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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Social Networks (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 12/11/2013 @ 07:44:03, in Social Networks, linkato 2158 volte)

Sapevate che dal 2010 i lavori retribuiti che includono attività sui social media sono aumentati del 1357% a livello globale? Il dato arriva da un analisi fatta da LinkedIn, che ha monitorato le offerte di lavoro postate sulla propria piattaforma negli ultimi 3 anni.

 Inoltre, un recente studio condotto da Adobe mostra come il social media rimarrà la più importante area marketing dei prossimi tre anni.

 Quindi, negli ultimi tre anni si sono aperti nuovi scenari e nei prossimi tre ci sarà spazio per ampliare il business. Per avere un quadro completo non ci resta che capire lo stato di salute delle principali piattaforme per individuarne i trend.

 A questo proposito Facebook con i suoi 1,18 miliardi di utenti, di cui quasi il 58% attivi tutti i giorni con una media di 20 minuti al giorno, è destinato a mantenere una posizione di privilegio, ma rischierà di perdere la leadership.

 Al di fuori dei mercati emergenti, dove la crescita è ancora in corso, Facebook avverte un calo tra le generazioni più giovani, in particolare quella degli adolescenti [13-17 anni].

 Uno studio condotto Piper Jaffray a fine Settembre di quest’anno ha rilevato che sempre più adolescenti stanno passando da Facebook a Twitter e soprattutto a Instagram. Questo perché si tratta di strumenti meno impegnativi e la privacy è assicurata dall’assenza dei genitori.

Gli altri social, Google+ e Pinterest su tutti, rischiano di dividersi le briciole, mentre Tumblr sembra stazionario.

 In forte crescita la tendenza a entrare in altre piattaforme, sicuramente minori e focalizzate su argomenti specifici. Instagram si è oramai emancipata da social di nicchia ma ne mantiene tutte le caratteristiche che troveremo chiaramente nel 2014: mobilità, velocità e verticalità di contenuto.

Via Republic+Queen Magazine

 
Di Gianluigi Zarantonello (del 26/11/2013 @ 09:00:00, in Social Networks, linkato 2974 volte)

I social media sono un tema di dibattito sempre caldo e sempre controverso, perché se è chiara la potenza e la diffusione di questi strumenti tra le persone (anche in Italia) molto meno evidente è la misurabilità dei benefici per le aziende, e come tutti gli argomenti in cui la valutazione è difficile dunque l’alternanza è tra l’entusiasmo e lo scetticismo.

Io credo che ci sia una sopravvalutazione del social media come strumento di comunicazione puro, troppo spesso i messaggi delle aziende si inseriscono come corpi estranei nelle normali conversazioni delle persone, perché partono da una logica unidirezionale di vecchio stampo. In più il social per antonomasia, Facebook, ha ridotto ulteriormente la visibilità dei messaggi non a pagamento indebolendo pesantemente l’efficacia.

Inoltre l’economicità e la facilità di questi strumenti è bella fin quando non viene il momento della critica o della crisi, perché nel social media il controllo della comunicazione è parziale e il canale è aperto in forma bidirezionale.

Infine a molte aziende sfugge un particolare fondamentale: un fan di Facebook o un follower di Twitter restano iscritti del social network, e quindi persone di cui l’azienda sa poco o nulla. Acquistare fan dunque non è solo è dannoso ma è soprattutto è inutile, perché i loro dati sono destinati a restare inaccessibili e volatili nel momento in cui uno qualsiasi di questi servizi decida di chiudere o cambiare politica.

Tutto sbagliato e inutile dunque? Assolutamente no.

l'importanza dell'ascolto (immagine tratta da http://iprexvoices.com/)

l’importanza dell’ascolto (immagine tratta da http://iprexvoices.com/)

Come ho scritto la settimana scorsa uno dei benefici fondamentali del social è l’ascolto, che permette di intercettare bisogni, richieste e stimoli dei clienti come mai prima è stato possibile. Il punto è che bisogna voler ascoltare. Inoltre le fonti sono così tante e destrutturate che, anche senza arrivare al tema del big data, occorre dotarsi di strumenti idonei e di un piano strategico per capire che cosa si vuole ricercare davvero.

Immagine tratta da http://www.conversity.be/

Immagine tratta da http://www.conversity.be/

Inoltre Facebook e tutti i suoi simili sono un caso in cui viene portata alla massima evidenza l’errore che si fa spesso guardando al digitale: quello di vederlo come ramo a sé e non come parte di una strategia e di un ecosistema di strumenti. I social infatti fanno parte di uno dei tre tipi di media che oggi sono disponibili, gli earned, ossia quelli su cui conquista dello spazio grazie all’attenzione che si riesce a stimolare. Ci sono però anche i paid media (semplificando, la pubblicità) e gli owned (quelli di proprietà). Come ho già scritto, le tre cose devono andare assieme.

In più, pensare al digitale in modo sganciato dal resto della strategia aziendale è ormai qualcosa di superato dai fatti, ma non dalle pratiche, e per questo spesso i linguaggio, le logiche e gli obiettivi sono divergenti. Non è il massimo, nel punto i maggiore contatto e dialogo diretto con i clienti e gli stakeholder.

Senza dunque arrivare a una social enterprise, su cui oggi già si discute in contesti evoluti, resta ancora molto da fare per una corretta valutazione di un fenomeno straordinario e dirompente. E non certo nato dal nulla.

Che ne dite, qual è la vostra esperienza in merito?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 

E’ una domanda che si fanno in molti e alla quale in molti hanno provato a dare risposta. L’argomento è recentemente tornato di moda col caso Snapchat, l’ultimo tra i servizi social che ha attirato l’attenzione degli analisti di mezzo mondo per aver rifiutato un offerta di 3 miliardi di dollari cash (a fronte di un profitto vicino allo zero). Si tratta di un’ offerta sensata o esagerata, come hanno detto in molti? Nessuno conosce i numeri dell’utenza di Snapchat, tenuti segreti dai fondatori e non ancora misurati dalle altre compagnie di ricerca. Avendo la fortuna di lavorare per una compagnia di ricerca che agisce molto rapidamente ai cambiamenti del mercato, ho già a disposizione stime sulle dimensioni della sua utenza e sulle quali mi baserò per analizzarne il valore e di cui nessun altro dispone.

snapchat. La mancanza di dati consistenti riguardo alla base attiva di ogni servizio ha prodotto risultati discrepanti e non attendibili. Cercherò qui di dare risposta alla domanda utilizzando i dati di GlobalWebIndex che consentono di avere una base quantomeno consistente su cui fare delle ipotesi. La metodologia di GlobalWebIndex indica come “attivi” gli utenti che hanno utilizzato un determinato servizio in maniera attiva nell’ultimo mese. Login accidentali non vengono considerati. Account doppi o inesistenti vengono tenuti anch’essi fuori dalla conta e per questo le stime potrebbero sembrare più bassi del dovuto. La ricerca, inoltre, viene svolta tra gli utenti 16-64 di 32 paesi al mondo.

Per il calcolo del valore del singolo utente mi sono invece affidato ad un semplice calcolo matematico basato sul valore di mercato della compagnia divisa per la base di utenti attiva. Il valore è dato dalla capitalizzazione di mercato, quando la compagnia è quotata in borsa, o da stime degli analisti quando invece la compagnia è fuori dai listini. Tutte le valutazioni vengono fatte in base al valore della compagnia al 22/11/2013.

Iniziamo da Facebook la cui valutazione di mercato a Wall Street secondo il sito del NASDAQ è di circa $114mld. Questo diviso per una base utenti attiva stimata secondo i parametri sopra indicati di 637mln , porta a un valore utente di poco meno di 179 dollari.

Twitter è anch’esso quotato a Wall Street ed ha una capitalizzazione di mercato pari a 22,741mld  di dollari che, divisi per una base attiva di 321,5mln di utenti nei 32 paesi della ricerca, porta a un valore utenti pari a 70.73 dollari.

Linkedin, il social network professionale più di successo nel mondo, ha il valore utente più alto del mercato data la alta qualità dei dati contenuti al suo interno. Con una capitalizzazione di poco meno di 26,5mld di dollari e una base utenti attiva di poco più di 132mln, il valore per utente è appena superiore ai 200 dollari. Certo è che il valore dell’utente di Linkedin non si basa tanto sulla sua attività quanto sulla mera presenza stessa sul Social, visto che la maggior parte degli introiti li guadagna vendendo servizi di recruiting. Se prendiamo, quindi, in analisi il numero di account creati (265mln) raggiungiamo un valore di quasi 100 dollari per utente.

Con Pinterest, non ancora quotato in borsa, entriamo nell’area delle stime. In seguito all’ultimo round di finanziamenti di 200mln di dollari il valore della compagnia è ora stimato sui 3,8mld di dollari che divisi per una base utenti attiva di 81,3mln, da un valore utenti di 46.69 dollari.

LinkedIn è quindi la compagnia col più alto valore per utente ed in effetti è anche quella che raccoglie i maggiori profitti in scala. Facebook invece appare essere piuttosto sopravvalutato sulla base dei dati raccolti da GlobalWebIndex. E’ vero che diventato uno dei leader mondiali per la vendita di spazi pubblicitari, ma le stime sul suo valore vengono fatti su numeri inesatti. Twitter ha un valore di mercato che è addirittura 22 volte i guadagni previsti per il 2014, quasi il doppio rispetto a Facebook, nonostante la maggior difficoltà a vendere spazi pubblicitari e a farli accettare ai propri utenti. Ma il suo valore per utente sembra essere più in linea con la realtà delle altre piattaforme.

Prima di arrivare a Snapchat occorre dare un’occhiata al valore utente di altre piattaforme di social su mobile, tanto per aver le giuste misure.

WhatsApp, ad esempio, ha un valore stimato, secondo alcun rumors di acquisizione da parte di Google, di circa 1mld di dollari e conta una base utenti di poco meno di 170mln. Ancora una volta, con un semplice calcolo arriviamo a 5.89 dollari a utente. Non male considerando che l’app ne costa 1 a utente.

Per quanto riguarda Instagram, dobbiamo rifarci alla quotazione di un anno fa quando fu acquistata da Facebook. All’epoca gli analisti stimavano un valore di 500,000 dollari ma noi ci baseremo sul valore di acquisizione di 1mld di dollari  su una base utenti attiva di 40mln. Nel 2012, quindi, un utente valeva 25 dollari e se volessimo, per gioco, fare una proiezione sulla base utenti attuale di 109mln, otterremmo che oggi Instagram vale 2,731mld di dollari. Meno di quanto offerto per Snapchat.

Arriviamo quindi al punto.

Sono 3 miliardi di dollari giustificati per l’acquisto di Snapchat? Quanti utenti attivi conta?

Secondo le stime di GlobalWebIndex, Snapchat conta ora 25,5mln di utenti attivi nel mondo, che, basandosi sul valore di mercato di 3mld di dollari, portano a un valore utente stellare di 117,6 dollari. Quasi 20 volte quello di Whatsapp e quasi 5 volte quello di Instagram.

Se da un lato può essere vero che Snapchat ridefinisce il concetto di comunicazione online e di messaggistica istantanea e non ha ancora raggiunto interamente il suo pubblico di riferimento, dall’altro lato avrebbe giovato enormemente dall’acquisizione da parte di Facebook e non è detto che se tra qualche tempo avra’ il doppio degli utenti il valore di mercato rispecchierà tale crescita. Inoltre Snapchat dovrà affrontare il problema di ogni altra piattaforma, e cioè la monetizzazione degli utenti.

Che Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, abbia nascosto nella manica un business model in grado di tradurre i propri utenti in denaro sonante, che nessun altro ancora ha esplorato, ho i miei dubbi.

In poche parole se fossi stato in lui, io, come molti altri avrei preso i soldi senza nessuna esitazione.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 10/12/2013 @ 07:17:24, in Social Networks, linkato 1845 volte)

Continua la nostra inchiesta sui Digital Champion europei. Nelle scorse settimane abbiamo parlato della centralità del ruolo  ed abbiamo illustrato il percorso che ha portato l’Unione Europea alla definizione della figura del Digital Champion. In questo percorso, non sono mancate le riflessioni dei nostri Visionist. Cristoforo Morandini ci ha parlato del Campione digitale che non c’è, Francesca Quaratino ci ha riportato alle origini del significato della parola Campioni,e poi Sonia Montegiove ha condiviso con noi le sue speranze in una lettera molto speciale.

Questa volta vi raccontiamo non solo chi sono i diversi Digital Champion, ma anche se e come utilizzano i social network: strumenti che fanno parte di quell’ecosistema culturale e tecnologico che queste figure hanno l’obiettivo di promuovere.

Maschio, con una età compresa tra i 50 e 60 anni  e proveniente dal mondo del privato. È  questo, in sintesi, l’identikit del Digital Champion europeo, delineato attraverso un’indagine che la nostra redazione ha condotto sul web, alla ricerca di informazioni e modalità di presenza online che potessero aiutarci a definire meglio il volto e la presenza online dei Campioni. Se è vero che la loro mission è quella di promuovere l’inclusione e, in generale, di contribuire alla divulgazione della cultura del digitale nei propri paesi, come vivono la rete, se lo fanno, i Digital Champion?

Qualche dato anagrafico
Sui 25 professionisti nominati dai rispettivi Stati per essere ambasciatori dei principi dell’agenda digitale in patria, ben il 72% è rappresentato da uomini mentre le donne si fermano al 28% (pari a sette campionesse). Un dato, quello della presenza femminile, inferiore alla rappresentanza delle donne nel Parlamento Europeo, al momento pari al 31%. Dato che oltretutto non rende giustizia all’efficacia dell’azione che trova nei campioni in rosa attori molto attivi.

Come detto la fascia di età maggiormente rappresentata la troviamo tra i cinquantenni, che rappresentano il 20% del campione, seguiti da trentenni e quarantenni che si fermano ad un 16% a pari merito. Il più giovane registrato? Una campionessa classe under 30, la ventisettenne Linda Liukas, svedese. È invece irlandese il più “anziano”: il 72 enne David Puttnam. Ma il dato più significativo è rappresentato dal fatto che nel 36% dei casi è stato impossibile risalire all’età anagrafica. Sul web infatti, a fronte della presenza su siti ufficiali, come quello dell’Ue, informazioni inerenti l’età di ben 9 campioni su 25 sono risultate assenti. Sono questi i soli dati di difficile reperimento, tra quelli obiettivo di indagine della nostra inchiesta? La risposta è no dal momento che, nota curiosa ed a nostro parere preoccupante, non ci è stato possibile reperire il contatto e-mail di 4 campioni su 25!

Digital Champion: ambito professionale


Per quanto riguarda l’ambito professionale dei Digital Champion, la ricerca ha provato a identificare la provenienza dei Campioni, distinguendo tra privato, con un universo composto da imprenditori, filantropi, manager, professionisti, e mondo pubblico (quindi politici ma anche docenti e funzionari).
L’indagine ha poi ulteriormente distinto, per il segmento “privati”, quanti appartengono al vasto mondo del digitale (dall’informatica alle telco al mondo dei media) e quanti, invece, provengono da settori differenti.
Dalla ricerca emerge che la maggioranza, ovvero il 64% dei Digital Champion, proviene dal mondo “privato” dell’imprenditoria e/o del management, mentre il restante 36% fa riferimento alla sfera pubblica.
Ancora più interessante è il dato su quanti Digital Champion facciano riferimento, in termini di formazione e/o professione, al vasto mondo del digitale. Coerentemente con l’incarico di DC, ben l’88% del campione è legato ad esso e si va da ingegneri e manager legati all’It, ad esperti di comunicazione e formazione online, passando per imprenditori. Solo il 12%, invece, pari a 3 Campioni, non afferisce al più vasto “ecosistema” digital.
Tutti di Campioni provenienti dal mondo privato hanno un radicamento diretto con le tematiche digitali, anche se in modalità diverse. 

Digital Champion: la presenza su web e social network
Se è vero che oggi web e social network rappresentano strumenti di dialogo e confronto sempre più presenti nella comunicazione pubblica è presumibile, e forse anche doveroso, pensare che gli stessi Digital Champion utilizzino tali strumenti per parlare a istituzioni, cittadini e imprese, della loro mission.
Purtroppo però, analizzando la presenza dei 25 sul web e sui principali social network (Facebook, Twitter, LinkedIn e Google+) ci si accorge che il panorama non è dei più confortanti, al netto di comportamenti invece estremamente virtuosi.
Il 69% del campione, infatti, possiede un account Twitter e, almeno nominalmente, il 68% ha un profilo Facebook, e il 44% ha un account Google+. Va meglio solo a LinkedIn, il social network site professionale per eccellenza, che registra l’84% delle presenze, sebbene solo in pochi casi ci si imbatta in profili realmente “vissuti” e aggiornati. Non va meglio a siti o blog dedicati, all’attività in patria dei Campioni: neppure la metà dei DC ha uno spazio web attraverso cui illustrare esaustivamente progetti e/o muovere azioni di sensibilizzazione.

Quale attività e modalità di presenza sui social?
“Nominalmente”, si diceva prima. L’indagine ha ulteriormente approfondito, per quella parte di Digital Champion che hanno degli account, la loro reale attività, nella convinzione che avere un profilo è la condizione minima, ma “viverlo” davvero, è condizione necessaria. Nello specifico, per i principali social network site presi in considerazione, è stata rilevata la presenza o meno di post aggiornati. Ulteriore dato analizzato, è la tipologia di presenza sui social, se con profili prettamente “personali”, legati alla vita privata del Campione, o “professionali”, legati anche all’incarico di DC. Sono questi, tipologia di presenza social e attività sui profili, i due parametri “minimi” con cui provare a tratteggiare la “digitalità” dei nostri Campioni.

Twitter: lo strumento più aggiornato
Focalizzando l’attenzione sui social network più conversazionali, è Twitter a registrare il maggiore attivismo dei Campioni. L’83% dei possessori di un account sul social del cinguettio ha, infatti, un profilo che risulta aggiornato (ma, lo ricordiamo, si tratta comunque di numeri molto contenuti, solo 15 su 25). Nei casi più “fortunati”, all’ultimo mese, in quelli meno fortunati a due mesi fa. Sono stati considerati invece, non aggiornati, i profili Twitter fermi da tre mesi o più così come quelli in cui non è stato possibile registrare aggiornamenti, poichè “aperti” ma mai popolati.
Attraverso Twitter la maggioranza dei Campioni dà conto prevalentemente della propria attività professionale, ma anche delle azioni legate all’incarico di Digital Champion.

Facebook: un uso prevalentemente privato
Ancora meno incoraggiante appare il panorama di Facebook, in cui solo il 24% degli “aventi profilo” lo aggiorna con regolarità (in questo numero sono incluse anche due pagine, quelle di David Puttnam e di Martha Lane-Fox). Al contrario, nel 76% dei casi, per chi è presente su FB si registra una apparente mancanza di aggiornamenti soprattutto a causa di profili “chiusi”. Ad una richiesta di amicizia, infatti, non ha fatto seguito un’accettazione, il che induce a pensare che si tratti di profili privati. In sostanza la stragrande maggioranza dei Dc su Facebook non utilizza tale strumento come luogo per dare conto della propria esperienza di Digital Champion.

Google+: il deserto
Ancora più desolante lo scenario su Google+. Al già scarso numero di possessori nominali di un account, ovvero 11 Campioni, si associa anche uno scarsissimo attivismo. Eccezion fatta per un solo campione il cui profilo registra un aggiornamento pubblico a novembre 2013, gli altri 10 possessori di account hanno pagine apparentemente abbandonate: sembrano account semplicemente aperti ma mai utilizzati. In altri casi non è stato possibile stabilire se la pagina aperta faccesse capo ai Digital Champion oppure ad omonimi. Per questi motivi, ovviamente, non è stato neppure possibile definire se l’uso dei profili è professionale o meno.

Piuttosto che nulla, meglio piuttosto…
Gli unici Champion che non hanno alcuna presenza social né un sito web o blog, eccezion fatta per profili Linkedin che comunque appaiono “poco frequentati”, sono: Istvan Erenyi, ungherese, Francesco Caio, italiano e Antonio Murta, Portoghese. Come se non bastasse, alcuni dei campioni digitali non pubblicano nemmeno un’e-mail connessa alla loro attività. Tra questi, Darko Paric, croato, Gilles Babinet, francese, Reinis Zitmanis  lettone, e – purtroppo – di nuovo anche il nostro Francesco Caio che, on-line, è letteralmente un fantasma.

Questa rapida panoramica ci porta a definire ulteriormente il profilo dei Digital Champion. Quel maschio tra i 50 e 60 anni, proveniente dal mondo del privato è sì esperto di tematiche connesse al digitale, ma è anche scarsamente social. Più orientato a frequentare LinkedIn e Twitter per parlare di professione e incarico Dc, ma comunque, complessivamente poco presente in rete. Un quadro non precisamente confortante, ma anzi paradossale perché, eccezion fatta per la provenienza legata nella maggioranza dei casi al mondo privato su temi del digitale, i Digital Champion designati non appaiono attenti alla vita della rete. In questo senso colpiscono le percentuali così basse di presenza ed utilizzo dei social: come farsi promotori del digitale in patria, se parte di tale digitale, la rete, non è né vissuta né utilizzata dai Digital Champion? Come far passar ai cittadini e alle nuove generazioni l’importanza della rete per l’innovazione del paese senza il famoso “buon esempio?”. Ma soprattutto: come essere testimoni di qualcosa che non si usa, non frequentanto i canali sui quali sono le persone verso le quali essere testimoni?

Nelle prossime settimane proveremo a dare conto anche di cosa, nel concreto, i 25 Digital Champion stanno facendo nei rispettivi Paesi.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 16/12/2013 @ 07:58:27, in Social Networks, linkato 1524 volte)

Condividere foto e messaggi video con un gruppo ristretto di amici, familiari, colleghi e altri contatti, e possibilità di commentare. Si chiama Direct ed è la nuova funzione lanciata da Instagram, molto simile ad una chat, ma con contenuti foto-video, e che estende la veste social dell’app. L’aggiornamento dell’applicazione è già disponibile per iOS e Android, mentre per Windows Phone è in versione beta. La funzione è rappresentata da una nuova icona in alto a destra.

L’annuncio di oggi arriva a pochi giorni dal lancio da parte di Twitter della possibilità di inviare, ricevere e condividere immagini in messaggi diretti. “Negli ultimi tre anni la comunità di Instagram è cresciuta fino a 150 milioni di persone che fotografano e condividono istanti della loro vita in tutto il mondo – spiega la società di proprietà di Facebook sul suo blog -. Si è evoluta diventando non solo una comunità di fotografi ma di comunicatori visivi“. “Ci sono comunque momenti della nostra vita – spiega ancora – in cui vogliamo condividere solo con un gruppo ristretto di persone e non con tutti. Instagram Direct aiuta in questo”.

Aprendo la nuova icona dell’applicazione si troverà dunque la funzione condividi con i follower o Direct, per condividere foto e video con qualcuno in particolare. Dopo l’invio si potrà vedere chi ha visto il contenuto e monitorare i commenti in tempo reale. Se qualcuno che non è nella nostra cerchia di amici ci manda materiale, potremo decidere se visionarlo oppure no. Con Direct sembra che Instagram inizi dunque a fare prove tecniche di chat, in scia di app molto popolari e usate come Whatsapp o Snapchat.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 18/12/2013 @ 07:45:01, in Social Networks, linkato 1095 volte)

Facebook sarebbe pronta ad iniziare a vendere pubblicità video entro questa settimana, secondo quanto riporta il Wall Street Journal.
Gli annunci, che verranno visualizzati automaticamente nel news feed degli utenti, potrebbero aiutare Facebook a catturare una parte di quei 66,4 miliardi dollari che gli inserzionisti sono pronti a spendere negli stati uniti sulla TV. Secondo il report, gli annunci saranno visualizzati sia su web che su smartphone e tablet e verranno riprodotti automaticamente, indipendentemente dal fatto che gli utenti facciano o meno clic su di essi.

Il nuovo servizio, molto atteso dagli inserzionisti, ha avuto alterne vicende: nell’estate di quest’anno si erano giù diffuse le prime voci sull’implementazione della nuova funzionalità e già allora si parlava di cifre di tutto rispetto da pagare per i 15 secondi circa degli spot. In quell’occasione si prevedeva che Facebook avrebbe rilasciato il servizio entro l’anno per sfruttare così appieno il periodo natalizio. E dopo diversi ritardi, entro questa settimana, stando alle fonti americane, la funzione sarà operativa.

A che prezzo? Non è chiaro quanto Facebook addebiterà agli inserzionisti ma, come già circolato in estate, si parla anche di due milioni di dollari al giorno, per poter raggiungere l’enorme pubblico di adulti del social network. E gli utenti, come accoglieranno l’invasione, e l’invasività, degli spot sui loro news feed?

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 02/01/2014 @ 07:08:12, in Social Networks, linkato 1677 volte)

«Youtility»: ecco il nuovo fenomeno che sta facendo impazzire l’America. «Why smart Marketing is about Help, not Hype»: così recita il sottotitolo del libro di Jay Baer, nuovo manuale del Social Media Marketing, inteso come “aiuto”, non “strillo”, “lancio pubblicitario”. Un “marketing così utile”, spiega, “che la gente sarà felice di pagare”. “Help, not Hype”: “la differenza tra aiutare e vendere sta tutta in due lettere. Ma queste due lettere sono i fattori determinanti del successo del business oggi”.

“Come uscire dalla crisi?“, ci siamo chiesti più volte.

La crisi che tutti noi viviamo ogni giorno, che impatta cittadino, cliente e azienda – la quale deve continuare a vendere per sopravvivere e cerca un’alternativa nei social network.

Ma anche la nuova crisi determinata dall’imporsi dell’esigenza di “pubblicità” anche nei Social: dunque d’investimenti economici imprevisti, di spese nuove che gravano sul bilancio. «Ooops, Facebook non è mio!», sembrano scoprire tutti ora che il buon Mark [Zuckerberg ndr] ha cambiato zitto zitto l’algoritmo e, in due minuti, ha spedito una galassia di aziende nel buco nero dei News Feed, rendendole invisibili.

Soluzioni: investire milioni in pubblicità? Beato chi può: certo diverrà strada sempre più necessaria. Ma non sufficiente. “E i contenuti?”, si chiedeva giustamente Piero Vendittoli in una discussione sul tema giorni fa. “Riuscirebbero a mantenere vivo il falò dei contenuti? A prendersi cura dei fan? È una comunicazione a senso unico. Io pago, tu mi leggi. Cosa, non ha importanza. Come i cartelloni 6×3 per strada. Mi vedi, ma io non vedo te”.

Altre soluzioni? Certo: un ripensamento radicale della strategia di comunicazione. Ma come? Andando a battere i sentieri, per molti ancora inesplorati, del “Villaggio dei Social Media”. Google+ anzitutto, ma anche Instagram e Vine, WhatsApp e SnapChat.

“Google+ is Google”, dichiara Martin Shervington a «Social Media Examiner“. Tanto basta a piazzarlo – coi suoi 540 milioni di utenti attivi – come alternativa urgente a Facebook: della serie che “se ancora non lo sfrutti, il peggio è il tuo”, come  tante volte ribadito da Alessandro Vitale, per cui da anni Facebook non è che un «FailBook».

Instagram? Certo. Proprio l’altro giorno il New York Times ha intervistato Liz Eswein, ritrovatasi d’un colpo imprenditrice milionaria con la sua start-up, «The Mobile Media Lab», che “ha generato oltre un milione di dollari di fatturato” insegnando alle aziende a usarne bene i servizi.

E non parliamo di WhatsApp: miniera d’oro di recente adoperata in modo esemplare da Hub09, che ha travolto la Rete portando sulla piattaforma niente meno che Babbo Natale, pronto a ricevere via messaggio la “letterina” e a chiacchierare in real time a suon di «Ohohoh!».

Ma tutto ciò potrebbe non bastare. «È un circuito destinato a farti aumentare sempre più l’investimento, a far arricchire “la macchina”» commentava Dario Ciracì quanto alla tendenza “Ads-oriented” che riguarda comunque ogni «Social Media». «Ora saremo tutti spinti a investire in Ads, ma a lungo andare, come già accade per gli AdWords di Google», CPM e CPC dell’annuncio cresceranno e «la differenza col costo degli AdWords diventerà inesistente».

I problemi così non si risolvono. Anche perché, nel frattempo, le aziende che provano a evolvere si sono imbarcate nel tentativo di “parlare in lingua social”, estranea fino all’altro ieri ma ora necessaria per il Customer Care come per Marketing o Vendite. Così l’“addetto ai lavori” si trova cacciato dal suo terreno, coll’onere di reinventarsi un ruolo chiave che lo riporti ad essere insostituibile.

Ecco una strada: «Youtility», “utilità, aiuto per Te”. Ecco il nuovo “modello di marketing per l’età dell’information overload”, dell’overload d’informazioni, di quel “buco nero del News Feed” che è vuoto, buio di trasmissioni interrotte, da cui un autentico Social Care a 360 gradi – che si dona a servizio prendendo per mano e camminando insieme ai propri amici in Rete – pare possibile exit strategy, via di fuga verso la luce di un rinnovato impulso al business.

Ecco sancito, dai Social Media Guru a stelle e strisce, il nuovo «marketing del volontariato» come già istintivamente lo avevamo definito in passato, e che cade certo a pennello sottoporre all’attenzione ora, giocando sul suo aspetto “natalizio & buonista” ma che, proprio nel suo essere risposta costante a un SOS, è aiuto che aiuta tutti – cliente e Brand. “Aiutati che Dio ti aiuta”? No. Piuttosto “Io aiuto te che aiuti me”. E non è un Do ut Des: qui c’è cuore, amore, dedizione, servizio, “devozione” verso il proprio network. Solo se mi metto al tuo servizio, dandomi a te completamente, tu mi darai la tua ben riposta fiducia: tu mi crederai.

“Per vincere”, continua Baer, «la domanda da porsi è: “Come possiamo aiutare?”». Ove riecheggia anche Seth Godin, col suo noto «May I help you?». «Se vendi qualcosa», dice Baer, «ti fai un cliente oggi, ma se aiuti genuinamente qualcuno ti fai un cliente per la vita».

Stessa spinta a un Social Media Marketing pienamente social (quasi davvero “sociale”, verrebbe da dire) invocata d’altronde anche da John Haydon, autore di Facebook Marketing for Dummies, nella recente intervista a «Social Media Examiner», che non a caso titola «Facebook Engagement: come esser visti nel News Feed». Vuoi coinvolgere la Rete? Lascia perdere autocelebrazioni e sponsorizzazioni massive, che trattano il network come «la lista contatti di una newsletter»: «sii utile». «Le aziende devono ascoltare la loro gente, porre attenzione alle loro domande. Prima capire, POI rispondere».

La crisi così può non solo trovare una via d’uscita almeno parziale, ma trasformarsi in irripetibile opportunità di crescita. Nel 2014 proviamo a portarci questo: un Social Care nuovo e inedito, consapevole che «se ti sarò utile, tu resterai con me». Se non penserò a me, allora sì che tu a me ci penserai. E comprerai.

Comunico assistendoti. Assisto comunicandoti. Altruismo egoista o egoismo altruista? Chissà. Ma se “aiuta”… perché no?

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 09/01/2014 @ 07:32:13, in Social Networks, linkato 1491 volte)

Si chiama Jelly ed è il primo social network del 2014. L'ha creato il co-fondatore di Twitter, Biz Stone insieme a Ben Finkel e si pone l'obiettivo di rendere più efficaci e divertenti le ricerche in rete: basta scattare una fotografia di qualcosa che ci incuriosisce, scrivere una domanda al posto della didascalia e attendere la risposta dalla nostra cerchia di amici o dai loro contatti.

L'applicazione è disponibile sia su Google Play che sull'App Store. Dopo un anno di rodaggio, ne ha dato notizia lo stesso Stone, amministratore delegato della startup, in un post sul blog di Jelly. L'app ha l'ambizione di porsi come un'alternativa più umana al motore di ricerca di Google, perché al posto del freddo algoritmo di Mountain View sfrutta la conoscenza diretta delle persone tramite Twitter e Facebook. Come ricorda l'amministratore delegato nel post di presentazione, “non è importate cosa conosci, ma chi conosci”. Così il nuovo social network prova ad unire la logica di successo delle Yahoo! Answers alla forma del popolarissimo Instagram.

Ad un primo sguardo il funzionamento dell'app non sembra molto diverso dal chiedere informazioni con un'immagine attraverso Facebook o Twitter. I followers possono già rispondere alle nostre curiosità. La novità riguarda la possibilità di disegnare sulle fotografie scattate dallo smartphone: una funzione che rende facile evidenziare il particolare dell'immagine sul quale vogliamo più informazioni. Inoltre, se si riceve una domanda alla quale non sappiamo rispondere, si ha la possibilità di girarla alla nostra cerchia di amici, aumentando la possibilità di ottenere una risposta rapida.

A differenza di Facebook o Twitter, le domande non verranno pubblicate sui profili di tutti i nostri contatti. Nonostante le ricerche possano apparire più umane, è comunque un'algoritmo, il Finkelrank (dal nome del co-fondatore), a scegliere chi può rispondere. Dopo aver dato il permesso all'app di collegarsi agli account dei nostri social network, Jelly scandaglia i followers e gli amici di volta in volta per capire quali persone possono essere le più adeguate a rispondere al singolo dubbio. “Non spariamo domande a tutti - ha spiegato Stone in un'intervista al New York Times - e speriamo di rendere l'algoritmo sempre più sofisticato”.

Se Jelly avrà un successo paragonabile a quello di Twitter è tutto da vedere. Di fatto non aggiunge una funzione inedita a quello che è già possibile fare con gli altri social network, ma rende più semplice, e grazie alla centralità delle fotografie anche più divertente, formulare una domanda ai contatti di Facebook e Twitter. Si tratterà di capire, come spiega Stuart Dredge sul Guardian, se gli utenti avranno voglia di aprire un'altra applicazione con la frequenza con la quale già usano Facebook e Twitter. E se le persone alle quali verranno rivolte le domande si sentiranno altruiste al punto da darci una risposta in breve tempo.

Via Sky TG24

 
Di Altri Autori (del 13/01/2014 @ 07:26:51, in Social Networks, linkato 1546 volte)

L’utilizzo dei social media da parte dei giornalisti, come fonte e mezzo per il loro lavoro, è ormai pratica diffusa e quotidiana. Secondo Il Network internazionale dei giornalisti, le applicazioni 2.0 più sfruttate dai reporter di tutto il mondo sono cinque.

Innanzitutto, RebelMouse, un aggregatore di social network che, attraverso l’inserimento di parole chiave, permette di fare ricerche incrociate su Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, Google+, LinkedIn e Tumblr. Testate celebri come The Guardian e Al Jazeera hanno dedicato un angolo dei loro siti web ai risultati più interessanti dati dall’utilizzo di RebelMouse. Ottimi riscontri anche per Storyful Multisearch, che offre funzionalità simili e permette di ricevere una scheda diversa per ogni contenuto ricercato, a seconda dei diversi social da cui proviene (Facebook però non è supportato).

Geofeedia si concentra invece sui commenti in diretta, ovvero a evento in corso e a notizia calda, raccogliendo i post su Fb, i tweet, i video volanti di YouTube e le foto apparse su Flickr, localizzando l’origine del materiale (grazie a servizi come Foursquare). Si chiude con Topsy, che permette di setacciare tutti, ma proprio tutti, i messaggi postati su Twitter dalla sua fondazione a oggi, classificandoli secondo contenuto, numero di re-tweet e altro ancora.

Oltre a modificare sensibilmente la distribuzione dei contenuti giornalistici, i social media hanno così radicalmente cambiato le tecniche di una professione che non può fare a meno dell’interattività e della compartecipazione del web.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 24/01/2014 @ 07:08:01, in Social Networks, linkato 1730 volte)

A dispetto delle funeste previsioni di  due studiosi della  University in America che la danno “morente” entro tre anni, Facebook gode di ottima salute. A rivelarlo è il Social Summary diffuso da GlobalWebIndex sui dati di adozione e uso dei social media in più di 30 mercati globali.

Stando ai numeri rilevati da GWI, Facebook è ancora ampiamente dominante senza ovviamente ignorare il fatto che anche altre reti sono in aumento. Il social di Zuckerberg rimane il numero uno in cima alla lista per numero di account (83 %), per uso attivo (49%) e per frequenza delle visite, con il 56 % degli utenti che accede sulla piattaforma più di una volta al giorno. Certo è che il sito continua a registrare diminuzioni nei livelli di uso attivo, ma è una diminuzione, spiegano da GWI, che nella seconda metà del 2013 (-3 %) è stata notevolmente esagerata in alcuni rapporti, visto che è ancora molto popolare tra tutti i gruppi demografici e ci sono in effetti stati aumenti nelle dimensioni del pubblico grazie alla sua app.

Alcuni degli altri principali attori registrati piccolo un modesto incremento tra il Q2 e Q4 – tra cui Google+ (+6 %) , LinkedIn (+9 %) e Twitter ( +2 % ) – ma i più grandi aumenti nel numero di utenti attivi sono avvenuti in reti più recenti o meno consolidate di Facebook. Ne sono esempio Instagram (+23 %) e Reddit (+13 %).

Via Tech Economy

 
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