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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Social Networks (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Ancora novità per gli inserzionisti di Facebook: il social di Zuckerberg sta lavorando per consentire ai propri inserzionisti di vedere quali acquisti vengono fatti e su quali dispositivi. Il social network sta infatti lavorando ad uno strumento di reportistica “cross-device” ovvero un nuova funzionalità che consenta di vedere come effettivamente si muovono i consumatori quando passando da un device ad un altro, rilevandone le conversioni, ovvero “l’acquisto, la registrazione, l’aggiunta di un articolo al carrello o la visualizzazione di una determinata pagina”. In altre parole sarà possibile capire sia su quale dispositivo gli utenti vedano, ad esempio, annunci pubblicitari, e poi quale usino effettivamente per finalizzare l’acquisto. A motivare la mossa di Facebook vi è la crescente abitudine a usare device in modalità integrata per usi legati allo shopping.

Nei primi test i marketers hanno utilizzato il sistema di reportistica cross device per comprendere meglio il ruolo della telefonia mobile nelle loro campagne di adverstising e spiegare anche le differenze presenti negli strumenti di analytics elaborati di terze che non tengono in considerazione l’acquisto che si finalizza attraverso l’uso di più device.

Il monitoraggio è reso possibile tramite un piccolo frammento di codice chiamato “Conversion Pixel”. In pratica gli inserzionisti che vogliono vedere gli annunci a cui i consumatori sono stati esposti possono inserire questo codice all’interno di un sito o di un’applicazione. Attraverso questo strumento gli inserzionisti potranno vedere quante persone convertono la fruizione dell’annuncio nell’acquisto di un prodotto.

Facebook sostiene che il 32% dei consumatori che “hanno mostrato un interesse” negli annunci di Facebook sul cellulare acquistano qualcosa tramite la versione desktop entro 28 giorni. ”Monitorare i click e le loro conversioni effettive in acquisti ha confermato ciò che sappiamo già: gli annunci da mobile guidano il commercio in tutto il mondo” afferma Josh McFarland, CEO di TellApart, uno sviluppatore Facebook del gruppo Preferred Marketing, in un suo post sul blog.

L’industria dell’advertising ha affrontato la questione con un modello di marketing misto, che cerca di catalogare la gamma di annunci e le fonti online che un consumatore studia prima di effettuare un acquisto. Nielsen, ad esempio, attraverso il Multi-Touch Attribution tiene traccia di come i consumatori interagiscono con diverse forme di media, compresi i mobile, prima di acquistare qualcosa.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 23/07/2014 @ 07:46:37, in Social Networks, linkato 1575 volte)

Fare shopping online direttamente su Facebook, con un semplice click sulla pubblicità di un prodotto. È la novità a cui sta lavorando il social network, che sul suo blog ha annunciato la sperimentazione del tasto «buy», in italiano «Compra», a corredo delle inserzioni delle aziende.

In pratica gli spazi pubblicitari acquistati su Fb diventeranno un canale diretto di vendita. Cliccando il tasto «buy», da computer o telefonino, l'utente potrà comprare all'inserzionista senza lasciare il social network. Il pagamento, assicura il colosso del web, sarà sicuro. «Nessuna informazione sulle carte di credito che gli utenti condividono con Facebook quando completano una transazione sarà condivisa con altri inserzionisti, e le persone potranno scegliere se salvare o meno le informazioni del pagamento per acquisti futuri». La sperimentazione è per ora limitata a piccole e medie aziende negli Stati Uniti.

L'azienda di Mark Zuckerberg aveva già annunciato all'inizio di quest'anno la volontà di rendere più efficace gli annunci social per finalità di marketing, anticipando anche l'introduzione del pulsante «Acquista ora».

Nel frattempo anche Twitter pare abbia avviato la sperimentazione di un pulsante simile, «Buy now» per aumentare il potenziale di e-commerce dalla rete sociale.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 01/07/2014 @ 07:15:42, in Social Networks, linkato 1374 volte)

«Clienti e social, maniere al bando. Rispondere con ironia umanizza l’azienda. E attira consumatori». Così titolava dieci giorni fa Italia Oggi, creando stupore e scalpore in tutta la Rete.

Il quotidiano riportava in realtà solo i risultati di uno studio con tanto di stemmi accademici, condotto da Gaia Rubera, docente di Marketing alla Bocconi di Milano, sul comportamento di alcuni brand su Twitter come Tesco Mobile. La compagnia telefonica inglese, infatti, «ha cominciato a replicare con scortesia e ironia alle rimostranze di alcuni consumatori». La conseguenza? Ha aumentato «di molto il numero dei propri follower», addirittura del 700%, e ha conquistato «mezzo milione di clienti», passando nel 2013 da 3,5 milioni a 4.  Clienti “veri”, dunque, che offline hanno scelto di usufruire dei servizi della compagnia. Alla faccia del «Convince&Convert»!

«Ma come?!?» si sono chiesti tutti. Stop alle buone maniere? Basta all’educatissimo (e molto britannico) «May I Help You?», tanto faticosamente imparato da Seth Godin?

Tre giorni dopo Il Fatto Quotidiano rincara: «Tesco Mobile, su Twitter l’antipatia è un successo. E conquista clienti». Spiega: «Agli utenti che si lamentavano del servizio sul social network, l’azienda ha risposto in modo sarcastico, antipatico, al limite dell’offesa». Questa «ruvida ironia», però, non solo «non ha danneggiato il marchio, ma gli ha permesso addirittura di incrementare esponenzialmente i suoi seguaci nel mondo virtuale e i suoi clienti nel mondo reale». È la strategia del «perdere un cliente per guadagnarne 500mila»: trattare con «brutalità» i «consumatori scontenti per attirare l’interesse degli altri visitatori della piattaforma digitale».

Non ci credete? Ecco un esempio. «Scarica immediatamente una ragazza se il suo gestore è Tesco Mobile», twitta Felipe. Che per tutta risposta si sente chiedere da Telco: «Sei veramente nella posizione di poter scaricare una ragazza?».

Incantevole freddura.

Dall’ancora più incantevole risultato: Felipe, rimasto spiazzato e così conquistato, è diventato un fan e si è visto poi arrivare a casa persino un ricco regalo dall’azienda, «per aver reagito così bene all’essere stato pubblicamente preso in giro su internet». Risultato? Altro che Customer Satisfaction: qui è amore! «Thank you @tescomobile for the gift», cinguetta Felipe, ormai perso per l’azienda: «much love for you!!».

Il tam-tam impazza in rete. Sui social network e nei blog la curiosità di addetti ai lavori e utenti lievita come un’onda. Ninja Marketing due giorni dopo rilancia: «La strategia Twitter di Tesco Mobile: prendi un cliente, trattalo male…». E lo dice chiaramente: «Dimenticate tutto ciò che pensate di sapere su Twitter e Customer Service. Abbandonate quel tono pacato con cui vi hanno insegnato a scusarvi per il disservizio e rassicurare il cliente». Tesco Mobile «conquista tutti con l’antipatia dei suoi tweet».

Ma come? Non si era predicata finora l’importanza assoluta di «cuore, amore, dedizione, spirito di servizio, “devozione”»? Di un «comunicare assistendo, assistere comunicando», in nome del principio «Understand them, THEN reply», «ascolta, POI rispondi»? Di un mettersi a disposizione così totalizzante da farsi carico prioritariamente della responsabilità dei problemi altrui – memori del «Bring us your problem» di Seth Godin?

Nessuna contraddizione.

Torniamo però ancora un momento a Tesco Mobile.

Che, non pago, usa la stessa strategia non solo coi clienti, ma anche con gli altri Brand. Una volta sfida il concorrente O2 a una rap battle a colpi di tweet. Un’altra ingaggia una storica conversazione con Yorkshire Tea e Jaffa Cakes. Ancora, di recente, lancia l’hashtag #BanishAverage, con uno spot che invita a trasformare le cose di tutti i giorni in esperienze incredibili.

Quello di Tesco non è in realtà il primo caso. «La migliore risposta di sempre sui social media», come è stata definita, spetta a un felice “cinguettio” di Smart USA a cui un utente, Clayton Hove, aveva indirizzato questo poco educato tweet: «Ho visto un uccello defecare su una Smart. L’ha sfondata». Risposta: «Non può essere stato solo un uccello. Più probabile che fossero 4,5 milioni. (Seriamente, abbiamo fatto il calcolo)».

Spiazzante.

Come l’infografica allegata, che mostrava con fare scientifico quanti uccelli dovessero fare i propri escrementi su una Smart per distruggerla: «4,5 milioni di piccioni, 360mila tacchini, 45mila emù».

Detto, fatto. Disarmato il detrattore. Che stranito e sorpreso, ma in realtà ammirato, non poteva astenersi dal riconoscere: «Outsmarted by Smart», ossia «Fregato dalla Smart».

In Rete ormai impazzano le discussioni, le ricondivisioni degli articoli sul tema, i rilanci – «Che cosa ne pensi?», mi viene chiesto più volte. Certo, la «brutalità» di certi interventi, al limite dell’offensivo, mal sembra conciliarsi con lo spirito “evangelico” del Social Care.

In verità, per chi scrive, nessuna sorpresa. Una riconferma, semmai, che arricchisce e impreziosisce ancora di più la necessità di quella #SocialEducation già più volte ribadita come prioritaria, come parte integrante del Social Caring: del principio del #DFTT, «Don’t feed the troll».

«La verità è che alcuni vogliono solo lamentarsi o trollare», sintetizza infatti Ninja Marketing. «E ci sono aziende, come Tesco Mobile, che hanno deciso di puntare su di loro per rilanciare la propria strategia social».

Prima però di esprimere con chiarezza il mio punto sul tema – caldo più di quanto si possa immaginare: se i Brand hanno intelligenza e spalle larghe per comprenderne l’importanza, potremmo essere a una svolta non solo nel Social Care, ma nelle forme e nei metodi di comunicazione con tutta la propria rete di contatti – la domanda è: che ne pensate voi? Come reagireste di fronte a un’azienda che, anziché stendersi a tappeto pronta a esaudire ogni vostro desiderio, vi prendesse bonariamente anche un po’ in giro, come farebbe un amico per scherzo e battuta (più o meno pesante)?

Via Tech Economy

 

La pubblicità su Facebook diviene sempre più personale. Gli utenti americani di Facebook possono ora controllare e gestire meglio la pubblicità che ricevono sul social network, regolandola in base ai propri interessi e, nel caso, anche disattivandola. Lo annuncia una nota del colosso di Menlo Park, precisando che le novità riguardano il ricorso alla pubblicità basata sugli interessi (Interest-Based advertising) e lo strumento Ad Preferences, che “permettono rispettivamente di ricevere pubblicità più rilevanti in base ai propri interessi e di controllare e gestire in modo ancora più informato e consapevole i criteri che determinano la visualizzazione di uno specifico annuncio“.

In particolare, lo strumento Ad Preferences consente di capire perché si sta vedendo un particolare annuncio sul proprio diario e si possono anche consultare le categorie di interessi associate al proprio profilo che ne hanno determinato l’apparizione, aggiungendo o rimuovendo le categorie a seconda delle pubblicità che si desidera ricevere. La pubblicità può essere poi ulteriormente personalizzata da Facebook, utilizzando informazioni relative ai siti web, ai like, alle pagine e alle applicazioni mobili utilizzate dall’utente. Facebook assicura che questi nuovi strumenti sono improntati al massimo rispetto della privacy e che proprio per questo sarà possibile disattivare totalmente questo tipo di pubblicità, usando uno strumento messo a disposizione dalla Digital Advertising Alliance, supportata da FB e da altre 100 aziende. “Ad oggi questi cambiamenti riguardano solamente gli Stati Uniti, ma l’obiettivo – conclude la nota – è quello di un lancio globale nei prossimi mesi”.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 15/04/2014 @ 07:15:19, in Social Networks, linkato 1664 volte)

Curare i social network diventa sempre più importante per le case automobilistiche, tutti gli utenti di Facebook infatti frequentano le loro pagine e quelli soddisfatti rimangono fedeli al marchio. E’ quanto emerge dal Power's 2014 Social Media Benchmark Study della società di consulenza J.D. Power, secondo cui le campagne pubblicitarie sui social network hanno un impatto rilevante sulle vendite.

Facebook è il social network che offre di più, seguito da YouTube e da Twitter. In particolare, dalla ricerca di mercato in cui sono stati monitorati più di 10mila consumatori americani nelle loro attività online, è risultato che il 29% dei partecipanti ha frequentato i social media per consigli sui prodotti e sui servizi, mentre il 20% lo ha fatto per informarsi sulle case auto e sui loro prodotti.

Infine tutti gli intervistati hanno risposto di avere interagito almeno una volta con un canale social delle case automobilistiche.

Via Quo Media

 

Per festeggiare il suo ottavo compleanno, Twitter ha reso disponibile una funzione che consente agli utenti di viaggiare indietro nel tempo e ripescare facilmente il primo tweet inviato. Giochino sfizioso, che si scontra però con la scarsa capacità di fidelizzazione evidenziata dal social network nel corso degli anni e degli ultimi due in particolare.

Stando infatti a quanto scrive il Wall Street Journal, citando un'anticipazione del rapporto stilato da Twopcharts (un sito olandese che monitora l'attività degli account di Twitter), circa il 40% dei 20 milioni degli utenti che si registrano al servizio ogni mese invia almeno un tweet nel mese in cui si iscrivono. Fin qui tutto bene o quasi. Il problema è che, nel 2015, solo un quarto di questi account si presume possa essere ancora attivo. E non finisce qui. I dati di Twopcharts mostrano infatti come gli account creati in anni più recenti siano meno attivi di quelli che hanno abbracciato la piattaforma nel periodo 2006-2011. E con una progressione negativa molto evidente: circa il 25 % degli account creati nel 2008 sono cinguettanti ancora oggi, mentre solo il 10,7% di quelli creati nel 2012 sono in attività a distanza di poco più di un anno.

Dati che evidenziano, anche agli occhi dei meno esperti in fatto di dinamiche del Web, la difficoltà per il social network di mantenere un adeguato livello di "retention" degli utenti, di garantirsi continuità di "cinguettii" da parte di chi utilizza il servizio da più tempo. E quindi di sviluppare il proprio business pubblicitario. Il problema di fondo, infatti, è il seguente: Twitter genera introiti dall'advertising solo quando gli utenti interagiscono con l'annuncio, lo "re-twittano", lo utilizzano per segnalarlo fra i preferiti. O semplicimente ci clicca sopra.
Tornando ai numeri che spiegano l'evoluzione della comunità del social network, degli 1,5 miliardi di account registrati complessivamente, solo 955 milioni (sempre secondo Twopcharts) esistono ancora oggi e solo il 13% di questi ha inviato un tweet negli ultimi 30 giorni. Una percentuale, quest'ultima, che equivale a circa la metà dei 241 milioni di utenti mensili attivi (e cioè account che accedono al servizio, anche senza pubblicare nulla, almeno una volta al mese) che Twitter dichiarava alla fine del 2013.

Sulla questione, i portavoce del social network non hanno profuso dichiarazioni, trincerandosi dietro il solito "no comment" ai dati prodotti da terze parti. Da Twopcharts fanno però anche sapere che circa la metà degli account registrati nel 2014 sono stati sospesi da Twitter probabilmente perché affetti da spam. Nel 2012 tale percentuale si fermava al 28 % e sono circa 500 milioni gli account registrati sospesi nel complesso dalla nascita del social network a oggi. Se veri, si tratta di numeri preoccupanti.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 24/03/2014 @ 07:33:03, in Social Networks, linkato 1328 volte)

Il primo prodotto pubblicitario di Pinterest non è ancora attivo, ma secondo quanto riportato da Ad Age il social network starebbe chiedendo impegni di spesa molto alti, tra  1 milione e 2 milioni di dollari, agli inserzionisti interessati ad acquistare spazi pubblicitari sulla piattaforma. Non solo, Pinterest starebbe progettando di stabilire i tra 30 e 40 dollari il costo per 1.000 visualizzazioni (CPM) dei suoi “promoted pins”, da visualizzare nel feed degli utenti.

Pinterest ha annunciato il progetto di introdurre pin promossi sei mesi fa e da allora ha testato il prodotto su un gruppo selezionato di clienti in modo gratuito. Ecco cosa ha detto Pinterest sui suoi annunci: “Dal momento che così tante persone usano Pinterest per segnare con un “pin” i prodotti che vorrebbero comprare in futuro, gli inserzionisti riconoscono il potenziale del social network nel mondo dell e-commerce. Inoltre Pinterest permette ai brand di includere informazioni legate allo shopping nei loro pin per permettere alle persone di conoscere il costo dei prodotti e dove possono essere comprati.”

Secondo uno studio condotto nel mese di novembre, ogni pin pubblicato sulla bacheca digitale vale una media di 0,78 dollari per il marchio di appartenenza del prodotto. Non male se calcoliamo che Pinterest ha più di 70 milioni di utenti, secondo uno studio che è uscito lo scorso giugno.

Come accade per la pubblicità di Google, un promoted pin di Pinteres avrebbe il vantaggio di colpire persone interessate e probabilmente disposte anche a compare il prodotto visualizzato. E’ molto probabile, ed è certamente la speranza del social, che cercando un dato prodotto su Pinterest, nel guardare un promoted pins ad esso correlato, esso si tradurrà in una intenzione di acquisto.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 20/03/2014 @ 07:33:18, in Social Networks, linkato 1241 volte)

Condividere la buona cucina e il piacere di stare a tavola  grazie ai social network. Una mania che spopola sulle varie piattaforme, da Instagram a Facebook e Pinterest, dove ormai si trovano veri e propri album tematici con foto ai piatti dei grandi chef e non, scattate direttamente nei ristoranti.

Una pratica ormai mondiale che, però, fa inorridire i maestri dell’arte culinaria come raccontano il New York Times e Culture visuelle che hanno riportato le proteste di chef del calibro di David Chang, Moe Issa o di Alexandre Gauthier e Gilles Goujon.

Per non parlare degli eccessi del Four Barrel Coffee di San Francisco che all’ingresso ha addirittura appeso un cartello con il divieto “Non postare questa foto su Instagram, tu hipster” o dell’Eva Restaurant di Los Angeles che strizza l’occhio alla crisi economica offrendo uno sconto del 5% a chi lascia il proprio telefonino all’ingresso.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 10/03/2014 @ 07:47:55, in Social Networks, linkato 1540 volte)

La combinazione smartphone e social network serve a correggere comportamenti imbarazzanti, ma Livr fa l'opposto: login solo con tasso alcolemico positivo.

Esiste un social network che in caso si beva solo acqua minerale non si potrà mai vedere. Si chiama Livr, funziona con un alcol test via Usb collegato al cellulare: se non si supera il test mostrando almeno un minimo tasso alcolemico, niente login. Uno strumento che incita irresponsabilmente all’ubriachezza? Secondo il CEO della startup, Kile Addison, è un social network composto da persone alticce, così come potrebbe esistere un social di vegani o di fashion victim.

Livr è appena nato e sta già facendo discutere animatamente, perché non si era mai vista una provocazione del genere però realizzata con tutti i crismi delle migliori applicazioni per smarphone e delle società che lavorano a progetti software-hardware. Livr, infatti, consente questo particolare login perché applica un tester al device, mentre l’applicazione ha una vocazione social: gli utenti abbastanza ubriachi per poter entrare nella rete possono scambiarsi pareri, fotografie, incontrarsi in qualche pub.

Come nelle migliori applicazioni di oggi, l’utente può filtrare secondo diversi criteri di ricerca le opzioni, che crescono a seconda del livello di alcol nel sangue: le migliori offerte nei locali, quelli più vicini, la geolocalizzazione dei post degli amici con la stessa passione per l’have a drink!. Ma ci sono tools davvero originali, che hanno fatto applaudire gli osservatori e (pare) garantito l’invito al SWSX ad Austin, come l’hot spot che calcola con un solo gesto touch i locali più frequentati e divertenti del momento e forse l’idea più forte di questa applicazione: il bottone Blackout, che cancella in modo permanente qualunque cosa è stata postata nell’ultimo login. La risorsa estrema in caso di selfie davvero improponibili che potrebbero causare l’immediato licenziamento o la rottura del fidanzamento.

Il disclaimer
I due fondatori dell’app-social tengono comunque – se non altro per ragioni legali – a specificare la natura di questo prodotto e il senso di puro divertimento senza esagerare. Questo il disclaimer del sito, che è anche la risposta alle eventuali critiche:

L’applicazione LIVR è destinata agli adulti responsabili in età per bere alcolici. È intesa esclusivamente per scopi di intrattenimento. Non bisogna bere e guidare. Non bisogna bere troppo. L’eccessivo consumo di alcol può causare danni irreparabili o danni al vostro corpo e può essere letale.

Via Webnews.it

 

Instant messagging, app geolocalizzate, piattaforme fotografiche. A ciascuno il suo social. Le comunità connesse iniziano a diversificare il consumo digitale, la dieta mediatica si arricchisce e accanto a Facebook attecchiscono altri social network. La supremazia di casa Zuckerberg è ancora indiscussa, ma qualcosa sta cambiando. Servizi come WeChat e WhatsApp spopolano, con tassi di crescita a tre cifre. WeChat ha segnato un balzo del 379% nel 2013 secondo il Global Web Index. Poi c'è la crescita inarrestabile di Instagram e Foursquare: nei dati di Vincenzo Cosenza si assestano rispettivamente a 150 e 10 milioni di utenti attivi. E poi ci sono social "regionali": l'Estremo Oriente abbraccia QZone, con oltre 620 milioni di utenti cinesi.

In Italia Facebook distanzia i competitor: ci accedono una volta al mese in 26 milioni e 16 lo fanno da mobile, con la fascia di pubblico maturo in crescita, i cosiddetti "silver users". Campanello d'allarme globale è allora la lenta diaspora dei giovani, al punto che il Cfo di Facebook David Ebersman ha riconosciuto che negli ultimi mesi si registra un calo di utenti: «Abbiamo visto una diminuzione, in particolare tra gli adolescenti».
Accanto ai grandi player cresce una miriade di piattaforme fruite in mobilità e condivise da comunità verticali. Quanto questi attori scesi nell'agone digitale possano entrare in concorrenza con un colosso come Facebook è presto per dirlo. Tendenzialmente non saranno mai in relazione diretta. Ma le sfide dei prossimi mesi si giocheranno sui servizi premium in mobilità, sulla crescente geolocalizzazione e sulla necessità di legare tribù sempre più verticali. I casi italiani di successo si moltiplicano: a Milano tre informatici under trenta hanno messo in rete CityGlance, prima social app per chi utilizza i mezzi pubblici. A testare gli algoritmi sono più di 7mila utenti e a breve sarà esteso anche in altre nove città.

D'altronde l'ha dichiarato più volte proprio lo stesso Zuckerberg: «Non si crea una comunità, le comunità esistono già e fanno ciò che vogliono». E allora sembra proprio che queste lo stiano ascoltando, perché negli ultimi tempi si registrano lenti ma graduali movimenti verso altre piattaforme. Beninteso, sono scosse di una magnitudo contenuta per un ecosistema digitale in assestamento. Al momento però ciò che si registra è una tendenza all'integrazione e all'uso combinato di più social. Secondo il rapporto Pew Research Center, circa il 73% degli utenti accede a piattaforme social. Facebook domina, ma molti utenti diversificano la navigazione: il 42% adotta più social, rispetto al 36% che accede esclusivamente a Facebook. «Altri servizi ne minacciano il predominio. Instagram ha molti utenti che accedono in mobilità più volte al giorno, mentre Pinterest e LinkedIn intercettano specifici gruppi demografici», sostiene Maeve Duggan, coautore del rapporto.

Queste nuove agorà vivono nel sottobosco della rete. E l'esperienza di navigazione evolve, virando dal come stiamo al dove stiamo. Lo sa bene Stefano Ceccon, italiano espatriato a Londra. Nato trent'anni fa a Bassano del Grappa, ingegnere biomedico, ha messo ordine al caotico traffico londinese, implementando London Crowd, una app che ha avuto milioni di download ed è stata annoverata da Forbes tra le migliori per districarsi nella giungla londinese.

Secondo alcuni analisti, però, a preoccupare il colosso di Mountain View non dovrebbero essere i piccoli. Perché il futuro non sarà dettato dalla frammentazione, bensì dalla concentrazione. «Avremo un unico grande social network che assorbirà tutti gli altri, perché offrirà un valore aggiunto», afferma Margherita Pagani, docente di Digital marketing alla Bocconi e all'Emlyon Business School, che ha esposto la sua tesi in un paper su Mis Quarterly. «Si tratta della "legge del gigante", speculare a quanto avviene nelle molecole e possibile scenario anche per il mondo digitale: l'evoluzione futura sarà dettata da dinamiche di integrazione a livello di network».

L'obiettivo comunque è presidiare questo ecosistema, aggregando e cercando di mantenere forti barriere in uscita. «In questo contesto il modello Google registra più opportunità perché offre servizi differenziati e gratuiti». Per Pagani un altro elemento che potrebbe spiegare la curva decrescente di Facebook è legato alla privacy: «L'elemento dell'intrusività, ovvero il fatto che i dati personali possano essere sempre più controllati, non va sottovalutato. L'utente oggi è molto più sensibile al tema».

Questo un possibile scenario. Ma c'è anche chi ha pronosticato una desertificazione del social più popolato al mondo, suscitando stupore e ilarità, oltre all'ironica risposta della stessa Facebook. Per John Cannarella e Joshua Spechler della Princeton University, Facebook sarà abbandonato entro il 2017 dall'80% degli utenti. La ricerca si basa sul confronto tra le curve delle epidemie e quelle delle reti sociali. Certo, si tratta di uno scenario irrealistico. Ma è anche vero che le evoluzioni a cui la rete ci ha abituato sono imprevedibili.

Via IlSole24Ore.it

 
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