

Tuttavia, Nord America ed Europa stringeranno il gap con l’Asia del Pacifico quando i canali mobile saranno integrati a 360° con campagne pubblicitarie che succhieranno i finanziamenti storicamente allocati per la stampa e per la radio.

Nel resto del mondo e, quindi, in America Latina, Europa dell’Est, Africa e Medio Oriente, il mobile advertising crescerà in base alle tecnologie adottate e alla stabilizzazione delle emergenti economie, ma molto probabilmente verranno guidate da mercati pi grandi come quello della Russia, Brasile o Messico.

Via Tech Economy

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