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Reuters: la “tempesta digitale” nel giornalismo è solo all’inizio
Di Altri Autori (del 15/10/2012 @ 07:31:20, in Media, linkato 1755 volte)

Il Reuters Institute for The Study of Journalism, con sede ad Oxford, ha rilasciato un nuovo report sull’evoluzione del giornalismo e dei media. Il report, “Ten Years that Shook the Media World”, afferma chiaramente che siamo ancora all’inizio di una fase di profonde trasformazioni e cambiamenti. “Dopo più di un decennio di turbolenze spesso drammatiche nel settore dei media, siamo solo all’inizio di un periodo di transizione più lungo.” L’istituto paragona la rivoluzione digitale al periodo di forti cambiamenti economici, politici, sociali e culturali seguito all’invenzione della stampa. Mutazioni prolungate  e dagli effetti profondi, che nel caso attuale sono soltanto all’inizio.

Il report nota, ad esempio, che anche nelle aree geografiche dove l’accesso e l’utilizzo della rete sono molto diffusi, il giornalismo professionale viene principalmente finanziato da aziende del comparto media tradizionale e remunerato tramite canali tradizionali di distribuzione (stampa-TV). “Attualmente, forme mediali ereditate, in particolare la televisione lineare, continuano a dominare le diete mediali, ad attrarre una grossa fetta dell’advertising, e a sostenere la maggior parte della creazione di contenuti, specialmente quando si tratta di news.”

L’Istituto, proprio per queste ragioni, sostiene che senza profonde innovazioni industriali e di mercato, le fondamenta finanziarie del giornalismo continueranno ad indebolirsi, seguendo la traiettoria di parziale declino dei media tradizionali e il loro parziale disimpegno verso il mondo delle news; in un contesto in cui un modello economico per le iniziative giornalistiche in rete non è stato ancora pienamente trovato.

Il report riscontra alcune differenze negli 8 paesi analizzati, in particolare tra le 6 democrazie occidentali (Finlandia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti) e le due economie emergenti (Brasile e India), ma ritiene i trend di fondo analoghi se pur declinati e trasformati dal contesto locale. “Le sfide strategiche fondamentali sono le stesse in tutto il mondo, ma differenze nelle condizioni sul terreno significa che le tattiche e i risultati variano in modo significativo.”

L’istituto di ricerca, in ogni caso, individua alcune tendenze centrali all’interno di quella che definisce “una tempesta solo all’inizio”.

La produzione di news professionali di interesse generale sta diminuendo in molte democrazie occidentali e il trend dovrebbe proseguire, nonostante iniziative di nicchia e non-profit. Nelle economie emergenti il numero di giornalisti professionisti sta crescendo, ma principalmente nei media popolari e non di élite.
Il pluralismo nella produzione di news sta crescendo, ma non in termini di quote di mercato e molti dei nuovi fornitori di news sono molto piccoli sia per capacità di produzione di news sia in quanto ad audience raggiunte. Conseguentemente, pochi operatori dominano sempre maggiormente il mercato in contrazione delle news nelle democrazie occidentali; mentre la crescita del mercato favorisce una maggiore diversità nelle economie emergenti.
Le news, al momento, mantengono alto il proprio tasso di penetrazione nella popolazione, soprattutto grazie alla TV, ma una maggiore diversificazione dell’offerta porterà ad una crescente segmentazione del mercato e le abitudini di consumo rifletteranno sempre più interessi e gusti delle audience. Dove l’interesse per le news è basso, come negli USA, si espanderà il gap informativo tra differenti settori della popolazioni, con una piccola parte che consumerà una maggiore quantità di news e la maggioranza dei cittadini che ne consumeranno sempre meno. Nei paesi con un interesse più alto ed equamente distribuito nella popolazione, la diffusione delle news dovrebbe rimanere simile nonostante la diversificazione delle diete mediali individuali. Al contrario, nelle economie emergenti, l’espansione del mercato permette la penetrazione dei contenuti giornalistici in fasce di popolazioni più vaste e al di là della tradizionale élite urbana.

Via Tech Economy

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