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  mymarketing.it: perchè interagire è meglio!... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 09/01/2015 @ 07:47:45, in Social Networks, linkato 1274 volte)

Il numero dei post video per persona su Facebook è aumentato del 75% a livello globale e del 94% negli Stati Uniti; ogni giorno le persone in media caricano più di 350 milioni di foto su Facebook, mentre cresce anche l’uso degli sticker condivisi ogni giorno sul social di Zuckerberg: in crescita del 75% dal 2013 al 2014. Infine Instagram: più di 300 milioni di persone in tutto il mondo postano più di 70 milioni di foto e video ogni giorno. Sono questi alcuni dei numeri appena comunicati dal social network secondo il quale il trend fotografato non fa altro che confermare una tendenza ormai diffusa, ovvero il forte aumento da parte delle persone dell’uso del linguaggio visivo per comunicare. Un’abitudine sostenuta dalla tecnologia mobile che “mette a disposizione delle persone una fotocamera sempre pronta per catturare e condividere immagini e esprimere se stessi utilizzando la vista, i suoni e il movimento.”

Quale effetto su Facebook? “Dal momento che le persone creano, postano e interagiscono sempre con più video su Facebook, la composizione del News Feed sta cambiando” spiegano, tanto che, globalmente, la quantità di video dalle persone e dai brand nel News Feed è aumentata di 3.6 volte anno dopo anno. Da giugno 2014, Facebook ha raggiunto la media di 1 miliardo di visualizzazioni video ogni giorno e in media, più del 50% delle persone che accede a Facebook ogni giorno negli Stati Uniti guarda almeno un video al giorno.

“Una significativa porzione di queste visualizzazioni video avvengono da mobile: il 65% a livello globale. Questo passaggio ai video mobile continua grazie a una connessione più veloce, un accesso meno oneroso e schermi più grandi e a più alta definizione. Dal momento che gli adulti negli Stati Uniti usano 1 dei loro 5 minuti spesi su mobile su Facebook e Instagram, queste piattaforme saranno chiave in questa crescita.”  E Facebook diventa anche il luogo dove più frequentemente gli utenti si imbattono, o scoprono, i video: “il 76% delle persone che utilizza Facebook negli Stati Uniti dice che tende a scoprire i video proprio su Facebook”.

Mobilità in crescita e video in aumento non fanno altro che offrire ai brand, spiega Facebook, “maggiori opportunità di raggiungere le persone in maniera visivavamente interessante, trascendendo le barriere linguistiche attraverso uno schermo che è con le persone ovunque e sempre. I brand hanno infatti bisogno di portare le storia in vita nel giro di pochi secondi.”

Purchè gli stessi brand comprendano l’importanza di strutturare i video con attenzione: il valore è creato molto rapidamente, iniziando dalla prima immagine e i primi pochi secondi (~3) del video. Per far sì che i pollici si fermino e le persone guardino, va assicurata una forte creatività dal primo frame in poi. “Il valore incrementale va al di là dei primi pochi secondi. Ciò che alla fine conta è il contenuto e la storia. Mentre le persone tendono a guardare video corti, guarderanno video più lunghi fintantochè questi video gli raccontino buone storie.”
Inoltre, suggerisce Facebook, “visto che le persone guardano sempre più video dai loro dispositivi mobili durante il giorno, vanno creati video che funzionino bene sia con audio sia senza cosicchè le persone possano essere coinvolte anche se il video viene visto in silenzioso.” E infine campagne multischermo e per velocità di connessione differenti: “Le imprese dovrebbero ottimizzare la oro creatività per diversi schermi, dispositivi e velocità di connessione per raggiungere le persone nella maniera più convincente ed efficace.”

Dati, trend e consigli pratici che non fanno che confermare l’estrema attenzione del social di Zuckerberg verso il mobile e verso i video, trend realmente in crescita come testimoniano le analisi di molti osservatori.

Via Tech Economy

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Di Altri Autori (del 08/01/2015 @ 07:35:57, in Internet, linkato 1194 volte)

Quanto sono digitali gli italiani?
Sappiamo dall’ultimo rapporto Istat che nel 2014 è aumentata rispetto all’anno precedente la quota di famiglie che dispongono di un accesso ad Internet da casa e di una connessione a banda larga (rispettivamente dal 60,7% al 64% e dal 59,7% al 62,7%). Sappiamo anche che oltre la metà delle persone con almeno 3 anni di età (54,7%) utilizza il pc e oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (57,3%) naviga su Internet. Se questo è vero allora vuol dire che il 38,3% della popolazione italiana è offline. Fanno 22 milioni di persone. Ventidue milioni che non sono nell’agenda digitale.

Chi è offline?

Le quote maggiori di non utenti internet si concentrano nelle fasce di età più anziane e di uscita dal mondo del lavoro: la percentuale di non utenti tra i 65-74 anni è del 74,8% e sale al 93,4% tra gli over settantacinquenni. Alte anche le quote di non utenti tra i giovanissimi (1 milione 518 mila tra i 6-10 anni) che, seppure definiti “nativi digitali ”, per più del 50% non utilizzano la rete. Tuttavia, al netto del fattore età, che condiziona fortemente l’utilizzo del web, la presenza in famiglia di genitori che utilizzano Internet favorisce tale comportamento nei figli. Basti osservare che nelle famiglie in cui entrambi i genitori navigano su Internet, la percentuale di figli tra gli 11 e 14 anni che non frequentano il web scende al 6,7%, mentre nel caso in cui entrambi i genitori non navigano su Internet, la quota sale addirittura al 40,1 per cento.

Perché? Mancano le competenze.

E’ lecito quindi domandarsi perché. In base ai dati Istat scopriamo che la maggior parte delle famiglie che non dispongono di un accesso a internet da casa indica la mancanza di competenze come principale motivo del non utilizzo della rete (55,1%). Una percentuale significativa (24,3%) non considera Internet uno strumento utile e interessante. Seguono motivazioni di ordine economico legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari (15,8%). L’8,5% non naviga in rete da casa perché accede ad Internet da un altro luogo. Residuale è invece la quota di famiglie che indicano tra le motivazioni l’insicurezza rispetto alla tutela della propria privacy (1,9%) e la mancanza di disponibilità di una connessione a banda larga (1,4%).

In Val d’Aosta, a Bolzano e in Trentino internet è giudicata non è interessante.

Nell’info abbiamo voluto entrare nel merito analizzando le motivazione degli offline regione per regione.  Scopriamo così che percentuali tra le più alti d’Italia di abitanti della Val d’Aosta, di Bolzano e del Trentino ritengono il web non interessante. In Campania, Sicilia e Calabria difendono il loro essere non online con gli alti costi di connessione. Mentre in Umbria il 60% di coloro che sono offline dichiara di non sapere usare internet. Più in generale le famiglie del Centro-nord che dispongono di un personal computer e di un accesso ad Internet da casa sono rispettivamente il 66% e il 66,6%, contro il 57,3% e il 58,3% delle famiglie del Mezzogiorno. Quest’ultima ripartizione registra un forte ritardo anche nella connessione alla banda larga: 56,4% contro 65,4% del Centro-nord.

Le ragioni regionali del non utilizzo

La geografia del grado di non utilizzo vede una maggiore prevalenza di non utenti nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 45,5% e 43%), mentre nel Centro-nord circa un terzo della popolazione non naviga in rete.
Le cause indicata del non uso del web sono principalmente la mancanza di gradimento e d’interesse verso questo strumento (28,7%), la totale non conoscenza di Internet (27,9%) e l’assenza di capacità nell’utilizzarlo (27,3%). Il 23,5% ha dichiarato di non utilizzarlo perché non gli serve e non ne trova utilità e il 14,3% ha affermato di non disporre degli strumenti necessari per connettersi.
In pochi lamentano alti costi degli strumenti necessari per connettersi (4,3%) o delle tariffe di connessioni (3,7%). Il 3,1% si dichiara diffidente verso le nuove tecnologie e appena l’1,9% ha espresso preoccupazioni per la tutela della privacy. Mentre tra i minorenni una larga quota di non utenti ha dichiarato di non accedere al web in quanto gli è proibito dai genitori per la loro età, in particolare ben il 58,5% dei non utenti tra i 6-10 anni e il 42,2% tra gli 11-14 anni.

Quanta tecnologia c’è nelle case degli italiani?

Nel 2014 oltre la metà delle persone con almeno 3 anni di età (54,7%) utilizza il pc e oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (57,3%) naviga su Internet. Rispetto al 2013 rimane stabile l’uso del personal computer mentre aumenta quello di Internet (+2,5 punti percentuali). In particolare aumenta l’uso giornaliero del web (+3,3 punti percentuali). Sono ancora forti le differenze di genere e di generazione. Per avere un quadro più completo su e-commerce e dotazione tecnologica basta consultare le ultime due info interattive.

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 07/01/2015 @ 07:44:00, in Media, linkato 1328 volte)

TV dovunque tranne che sul televisore del salotto di casa: una previsione per il nuovo 2015 che negli Stati Uniti è già una realtà. Gli ultimi dati di Nielsen indicano che negli Usa già 126 milioni di Americani guardano la televisione su dispositivi mobili almeno una volta al mese con un incremento del 25 per cento rispetto all’anno 2013. Dunque milioni di consumatori stanno sostituendo il tradizionale televisore con contenuti consultati in streaming su tablet , computer e smart TV.

La popolarità di servizi video online – Netflix, Amazon Prime e Hulu – è ormai consolidata nelle case americane. Si tratta di un fenomeno , definito TV Everywhere, che si fonda sulla visione di contenuti televisti on demand e attraverso app. E le grande catene di broadcasting fino ai canali con offerte premium a pagamento come HBO ne stanno prendendo atto. Anche giganti dell’elettronica come Sony stanno pensando a trasformare in maniera radicale le console di gioco come Playstation in un servizio TV disponibile via cloud.
Il fenomeno va del tutto in parallelo con la crescita esplosiva del numero delle famiglie che dotano la loro casa unicamente di servizi Internet di collegamento a banda larga e non aderiscono invece a servizi tradizionali fissi di TV a pagamento.

Secondo un’indagine di The Diffusion Group circa il 14 per cento degli adulti che dispongano di un servizio a banda larga non possiedono invece un tradizionale servizio TV. Le grandi catene televisive del broadcasting – NBC, ABC, Fox, CBS – forniscono già qualche contenuto in streaming dal vivo , oltre che on demand e attraverso apposite app.Si tratta di un trend che gli esperti indicano come favorevole al consumatore il quale dispone in definitiva di una scelta più vasta a sua disposizione. Inoltre i consumatori sembrano aver adottato la scelta di aggiungere alla TV tradizionale anche abbonamenti e servizi di contenuti televisivi on demand che hanno fatto ad a esempio la fortuna di Netflix ( House of Cards), , che quest’anno sbarcherà in tutta forza anche in Europa.

Via TechWEEKeurope

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Di Altri Autori (del 23/12/2014 @ 07:26:14, in Tecnologie, linkato 1566 volte)

Oggi il fenomeno della smart home e dei dispositivi integrati si declina soprattutto in termini di fitness, tra strumenti intelligenti per la palestra casalinga abbinati a terminali indossabili. Entro cinque anni, tuttavia, la prospettiva muterà drasticamente: saranno i frigoriferi ad avere la meglio. È quanto dimostra una recente analisi di Acquity Group, sui desideri e le esigenze dei consumatori.

Stando a un’indagine condotta sui consumatori a stelle e strisce, il gruppo ha rilevato come solo il 10% dei consumatori si consideri informato sui prodotti e i servizi connessi alla smart home. Ma entro il 2019 ben due terzi di tutti gli acquirenti pianificherà l’acquisto di un prodotto intelligente per la casa. E mentre ora l’accento è sul fitness, in futuro sarà su frigoriferi, termostati, cucine, rilevatori di fumo, dispositivi per il giardinaggio e molto altro ancora.

Stando alle previsioni dell’azienda, in 5 anni il 70% dei consumatori sarà possessore di un termostato smart, mentre il 60% si avvarrà di un sistema di sicurezza integrato e connessi in Rete. Questo perché la smart home sembra rispondere a due delle esigenze primarie della famiglia statunitense: risparmiare denaro sulle bollette ed evitare i furti. Ben disposti a pagare di più rispetto alle classiche alternative di mercato, il 59% dei consumatori afferma come sia pronto a sborsare qualche centinaio di dollari in più per godersi un frigorifero tecnologico, sempre connesso a Internet e pronto ad avvisare il proprietario della scarsità di alcuni alimenti. O, fatto ancora più futuristico, in grado di effettuare direttamente gli ordini per il supermercato.

Si tratta di un’esplosione di settore davvero importante, poiché rappresenta il trend tecnologico di più ampia crescita. Nello stesso periodo di riferimento, infatti, solo il 50% dei potenziali clienti avrà acquistato un dispositivo wearable e, non ultimo, solo il 40% dei vestiti tecnici e tecnologici.

In definitiva, la casa sta diventare un perfetto hub digitale per tutte le esigenze della famiglia, dall’intrattenimento all’alimentazione, passando per energia, riscaldamento, salute e benessere.

Via Webnews

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Di Altri Autori (del 22/12/2014 @ 07:07:19, in Social Networks, linkato 1573 volte)

Gli adolescenti stanno perdendo interesse verso Facebook, tanto che l'utilizzo, in termini percentuali, è crollato in un solo anno, a quota 88% se consideriamo la fascia 13 - 17 anni.

Rispetto infatti al 2012, la popolarità di Facebook tra gli adolescenti americani ha visto una netta contrazione di presenze passando dal 94% nel 2013 all'88% nel 2014.

Un calo netto rispetto allo scorso anno, che sarà sempre più accentuato nei prossimi anni, soprattutto qualora si affermassero altre piattaforme.

Leggera riduzione anche su altre fasce, con utenti che, ormai passata la novità, iniziano via via a ridurre i propri tempi di permanenza finendo con il disattivare il proprio account.

Tra i principali motivi di abbandono da parte degli adolescenti, il controllo da parte dei genitori, che ormai, preso confidenza con il mezzo, sono in grado di controllare a distanza l'operato dei propri figli.

Facebook ha progressivamente ridotto l'apporto informativo a favore di maggiori interazioni con i propri amici. Una mossa, però, che non ha portato i propri frutti visto che quasi il 20% degli utenti accede a Facebook per informarsi su cosa accade nel mondo.

Oggi, sappiamo che le pagine Facebook hanno una portata tanto ridotta che molto probabilmente da diversi mesi non visualizzate più nessun post di molte delle pagine che teoricamente vorreste seguire.

Un problema per chi gestisce le pagine Facebook, ma un problema anche per gli utenti che vedono sparire dalle loro bacheche, informazioni e notizie.

Tra i motivi di riduzione della popolarità di Facebook, troviamo anche la crescita di sistemi verticali, che si contrappongono al più generalista Facebook e consentono di migliorare le interazioni su precisi ambiti.

Instagram, property di Facebook, sta crescendo e spostando miliardi di foto che, se prima venivano pubblicate su Facebook, ora resteranno confinate altrove. Cresce anche Pinterest (+111%) sempre in ambito fotografico.

Linkedin, in crescita in termini di utilizzo, sta assorbendo molti flussi informativi collegati al mondo Business.

Tumblr cresce, e non poco, oltre oceano grazie alle funzionalità di microblogging.

Via PianetaCellulare

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Di Altri Autori (del 19/12/2014 @ 07:02:36, in Aziende, linkato 1451 volte)

Amazon ha annunciato un nuovo servizio che offre la consegna di 'prodotti essenziali quotidiani' entro un'ora o due ore. Soprannominato Prime Now, il servizio è disponibile solo per clienti Amazon Prime, che possono utilizzare per ricevere prodotti come asciugamani di carta, shampoo, libri, giocattoli, batterie e altri del genere dalle 6 del mattino a mezzanotte, sette giorni su sette.

Il servizio è attualmente disponibile in aree selezionate di Manhattan, anche se la società sta incoraggiando tutti i membri di Prime (anche nelle aree non al momento coperte dal servizio) di scaricare la nuova app Prime Now, che è disponibile sia per iOS che Android, promettendo che saranno avvisati quando il servizio sarà lanciato nella loro area. Il servizio, infatti, è fruibile attraverso l'apposita app mobile.

"Ci sono momenti in cui non si può andare in negozio e altre volte in cui semplicemente non si vuole andare. Ci sono tanti motivi per non iniziare un viaggio e i membri di Prime Now a Manhattan possono ottenere gli elementi di cui hanno bisogno consegnati in un'ora o meno", ha dichiarato Dave Clark, senior vice presidente delle operazioni internazionali della società.

Per quanto riguarda il prezzo, la consegna di due ore è gratuita per i clienti Amazon Prime, mentre la consegna entro un'ora costerà 7,99 dollari.

Amazon testa consegne in bici a New York
 Amazon sta, nel frattempo, testando la consegna in bicicletta a New York City, il che significa che la società potrebbe consegnare i prodotti ai clienti nel giro di poche ore dall'ordine, addirittura un'ora, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal. Sono già in atto delle prove a tempo su un edificio nei pressi dell'Empire State Building nella Grande Mela. Il sito funge da base operativa per coloro che effettueranno le consegne in bicicletta, stando a quanto hanno riferito fonti anonime al giornale.

Se Amazon persegue questo tipo di servizio di consegna andrebbe a togliere uno dei pochi vantaggi che ha ancora un negozio: attirare i clienti. Mentre un consumatore può acquistare un oggetto e lasciare il negozio con in mano subito il prodotto, il nuovo servizio di consegna di Amazon potrebbe offrire il vantaggio di acquistare da casa comodamente ed avere il prodotto in consegna entro la fine della giornata: in tal caso perchè andare ancora in un negozio?

Via PianetaCellullare

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Il 10 dicembre sono stato all’interessante conferenza conclusiva dell’Osservatorio Big Data e Business Intelligence del Politecnico di Milano e le impressioni che ho avuto sono all’origine di questo post.

Il big data è ormai un concetto con un buzz molto forte nella business community, fino a far temere perfino un effetto hype prima ancora di diventare concreto. Io trovo che invece sia un altro di quei casiin cui la tecnologia corre più veloce della sua comprensione.

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L’interesse c’è, eccome

A vedere i dati della ricerca il tema è bello caldo: il big data analytics rappresenta la principale priorità di investimento per il 56% dei CIO per il 2015, con un budget in crescita del +23% rispetto al 2013. Sebbene per l’83% sia dedicata ancora a soluzioni di Performance Management & Basic Analytics e solo il 17% ad Advanced Analytics queste ultime crescono in modo maggiore (+34%) rispetto a quella in Performance Management & Basic Analytics (+23%).
Un mercato in grande fermento quindi, dove spesso a tirare la volata verso l’adozione è il marketing.
Probabilmente poi c’è un po di confusione sulla definizione se solo il 16% dei dati analizzati sono diprovenienza esterna all’azienda, ma alcuni trend, come la crescita dei dati destrutturati (+31% vs. 21% degli strutturati), sono comunque incoraggianti.

Mancano le competenze

Che cosa impedisce allora di far partire le iniziative? Il budget sicuramente non rispecchia l’attenzione dimostrata nelle dichiarazioni: gli investimenti previsti in Marketing Analytics in Italia rappresentano ancora solo il 2% del budget Marketing 2014 (negli Stati Uniti media il 5%).
Il problema più grande di pone però nelle competenze richieste.

Solo il 17% delle aziende lamenta infatti carenze di software adeguati, mentre nel convegno e nella ricerca si parla molto di Data scientist e Chief Data Officer, che però non sono previsti nemmeno nel futuro dal 73% delle organizzazioni e hanno invece un ruolo formalizzato nel 2% (è presente in qualche modo in altro 11%).

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Un salto troppo grande? Sì e no…

Il salto da fare non è banale. La verità infatti è che per molte aziende si vuole oggi passare dal non usare i dati, anche i più basilari, ad un super uso evoluto e cross channel. La prima domanda da porsi quindi è: siamo sicuri che le nostre fonti dati siano già mappate e gestite, o piuttosto c’è da costruire una logica coerente e aperta su cui innestare il futuro?

Inoltre dai dati bisogna farsi guidare, ovviamente con raziocinio.
I dati vanno gestiti, selezionati, analizzati per trovare correlazioni nascoste e anche presentati in un modo che sia comprensibile e con valore aggiunto reale. Pochi giorni fa poi ho scritto un post sul data driven marketing, in cui ribadivo il fatto che c’è una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, tecnologia che a sua volta è ancora spesso ostacolata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance del digital carente.

Durante l’incontro ho ascoltato poi volentieri i vendor, competenti, che sono stati protagonisti delle tavole rotonde e mi sono però chiesto: riescono a farsi comprendere dalle persone di business? E soprattutto, quante persone non addette ai lavori ci saranno in questa sala?
Di nuovo, il salto organizzativo e culturale che chiedono questi temi è forte e non basta essere solo tecnici o solo “commerciali”: serve scambio e comprensione del cambiamento a 360 gradi.

Un argomento così tecnologico e insieme così accattivante per il business come il big data può essere un’ottima occasione per iniziare questo processo di collaborazione fra diverse competenze, che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

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Di Altri Autori (del 16/12/2014 @ 07:26:31, in Internet, linkato 1922 volte)

Batteria dell'iPhone, bolletta, matrimonio e carburante. Ecco su cosa cercano di risparmiare gli italiani. Lo si scopre dalla fotografia che ritrae un anno di ricerche degli utenti internet su Google: insieme alla parola “risparmiare” sono questi gli accostamenti più frequenti e digitati sul motore di ricerca nel corso degli ultimi 12 mesi. Non manca, infine, chi si chiede come tagliare i costi del riscaldamento oppure le spese in cucina o per i rifiuti.

Sono questi alcuni dei risultati più curiosi che emergono dai Google trends 2014 relativi alle ricerche degli utenti italiani, in particolare da alcune classifiche che fotografano il loro rapporto con l'economia, elaborate in esclusiva per il Sole 24 Ore. I Google trends, che l'anno scorso erano stati battezzati con il nome di Zeitgeist (“spirito del tempo” in lingua tedesca), da stanotte sono pubblici online in tutto il mondo (e si possono consultare su www.google.com/trends/2014).

Qualche distrazione se la concede chi cerca su Google cosa “comprare”. È proprio sul web, infatti, che si scatena la caccia allo shopping più improbabile, quello che si fatica a trovare nei negozi tradizionali. Tanto che insieme alla parola “comprare” gli italiani googlano più spesso le maglie dell'Nba, oppure vanno alla ricerca di un flipper. Buone notizie per i retailer di gioielli che puntano sull'e-commerce: sempre più italiani si muovono per acquistare pendenti, monili e collane su internet. Una curiosità, infine, per gli amanti dei fumetti: a Milano forse non sono abbastanza le librerie che vendono Manga giapponesi... perchè sono davvero tanti a cercare questo genere di strisce in Rete.

Continua a far scaldare gli animi degli utenti anche la necessità di dover “pagare” Whatsapp, l'app ormai installata in quasi tutti gli smartphone degli italiani: a chiedersi (e a cercare informazioni su) come e quanto costa il servizio sono stati davvero numerosi utenti nel 2014. L'appuntamento con i conti su Google scatta anche con le scadenze fiscali. C'è soprattutto chi si orienta nel labirinto delle tasse locali: Tares e Tasi prima di tutto. Le migliaia di delibere comunali hanno moltiplicato la confusione e sul web si cerca prima di tutto “come pagare”, visto che le istruzioni e le aliquote si sono moltiplicate sul territorio (l'ultima scadenza è fissata proprio per oggi, con il saldo Imu-Tasi). Ma in tempi di crisi emerge anche chi si interroga su “come pagare Equitalia” oppure come pagare “in solido”. E anche in questo caso le responsabilità di fronte al Fisco sono protagoniste delle pagine di ricerca.

Guarda la mappa delle parole più cercate
Ecco le classifiche con le parole «risparmiare», «comprare» e «pagare»
Risparmiare
batteria iPhone
bolletta Enel
matrimonio
batteria Android
carburante
acqua
riscaldamento
in cucina
bolletta luce
sui rifiuti

Pagare
Whatsapp
Fastweb
Tares
un regista
non pagare alimenti
come pagare Equitalia
in solido
la Tasi
bollette Enel
dove pagare bollo

Comprare
gioielli online
maglie Nba
un flipper
immagini online
cuoio
Viacard
piercing online
un cavallo
manga a Milano
oro puro

Via IlSole24Ore.com

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Di Altri Autori (del 15/12/2014 @ 07:29:34, in Strategie, linkato 1707 volte)

I più meritevoli avranno uno sconto. Nel senso che pagheranno meno (cinque dollari al mese) l’assicurazione sanitaria se dimostreranno, dati alla mano, di essere in forma, di mangiare in modo corretto, di fare un po’ di attività fisica, e dunque di tenere alla propria salute. E non potranno barare. Perché a monitorare tutte queste buone abitudini sarà Pact, un’app disponibile sia su Google Play che su App Store. Che grazie a un sistema di sensori terrà traccia delle attività dell’utente, calcolando le calorie assunte con la colazione, i battiti del cuore ogni minuto, i respiri durante il jogging mattutino, gli zuccheri nel sangue, i millimetri di mercurio per la pressione, i passi sul tapis roulant della palestra.... Succede nel Massachusetts, lo Stato americano che, primo al mondo, sta per implementare nell’offerta assicurativa un piano che preveda rimborsi (o multe, per chi promette ma non mantiene) ai salutisti. Ed è il segno di una rivoluzione molto concreta che ha portato sul mercato un’intera generazione di prodotti e servizi digitali legati alla forma fisica, al benessere, ma anche alla gestione delle terapie e al rapporto con il medico di base: un mare di app sono già in commercio, poi piattaforme web, sensori o dispositivi indossabili).

Così cambia il nostro mondo-salute, ma cambia - e molti ne sono preoccupati - il vecchio modello della “proprietà” delle informazioni sanitarie, che il nostro organismo fornisce ogni giorno a chi le sa captare.

Pact ne è l’esempio più lampante. E in arrivo anche in Italia c’è The Band, il braccialetto di casa Microsoft appena lanciato sul mercato statunitense, battendo sul tempo l’iWatch di Apple atteso per l’anno prossimo. 199 dollari per portare al braccio un sensore in grado di monitorare costantemente i propri parametri vitali, tra cui appunto la frequenza cardiaca, il consumo di calorie durante l’attività fisica, e persino i movimenti compiuti durante il sonno. Cuore del bracciale smart è l’applicazione Microsoft Health, «una piattaforma studiata», spiega l’Ad Carlo Purassanta: «Per aiutare le persone a tenere traccia dei dati personali sul fitness». E che di fatto proietta l’azienda di Seattle nel mondo promettente della salute.

Perché il piatto della digital health, è ricco, e sono in tanti a volerci mettere le mani: Google e Facebook in testa, e poi Samsung, Intel, Apple, LG. D’altra parte i numeri sono da capogiro. Il tasso di crescita del settore, stimato per i soli Stati Uniti, è del 7,4 per cento annuo, e il volume di affari è destinato a raggiungere i 31,3 miliardi di dollari nel 2017. Secondo le ultime stime di RockHealth, la società americana che finanzia le startup, gli investimenti hanno raggiunto i tre miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2014, con una crescita del 100 per cento sull’anno precedente.

A fare gola è soprattutto il segmento degli over 50, quei baby boomers nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta che oggi, smartphone alla mano, si sentono ancora in forma ma hanno tutto l’interesse a tenere d’occhio i propri parametri vitali. Sono, questi, la prossima generazione di anziani digitali. Solo in Italia, 5,1 milioni di cinquantacinquenni navigano in Internet (dati comScore giugno 2014), pari al 15 per cento del totale dei navigatori. Usano i social network e i blog (4,4 milioni, ossia l’86 percento del totale. Condividono foto e pensieri su Facebook (3,6 milioni) e su Twitter (600 mila). E lo fanno non soltanto dal Pc di casa, ma anche in mobilità: il 55 per cento possiede uno smartphone (8,5 milioni di persone). Insomma, un fiume di persone che giovane non è più e che si è messa in testa di avere servizi dedicati ai loro bisogni.

Un recente rapporto di McKinsey mostra come, negli Stati Uniti, i pazienti over 50 chiedano servizi relativi alla salute quasi quanto i pazienti più giovani, anche se in generale sono più interessati a quelli che aiutano a gestire malattie croniche. Altri dati arrivano dal The Pew Research Internet Project, un’indagine compiuta su anziani americani tra i cinquanta e i 64 anni: la stragrande maggioranza di loro (80 per cento) possiede un computer, un tablet o un e-reader e tra loro una quota pari al 64 per cento usa i dispositivi elettronici per tenere sotto controllo il peso, l’alimentazione, l’attività fisica e altri parametri relativi al benessere. «La digital health è una forma di innovazione fortemente trainata dalla domanda del cittadino-paziente, che ha ormai una sua vita digitale e si aspetta che la tecnologia soddisfi i suoi bisogni anche nel campo della salute», commenta Luca Buccoliero, docente al Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi, e responsabile del “Citizens Lab” del Cermes.

GOOGLE IN POLE POSITION
E Google è in pole position con la nuova società Calico che sta lavorando all’implementazione del servizio Helpouts (helpouts.google.com), con una funzionalità in grado di mettere in contatto diretto pazienti e medici attraverso delle videochat. Attualmente il servizio è in fase di test: il sistema, a partire dalle query effettuate sul motore di ricerca, darà la possibilità di parlare (quasi in tempo reale rispetto alla ricerca) con uno specialista. Per esempio, se si digita “dolore al ginocchio”, oltre ai soliti risultati, comparirà un avviso che recita più o meno così: «Sulla base della tua ricerca, pensiamo che tu stia cercando informazioni su una condizione medica. Qui puoi trovare degli operatori sanitari da contattare in videochat. Il costo delle visite sarà coperto da Google per questo periodo limitato di prova». Anche se ovviamente è lecito aspettarsi che una volta in funzione, l’onorario sarà a carico del paziente.

Ma che Big G non puntasse solo agli adolescenti era già evidente in occasione del lancio dei Google Glass. Secondo alcuni analisti, infatti, il vero punto di forza dei superocchiali potrebbe essere proprio nella cura e nella gestione degli anziani. Basterebbero alcune applicazioni mirate per aiutare famiglie e comunità ad affrontare i problemi di salute legati all’invecchiamento: specifici sensori sulla montatura potrebbero monitorare l’andatura di una persona e identificare i problemi di mobilità, prevenendo cadute e fratture. Gli occhiali potrebbero mostrare video o inviare messaggi audio per ricordare di assumere le medicine e scongiurare il pericolo di assunzioni multiple. Grazie al riconoscimento facciale, poi, gli occhiali potrebbero identificare membri della famiglia e offrire informazioni a chi li indossa, soprattutto se affetto da leggere forme di demenza: «Questo è tuo figlio, lei è tua nuora, ricordati di farle gli auguri di buon compleanno». Gli occhiali potrebbero inoltre essere usati come strumento per chiedere aiuto in situazioni di difficoltà, ad esempio dopo una caduta.
Un occhio di riguardo nei confronti degli over 50 è poi quello che il colosso di Mountain View ha mostrato in occasione della Google Science Fair 2014, la competizione scientifica destinata ai giovani innovatori. Nella categoria Science in Action 
ha infatti vinto il progetto di Kenneth Shinozuka, che si è inventato dei sensori indossabili per rivelare i movimenti di persone anziane allettate, migliorandone la sicurezza e alleviando il lavoro delle badanti.
Non basta. Oltre a progettare lenti a contatto per diabetici, dotate di sensori per rilevare i livelli di zuccheri nel sangue, Google starebbe anche lavorando a una tecnologia che combina una pillola a base di nanoparticelle magnetiche a un sensore da polso con un sistema di allerta. Le nanoparticelle sarebbero in grado di individuare i primi segnali di una malattia, per esempio un tumore, monitorando i cambiamenti nella biochimica dell’organismo, e invierebbero una segnalazione al dispositivo per la diagnosi precoce. Il progetto, guidato da Andrew Conrad - il biologo molecolare del National Genetics Institute americano già noto per aver sviluppato un test a basso costo per la diagnosi dell’Hiv - è portato avanti dall’unità di ricerca GoogleX, e non sarà ragionevolmente operativo prima di cinque anni. Big G non ha intenzione di svelare gli investimenti dedicati all’impresa, cui però partecipano almeno un centinaio tra astrofisici, chimici e ingegneri. E di certo non si lascia intimorire dalle critiche, che lo descrivono di volta in volta come un progetto fantascientifico degno di Star Trek (come Chad A. Mirkin, direttore dell’International Institute for Nanotechnology della Northwestern University), o più brutalmente come l’ennesimo sistema per raccogliere dati sensibili su tutti noi.

LA MALATTIA È SOCIAL
Visto che Larry Page ha imboccato l’autostrada della digital health, Mark Zuckerberg non poteva essere da meno. Ecco quindi che anche Facebook, in gran segreto, come riporta l’agenzia di stampa Reuters, starebbe esplorando la possibilità di creare una serie di “comunità di supporto online” suddivise per aree patologiche, così da connettere gli utenti del social media colpiti dalle stesse malattie. Non contenti, nelle scorse settimane i dirigenti dell’azienda di Menlo Park avrebbero incontrato rappresentanti dell’industria farmaceutica, esperti e imprenditori della sanità, per sviluppare e testare nuove applicazioni relative al settore della salute e del benessere: aree nei confronti delle quali i coniugi Zuckerberg (la moglie Priscilla Chan è pediatra all’Università di California a San Francisco) sembrano essere particolarmente sensibili, visto anche il successo dell’iniziativa lanciata nel 2012 sulla donazione di organi. Il giorno in cui Facebook ha consentito agli utenti di aggiungere al proprio status la dicitura “donatore di organi”, riporta uno studio dell’“American Journal of Transplantation”, oltre 13 mila persone negli Stati Uniti si sono accreditate online come donatori (in media si registrano 600 registrazioni al giorno).
Di fronte a tanto attivismo, qualcuno prova a sollevare l’obiezione: cosa ne farà il social media di tutte queste informazioni sensibili, relative allo stato di salute degli iscritti? Negli Stati Uniti già adesso chi seleziona il personale può chiedere di aver accesso al profilo dell’aspirante impiegato. E in futuro, quello che abbiamo postato anni fa sulla nostra bacheca potrebbe ritorcersi contro di noi. «Il tema della privacy presenta aspetti contrastanti», continua Buccoliero: «Fino a qualche tempo fa, il dato clinico era considerato di proprietà del sistema sanitario. Ora, grazie a un progressivo processo di empowerment generato dalle nuove tecnologie, il cittadino si sente padrone dei propri dati, e vuole condividerli o raccontarli a chi meglio crede. Questo, da una parte, è un bene. Dall’altra, però, servirebbe più accortezza nel lasciare informazioni preziose in mani altrui».

IL FUTURO È ADDOSSO
Non solo web: il futuro della digital health passerà infatti soprattutto per i wearable computer, i dispositivi indossabili destinati a controllare in tempo reale tutto ciò che accade nell’organismo umano. Secondo gli analisti di Abi Research sarebbe infatti questo il segmento destinato a crescere con maggiore rapidità, con un giro d’affari che si duplicherà entro tre-cinque anni raggiungendo i cinquanta miliardi di dollari e i cento milioni di pezzi venduti nel mondo. E il bracciale proposto da Microsoft è solo l’ultimo di una lunga serie. La Airo Health, uno spin off dell’Università canadese di Waterloo, sta per esempio testando le potenzialità di un bracciale per controllare automaticamente, grazie a un piccolo spettrometro interno che individua le diverse sostanze disciolte nel sangue, non soltanto l’alimentazione e l’esercizio fisico, ma anche la qualità del sonno e i livelli di stress.
In attesa di conoscere le dieci e più applicazioni su fitness e salute programmate sull’iWatch di Apple si può intanto scegliere tra il GearFit di Samsung, bracciale a schermo curvo completo di contapassi e misurazione del battito cardiaco, e il Jawbone Up, dispositivo flessibile da polso che per meno di cento dollari, grazie ai sensori di vibrazione e movimento, 
analizza i dati relativi all’alimentazione, al sonno e all’attività fisica. O preferire il Lark, con funzionalità Bluetooth, che inviando piccoli impulsi all’arteria radiale controlla la pressione al polso. Per i mesi estivi c’è June, della francese Netatmo, il bracciale-gioiello che misura l’esposizione al sole in ogni momento della giornata e suggerisce anche il fattore di protezione solare più adatto al tipo di pelle e ai raggi UV di quel particolare momento, indicando quando rimettere il cappello, gli occhiali, o cercare l’ombra. I bio-orologi di Neumitra monitorano invece il sistema nervoso centrale per individuare i primi segnali di stress e ansia e i loro effetti sulle prestazioni fisiche e mentali, mentre un’app sullo smartphone connesso indica quando è il momento di prendersi una pausa. I belgi di Imec propongono invece un sistema indossabile integrato che include una collana smart con sensori per l’elettrocardiogramma in grado di individuare aritmie cardiache, e un casco per monitorare l’attività elettrica del cervello in caso di crisi epilettiche.

Tempo è invece il sistema indossabile progettato dall’azienda CarePredict appositamente per gli anziani, con l’obiettivo di prevedere importanti cambiamenti nel loro stato di salute. Il dispositivo è composto da sensori da polso che inviano segnali ai rilevatori da parete, controllando il numero di ore dormite o gli spostamenti tra le mura domestiche, e inviando segnalazioni di allarme se i parametri si discostano sensibilmente da quelli definiti. Ma il più completo è probabilmente lo smartphone LifeWatch V, basato su Android e in grado di rilevare la temperatura, gli zuccheri nel sangue, la saturazione di ossigeno, la percentuale di grassi corporei e i livelli di stress valutati sulla base della variabilità del ritmo cardiaco, e di inviarli poi a un centro clinico.

Ma c’è un problema. Buccoliero sottolinea che non tutti i dispositivi producono dati affidabili. Per questo il Centro per la Tecnologia Medicale Mobile dell’Università di Stanford ha appena inaugurato un laboratorio il cui compito sarà proprio quello di stabilire degli standard qualitativi minimi per le informazioni biometriche, così da rendere gli strumenti wearable un aiuto valido per i medici, e non solo un’ossessione per i salutisti della domenica.

Via L'Espresso

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Di Altri Autori (del 12/12/2014 @ 07:40:15, in Media, linkato 1496 volte)

Il difficile rapporto tra gli editori e Google News segna il suo punto più basso. In Spagna, Google ha annunciato che dal prossimo 16 dicembre il servizio verrà chiuso. La decisione era stata anticipata ieri da alcuni media spagnoli e l’azienda americana ha confermato con un post firmato da Richard Gingras, il responsabile globale di Google News.

«Ci dispiace, ma in seguito a una nuova legge spagnola a breve dovremo chiudere Google News in Spagna» scrive. La legge citata è quella sulla proprietà intellettuale e obbliga gli aggregatori di notizie a pagare gli editori per ogni porzione del loro lavoro che viene utilizzata. Nella fattispecie, Google News nella sua vetrina propone un elenco di articoli presi da decine di fonti che vengono presentati in un ordine deciso da un algoritmo che non è pubblico, e nel farlo mostra qualche riga di anteprima per ogni news.

Google sarebbe obbligata a pagare per la pubblicazione di questi sommari e gli editori non si possono rifiutare di chiedere questo compenso. Google spiega che «visto che Google News non genera ricavi (non pubblichiamo pubblicità sul sito) questo nuovo approccio è semplicemente non sostenibile». Ecco perché il 16 dicembre, prima che la legge sia operativa, ovvero da gennaio, verranno rimossi i contenuti e poi, quando Google News sarà vuoto, non risulterà più raggiungibile.

Google spiega la sua decisione con ragioni di business, ma si tratta soprattutto di una presa di posizione di principio. Il servizio è attivo in 70 Paesi e non ha voluto che quello spagnolo diventasse un precedente. Gli editori da tempo contestano a Google l’utilizzo dei sommari negli articoli oltre che lo sfruttamento commerciale se non direttamente all’interno di Google News, nelle pagine che arrivano dal motore di ricerca grazie a link e rimandi al servizio. Inoltre, i servizi di Google sono decisamente integrati: portare utenti su News è un modo per portarli all’interno del mondo Google. La risposta di Google è che News è fatto di link che generano traffico per le pagine web dei singoli editori, e dunque potenziali ricavi.

Era successo qualcosa di simile in Germania circa un mese fa: una legge chiedeva a Google di pagare il diritto d’autore per l’anteprima degli articoli. L’azienda aveva passato la palla agli editori, dando a loro la scelta: rimanere gratuitamente (scelta non permessa in Spagna) oppure lasciare solo il titolo e il link, senza foto e sommario. Axel Springer, grande editore tedesco e tra i promotori della battaglia a Google, aveva tenuto duro qualche giorno per poi decidere di rimanere gratuitamente in seguito al crollo degli utenti. Una scelta «non volontaria», aveva spiegato l’editore, ma dettata dal fatto che al momento non vede «altre possibilità considerato il dominio di mercato di Google e la pressione economica che ne consegue».

È chiaro che anche in Spagna la dura presa di posizione di Google sta dando fiato a un dibattito tra favorevoli e contrari alla legge sul copyright. Già a maggio, quando la legge era in fase di dibattito, l'antitrust spagnola aveva espresso diverse perplessità. Lo stesso vale per i piccoli editori, preoccupati dal perdere traffico per i loro siti.

La cronaca sta facendo il giro del mondo almeno quanto fece a febbraio 2013 la foto della firma tra il primo ministro François Hollande e il ceo di Google Eric Schmidt. L’accordo sanciva la possibilità per Google di utilizzare le news a fronte di un finanziamento di 60 milioni di euro in un fondo destinato a sostenere lo sviluppo dell'informazione online.

Via IlSole24Ore.com

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