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 mymarketing.it: e tu cosa ne pensi?... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Social Networks (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 08/01/2018 @ 07:20:47, in Social Networks, linkato 1049 volte)

Da tempo Instagram è il secondo social medium più usato dagli italiani e nuovi dati confermano un’ulteriore crescita dell’utenza.
Quanti sono gli italiani su Instagram?
A giugno 2017 erano 14 milioni gli utenti attivi ogni mese (confermati dal fondatore Mike Krieger), mentre erano 11 milioni a fine 2016. Secondo le mie stime è plausibile ipotizzare un utilizzo giornaliero di almeno 8 milioni di italiani.

L’applicazione, nata per essere un usata come diario visivo della propria giornata, in questi anni si è trasformata, diventando un catalogo patinato per persone e brand. Secondo la ricerca di Blogmeter “Italiani e Social Media” il 14% degli italiani lo usa per condividere esperienze, ma il 17% lo sceglie per seguire personaggi famosi.

Le aziende italiane, dalla fine del 2015, possono usare la piattaforma per veicolare la pubblicità. Ecco perché diventa fondamentale capire meglio qual è la composizione demografica degli “Instagramers”, anche rispetto a Facebook, in quanto la sinergia tra i due social può portare ottimi benefici commerciali.

italiani su instagram per sesso ed età

Chi sono gli italiani che usano Instagram?
La prima cosa da tener presente è che, a differenza di altre piattaforme, Instagram è utilizzato più da donne (51%) che da uomini. E ciò lo pone in diretta competizione con Pinterest, che anche nel nostro paese inizia a guadagnare terreno (circa 5 milioni gli utenti).

Il 55% degli utenti ha meno di 35 anni, mentre su Facebook la tendenza è ad un “invecchiamento” della base utenti (come dettagliato in questa analisi).

L’età prevalente non è quella di minori di 18 anni (10%), ma quella dei giovani tra i 19 e i 24 anni, che rappresentano il 25% di tutti gli utilizzatori. Quote del 17% per i 25-29enni e i 36-45enni. Bassa, invece, la quota degli ultra 56enni (6%).

Insomma Instagram è un servizio che non può essere più usato come discarica di contenuti già usati su Facebook. Al contrario richiederebbe una strategia di content marketing dedicata e investimenti in advertising oculati, visto che ormai anche qui la visibilità organica sta scemando.

Per rimanere sempre aggiornati sulle statistiche riguardanti i social media in Italia vi consiglio di tenere d’occhio la pagina dell’Osservatorio Social Media, mentre per i dati internazionali c’è “Social Media Statistics“.

Via Vincos blog
 
Di Max Da Via' (del 29/12/2017 @ 08:51:35, in Social Networks, linkato 1002 volte)

L’algoritmo di Facebook, che smista i contenuti che ogni iscritto vede, è oggetto di modifiche costanti. L’ultima in ordine di tempo ed importanza è volta a penalizzare il cosiddetto “engagement baiting“. Dopo aver scoraggiato il “link baiting” ossia i post ingannevoli usati per portare visite ad un sito, il social network ora prova a combattere i post “acchiappa-interazioni”.
Sono quelli che contengono frasi del tipo “metti mi piace se…”, “condividi se anche tu…”, “vota X se…”, “tagga un amico…”. Si tratta di pratiche molto comuni purtroppo anche tra gli amministratori di pagine aziendali italiane che, per qualche interazione in più, perdono di vista la qualità dei contenuti e l’identità del brand.

facebook engagement baiting

Da oggi i post “acchiappa-interazioni” scritti da profili e pagine verranno etichettati come di bassa qualità e di conseguenza la loro circolazione subirà una battuta d’arresto. Oltre ai singoli post verranno sanzionate anche le pagine che fanno largo uso di questa tipologia di contenuto. Ciò determinerà un abbassamento della loro visibilità all’interno della piattaforma.
Sotto la scure dell’algoritmo non dovrebbero ricadere i post che chiedono aiuto nei casi di persone scomparse, denaro per buone cause, consigli di viaggio. Per individuare i post “ingannevoli” Facebook ha addestrato un modello di machine learning con migliaia di post di bassa qualità, ma gli errori potranno sempre succedere.
Quindi il consiglio é di abbandonare qualsiasi pratica borderline tesa ad ottenere facili reazioni, puntando su articoli utili per il vostro pubblico di riferimento.

Via Vincos blog
 
Di Max Da Via' (del 13/12/2017 @ 07:22:57, in Social Networks, linkato 930 volte)
In un post precedente avevo provato a chiarire il significato di due termini molto usati, spesso a sproposito, dai marketer: reach e impression. Ora, in vista di cambiamenti rilevanti, mi sembra necessaria una precisazione meno astratta e più pratica legata al significato, attuale e futuro, di reach secondo il social network più grande del mondo.

calcolo reach facebook

Cosa significa la reach di Facebook?
Facebook intende con reach organica di un contenuto, portata in italiano, il numero di persone raggiunte da un certo post ossia quelle nel cui News Feed è apparso il post. Può capitare, però, che tale contenuto, pur apparendo nel News Feed, non venga effettivamente visto dall’utente. Ad esempio il post viene distribuito nel flusso di notizie, ma l’utente dal suo smartphone potrebbe non scorrere fino al punto di visualizzarlo.
Per i post sponsorizzati il calcolo della reach viene effettuato diversamente, in maniera più restrittiva e realistica. Il sistema calcola la persona raggiunta solo quando il post entra nella parte di News Feed visibile dall’utente.

Come cambia il calcolo della reach su Facebook?
Un anno fa il social network annunciò un cambiamento nel calcolo della reach organica, che dovrebbe diventare realtà nelle prossime settimane (secondo quanto detto da un rappresentante di Facebook). In pratica accadrà che il calcolo della reach organica si uniformerà a quello della reach a pagamento ossia dei post sponsorizzati. Dunque il sistema calcolerà le persone che avranno visualizzato il post nella porzione di schermo a disposizione.
Questa modifica dovrebbe determinare un calo di circa il 20% della portata della singola pagina. Una notizia non piacevole, ma che restituirà un’immagine più realistica degli sforzi di comunicazione fatti.

Via Vincos Blog
 

Mentre si aggiornano i dati sulla confidenza degli italiani con gli smartphone, si aprono scenari limpidi sull’ecommerce in mobilità. I beni e servizi acquistati da mobile sono il 32% in più dell’anno scorso, e il potenziale di crescita è ancora molto alto se si pensa che solo il 20% delle transazioni sono avvenute dai dispositivi, nonostante sugli schermi tascabili si consuma il 69% del tempo speso online.

 

La situazione del social-commerce

Intanto, in un mercato evoluto come quello americano una parte delle conversioni avvengono attraverso i social network, e come spesso accade in questo campo è Facebook a farla da padrone. In un sondaggio condotto ad ottobre dalla società di social marketing Open Influencer, il 47,7% di chi ha acquistato un prodotto attraverso le piattaforme social ha finalizzato l’ultima transazione proprio sulla piattaforma di Zuckerberg. Gli altri social inseguono a distanza, con Instagram in seconda posizione a 8,6% e Youtube a chiudere il podio con il 4,5%. Pinterest, una delle piattaforme dal potenziale più alto nel social shopping, è appena quarto con il 2,1% dei rispondenti che hanno dichiarato di aver concluso sul portale l’ultimo social-acquisto. Solamente il 34,6% del campione ha dichiarato di non aver mai acquistato nulla da nessun social network.

 

Settori merceologici

Le analisi di Open Influence hanno evidenziato una propensione maggiore all’acquisto di prodotti di abbigliamento (32,4% degli acquisti via social), e Food and Beverage (17,9%). Oltre a presentare una panoramica degli acquisti diretti, lo studio mostra il potenziale del social marketing anche in un’ottica di multitouch attribution, utile ai brand per capire il supporto delle piattaforme alle conversioni.

 

I social in un modello di attribuzione multitouch

Per esempio, da un sondaggio condotto da ViSenze lo scorso agosto emerge che quasi la metà degli utenti social americani hanno concluso almeno un acquisto al mese partendo, in qualche modo, dai social network. Ancora una volta, Facebook è stata la prima fonte d’influenza, con il 31,8% dei rispondenti che hanno ammesso un suo ruolo nei propri acquisti. Pinterest ha avuto effetto sul 16,4%, e Instagram sul 12,5%. Il 37,7% del campione ha invece ammesso di non essere stato influenzato da nessun social.

 

Facebook e il marketplace proprietario

Il social network di Zuckerberg ha presentato esattamente 12 mesi fa Marketplace, la sua piattaforma di ecommerce c2c che mette insieme dati di localizzazione, amici e familiari per offrire prodotti fisicamente vicini agli acquirenti digitali. Il marketplace, secondo TechCrunch ha aggiunto 18 milioni di prodotti solamente nel maggio scorso sul territorio statunitense, e le comunicazioni tra compratori e venditori aumentate vertiginosamente nella prima metà del 2017. Tre settimane fa è stata aggiunta una sezione dedicata alla compravendita di auto e veicoli in generale.

Via 360com
 
Di Max Da Via' (del 07/11/2017 @ 07:30:05, in Social Networks, linkato 1176 volte)

Facebook perde appeal fra i giovani. Niente di nuovo sotto il sole: la tendenza era già in atto (anche in Italia). Ma la fotografia scattata questa volta da eMarketer disegna un trend che rischia di compromettere la crescita della piattaforma guidata da Mark Zuckerberg a scapito di Snapchat e Instagram. E questo, perché i due sistemi riuscirebbero ad andare più incontro ai linguaggi comunicativi, prevalentemente visivi, delle nuove generazioni, osservano alla società di analisi.

Quest'anno i teenager che usano Facebook scenderanno del 3,4% a quota 14,5 milioni di utenti, sotto i 15,8 milioni di Snapchat, la quale, in base a uno dei principali strumenti di misurazione utilizzati dai pubblicitari, ha già superato Facebook nella fascia tra i 13-24 anni. In questo segmento infatti Facebook è a 25.26 milioni di utenti al giorno, contro gli oltre 26 milioni di Snapchat.

Si tratta del secondo anno consecutivo che Facebook registra un “declino” per questa fascia di target degli inserzionisti. Una parte di pre-adolescenti snobba totalmente Facebook (eMarketer li chiama “Facebook nevers”) per andare dritti sulle piattaforme concorrenti. Molti altri adolescenti e preadolescenti, pur rimanendo iscritti, accedono sempre meno e consumano sempre meno tempo sul social di Zuckerberg.

Il calo di entusiasmo da parte di un’intera generazione non è ovviamente una buona notizia per Facebook il cui business è basato su un modello advertising revenue. Per l'azienda gli utenti under24 sono petrolio dal momento che hanno il "compito" di traghettare il social nel corso del ricambio generazionale, costruendo la base clienti del business futuro.

Ma, se da un lato Facebook può consolarsi grazie al fatto che Instagram è di sua proprietà, dall’altro sembra che Snapchat, che nel 2013 rifiutò l’offerta di acquisizione da parte di Facebook per 3 miliardi di dollari, sorpasserà per successo sia Instagram che Facebook fra i ragazzi fra i 12 e i 17 anni, i giovani adulti (18-24) entro il 2017, spingendo il proprio share al 41% negli Usa: nel 2021 Snapchat potrebbe detenere la fetta maggiore della torta “social”.

La “disaffezione” a Facebook fra i giovani Usa è più alta e cresce a tassi più elevati che altrove. Ancora quest’anno utilizzeranno Facebook l’82% dei giovani americani, ma la quota scenderà al 76% entro il 2021. L’uso di Facebook in Usa scenderà del 3,4% - rispetto al 2016 – a 14,5 milioni, l’1,2% in più rispetto alla contrazione dello scorso anno.

Via CorCom
 
Di Max Da Via' (del 30/10/2017 @ 07:40:25, in Social Networks, linkato 1135 volte)

Le Pmi possono guadagnare con Facebook? Come lo spiega il social network nel report Future of Business Survey , realizzato in collaborazione con Ocse e Banca Mondiale. Già 70 milioni di imprese nel mondo utilizzano attivamente una pagina Facebook raggiungendo connessioni interessanti: «L’87% degli italiani presenti su Facebook hanno almeno una connessione con una Pmi italiana», dice Marco Grossi, senior manager di Facebook Italia, «e 143 milioni di persone nel mondo sono connesse con un’azienda in Italia tramite Facebook, quindi possiamo affermare che grazie all’utilizzo di Facebook e Instagram le imprese hanno effettivamente la possibilità di incrementare la propria crescita e lo sviluppo internazionale».

Come le pmi possono guadagnare con Facebook

Facebook è una risorsa non solo per le grandi aziende, ma soprattutto per quel 95,3% di Pmi italiane che ha meno di 10 addetti. Un terzo di queste non ha un sito internet, ma può farne a meno se ha una pagina Facebook ben gestita. Ma come si possono sfruttare al meglio le potenzialità di business offerte dal social network di Mark Zuckeberg? Innanzitutto con le campagne mirate. «L’algoritmo», spiega ancora Grossi, «consente di indirizzare una campagna agli utenti che presentano caratteristiche simili a quelli che sono già connessi a quell’impresa o che hanno già fatto acquisti di quel genere».

«Come dimostrato da un recente studio sulle Pmi italiane che sono sulla piattaforma», sottolinea Laura Bononcini, head of public policy di Facebook Italia, «una Pmi su 3 afferma di aver assunto più persone grazie all’aumento di domanda derivante dalla loro presenza digitale. Il dato è inoltre confermato dal fatto che il 70% delle imprese sostiene di avere aumentato il numero di clienti grazie a un utilizzo strategico di Facebook».

Campagne mirate e Messenger

Il prossimo passo sarà l'ottimizzazione della comunicazione con il cliente con Messenger: «Nei prossimi cinque anni la messaggistica sarà fondamentale perché attraverso i Bot si automatizzeranno sempre di più i customer service», aggiunge Grossi. In due anni le ore su Facebook le ore sono raddoppiate. E le 11 Pmi italiane che hanno partecipato alla survey ne hanno approfittato: : per far pubblicità verso nuovi potenziali nuovi clienti (78%), per mostrare i prodotti e servizi (78%), per dare informazioni (69%) e per comunicare con i propri clienti e fornitori (56%).

Un’altra novità di rilievo per Messenger è l'accordo siglato pochi giorni fa, che permette agli utenti di pagare con PayPal attraverso il servizio di messaggistica. Il servizio è partito negli Stati Uniti e per ora solo su dispositivi Apple, ma sarà presto esteso ad Android e a tutto il resto del mondo. «Questo consente, in pratica, di fare acquisti direttamente su Facebook», chiarisce Grossi.

Via Business People
 
Di Max Da Via' (del 07/09/2017 @ 07:22:40, in Social Networks, linkato 1010 volte)

Facebook vuole la musica sui social. Secondo Bloomberg Mark Zuckerberg sarebbe pronto offrire centinaia di milioni di dollari alle case discografiche per liberalizzare l’inserimento di musica nei video postati dagli utenti.

Facebook intende introdurre un software il quale segnerà con una "spunta" la musica che viola i diritti d'autore. Per Bloomberg, però, ci vorranno almeno due anni prima che questo sistema sia pronto. Il progetto andrebbe a rafforzerebbe i piani di Zuckerberg di fare concorenza a YouTube con la piattaforma Watch, che consente la condivisione e la visualizzazione di video.

Facebook Watch offrirà possibilità analoghe a quelle di YouTube agli utenti e ai creatori di contenuti. Questi ultimi, infatti, potranno caricare e monetizzare con le loro opere, con conseguente ritorno pubblicitario per Facebook in caso di buona riuscita del progetto.

Si tratta di una soluzione che gioverebbe a tutti i soggetti in questione. Facebook attirerebbe pubblicità e creatori di contenuti, più liberi nel loro lavoro e contenti della monetizzazione. Gli utenti riceverebbero un servizio migliore e più creativo mentre le etichette riceverebbero ingenti somme e si libererebbero del problema di controllare tutti i contenuti potenzialmente illeciti.

Sarebbe proprio quest’accordo a rendere Facebook un cliente scomodissimo per YouTube. La nota piattaforma video, infatti, non ha mai risolto la questione copyright se non limitandosi a eliminare tutti i contenuti che contenessero canzoni protette. Se Facebook Watch dovesse espandersi velocemente e notevolmente, YouTube sarebbe costretta a operare cambiamenti importanti, magari simili.


Via CorCom
 

Anche durante il periodo estivo, agli italiani piace guardare le trasmissioni tv e farsi coinvolgere nei dibattiti che le riguardano, postando i loro commenti sui social network. Secondo i dati Nielsen relativi alla Social Tv, nel mese di luglio nel nostro paese sono stati più di 2,8 milioni gli utenti unici attivi su Facebook e Twitter durante la visione di un programma sul piccolo schermo, con un totale di 7,4 milioni di interazioni registrate.

A coinvolgere di più i telespettatori sono gli eventi sportivi, che hanno generato poco meno della metà delle interazioni totali (46%), seguiti a 17 punti di distanza da talent e reality (29%). Alle spalle del duo di testa, conquista il terzo gradino del podio i grandi eventi musicali, trasmessi nel corso del mese (12%). Seguono poi, appaiati, le serie tv/fiction (6%), l’intrattenimento (4%) e i talk e i programmi di approfondimento politici (3%).

Il trend del mese sui programmi più socializzati ha di fatto confermato quanto emerso nel primo semestre del 2017, con le trasmissioni sportive che hanno fatto la parte del leone. Secondo i dati del Social Content Ratings di Nielsen tra gennaio e giugno sono stati in tutto 5,4 milioni gli utenti attivi ogni mese, senza considerare tutti quelli che sono stati semplicemente esposti a commenti e tweet relativi ai programmi televisivi,  per 124 milioni di messaggi tracciati nel corso del periodo.

Via Prima Comunicazione
 
Di Max Da Via' (del 25/07/2017 @ 07:34:09, in Social Networks, linkato 911 volte)

Mentre molti di noi ancora cercano di comprendere come gestire le dinamiche più importanti del web 2.0, gli addetti ai lavori già sono a pieno titolo immersi nel web 4.0. Al di là delle etichette che vogliamo dare ai processi, viviamo all’interno di un qualunque racconto di fantascienza di meno di venti anni fa, in cui robot ed umani interagiscono nel quotidiano con ordinaria familiarità e ci siamo arrivati mentre eravamo ancora distratti dall’euforia dell’iperconnettività e della socialità a portata di like. L’unica differenza dall’immaginario classico è che, per il momento, questi robot non hanno fattezze antropomorfe. Si sono insinuati nel nostro mondo come vere e proprie “protesi cognitive”, dall’aspetto innocente ed in taluni casi perfino intangibile.

I nostri smartphone ci conoscono meglio del nostro partner, indovinano i nostri gusti musicali, i nostri amici, i nostri appuntamenti, i libri che preferiamo e le ricette che cuciniamo; ci suggeriscono dove comprare e cosa ed arrivano perfino a monitorare con accudente precisione il nostro bioritimo più adeguato. Anticipano le nostre esigenze ed in molti casi, effettivamente, ci semplificano la vita. Sicuramente la capacità di personalizzazione delle tecnologie è parte integrante del loro successo contribuendo a fornirci un’estensione delle nostre capacità cognitive che rende il servizio di questi strumenti un vero e proprio potenziamento digitale (Prensky, 2011).

In questo idilliaco panorama di uno spazio sociale in cui le applicazioni diventano la Mary Poppins della nostra vita, navighiamo senza troppa consapevolezza e senza sufficiente comprensione della maggior parte dei fenomeni di cui siamo protagonisti. Sembra elementare solo perché è facile – smart si dice oggi – eppure non è esattamente così. Sono facili le azioni, ma sono decisamente complesse le dinamiche sottese.

Concentrandoci sulle interazioni mediate dalle tecnologie digitali, è necessario riflettere sui meccanismi che ne hanno garantito la diffusione e che quotidianamente ci rendono parte di un processo più ampio. Questa forma di ossessione collettiva è tacitamente tollerata, per le dimensioni che ha acquisito, finendo per rendere sempre più difficile distinguere l’uso dall’abuso e scindere i momenti online da quelli offline. Questo non solo a causa di una contiguità sempre più spinta tra reale e virtuale,[1] ma di una diffusione che rende la “norma” (normale) un comportamento perché diffuso dalla maggior parte delle persone. Portiamo i nostri device sempre con noi, riuscendo in questo modo ad essere in ogni istante in contatto con la nostra “rete” sociale, ospitata da quel cyberspazio che ha assunto un ruolo decisamente impegnativo nel nostro tempo e nelle nostre interazioni: i social network. Sono loro che ci raccontano la nostra storia, in quella versione avvincente e pubblica che gli abbiamo suggerito, selezionando con un sempre più talento registico foto, status, hashtag e localizzazioni.[2]

Di fatto, il successo dei social si basa sulla principale leva della socialità: il confronto sociale. Online viviamo nella costante necessità di stimolare il riscontro dei nostri contatti, di avere un feedback più o meno continui sulle nostre azioni, pensieri e su ogni cosa possa essere oggetto di condivisione. Attiriamo in questo modo l’attenzione e sfoghiamo le nostre emozioni, certi dell’empatia dei nostri contatti, in un ambiente che percepiamo come controllato e sicuro.[3]

Proprio perché considerata intima e basata su un pregiudizio positivo di fiducia, la comunicazione digitale entro i social network si dimostra in realtà estremamente persuasiva, per quanto inconsapevolmente, in virtù del processo che BJ Fogg (2008), il teorico della captologia[4], già all’inizio della loro diffusione aveva intercettato e definito persuasione interpersonale di massa (Mass Interpersonal Persuasion – MIP)[5].

In particolare, unendo la persuasione interindividuale alle caratteristiche dei media di massa la MIP, all’interno dei social network si genera un’esperienza persuasiva che incide sia sugli atteggiamenti che sui comportamenti.

Per comprendere meglio, è possibile analizzare gli elementi salienti su cui si basano le tecnologie orientate a processi persuasivi.

Persuasive experience

Le interazioni mediate dalle applicazioni social hanno come obiettivo le principali dinamiche dell’influenza sociale: la modifica degli atteggiamenti e dei comportamenti. Per comprendere meglio è sufficiente pensare ad una qualunque pagina Facebook: il suo primo intento sarà quello di indurre una disposizione positiva verso il prodotto o il personaggio, che costruirà pianificando attentamente intrattenimento e/o consigli. Ottenuto questo risultato – costruendo la community e fidelizzandola – chiederà un’azione concreta, dal condividere un post, scrivere una recensione positiva, partecipare ad un evento, visitare il sito o acquistare un certo prodotto.

Automated structure

La convergenze multimediale dei media digitali agevola la viralità della comunicazione per via di una progettazione finalizzata a convincere gli utenti ad impegnarsi in un’azione che è strutturata proprio per essere estremamente semplice. Si pensi, ad esempio, alla facilità con cui attraverso un “I like” si diffonde un’informazione o ancora come sia efficace chiedere una “semplice” condivisione di un link per promuovere un prodotto, un’attività o un’idea. La facilità con cui condividiamo contenuti è frutto di una progettazione che si impegna a renderli sempre più automaticamente virali.

 Social distribution

Il meccanismo persuasivo è implicitamente condiviso tra gli amici, quindi dotato di un’elevata accettabilità sociale e di una affidabilità garantita dalla prossimità. La facilità con cui accetto l’invito di un amico ad iscrivermi ad un gruppo o scaricarmi una App è paragonabile a quella con cui a mia volta girerò l’invito ad altri amici, amplificando esponenzialmente il processo di distribuzione sociale del meccanismo stesso. Richard Brodie (2000) parla di “virus della mente” ritenendo che l’individuo possa essere concepito come mero replicatore dei memi dai quali viene “infettato” durante le interazioni sociali, processo decisamente accresciuto con l’avvento del digitale. La facilità con cui cliccando un tasto inviamo inviti a centinaia di contatti ci rende contestualmente attivi ed inconsapevoli portatori di “virus culturali”. [6]

Rapid cycle

Per sua stessa natura la rete si basa su processi virali estremamente rapidi, che trovano negli ambienti social un terreno fertilissimo di propagazione grazie all’elevata affordance dei meccanismi di reazione e condivisione. Non devo faticare per condividere immediatamente un contenuto ed ho la consapevolezza che la velocità di propagazione è proporzionale al successo del mio intervento. Se condivido contenuti “datati” perdo appeal rispetto alla mia performance. Si pensi, ad esempio, in proposito al successo del real time marketing e di come la propagazione di un #hashtag di moda richieda a tutti di essere tempestivi al massimo nella partecipazione alla cerimonia sociale di condivisione. Ugualmente, pensiamo a come la rapidità diventi utile ad esempio nel caso di attentati o disastri naturali: Facebook ha attivato il Safety check per avvisare immediatamente i propri contatti di essere in salvo.

Huge social graph

Facebook – per citare il social più popolare ed utilizzato al mondo – ad oggi conta circa 2 miliardi di utenti (di cui 1, 28 attivi giornalmente con un incremento annuale del 18%)[7] e solo in Italia supera i 30 milioni di utenti, per cui ogni interazione online può creare delle connessioni che coinvolgano potenzialmente miliardi di persone. Nessuno, ovviamente arriva a tutti, ma senza dubbio, i celebri Sei gradi di separazione di Milgram sono drasticamente diminuiti con il diffondersi delle reti sociali.

Measured impact

Gli effetti del proprio comportamento nel network possono essere osservati da utenti e creatori, ragione che amplifica la “cultura della quantità”. In particolare la possibilità di ricevere feedback immediati di apprezzamento aumenta la motivazione a pubblicare altri contenuti. Di fatto, il processo della riprova sociale ci induce a ritenere attrattivo ciò che è popolare nella maggioranza. Un esempio della nostra tendenza a farci guidare dalla “saggezza delle folle” governa la popolarità dei meccanismi di recensione sempre più popolari del mondo digitale (si pensi al ruolo giocato sulla brand reputation da tripadvisor o da yelp) che sempre più influenzano le nostre esperienze di acquisto.

Senza scomodare Vans Packard e i persuasori occulti, come ogni altra forma di persuasione la MIP non è in sé positiva e negativa, ma è sicuramente un potenziale enorme dei social network, che rende per la prima volta nella storia l’individuo ordinario dotato dell’abilità di acquisire visibilità ed esercitare potenzialmente la propria influenza su milioni di persone.

Il problema è un bias di fondo nell’utilizzo dei social ovvero l’illusione della libertà intrinseca alla partecipazione online. Questa idea (illusione) di sostanziale democrazia ci rende meno reattivi ai tentativi di influenza interpersonale sia quando li subiamo sia quando li agiamo, perché non arrivano più dai grandi media di massa (come tv e radio), ma dal nostro “vicino di banco”.

Nonostante la diffusa percezione di autonomia intellettuale all’interno dei social network, è dimostrata la minor propensione ad esprimere la propria opinione reale online, qualora questa sia difforme da quella della “nostra” maggioranza (i nostri contatti), rispetto a quanto faremmo in un’interazione in presenza.  Le dinamiche di desiderabilità sociale aumentano esponenzialmente all’interno dei social, rendendoci ancora più sensibili a quel processo che prima riguardava solo la comunicazione pubblica: la spirale del silenzio.[8]  Restiamo poco consapevoli del fatto che a decidere di cosa ci interessa parlare sono i nostri “affidabili contatti” o meglio gli algoritmi che ci costruiscono attorno un mondo su misura, a partire dalle nostre preferenze lasciate inconsapevolmente in rete. Nella nostra “bolla” social edifichiamo una realtà basata sulle nostre preferenze e sulla rinnovata interconnessione dei nostri small worlds, mantenendo viva l’illusione che in rete sia rappresentata la totalità della realtà sociale (effetto echo-chambers).

La cultura della rete appare come dominata dall’idea che le interazioni online rappresentino la “voce non mediata della gente”,[9] espressione di quella tanto idealizzata democrazia di rete che permette a chiunque di dire la sua sul palcoscenico esteso dei social media. Ma se questo è vero a livello teorico e resta (sia chiaro) un’opportunità concreta e appassionante di connettività globale e potenziamento cognitivo, in assenza di una cultura della comunicazione digitale e di un consapevole ed eticamente responsabile utilizzo, finisce per trasformarsi in una babele di monologhi, generati da inconsapevoli processi di persuasione interpersonale di massa, tanto non interessanti (per i più), quanto economicamente proficui (per pochi).  L’iperconnettività propria dei social si rivela al servizio della legge dellaquantità, che domina il giudizio sociale diffuso. [10] Per il principio dell’aggregazione preferenziale la numerosità delle interazioni e dei gradimenti online,  agevola la popolarità e la conseguente attrattività di un net (nodo: utente, pagina etc): da cui più like, più reactions, condivisioni e commenti, più il post diventa virale ed il nodo che lo ha diffuso ne ricava visibilità che si traduce in “produzione sociale di valore”.[11] Eppure “quando tutti sono lì a trasmettere non rimane nessuno ad ascoltare” (Keen 2007), così ci ritroviamo impegnati a produrre con costanza contenuti su contenuti per ampliare la nostra rete e monitorarne l’apprezzamento, nonostante la richiesta di velocità propria del social sia incompatibile con la lentezza dell’introspezione, dell’approfondimento e della riflessione. Non c’è tempo per pensare prima di parlare. Accade, quindi, di trovarci davanti a quella che Wolf, definisce una evidente e sempre più diffusa perdita della capacità di lettura profonda, ampliando la ricaduta di quello che può intendersi come un vero e proprio analfabetismo funzionale[12].

Imparare a gestire la comunicazione in rete in qualità di agenti di persuasione, conoscere l’impatto del nostro comportamento online, anche il più piccolo, non è una necessità solo per gli addetti ai lavori, quanto un’urgenza sociale più ampia, che riguarda ciascuno nel proprio ruolo di cittadino globale.

Citando il celebre teorizzatore della distinzione tra nativi ed immigrati digitali, la saggezza digitale va attentamente distinta dalla destrezza digitale.[13]  Non basta saper usare le tecnologie per farlo con cognizione. Così come non basta digitalizzare aziende e pubbliche amministrazione senza fornire le conoscenze essenziali relative ai processi di comunicazione digitale, per gestire al meglio le interazioni dietro gli strumenti.

Tra le possibili strade da approfondire per imparare a dirigere il legame tra comunicazione digitale e persuasione interpersonale di massa (MIP) sembra fondamentale la pianificazione di un’azione educativa che non agisca solo sugli strumenti, ma anche sui processi. È necessario fare in modo che si sviluppi una maggiore sensibilità rispetto agli effetti delle proprie interazioni online (e dell’impatto che hanno nell’offline), così come è importante riflettere sulla sempre più efficace affordance degli strumenti, che li rende e renderà ancora più user friendly, offuscando il bisogno di cognizione delle implicazioni d’uso. [14] Solo in questo modo si può realmente sperare nella valorizzazione di una dimensione creativa, costruttiva, della comunicazione in rete, a dispetto di quella autoreferenziale, replicativa e mainstream che domina attualmente.

Via Agenda Digitale
 

Nel corso del primo semestre 2017, mediamente 5,4 milioni di utenti unici in Italia hanno commentato ogni mese almeno una volta su Facebook e Twitter i programmi televisivi trasmessi da 34 emittenti digitali terrestri e satellitari, attraverso contenuti originali (post e tweet) e attività di engagement (commenti, risposte, condivisioni, like, retweet, citazioni, etc). Nello stesso periodo, le interazioni complessive generate sulle due piattaforme social sono state 124 milioni, il 40% delle quali ha riguardato i programmi sportivi. Il picco di utenti unici si è registrato a febbraio, con 7,4 milioni di persone.

Facebook vs. Twitter

Lo rivela Nielsen sulla base dei dati semestrali di Social Content Ratings, la soluzione per la misurazione della social tv in termini di attività e di audience. Dal dettaglio del monitoraggio continuativo del fenomeno, emergono differenze di peso e caratteristiche dei due social network: relativamente al totale degli utenti unici, Facebook ha attirato il 94% degli autori e Twitter il 6%; a livello di interazioni, Facebook ne ha raccolto l’84% e Twitter il 16%.

Sport al top delle interazioni

Per quanto riguarda i generi televisivi più commentati, lo sport pesa per il 40% delle 124 milioni di interazioni, l’intrattenimento per il 34%, talent e reality per il 13%, talk show e approfondimento politico 6%, serie TV e fiction 3%. Anche a livello complessivo di generi, emergono significative differenze tra gli utenti di Facebook e Twitter. Mentre sul primo è lo sport a farla da padrone con il 47% delle interazioni, i “cinguettii” si sono rivolti in maggioranza all’intrattenimento (32%).

La social tv dal punto di vista demografico

Guardando ai dati demografici degli utenti, prevale leggermente il genere maschile (51% vs 49%) ma se si escludono lo sport e i talent/reality prevalgono le donne. Si tratta di indicazioni rilevanti in termini pubblicitari, che si riflettono anche a livello di fasce d’età, dove si evidenziano ugualmente forti scostamenti in base al genere televisivo: complessivamente sono i 25-34 a essere più attivi, ma nel dettaglio del genere talk show/intrattenimento politico il picco più alto (42%) lo registrano gli over 55.

Oltre la programmazione

L’attività sui social non si concentra solo nelle fasce orarie in cui sono trasmessi i programmi televisivi. Il 41% delle conversazioni è avvenuto in giorni diversi dalla messa in onda, mentre il 59% in modalità “lineare”, cioè durante il programma e nelle tre ore precedenti e successive. Sul totale dell’attività su Facebook, il 51% avviene in modalità “non lineare”, a differenza di Twitter che attira maggiormente l’attività “in diretta” e dove il 78% delle interazioni è in modalità “lineare”. Le rilevazioni Social Content Ratings di Nielsen in termini di milioni utenti attivi e interazioni dimostrano quanto si stia rivelando vincente la strategia dei principali editori televisivi italiani di puntare in maniera convinta sulla social tv.

La Social Tv Nielsen pronta a misurare Instagram

Luca Bordin, general manager media sales&solutions di Nielsen commenta: “Si tratta di un fenomeno che, per diffusione tra il pubblico e importanza strategica per gli operatori televisivi, avvicina l’Italia agli standard dei Paesi più digitalizzati. Anche grazie a questa dinamicità l’Italia, subito dopo gli Stati Uniti, è il Paese dove Nielsen sperimenta e lancia i servizi più innovativi in termini di misurazione dei media e della Social tv, come dimostra l’imminente ampliamento a Instagram della misurazione della social tv”.


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