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  mymarketing.it: perchè interagire è meglio!... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 09/02/2017 @ 07:22:35, in Advertising, linkato 1721 volte)

Il mercato degli investimenti pubblicitari chiude il 2016 in crescita dell’1,7% rispetto al 2015. Nel singolo mese di dicembre la raccolta cresce dell’1,2%. Se si aggiungesse anche la stima sulla porzione di web attualmente non monitorata (principalmente search e social), il mercato chiuderebbe il mese di dicembre a +3% e il periodo consolidato in crescita del 3,4%, come previsto.

“Da più parti si era parlato di una crescita intorno al 3%, grazie anche a un autunno che, nonostante le incertezze provenienti da più ambienti, si è dimostrato in linea con le crescite mesi precedenti. Il terzo trimestre consecutivo di crescita dà segnali di consolidamento e di stabilità per il futuro” – spiega Alberto Dal Sasso, TAM e AIS Managing Director di Nielsen.

Relativamente ai singoli mezzi, la tv cresce del 4% a dicembre, chiudendo l’anno a +5,4%. Sempre negativa la stampa: quotidiani e periodici nel singolo mese si attestano rispettivamente a -8,4% e – 9,3%, calando nel 2016 del 6,7% e del 4%. Conferma l’andamento positivo la radio: la crescita di dicembre (+15%) porta la raccolta complessiva dell’anno a +2,3%.

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L’incremento di internet è dovuto principalmente a search e social, sulla base delle stime realizzate da Nielsen. Relativamente al perimetro attualmente monitorato in dettaglio, infatti, il web cala del 2,3% nel periodo cumulato e dell’1,2% nel singolo mese di dicembre. Allargando il perimetro all’intero universo del web advertising, la raccolta del 2016 chiude a +7,5%.

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Positiva la performance del cinema a dicembre e nei 12 mesi (+6,9%). Il transit torna in positivo a dicembre, ma rimane negativo il periodo cumulato (-2,6%). L’ottimo andamento della GoTv a dicembre porta a +3,4% il confronto con il 2015. L’outdoor chiude l’anno a -4,3%.

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“Guardando all’andamento complessivo dell’anno – aggiunge Dal Sasso  si nota che la crescita è stata trainata da un maggior investimento medio su tutti i mezzi, da parte di un numero minore di aziende rispetto al 2015. Dopo tre anni di “rosso”, tornano in positivo alcuni settori fondamentali per il mercato come le automobili e la telefonia, che storicamente sono stati motore di crescita nel periodo d’oro della pubblicità. Dall’altro lato si assiste a una comprensibile frenata da parte della finanza, motivata anche dal momento non florido del comparto bancario”.

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Per quanto riguarda i settori merceologici nel dettaglio, solo 6 arrivano a fine 2016 con un segno negativo.
Per i primi comparti del mercato, si registrano andamenti differenti nei 12 mesi: crescono le telecomunicazioni (+4,8%), la distribuzione (+11,2%) e i farmaceutici/sanitari (+7,7%), cui si contrappongono i cali della finanza (-14%) e dell’abbigliamento (-5,9%). Tra gli altri che contribuiscono alla crescita, si segnalano le buone performance del mercato delle automobili (+5,9%), industria/edilizia (+38,4%), tempo libero (+16,9%) e abitazione (+6,3%).

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“Il 2017 – conclude Dal Sasso  inizia con una buona spinta. Anche se privo di grandi eventi mediatici, l’anno beneficerà di un 2016 che ha visto il consolidamento degli investimenti da parte di aziende abituate a comunicare e che continueranno a farlo. Probabilmente saranno sacrificati i piccoli budget, ma in periodi di incertezza è una dinamica di mercato preferibile per una industry che sta affrontando un grande cambiamento in termini di innovazione tecnologica e organizzativa”.

“Avevamo previsto una crescita del mercato a fine 2016 poco sopra il 3%, ma siamo andati oltre. Il dato del 3,6%, appena reso noto da Nielsen, fa sì che il 2016 sia l’anno di conferma di una crescita che sembra consolidarsi”, ha commentato Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente di UPA – l’associazione di riferimento degli investitori pubblicitari.

“Per quanto riguarda il 2017 non possiamo che confermare le nostre previsioni, ossia che sarà il terzo anno consecutivo a chiudere in positivo, sopra il 2%, e ciò rimarca, nonostante si tratti di un anno dispari senza eventi importanti e con diverse incognite politico-economiche, la voglia di crescere del mercato della comunicazione”.

Via Spot and Web
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Di Max Da Via' (del 08/02/2017 @ 07:27:55, in Social Networks, linkato 1657 volte)

Highlights Tv e Social

•             Conti anche quest’anno non delude le attese ed apre il suo terzo festival abbattendo il muro del 50% di share, un risultato che non si verificava dal 2005 con Bonolis. Oltre al miglior esordio degli ultimi anni, Conti può vantarsi di essere l’unico conduttore del Festival che in tre edizioni consecutive si è sempre migliorato.

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•             La prima serata è stata seguita da 11,4 milioni di telespettatori, il 2% in più rispetto all’anno scorso, nonostante un bacino televisivo in linea con quello del 2016. Lo show, come al solito un mix di intrattenimento e musica, ha avuto tra i momenti più attesi il ritorno di Maurizio Crozza ed il duetto tra il super ospite Tiziano Ferro e Carmen Consoli, ma il picco di ascolti è stato alle 21.40, quando 16.131.865 spettatori hanno seguito Raoul Bova introdurre Elodie, che sul palco dell’Ariston ha ritrovato Maria De Filippi che l’aveva lanciata un anno fa ad Amici.

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•             Per i break la novità più importante riguarda l’aumento degli spazi, da 7 a 8 interruzioni pubblicitarie. Ben 4 break su 7 migliorano gli ascolti del 2016, in particolare Sanremo 2 alle 21.57, dopo lo spazio dedicato a forze dell’ordine e protezione civile, cresce del 10% lanciato da Carlo Conti subito dopo la frecciata verso chi ha polemizzato sul suo compenso.

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•             La prima serata del Festival di Sanremo ha raggiunto un’ottima performance sui canali social.

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•             La pagina Facebook ha registrato nella giornata di esordio della kermesse oltre 60mila nuovi fan, 20mila in più rispetto all’anno precedente (+56%). Trend positivo anche per le interazioni: oltre 274mila interazioni (like+commenti+share), 31% in più rispetto al 2016.

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•             Buone anche le performance registrate su Twitter: oltre 5.000 nuovi followers durante la prima giornata (+19% vs 2016); invariate invece le interazioni(tweet e retweet) rispetto all’anno precedente.

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Via Spot and Web
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Di Max Da Via' (del 07/02/2017 @ 07:35:23, in Marketing, linkato 1793 volte)

Le campagne people-based restituiscono risultati migliori rispetto a quelle costruite a partire dai cookie: ad affermarlo è il rapporto “Power of People” pubblicato da Viant, compagnia ad tech di Time, e ripreso da Campaign. A differenza dei cookie, infatti, le campagne people-based targettizzano le persone in ottica multi-device e sulla base di dati registrati.

E per questo ritenuti superiori grazie alla capacità di consentire ai marketer di raggiungere il proprio pubblico su tutti i canali e di misurare anche le vendite offline. Lo studio è stato condotto negli USA, mentre in Europa l’Unione si appresta a rivedere le regole di tracciamento per la profilazione pubblicitaria, ponendo dei paletti più severi alle compagnie Over The Top e in generale a tutta la filiera.


Perché le campagne people-based sono migliori?

Perché le campagne people-based sono migliori? I marketer intervistati non hanno dubbi: un targeting migliore (58%) e la sicurezza di raggiungere persone reali (40%) sono gli elementi reputati centrali. Tutto ciò è ancor più vero in ambiente mobile, dove circa due device su tre non accettano cookie e nel quale ormai gli utenti del web trascorrono la stragrande maggioranza del proprio tempo. I social (75%) sono il media preferito da chi investe in people-based marketing. Segno che le potenzialità del settore sono pressoché inesplorate al di fuori di questo canale.

Le criticità

Le criticità maggiori che stanno frenando l’adozione di questa tipologia di targeting è legata alla mancanza di partner affidabili (48%), seguita da difficoltà ad accedere e utilizzare dati di prima parte: infatti, oltre metà degli intervistati, il 53% dichiara di non utilizzare first-party data nelle sue campagne. A fare da ulteriore sbarramento al people-based marketing, secondo il campione intervistato, sono state le agenzie, le quali in passato non hanno promosso tra i clienti le opportunità di questa comunicazione.

Secondo Toby Benjamin, vice-president of platform partnerships di Viant, la ricerca dimostra che “la fede dei marketer nei confronti dei cookie sta scendendo”. Ed è probabile che nei prossimi anni la transizione da strategie cookie-based ad altre di people-based marketing si completi con successo.

Via DailyOnline
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Di Altri Autori (del 06/02/2017 @ 07:43:59, in Strategie, linkato 1938 volte)
Il numero uno di JP Morgan Jamie Dimon l'aveva scritto ai suoi azionisti già nel 2015: “Silicon Valley is coming”, riferendosi soprattutto al proliferare delle “fintech”, start up tecnologiche focalizzate sui servizi finanziari. Ora però a scaldare i motori sono i pesi massimi. Colossi come Amazon, Facebook, Apple, Google o i cinesi di Alibaba che possono contare su ingenti risorse finanziarie e immensi bacini di utenti fortemente fidelizzati di cui già maneggiano un' infinità di dati che consentano una accurata profilazione delle loro potenziali esigenze.

Facebook ha da poco ottenuto in Irlanda una licenza per l'emissione di moneta elettronica e servizi di pagamenti e secondo alcune indiscrezioni avrebbe avviato colloqui per l'acquisizione di fintech specializzate in trasferimento di denaro. Il gruppo californiano potrebbe quindi esportare in Europa il sistema di pagamenti tra utenti di Facebook messanger già attivo negli Stati Uniti. E' bene precisare che non si tratta di una licenza che abilita il gruppo californiano a “fare la banca” con servizi come depositi on line o altro. Un'attività riservata a banche vere e proprie e soggetta a diversa autorizzazione.

Quello di Facebook è comunque un primo passo. Paypal ottenne ad esempio un'analoga licenza nel 2004 e tre anni più tardi richiese e ottenne una licenza bancaria in Inghilterra. L'abilitazione dalla banca centrale d'Irlanda permette in prospettiva Facebook di chiedere l'estensione di questo servizio all'intera Unione europea. Amazon ha da poco presentato una carta di credito, in partnership con Jp Morgan, riservata ai i suoi clienti “prime” con sconti del 5% su tutti prodotti acquistati sul sito di e-commerce ed altre agevolazioni. Sono avvisaglie ma se questi giganti decidessero di puntare sul settore dei servizi finanziari avrebbero spazi di crescita ben più ampi.

Una ricerca di Accenture mostra come ci sia grande interesse verso la possibilità di affidarsi ai colossi web per servizi appannaggio del sistema bancario tradizionale. Circa un terzo dei quasi 33 mila interpellati sarebbe infatti interessato a spostare il proprio conto bancario su Facebook, Google o Amazon qualora venisse loro offerta questa possibilità. In Italia il dato sale al 42% e raggiunge il 51% tra i più giovani. “Se consideriamo la capacità di penetrazione del mercato di questi soggetti, il forte legame con i clienti, è facile immaginare quanto un eventuale loro ingresso nei servizi bancari e assicurativi possa essere pericoloso per gli istituti tradizionali”, spiega Piercarlo Gera, Senior Managing Director di Accenture e curatore dell'indagine. “Per ora, continua Gera, non prevediamo che grandi attori come Google o Amazon possano decidere di strutturarsi come vere e proprie banche. Potrebbero però seguire l'esempio di Facebook e configurarsi come degli intermediatori. Più in generale, il settore finanziario sta evolvendo rapidamente da uno scenario B2C (Business-to-Consumer) a uno C2B (Consumer-to-Business), in cui è il Cliente a decidere con chi interagire e da chi acquistare”. Quanto ad un dato italiano sorprendentemente alto Gera ritiene che la crisi di redditività che sta investendo il sistema bancario italiano, insieme alla diffusione delle nuove tecnologie abbiano messo in difficoltà il rapporto degli istituti con la propria clientela.

Entro gennaio 2018 i paesi UE dovranno recepire la nuova direttiva sui servizi di pagamento che prevede anche la possibilità per i titolari di conti on line di effettuare pagamenti o accedere alla rendicontazione bancaria attraverso software realizzati da parte terze autorizzate. Nei giorni scorsi i rappresentanti di alcune fintech hanno sottolineato come l'azione delle lobby bancarie stia favorendo una definizione delle linee guida applicative della direttiva molto favorevole alle banche e penalizzante per le start up finanziarie. Probabile che la pressione dei big del credito produca alcuni effetti ma lo scopo della direttiva è quello di aumentare la concorrenza e favorire l'innovazione cercando al contempo di salvaguardare e migliorare i livelli di sicurezza e tutela dei dati.

Un altro fenomeno in crescita esponenziale e potenzialmente pericoloso per le banche tradizionale è quello dei finanziamenti peer to peer. Sono prestiti effettuati direttamente tra creditore e debitore attraverso apposite piattaforme on line come Lending club o Prosper che mettono in contatto le due parti. Non svolgono il ruolo di intermediazione come fa una banca quindi il rischio di insolvenza rimane a carico del solo creditore. Tuttavia distribuendo la somma investita tra numerosi finanziamenti si riduce drasticamente il pericolo di perdite, un processo che avviene in modo automatizzato. Nel 2009 questi circuiti gestivano prestiti pari a 26 milioni di dollari, nel 2015 oltre 26 miliardi. Secondo una ricerca di Trasparency Market nel 2024 il volume dei finanziamenti potrebbe sfiorare i 900 miliardi. Quello dei social media è un habitat potenzialmente molto favorevole alla proliferazione di questi circuiti.

Sofisticati algoritmi sono oggi in grado di spalmare qualsiasi somma tra un alto numero di prestiti abbattendo il rischio e di gestire investimenti e disinvestimenti pressoché istantaneamente per far fronte alle esigenze di spesa quotidiane a all'uso di carte di credito. Rappresentano quindi ormai un'alternativa realistica al tradizionale conto corrente affidato alla banca. Con il diffondersi e l'affinarsi di soluzioni innovative quello che si prospetta per il sistema bancario è una progressiva disintermediazione. Secondo una stima di Goldman Sachs sul 2015 questo processo sta già drenando 11 miliardi di profitti annui dal sistema bancario.


Marco Giorgino, responsabile scientifico dell'Osservatorio digital finance, Politecnico di Milano, suggerisce comunque di dare il giusto peso ai diversi fattori. “Le fintech, spiega Giorgino, sono flessibili e veloci, spesso riescono a inserirsi in nicchie e a dare efficienza al mercato, sono portatrici di modelli di business innovativi, ma per ora i numeri in termini di giro d'affari sottratto alle banche sono modesti . Oltre che competitor possono essere per i grandi players un'opzione su cui andare ad investire per seguire da vicino modelli innovativi, anche in vista di eventuali integrazioni. Si pensi ad esempio all'acquisizione di FutureAdvisor da parte di Blackrock”. “La minaccia posta dai colossi del web e dell'e-commerce, continua Giorgino, mi pare invece reale e consistente viste le potenzialità finanziarie e del bacino di clienti di cui dispongono. L'aspetto normativo e regolamentare può essere un freno ma non potrà essere una barriera nel medio termine”.


A giocare a favore del mondo internet sono anche le dinamiche demografiche. “La ricchezza è in mano prevalentemente alla fascia più anziana della popolazione ma progressivamente si trasferisce verso le nuove generazioni, più avvezze ad utilizzare il web e meno sensibili all'aspetto della relazione personale”. Quanto al futuro prossimo Giorgino precisa “non assisteremo di certo ad una sostituzione delle banche ma sicuramente ad una maggiore concorrenza su alcuni servizi. Credo, peraltro, ci sarà una ricomposizione del sistema bancario tra banche che avranno saputo adattarsi e sfruttare il nuovo contesto e quelle che invece avranno subito passivamente queste evoluzioni”.

Dai dati della ricerca di Accenture emerge anche una predisposizione molto favorevole verso una consulenza finanziaria totalmente automatizzata, ossia gestita da algoritmi e robo advisor. Il 73% degli intervistati accetterebbe indicazioni interamente generate da computer. Graziano Bugatti è uno dei fondatori di “Mind over money” che realizza una piattaforma di pianificazione finanziaria sostenibile della famiglia gestita da robo advisor. Secondo Bugatti anche per effetto delle recenti vicende di alcune banche italiane “tra la clientela c'è una forte e crescente richiesta di trasparenza ed oggettività nella consulenza. Le indicazioni generate da pc vengono percepite in linea con questi requisiti anche in virtù delle possibilità di comparazione che offrono”. “Attenzione però, avverte Bugatti, a non confondere tra semplici tool di calcolo utilizzati per una modellistica di allocazione (ossia programmi che identificano come investire una certa somma, ndr) e robo advisor veri e propri. Si fa spesso confusione, spiega, ma i veri robo advisor sono strumenti che forniscono indicazioni su sostenibilità e pianificazione di tutte le aree di finanza personale e quindi previdenza, credito, assicurazioni. Sono programmi che simulano scenari futuri e suggeriscono il modo migliore per raggiungere obiettivi come l'acquisto della casa o l‘accantonamento di somme per l'istruzione dei figli oltre a come e quanto risparmiare a fini previdenziali”.

Via Il Sole 24 Ore
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Di Max Da Via' (del 03/02/2017 @ 07:31:56, in Startup, linkato 1854 volte)

Secondo il più recente report Dealroom sugli investimenti in startup e scaleup europee nel corso del 2016, rapporto di cui abbiamo parlato in questo articolo, ci sono diverse società scaleup che hanno raggiunto e superato, in diversi casi ampiamente, i 100 milioni d’investimenti. Si tratta in diversi casi di società sul mercato da diversi anni, che sono cresciute con un ritmo da azienda “normale” fino a questo momento, ma ora hanno bisogno di accelerare e darsi una spinta molto forte, anche per affrontare l’avanzare dei competitor.

Ecco chi sono e quanto hanno raccolto.

 

Spotify – 909 M €

Nata a Stoccolma nel 2006 dall’iniziativa di Daniel Ek e Martin Lorentzon, è attualmente valutata circa 8 miliardi di dollari. Con il suo servizio di streaming di musica, video, podcast raggiunge oltre 100 milioni di utenti nel mondo (di cui circa 30 milioni paganti)  e pare si prepari all’IPO. Ha collezionato ben 8 round d’investimento, per una cifra complessiva di circa 1,5 miliardi di dollari, sebbene il suo modello di business non sempre convince per il basso margine di guadagno (e le perdite) dovute alle commissioni elevate che Spotify paga all’industria musicale.

http://www.spotify.com

Gett – 330 + 91 M € (due diversi round)

E’ uno dei rivali di Uber e offre servizi di trasporto on-demand. Nata nel 2010, headquarter a Tel Aviv, sede legale a New York ma poi di fatto europea, perchè è in Europa, tra UK e Russia, che ha attualmente la sua più forte diffusione: a Londra la metà dei yellow cab lavorano con Gett. Ha già superato i 500 milioni di dollari complessivi di investimenti, che nel 2016 hanno raggiunto il massimo con 300 milioni investiti da VolksWagen e altri 91 da Sberbank, la più grande banca Russa.

https://gett.com/

GFG – 330 M €

GFG, o Global Fashion Group, è una delle startup della moda di Rocket Internet, e non è tra quelle che stanno andando meglio. Offre un servizio di on-line shopping nei mercati emergenti, attraverso altri marchi-piattaforme: Dafiti in America Latina, Lamoda in Russia, Namshi nel Medio Oriente, The Iconic in Australia, Jabong in India e Zalora nel Sud est asiatico.

Quest’ultimo round da 330 milioni di euro nel 2016, in cui la stessa Rocket Internet ha messo 100 M, è stato un cosidetto down round, cioè un investimento in cui la valutazione data alla società (1,1 B $) è stata di gran lunga inferiore al precedente ultimo round in cui era stata valutata circa 3,5 miliardi di dollari.

http://global-fashion-group.com/

OVH – 267 M €

La francese OVH viene considerato il più grande successo europeo in ambito cloud, possiede già 21 datacenter, tra cui uno in Canada e uno negli States, ed è proprio all’espansione nel nord america che mirano grazie anche alla raccolta del nuovo investimento.  Il round da 267 milioni di euro vede coinvolti sopratutto investitori US. Nel ranking mondiale delle società di hosting e servizi cloud concorre con  giganti come Amazon, Google, Microsoft, IBM, Oracle, Sap, ecc.

https://www.ovh.com/us/

Deliveroo – 250 M €

Fondata a Londra nel 2013 da William Shu, Greg Orlowski, Deliveroo è una società di food delivery. L’investimento ottenuto nel 2016 (capitanato dal fondo di private equity Bridgepoint) è il più importante nella storia della società, che ha raccolto complessivamente quasi 500 milioni di euro. In Italia la società è presente con il suo servizio dal 2015 ed è guidata da Matteo Sarzana e ha ottenuto ottimi risultati nonostante siano stati anche loro investiti insieme al concorrente Foodora dalle bufere dei rider.  L’investimento del 2016 ha permesso una immediata scalata della società che ha aperto in circa 30 nuove città.

https://deliveroo.co.uk/

https://deliveroo.it/it/

Skyscanner – 154 M €

Nel 2001 il programmatore scozzese Gareth Williams creò un foglio di calcolo durante il tempo libero per aiutarlo a cercare i voli migliori nel Web e da qui nacque l’idea che è diventata Skyscanner. Fondata ufficialmente a Edimburgo nel 2003, questa scaleup del travel offre un servizio di ricerca e comparazione voli aerei, hotel, noleggio auto in decine di lingue e valute e vanta un’app mobile con oltre 40 milioni di download. Ha fatto fatica ad emergere (questo a riprova che non sempre le startup crescono e scalano in un paio di mesi), ha fatto oculato fundraising (solo 3 round e 7 investitori) , ma ha tra i suoi investitori anche fondi importanti come Sequoia Capital, ed è cresciuta organicamente.

http://skyscanner.com/

https://www.skyscanner.it/

SigFox – 150 M €

E’ francese, è nata nel 2009 nel bel mezzo dei Pirenei (vicino a Tolosa) da Ludovic Le Moan e Christophe Fourtet e si occupa di tecnologia per l’internet of things, in particolare sta sviluppando un sistema di comunicazione tra oggetti connessi che attualmente, dice VB, è il più vasto IoT network mondiale. E’ considerato un esempio di successo e di grande ispirazione in Francia, già da quando nel 2015 ha raccolto quello che era in quel momento il più cospicuo investimento in startup mai realizzato in Francia. Si dice che la sua valutazione attuale sia di circa 600 milioni di euro e che sia pronta a espandere la propria rete IoT in 60 Paesi entro il 2018.

In Italia opera attraverso l’operatore Nettrotter .

https://www.sigfox.com

Coolblue – 140 M €

Nata a Rotterdam nel 1999 è il re dei web-shop olandesi, con oltre 300 punti vendita virtuali e anche 6 fisici. Come ha detto Business Insider è riuscita a portare a bordo un investitore come Hal Holding, dopo 17 anni. La società si è sempre concentra  sui negozi specializzati, con un assortimento profondo e descrizioni complete dei prodotti e attenzione al servizio e soddisfazione del cliente. Lo scorso anno ha fatturato di 555 milioni di euro, il doppio rispetto al 2014. La società impiega oltre ai negozi online sette negozi fisici e un totale di 1600 persone. L’accelerazione della crescita anche nel 2016 ha spinto verso la società al fundraising, che con nuovi capitali può spingere molto di più.

https://www.coolblue.nl

Cabify – 109 M €

Spagnola, fondata a Madrid da Brendan Wallace, Juan De Antonio, Sam Lown, Cabify, è l’Uber spagnolo. Il suo servizio è operativo in 14 città tra Spagna e America Latina. Lanciato nel 2011 ha fatto 4 round di fundraising , raggiungendo complessivamente oltre 170 milioni di euro. Quest’ultimo investimento, guidato dalla tech company giapponese Rakuten (che è anche investitore di Lyft), è il più importante che abbia mai realizzato ed è tutto orientato all’espansione in America Latina e consolidamento interno. Cabify è cresciuta in maniera quasi timida in questi anni, ma il mercato della nuova mobilità on-demand si è fatto parecchio agguerrito e la vede competere in patria con Hailo e MyTaxi e in America Latina direttamente con Uber e Easy Taxi.

https://cabify.com


Via Startupbusiness
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Di Max Da Via' (del 02/02/2017 @ 07:22:47, in Advertising, linkato 1853 volte)

L’ultima cosa che un brand vuole fare è sparare una campagna costosa verso le persone sbagliate e non interessate al loro prodotto o servizio. Una situazione molto comune in realtà, basti pensare alle classiche attività display, per non parlare della tv o della stampa, dove la targetizzazione avviene solo per genere di siti, o giornali o programmi televisivi.

Così, mentre la tecnologia pubblicitaria ha dato ai brand una moltitudine di strumenti con cui lavorare, la chiave per sviluppare una campagna in modo corretto, è sapere come definire il pubblico di destinazione e come mettere le mani nei dati.

Contextual targeting

Come detto prima, il metodo più elementare è la segmentazione del pubblico in base al contesto. Il vantaggio del targeting contestuale è che gli annunci sono di solito abbinati più o meno all’ambiente circostante ed è di facile creazione. Ci sono diversi livelli di targeting contestuale, ognuno con i suoi usi e i suoi vantaggi specifici.

La categoria targeting generale: al livello più alto, gli annunci possono essere mirati in base alla categoria del sito o dell’applicazione. L’Interactive Advertising Bureau (IAB) ha delineato una lunga lista di categorie e sottocategorie a cui gli editori fanno riferimento per avere uno standard comune.

Dominio del sito web: una campagna può essere finalizzata a un particolare dominio o applicazione. Mentre la portata di questo tipo di targeting è relativamente limitata, può essere utile per indirizzare i visitatori a siti con una stretta connessione con il prodotto o servizio.

Il targeting contestuale in base al contenuto della singola pagina o sottocategoria del sito: questo metodo è più preciso, ma elimina il vantaggio della facilità e rapidità nel pianificare le campagne.

Molto spesso il contenuto targeting contestuale è fatto attraverso parole chiave sia per il contenuto del testo sia per i contenuti multimediali. L’esempio più evidente di parola chiave per il targeting contestuale è AdWords di Google. Quasi tutte le piattaforme (DSP) consentono agli inserzionisti di inserire un elenco di parole chiave e il contenuto della pagina di destinazione o di parti di pagine a cui far riferimento per le campagne.

Meteo e altri eventi esterni

Il targeting basato sugli eventi come il clima e i grandi appuntamenti sportivi, può essere molto efficace. Una società che vende pizza al supermercato già pronta, potrebbe lanciare una campagna promozionale nel fine settimana per gli appassionati di calcio o di sport in generale. Un servizio di riparazione auto potrebbe scegliere di far visualizzare gli annunci subito dopo condizioni climatiche avverse come la pioggia o la neve. E un’azienda farmaceutica potrebbe far partire una campagna quando i livelli di polline aumentano nell’aria.

Behavioral targeting

I metodi descritti sopra portano vantaggi significativi, ma quando si tratta di raggiungere i clienti a un livello più personale, sviluppando una campagna basata sul comportamento passato di ogni singolo consumatore e non più sulla massa, con un approccio uno a uno (e sempre più spesso sul comportamento futuro) è la vera svolta per il marketing. Nessun altro metodo fornisce soluzioni migliori verso gli interessi dei clienti, simpatie e antipatie, personalità e altre cose che possono o non possono renderli preziosi. Naturalmente, il targeting comportamentale richiede che la maggior parte dei dati e degli strumenti di gestione siano fra i più avanzati per eseguire il lavoro correttamente.

First-Party Data Targeting

I CRM sono abbastanza diffusi, ma ancora adesso molte aziende non ne fanno uso, oppure li utilizzano in ambiente chiusi, non rendendosi bene conto che quello che hanno in mano, a volte, vale più dei prodotti in vendita. Dei dati di prima parte certificati e classificati con una DMP possono essere rivenduti come dati di seconda parte e rappresentare per molte aziende addirittura la prima voce di profitto.

Targeting demografico

Il targeting demografico (in base alla posizione, genere o lingua) può sembrare un modo meno glamour di raggiungere un pubblico di valore, ma è, in realtà, non meno prezioso rispetto ad altri metodi. Combinate con dati comportamentali, per esempio, le azioni intese a determinati gruppi demografici possono dare molti risultati. Senza contare che un annuncio può essere del tutto inutile se visualizzato nella nazione o lingua sbagliata.

Sesso/Età & Targeting

Molti prodotti e servizi sono realizzati appositamente per uomini o donne, persone anziane o Millennials. Quindi, età e sesso sono parametri importanti quando si tratta di targeting.

Come si fa?

Per gli utenti normali, in base al comportamento e agli argomenti visualizzati.

Tuttavia, per gli inserzionisti che utilizzano piattaforme specifiche come Facebook o Instagram, le cose sono molto più semplici in quanto gli utenti forniscono tali dati al momento della registrazione.

Altri segmenti demografici

Il targeting può anche essere effettuato sulla base di altre condizioni come: sposato / single / sposati con figli, tutte informazioni che sono utili per gli inserzionisti.

Geolocation

La geolocalizzazione è una delle condizioni di targeting più dinamiche (dal momento che può cambiare in modo casuale, e spesso lo fa, nel mondo di oggi grazie alle connessioni da cellulare o wi-fi) ed è una delle informazioni più preziose per le aziende.

Il targeting per geolocalizzazione può avvenire in vari modi, tra cui:

  • Geolocalizzazione basata su IP: l’indirizzo IP di un utente di internet vi darà un’idea generale della sua posizione ed è utilizzato con grande efficacia per stabilire il paese e la città.
  • Hyperlocation (con applicazioni mobili): per la geolocalizzazione basate su GPS.
  • Hyperlocation basata su Geofencing per perfezionare l’esatto punto di posizione in luoghi molto specifici (fino a pochi metri in alcuni casi).

Gli annunci pubblicitari per alcuni prodotti possono essere visualizzati in base ai dati noti sui dintorni come il reddito medio delle famiglie.

Device Targeting

Insieme con la geolocalizzazione, il device targeting è particolarmente utile per le campagne mobili. Ciò ha implicazioni evidenti per la pubblicazione di annunci locali, annunci contestuali o coupon promozionali anche per i negozi, ristoranti, hotel, meccanico, gommista etc. nelle immediate vicinanze dell’utente. Questi sono fra i principali metodi di targetizzazione comuni a tutti, ma ogni industry ne ha di propri da sfruttare per ottenere dei grandi risultati dalle campagne in programmatic advertising.


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Di Max Da Via' (del 01/02/2017 @ 07:49:39, in Internet, linkato 1668 volte)

Sono ormai sempre di più gli editori che hanno adottato un approccio multi-piattaforma, veicolando i propri contenuti all’interno di piattaforme terze come Facebook, Google e Snapchat. Tuttavia questa modalità non sarebbe sufficientemente remunerativa: secondo uno studio di Digital Content Next (DCN), nel corso dei primi sei mesi dell’anno passato 17 dei suoi publisher hanno generato ricavi ‘medi’ per 7,7 milioni di dollari dalla voce “piattaforme terze”, il 14% di quanto sono riusciti a portare a casa. E il rapporto con queste piattaforme è ambivalente: se, infatti, YouTube è riuscito a mettere in piedi un sistema in grado di accontentare i creators, spesso su Facebook e Snapchat gli editori non hanno trovato modelli soddisfacenti.

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Editori davanti a una dicotomia

Certo, prodotti come Accelerated Mobile Pages, Instant Articles o la sezione Discover di Snapchat consentono di allargare il proprio bacino di utenti, eppure la cessione di parte degli introiti è un’ulteriore questione da affrontare per gli editori di oggi. Secondo Business Insider, che è riuscita a ottenere una copia di questo report condotto per utilizzo interno, gli editori si trovano davanti a una dicotomia: da una parte l’obbligo di essere presenti all’esterno, entrando in contatto con il proprio pubblico e stimolandolo a visitare il proprio sito o iscriversi a una newsletter; dall’altra la cessione del pieno controllo della monetizzazione e soprattutto dei dati di comportamento, utili per potenziare i propri sistemi di targeting.

Come riflesso dell’attuale soluzione troviamo un comparto editoriale in sofferenza non solo sulla carta stampata, ma anche su internet. In America nei primi sei mesi dell’anno scorso Facebook (+43%) e Google (+60%) hanno portato a casa rispettivamente 5,7 e 17,4 miliardi di dollari mentre il giro d’affari riconducibile alla restante raccolta pubblicitaria è calato da 9,9 a 9,7 miliardi (fonte PWC per IAB).

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La situazione nel BelPaese

Nel nostro Paese, la presenza di Facebook e Google ha addirittura un’influenza positiva sul mercato pubblicitario nel suo complesso, e non solo in quello internet che, relativamente al perimetro monitorato da FCP-Assointernet, negli undici mesi ha registrato una contrazione della spesa del 2,5% a circa 406 milioni. In Italia le entrate mobile delle concessionarie di FCP-Assointernet si attestano attorno ai 38 milioni di euro, con un balzo in avanti del 110%. Considerando le stime social e search di Nielsen, il -2,5% si ribalta e si trasforma in un + 8,2%. L’impressione è che nel breve periodo non sia possibile contrastare il duopolio di Facebook e Google, specialmente quando si parla di mobile, il media in cui le audience trascorrono la maggior parte del tempo.

YouTube è la piattaforma più remunerativa

Tornando allo studio, risulta particolarmente interessante osservare le performance di ogni singola piattaforma. In testa si piazza YouTube, che nella prima metà del 2016 è valso 773mia dollari per ciascun premium publisher. Seguono Facebook, con una media di 560mila dollari, Twitter (482mila) e Snapchat (192mila). L’analisi è stata commissionata da DCN a Powers Media & Entertainment Consulting per raccogliere informazioni dai suoi  membri, tra cui Bloomberg, Business Insider, ESPN, Financial Times, NBC, New York Times e Washington Post, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle strategie di monetizzazione dei contenuti su piattaforme terze. E non contiene informazioni finanziare relative al singolo editore ma soltanto delle stime “medie” per ciascuna delle realtà esaminate. Il report è stato condotto per uso interno, ma Bloomberg e Business Insider sono riusciti a ottenerne una copia.

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Monetizzazione insufficiente

In sintesi, l’indagine indica che, nonostante la gran parte dei publisher sia impegnata a rafforzare la propria presenza al di fuori del proprio sito, le piattaforme di distribuzione spesso non forniscono sufficienti possibilità di monetizzazione per coprire la produzione degli stessi contenuti di qualità di cui hanno bisogno per avere credibilità e successo tra utenti e inserzionisti. E anche il tema del coinvolgimento del pubblico è cambiato: le piattaforme terze fanno da ponte e disintermediano i rapporti con l’audience.

Il report ha individuato, poi, le criticità più importanti da affrontare in ciascuna piattaforma

  • Facebook non offre prodotti pubblicitari video per le televisioni né l’abilità di integrare le capacità di ad serving e strumenti di misurazione di terze parti. Stando a voci sempre più insistenti la società dovrebbe presto aprire ai mid-roll, permettendo a publisher e creators un ritorno sugli investimenti nella produzione di contenuti. Contenuti che però dovranno essere più lunghi e quindi ancora più impegnativi da impacchettare e servire all’enorme platea del social. Il discorso è valido anche per Facebook Live, ancora impossibile da monetizzare se non attraverso gli attuali e ristretti test. A Live viene anche contestato di non creare larghe audience in concomitanza dei grandi eventi.
  • Instant Articles ha diverse restrizioni sul numero e la tipologia di annunci, regole più severe rispetto ai siti proprietari, dove si guadagna naturalmente di più e si raccolgono più informazioni sull’audience. Inoltre Instant Articles è stato oggetto di alcuni degli errori di misurazione riscontrati nei sistemi di reportistica di Facebook.
  • Bisogna riconoscere che Facebook è stata l’azienda che negli ultimi mesi ha provato a stringere legami più solidi con il mondo editoriale. Prova ne sono la nomina di Campbell Brown a head of news partnerships e gli sforzi nello sperimentare possibilità come i mid-roll. Anche sul campo delle bufale, Facebook ha intrapreso le prime importanti azioni, aprendo a sistemi di verifica esterni e impegnandosi a segnalare con tempestività le notizie false.
  • Google AMP sta guadagnando il favore degli editori della carta stampata, ma non è terreno fertile per i broadcaster. Il motore di ricerca, tra tensioni e veri e propri scontri con l’ecosistema media, ha finanziato progetti editoriali anche italiani attraverso Digital News Initiative. Il problema delle bufale ha riguardato anche Google, che dal giorno dell’elezione di Trump, ha bannato circa 200 siti dal proprio network pubblicitario.
  • Sempre in casa Big G, YouTube sta rafforzando le relazioni con agenzie creative, brand e influencer ed è attiva nell’elevare la qualità dei contenuti. Nonostante ciò, in passato il rapporto con i partner si è complicato in materia di monetizzazione.
  • Twitter non ha avuto un 2016 semplice. La società ha perso quota in Borsa e anche il programma Amplify non è riuscito a dare i risultati sperati. Negli Stati Uniti, però, l’uccellino ha ampliato la soluzione introducendo la possibilità di transare inventory preroll in programmatic con oltre 300 partner.
  • Infine Snapchat ha recentemente introdotto alcuni publisher francesi a bordo di Discover e rinnovato le linee guida in ottica restrittiva in tema di contenuti espliciti e di bufale. Ma per gli editori non c’è controllo nel processo di monetizzazione: Snapchat è passata da un modello revenue share a un altro prestabilito su licenza. E sul breve termine la remunerazione degli investimenti sull’app sembra non essere esaustiva.

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Di Max Da Via' (del 31/01/2017 @ 07:26:17, in Social Networks, linkato 2794 volte)

Creare una strategia di Social Media Marketing richiede impegno, conoscenze e sensibilità che è difficile improvvisare.

Per questo, qualunque sia la dimensione dell’azienda di cui gestisci i profili social, è bene porsi sempre le domande corrette prima di iniziare:

  • Quali canali utilizzare?
  • Quali sono gli obiettivi?
  • Qual è la target audience da intercettare?
  • Quale tono di voce utilizzare?
  • Con che frequenza e quali tipologie di contenuto postare?

In questo post abbiamo tracciato i 6 fondamenti che ogni social media marketer deve conoscere per saper strutturare una strategia corretta. Oggi entriamo nello specifico: quali sono le 10 regole d’oroda tenere sempre a mente?

1. Dai spazio ai live

Lo spazio dedicato ai contenuti multimediali è in costante crescita su tutti i social network, in particolar modo quando collegati a eventi live. Praticamente tutti i canali ormai li supportano: dai live di Facebook alle dirette di Periscope per Twitter, dalle Instagram Stories ai video istantanei di Snapchat.

Facebook Live

Esplorare questo nuovo territorio può sembrare impegnativo in termini di risorse ed equipaggiamento, ma non lo è. I video live si caratterizzano per naturalezza e immediatezza: bastano un buono smartphone e delle spiccate capacità di storytelling per assicurarsi un ottimo risultato.

Dopo aver guardato un video, gli utenti hanno il 64% di probabilità in più di concludere un acquisto.

Dati Hubspot

2. Sfrutta il potenziale del newsjacking

Le celebri campagne social di Ceres hanno fatto scuola. Saper cavalcare le notizie e gli avvenimenti di attualità in tempo reale costituisce oggi un’interessante modalità di utilizzo degli strumenti social.

Se il newsjacking più ‘spinto’ comporta una grande velocità esecutiva, la presenza di un eccellente copywriter e il rischio di incappare ogni tanto in un fail (come questo), è decisamente più semplicecavalcare eventi prevedibili e previsti. Pensa alle fiere di settore, alle festività, alle giornate internazionali di questo o quello, ai grandi eventi internazionali (come la consegna dei Nobel o gli Oscar).  

3. Dialoga, sii presente, sii veloce

Dato di fatto: i social network non dormono mai. L’approccio nella gestione e nel rapporto con gli utenti è quindi molto diverso rispetto alle classiche email o alle telefonate del customer care.

I canali social principali dovrebbero essere presidiati il più possibile – pur senza perderci il sonno – perché la reputazione del brand passa anche dalla rapidità e dall’efficacia con cui sa rispondere a un quesito o a una problematica via Twitter.

4. Tieni d’occhio i competitor

Sicuramente la forza commerciale della tua azienda conosce a menadito i listini, i punti di forza e le debolezze della concorrenza. Perché ciò dovrebbe essere diverso per chi si occupa di social mdia?

Tenere d’occhio i competitor, paragonando anche le performance medie e i trend di crescita, ti consentirà di avere un benchmark dei tuoi risultati e di sapere sempre come si muove la comunicazione altrui.

5. Conosci i tool giusti

Il web, oggi, è una vera miniera di tool estremamente efficaci che rispondono alle più svariate esigenze di social media management. Dalla programmazione e calendarizzazione dei post all’analisi dei KPI, dalla creazione di contenuti visivi e multimediali all’ascolto e al monitoraggio, esiste lo strumento giusto per ogni attività.

Gli essenziali, a nostro parere? Buffer per programmare i post su diverse piattaforme, SumAll per analizzare le metriche, Canva per creare i visual, Bitly per accorciare i link e tener traccia dei clic, e IFTTT per automatizzare i processi e connettere le piattaforme.

6. Sii trasparente

Evitare il confronto cancellando o tralasciando post contenenti domande o critiche non è una buona pratica. La linea guida nella moderazione delle pagine social che molti scelgono è la seguente: non tollerare linguaggio offensivo, volgarità e insulti gratuiti, ma rispondere in modo costruttivo e aperto a eventuali critiche, obiezioni e domande poste in modo circostanziato.

Si tratta sicuramente di una scelta vincente. Gli utenti si fideranno molto di più del tuo brand se lo percepiscono come aperto al confronto e trasparente nei confronti delle critiche. E soprattutto – ricordati di rispondere sempre!

7. Crea sempre contenuti originali e interessanti

Il contenuto, oggi, è la benzina che dà energia a tutte le attività di marketing. Anche sui social network, dunque, è bene avere una solida content strategy con un calendario editoriale ad hoc.

Meglio non condividere lo stesso post su più piattaforme, ma – avendo il tempo e la possibilità – creare un contenuto dedicato per ciascun canale, assecondandone le specificità. Massima attenzione anche a copy e veste grafica, per generare più engagement possibile.

8. Sperimenta nuovi canali e nuove modalità di interazione

Ogni giorno nuovi canali social nascono e altri muoiono (come, recentemente, Vine). Perché non provare a sperimentare qualcosa di diverso rispetto ai soliti Facebook, Twitter e Pinterest? Potresti scoprire scenari interessanti per il tuo brand e coprire nicchie dall’alto potenziale.

Alcune idee: prova i broadcast di Telegram e Whatsapp, posta i backstage aziendali su Snapchat, imposta un BOT su Messenger per interagire con gli utenti in modo automatizzato, oppure sfrutta il potenziale della MailUp Facebook App per raccogliere iscritti alle newsletter direttamente dalla pagina Facebook.

9. Ricorda che la costanza paga

Non importa che tu posti diverse volte al giorno oppure una volta alla settimana. Quello che paga è la costanza: crea l’aspettativa, coltiva la relazione, diventa una presenza attesa e gradita.

10. Traccia il traffico

Sapere esattamente quanto traffico portano i diversi canali social al sito web è un passo fondamentale in qualsiasi social strategy. I tuoi alleati migliori sono Bitly, Google Analytics e gli insights delle singole piattaforme.

Bitly consente di avere un’overview immediata di quanti clic ha ottenuto ciascun url accorciato, mostrandone anche la distribuzione nel tempo. Tramite Google Analytics (grazie anche alla – relativamente – nuova funzione Social) puoi avere uno spaccato preciso di metriche più approfondite. Gli insight dei singoli canali, invece, ti daranno informazioni preziose su dati demografici e di engagement, ma non solo.

Bitly




















Via MailUp
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Di Max Da Via' (del 30/01/2017 @ 07:01:18, in Tecnologie, linkato 2069 volte)

La realtà virtuale (VR) ha deluso, raggiungendo nel 2016 un valore di 2,7 miliardi di euro contro i 3,8 miliardi attesi; meglio le performance della realtà aumentata (AR), ma a salvare il mercato – che ha chiuso l’anno con un valore di 1,2 miliardi contro i 600 milioni attesi – è stato, strano a dirsi, il gioco dei Pokémon Go. Le premesse per il settore della mobile VR/AR non sono certo confortanti, ma gli esperti assicurano: “si tratta della grande novità tecnologica del prossimo futuro”. In base all’Ufficio Studi di P101, fondo di venture capital specializzato in investimenti in società̀ digital e technology driven, entro il 2021 questo mercato varrà ben 108 miliardi di dollari – 83 mld per la realtà aumentata, 25 per quella virtuale – grazie soprattutto ai dispositivi mobile, che nei prosismi mesi si affermeranno come terreno di gioco indiscusso per l’implementazione e la diffusione di queste nuove tecnologie.

SERVONO PREZZI CONTENUTI. Per decollare, però, la realtà aumentata e quella virtuale devono raggiungere il grande pubblico. Ciò che serve, quindi, sono dei dispositivi performanti, ma a un prezzo contenuto (entro 400 dollari). Per questo, evidenzia l’Ufficio Studi di P101, Microsoft pensa a lanciare sul mercato dei dispositivi per la realtà virtuale a 299 dollari, anche se non pensati per il mobile ma per il Pc. Per quanto riguarda la realtà aumentata, l’ipotesi degli esperti di TechCrunch (una delle voci più autorevoli a livello internazionale sul fronte della tecnologia) è che Apple e Samsung lanceranno telefoni abilitati per l’AR nel 2018. Altri importanti produttori di telefoni potrebbero unirsi a loro.

STARTUP IN FERMENTO. Il 2016 è stato l’anno d’eccellenza degli investimenti nelle startup AR/VR, che hanno ricevuto 1,8 miliardi per una crescita del 150% sull’anno precedente – segnale che il mercato guarda a queste tecnologie con grande speranza per il futuro e che i fondi di investimento, come P101, si aspettano grandi novità da questo settore nel medio termine. Queste startup sono già al lavoro su varie applicazioni business per le tecnologie virtual e augmented, non solo su mobile.

OPPORTUNITÀ D’IMPRESA. Alcuni imprenditori, ad esempio, vedono in queste tecnologie l’opportunità di trasformare i negozi fisici al fine di migliorare l'esperienza in-store, o per una visualizzazione più realistica dei prodotti destinati all’e-commerce, o ancora, un software 3d permette di ristrutturare e arredare la casa sfruttando la realtà virtuale e dando quindi agli utenti la possibilità di vedere con i propri occhi la trasformazione dell’appartamento prima ancora che questa avvenga

Via Business People
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A giugno 2016, secondo Statista, le App ufficialmente disponibili sui cinque principali "app store" erano ormai quasi 6 milioni:  2,2 milioni su Google Play, 2 milioni sull'Apple App Store, 700mila sul Windows Store, 600mila sull'Amazon Appstore, e oltre 230mila sul BlackBerry World.

Il mondo delle Mobile App è ormai un business mondiale da oltre 41 miliardi di dollari, di cui 9 generati dal mercato europeo (Fonte: App Annie 2016), che addirittura entro il 2020 secondo gli analisti raddoppierà, anche perché la base utenti di smartphone e tablet continua a crescere.

E in Italia? Anche qui i numeri sono impressionanti. Secondo l’ultimo report Haamble in Italia, nel 2016, il mercato delle app ha costituito il 2,5% del PIL ed entro il 2018 sarà la principale fonte di entrate nei settori digitali. Gli italiani hanno in media 30 app installate sullo smartphone, ma ne utilizzano 5 ogni giorno e 13 in un mese (Fonte: Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano).

Ed essendo oggi il Mobile ormai parte fondamentale di una strategia Marketing completa, rilasciare mobile app di qualità diventa quanto mai fondamentale per il successo di una strategia di CRM evoluto.

Secondo un sondaggio di Compuware, su oltre mille persone tra USA, UK, Francia, Germania, India e Giappone, l’85% degli utenti smartphone preferisce scaricare una app dedicata che utilizzare un sito mobile. Oltre la metà dei consumatori ritiene che una app sia più conveniente (55%), ma anche più veloce (48%) e più facile da navigare (40%).

Le app infatti non sono solo giochi e contenuti multimediali, ma anche "finestre" con cui il consumatore entra in contatto con aziende di molti settori:  banche, organizzatori di eventi, compagnie aeree, provider telefonici, retailer, canali televisivi o squadre sportive. E aiutano queste aziende a rafforzare la relazione con i consumatori e a capirli meglio in base alla misurazione delle interazioni e dei feedback diretti o indiretti.

Per misurare il successo di una app gli esperti si focalizzano sulla user experience e, in particolare su due elementi diversi e concomitanti: il coinvolgimento (engagement) e la app retention.

Secondo una ricerca di Localytics un consumatore su 4, dopo che ha scaricato una app, la usa una volta sola. Il motivo principale della disaffezione pressoché immediata è che l'app "non funziona bene", o "non funziona affatto". Solo il 16% usa l'app scaricata più di due volte perché funzionante. Insomma, malgrado realizzare app sia un business, c’è poca attenzione al risultato del servizio se è vero che più di 6 utenti su 10 hanno dichiarato di aver avuto problemi.

Un altro elemento che consente di capire il successo di una app è quante volte sia stata utilizzate negli ultimi 30 giorni. L'effetto down, ovviamente, sta a significare che qualcosa non va nel verso giusto.

Le ricerche più aggiornate dicono che il 12% delle app viene eliminata dall'utente dopo il secondo tentativo di utilizzo. Su 500 applicazioni analizzate dai ricercatori di AppFlyer su 20 milioni di dispositivi Android e iOs tra settembre e ottobre, il 30% è stata disinstallata (33% di app Android rispetto al 16% di app iOs). Secondo gli esperti questa disaffezione al sistema di Google si deve alla ridotta capacità di storage della maggior parte dei dispositivi Android che impatta sulle performance applicative. E in effetti nei Paesi emergenti, dove gli smartphone entry-level a bassa capacità di memoria dominano il mercato, si registrano i tassi più alti di disinstallazione.

Dato che per i programmatori (e i committenti) realizzare una app comporta tempo, denaro ed energie, occorre studiare bene come creare una app di successo, che piaccia e venga utilizzata da un gran numero di persone. Ci vuole abilità di programmazione ma anche una notevole capacità di marketing per ottenere valutazioni altissime sugli store.

Lo sapevate, ad esempio, che Apple da settembre 2016 ha limitato a 50 il numero di caratteri che può avere il nome di una app? O che le app che hanno una keyword nel titolo hanno il 10,3% di probabilità in più di indicizzarsi rispetto alle app che non ce l'hanno? E, sempre pensando al SEO, che è molto meglio essere tra i primi 5 risultati su parole chiave intermedie che ritrovarsi nelle top 100 delle parole chiave principali? (Fonte: dotcominfoway)


A parte SEO, posizionamenti e promozioni, il punto di partenza per una app di successo, scaricata, condivisa, consigliata dal passaparola è che sia utile, e che funzioni molto bene. Per realizzare questo obiettivo, prima di rilasciarla è necessario testare tutte le modalità di interazione e verificare che tutto funzioni con velocità ed efficienza su qualsiasi piattaforma e da qualunque tipo di dispositivo.

Non basta infatti immaginare una buona alberatura delle funzionalità e una distribuzione delle call to action strategica. Ecco sette punti di attenzione per evitare di mettere a prova la pazienza dell’utente e favorire la app retention:

1) Testing multidispositivo e multipiattaforma

La progettazione di una app deve assolutamente prevedere una fase accurata di test prima del rilascio. Questo per evitare il rischio che si blocchi in continuazione, si avvii lentamente o debba essere continuamente riavviata, impattando sulla user experience. È importante verificare che a ogni click corrisponda la giusta funzione ma anche che l'applicazione non sfrutti troppe risorse del dispositivo per evitare la corsa alla disinstallazione. Anche se c'è ancora poca cultura in merito, sono proprio i test più accurati a evitare cattive recensioni e passaparola negativi, contribuendo alla qualità e quindi al successo di una app. Non a caso, in Italia il 58% delle aziende ha una figura o addirittura un’area preposta al controllo qualità del software.

2) Login e registrazione semplificati

Accettare un login da un social network per consentire il download  permette agli utenti di bypassare lunghi e complessi form di registrazione. Non tutti, però, gradiscono condividere contenuti o cliccare mi piace su una pagina Facebook per poter accedere alle funzioni dell’applicazione. È sempre bene quindi offrire un’alternativa: non tutti gli sviluppatori però lo fanno, perchè tramite l’iscrizione via social network possono ottenere facilmente molte informazioni personali sugli utenti. Certo è che una procedura di registrazione troppo lunga e complessa allontana dal download dell'app ben il 68% dei mobile user.

3) Attenzione alla Privacy

Alcune app richiedono permessi come l’accesso alla rubrica o alle foto del telefono, senza alcuna motivazione legata al proprio funzionamento. Se l’utente ha la sensazione che lo sviluppatore stia violando la propria privacy, cancellerà immediatamente l’app senza pensarci due volte. 

4) Advertising ma con cautela

La pubblicità è necessaria per chi vuole realizzare app gratuite, tuttavia occorre saperla implementare nell’app senza infastidire gli utenti. I messaggi a schermo intero sono percepiti molto negativamente soprattutto se bisogna guardarli per vari secondi prima di poter accedere alle funzioni dell’applicazione. Per contro una pubblicità ben costruita, non invasiva e che non consumi troppe risorse del cellulare/tablet non è quasi mai un problema. Può essere d’aiuto considerare la percentuale di CTR (click trough rates) di un’app: quante persone effettivamente cliccano sul messaggio pubblicitario dopo averlo visualizzato? 

5) User experience, anzi interaction design

Non si pretende che un buon sviluppatore di app abbia anche eccellenti doti di grafica: tuttavia bisogna garantire uno standard minimo di layout e funzionalità. Anche in questo caso l’ottimizzazione della user interface passa attraverso dati ottenuti dagli utenti: quali font sono più leggibili? Le icone sono comprensibili? I colori risultano gradevoli? 

6) Non sottovalutare (e non sopravvalutare) le notifiche

Secondo gli esperti di Localytics le notifiche push possono aumentare il coinvolgimento anche dell'88% ma comunque secondo varie indagini la metà degli utenti di app pensa che siano noiose a prescindere. Anche se lo sviluppatore ha reso la loro disattivazione il più facile possibile, molte persone non hanno voglia di navigare fra le schermate del menu per trovare come eliminarle. Una buona prassi è rendere le notifiche utili per l’utente e testare a chi/quando è meglio mandare una notifica e riguardo a cosa.

Via Mobile4Innovation
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