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  mymarketing.it: l'isola nell'oceano del marketing... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Mercati (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Altri Autori (del 21/03/2016 @ 07:16:06, in Mercati, linkato 1667 volte)
Se l'Italia fosse fatta solo di bambini saremmo una nazione leader nella lettura. Stando ai dati Aie, il 63,3% dei bimbi tra i 2-5 anni legge o sfoglia un libro almeno una volta al giorno mentre gli adulti che leggono almeno un libro al mese sono scesi dal 43% al 41,4%. Insomma, il mercato è lì e infatti cresce. Rispetto al 2012 le case editrici attive nel settore ragazzi sono salite da 195 a 204 e sale il giro d'affari, con le librerie che nel 2014 hanno totalizzato 168,3 milioni di euro (+5,7% rispetto al 2013) mentre se allarghiamo lo spettro a tutti canali, compresi toy center, uffici postali e grande distribuzione, l'aumento è del 4,3 per cento, pari a 208,6 milioni di euro.

Nell'editoria pura la crescita ha diversi fattori ma il fondamentale è l'aura di cui ancora gode il libro: genitori o parenti non lettori comprano libri anche per sopperire alle proprie mancanze letterarie, senza dimenticare che un libro è sempre considerato un regalo “colto”, che fa bella figura (i regali contano per un 15 per cento sulle vendite). Accanto alla carta però c'è il digitale che nel caso dei bambini è strategico. Non solo e non tanto perché i tablet sono diventanti uno strumento di intrattenimento di primaria importanza. Ma anche perché dai piccoli schermi stanno nascendo nuove forma di letteratura interattivi.
Adulti sempre più digitali spingono i propri figli nella stessa direzione e visto che in futuro ci saranno genitori sempre più versati nella tecnologia, è logico che ci saranno sempre più infanti tecnologici. Ecco quindi che Apple ha intercettato subito questo mercato: fin dal 2011 ha aperto una sezione del suo iTunes store dedicata i più piccoli e a gennaio 2015 l'ha divisa per fascia d'età proponendo contenuti per chi ha meno di 5 anni, dai 6 agli 8 e dai 9 agli 11 anni, una guida utile per i genitori che così possono stare tranquilli circa ciò che scaricano e non a caso la ritroviamo anche nel Play Store di Google. Nei negozi digitali troviamo tanti libri e contenuti di colossi come Disney e Lego ma anche piccoli editori e sviluppatori italiani come Minibombo o Elastico che si distinguono per la cura delle loro produzioni e l'attenzione ai contenuti.

C'è poi chi offre un ponte tra le due culture come Giunti, editore di lungo corso che nel 2015 ha investito 200 milioni di euro in Ebooks&Kids, sviluppatore dedicato solo all'infanzia. Dall'acquisizione del 20 per cento della startup è nata la collana Zerosei che offre il libro cartaceo e l'app in un unico pacchetto. Il mercato insomma è effervescente soprattutto nella fascia d'età più bassa e il motivo è semplice: volumi spesso privi di testo, albi da colorare e giochi per infanti non hanno bisogno di traduzione. Consentono di esportare agevolmente prodotti all'estero senza sovrapprezzi ma anche di importarli, rendendo la concorrenza ancora più agguerrita.

Concorrenza dovuta anche alle basse barriere all'ingresso: ideare e stampare un libro comporta investimenti inferiori ai diecimila euro e le app costano anche meno. Lo scoglio in entrambi i casi è la visibilità che nel mondo cartaceo significa distribuzione e libreria, per le app il risalto sugli store digitali. In entrambi i casi lo si può superare grazie al digitale come dimostra Lostmy.name, casa editrice inglese arrivata a vendere quasi un milione e mezzo di libri cartacei nel mondo offrendoli solamente online.

Via IlSOle24Ore.com
 
Di Altri Autori (del 03/11/2015 @ 07:37:11, in Mercati, linkato 1590 volte)

Il libro ci è esploso tra le mani. Mentre ne immaginavamo la morte, o almeno una grave malattia causata dalla digitalizzazione, lui si è semplicemente evoluto. E adesso quasi non lo riconosciamo più. Un po' anche perché ci siamo fissati sull'oggetto piuttosto che sull'uso e sul contenuto.

Il libro occupa spazi simbolici nella mente oltre che fisici sugli scaffali. Il suo trasloco nelle memorie del Kindle non è stato privo di conseguenze. Cambiando il mezzo-carta, il messaggio-libro si è trasformato, in maniera prima carsica e poi sempre più visibile.

Il negozio dove acquistare libri è diventato un servizio per produrli. Al possesso si è sostituito l'accesso. Gli aggregatori di prima grandezza (Amazon, Google, Apple) stanno soppiantando i mediatori tradizionali (i grandi editori) oltre ai canali della distribuzione (dalla scomparsa del colosso americano Borders in avanti). Soprattutto, sta cambiando l'idea settecentesca di autore, inteso come titolare unico dell'idea e della realizzazione del testo. Perché mentre l'unità del libro moderno, figlia di necessità industriali di vario genere (incluse le misure dettate dai punti di prezzo, dai livelli di costo, dal marketing, dalla consistenza fisica della carta e dalla capacità della legatura) esplode, al suo posto arrivano altre narrazioni diffuse, spezzettate, pulviscolari, circolari. Non è una novità.

La battaglia oggi è tra Kindle e iPhone/iPad su quale sia lo strumento migliore per leggere. Cosa sta succedendo? Al di là della moltiplicazione delle narrazioni, dei dati sulle vendite degli ebook reader rispetto ai tablet e degli ebook rispetto ai libri digitali, più in profondità stanno accadendo altre cose più radicali.

Come quelle che fanno a Milano gli artigiani digitali di Bent Shelf (“Il nome è lo scaffale che si flette sotto il peso dei libri”), un gruppo di tre appassionati di narrazioni a fumetti e non solo: hanno creato Comics Fu, servizio di editoria, distribuzione, pagamento, gestione dei contenuti che nel fumetto ha solo il suo primo passaggio. Dentro sono andati autori noti e meno noti, case editrici e soggetti intermedi. Lo scopo del lavoro di Bent Shelf? «Costruire piattaforme che consentano agli autori di distribuire i loro prodotti digitali direttamente ai lettori». L'arma segreta per farlo? Eliminare il lucchetto digitale, il DRM, che cambia la natura dell'atto di pubblicare un ebook. Se c'è il DRM il libro è un servizio a cui il lettore ha solo accesso temporaneo a pagamento. Se non c'è il DRM il libro è un prodotto che il lettore acquista e di cui poi dispone ovunque, su qualunque dispositivo, in qualunque momento.

Lo dice anche Massimo Ferrario, fondatore di Bookrepublic: «Sembrerà banale, ma rinunciare alle protezione è la premessa perché ci possa essere vera innovazione: finché domineranno sistemi chiusi e protetti, l'esperienza di lettura degli ebook resterà molto povera». Lo fa anche Aerbook che ha sposato il native commerce: lo store è ovunque nel web, l'interfaccia è una web app di lettura, il contenuto (qualunque contenuto, anche un libro) è accessibile come un sito web. Tutto open, senza protezioni. Come si producono questi nuovi oggetti digitali? I grandi provider dell'editoria tradizionale come l'americana Adobe hanno adattato i loro strumenti, che restano però costosi e complessi. L'innovazione è arrivata invece da mille rivoli diversi. Come Pubcoder. Piattaforma digitale indipendente per la creazione di libri liquidi: si creano e si possono convertire e fruire su tablet, ebook reader, pagine web, formati ibridi.

Non c'è fine. Poi, vendere un oggetto-libro vuol dire andare oltre al semplice atto del commercio. Humble Bundle, ad esempio, è una piattaforma americana che vende narrazioni digitali: siano esse videogames che libri, fumetti, software, con storytelling o no. È però il modello ad essere diverso da quelli tradizionali: “Pay what you want” (“Paga quel che vuoi”), cioè la vendita in bundle di un insieme di prodotti avviene a prezzi determinati dalla media di tutti gli acquirenti, con una fetta del totale che va in beneficienza (lo decidono gli utenti) e il resto condiviso tra la piattaforma (circa il 15%) e gli autori. Chi sta sopra la media ottiene più prodotti. E quel che si compra è sempre senza DRM. Forse non avete mai fatto acquisti su questo tipo di marketplace ma il cambiamento passa da qui, non da Amazon ed eBay. Le raccolte-eventi danno un'idea dei meccanismi che il digitale ha liberato riconfigurando l'intera filiera della produzione e distribuzione, con la nascita di sistemi di creazione di valore economico e simbolico alternativi a quelli tradizionali. Si può dire, in questo caso, che il libro è solo l'inizio della storia.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 12/10/2015 @ 07:09:22, in Mercati, linkato 1344 volte)

Nel 2015 si stima che gli acquisti per turismo e viaggi in Italia legati a strutture ricettive, mezzi di trasporto e pacchetti viaggio supereranno i 51 miliardi di euro, considerando sia gli italiani che restano in Italia o che vanno all’estero, sia gli stranieri che vengono in Italia. Si registra così una crescita del 3% sul 2014, generata sia dalla componente tradizionale (+1%, a differenza di una sostanziale stabilità nel 2014) sia soprattutto dalla componente più innovativa che passa attraverso i canali digitali (+11%, leggermente superiore alla crescita a consuntivo dello scorso anno del 9%). Il mercato digitale arriva nel 2015 ad un valore complessivo di 9,5 miliardi di euro.

Queste le stime presentate a TTG Incontri dalla seconda edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo della School of Management del Politecnico di Milano, una ricerca tesa ad analizzare le dinamiche della diffusione e il ruolo che le soluzioni digitali possono svolgere a supporto del Turismo. ”Nella scorsa edizione ci siamo domandati se i fenomeni principali non si fossero già spiegati nel mercato, se le innovazioni più rilevanti fossero già avvenute o se le posizioni di mercato fossero oramai consolidate anche sui canali digitali. Erano dubbi certamente infondati“, afferma Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. “I cambiamenti sono ancora in atto in tutti i segmenti dell’industria, sia a livello di innovazioni (si pensi ad esempio a quanto sta accadendo nei servizi durante il viaggio grazie alle tecnologie Mobile) sia a livello di attori e relazioni di filiera (come sta accadendo nel mondo dei trasporti multimodali e del tour operating). È questa infatti la principale evidenza trasversale ai diversi ambiti di ricerca di questo anno di intensi lavori.”

Se segmentiamo la “spesa digitale” (cioè il transato generato online per l’acquisto tramite eCommerce di un prodotto in ambito Turismo) nei tre prodotti oggetto di indagine, ovvero Strutture Ricettive, Trasporti e Pacchetti Viaggio, si evidenziano sempre crescite positive ma con minori differenze. In particolare, il transato digitale delle Strutture Ricettive vale circa 1,5 miliardi di euro nel 2015, in crescita del 12% rispetto al 2014, e pesa il 16% del mercato online complessivo. I Trasporti valgono poco più di 6,8 miliardi di euro nel 2015, in crescita del 9%, e pesano il 72% del mercato. I Pacchetti Viaggio quasi 1,2 miliardi di euro, in crescita del 13%, e pesano poco più del 12% del mercato. Se ci soffermiamo in particolare sul transato digitale delle Strutture Ricettive, poco più del 70% della spesa è destinata agli hotel e il restante 30% alle Strutture extraalberghiere. Mentre per quanto riguarda il settore dei Trasporti, la spesa è suddivisa principalmente tra biglietti aereo (79%) e treno (17%), residuale il resto.

Guardando ai canali digitali da cui provengono gli acquisti emerge che: il transato derivante dai canali diretti online (i siti delle singole Strutture, dei servizi di Trasporti e dei Tour Operator) registrano nel 2015 una crescita del 10%; i canali indiretti, le OTA (Online Travel Agency) e gli Aggregatori crescono invece del 14%. Non cambia però l’incidenza del transato derivante dai canali indiretti sul totale del mercato digitale: rimane infatti costante al 22%, come nel 2014.

Il Turista Digitale durante le varie fasi del viaggio
Il “Turista Digitale” italiano (ossia che ha fatto almeno un’attività online durante una delle fasi del viaggio) è oramai attivo da tempo nelle fasi prima della partenza e ora ricerca molti servizi digitali anche durante il viaggio. Dall’indagine effettuata in collaborazione con Doxa, su oltre 1.000 utenti rappresentativi della popolazione Internet italiana, emerge che il Digital Tourist Journey degli italiani copre un ampio spettro sia di “momenti digitali”, estendendo ad esempio anche al viaggio molte interazioni, sia di “tipologia di servizi digitali” fruiti, distribuendo la propria esperienza online su più servizi legati al viaggio (dal biglietto per le attrazioni alle recensioni, dalla camera dell’albergo all’assicurazione di viaggio).
Il Turista Digitale italiano è particolarmente attivo su Internet in tutte le macro-fasi del viaggio: nei momenti pre-viaggio, l’88% ricerca informazioni e l’82% prenota o acquista qualcosa (alloggio, mezzo di trasporto o attività da fare a destinazione); durante il viaggio il 44% acquista su Internet qualche attività e l’86% utilizza applicazioni in destinazione a supporto dell’esperienza; il 61% fa attività digitali nel post-viaggio.
Il Digital Tourist Journey si sta articolando sempre più e sta spingendo conseguentemente l’offerta a seguirlo nelle proprie azioni, soprattutto durante il viaggio e nelle fasi successive. Una dinamica che può quindi rivelarsi un’ottima opportunità per le aziende.

Le Agenzie di Viaggio alla prova del digitale
Le quasi 800 Agenzie di Viaggio italiane che hanno partecipato all’indagine mostrano segnali positivi a livello di fatturato e utilizzo degli strumenti digitali. Quasi due terzi del campione stima una crescita del fatturato per il 2015. Il dato è trasversale se consideriamo le dimensioni delle Agenzie, sebbene più accentuato per le grandi, che nel 2014 avevano sofferto i maggiori cali e che perciò hanno probabilmente beneficiato maggiormente del recupero complessivo del mercato turistico.

Una seconda nota positiva evidenziata delle Agenzie è l’elevata adozione di strumenti digitali in tutte le diverse attività: l’86% delle Agenzie utilizza strumenti digitali per la promozione; il 68% effettua la ricerca dei viaggi attraverso software o Internet; il 73% utilizza canali digitali per l’assistenza durante il viaggio e il 70% nel post-viaggio. L’89%delle Agenzie gestisce tramite supporti elettronici vari dati sulla clientela, anche se vi è ancora ampio margine di miglioramento per un efficace utilizzo delle informazioni raccolte

Le Strutture Ricettive: punto d’incontro tra turismo “fisico” e digitale
Dall’indagine delle strutture ricettive, che ha coinvolto circa 2000 realtà, si può notare che l’utilizzo degli strumenti digitali è ormai diffuso nelle Strutture Ricettive sia nella gestione delle relazioni esterne (si va dall’89% di utilizzo dei social network al 16% di invio di email pubblicitarie a pagamento) sia nei processi interni (dall’82% dei sistemi di pagamento elettronici al 14% dei sistemi di CRM).
La quasi totalità dei rispondenti (99%) ha ora un sito web e aumenta il numero di coloro che hanno un profilo su un social network (89%). Rimane stabile rispetto al 2014 il livello di diffusione degli strumenti digitali per la gestione dei dati dei clienti (80%), le azioni di promozione (65%) e le prenotazioni dirette via web (29%).
In generale si può confermare che le Strutture Ricettive abbiano ormai abbracciato la digitalizzazione ed ora necessitino di una maggiore conoscenza delle modalità di utilizzo dei singoli strumenti: lo conferma anche il fatto che ben il 45% dei rispondenti afferma di non aver incontrato alcuna difficoltà nell’introduzione complessiva del digitale. Rimane quindi un ampio potenziale in termini di maggiore efficienza ed efficacia che lo sviluppo tecnologico può apportare a tutto il comparto.

E per il futuro “La Ricerca 2015” conclude Filippo Renga, responsabile dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo del Politecnico di Milano “ci ha posti di fronte a un mercato in fermento che esplora aree di potenziale sviluppo e cerca di capire come gestire quelle più consolidate. Mentre alcuni player come i Tour Operator e le Agenzie di Viaggio stanno ancora cercando la strada per affrontare le sfide imposte dal digitale nel pre-viaggio, altri come le OTA (le agenzie di viaggi online) o anche le aziende più dinamiche del trasporto viaggi, sono più concentrate sulle praterie largamente inesplorate della fase della vacanza stessa e del post-viaggio. Altri ancora puntano su segmenti specifici, come i GDS (sistemi informatici per la gestione della prenotazioni) con il business travel. Guardando perciò al futuro, non si può far a meno di evidenziare che tutti gli attori del settore dovranno muoversi velocemente e fare svariati “passi digitali” in molte direzioni, imparando anche dagli inevitabili errori.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 22/09/2015 @ 07:39:17, in Mercati, linkato 1447 volte)

1. Quando cerco di osservare da vicino le implicazioni insite nella Economia on demand, quello che soprattutto mi interessa riguarda: a) le grandissime potenzialità connesse alla rete digitale, pardon alle reti digitali; b) raccogliere elementi di conoscenza volti a capire se il futuro che ci aspetta sia davvero quello di una vita migliore e più densa di soddisfazioni. (Stavo per scrivere: una vita più serena, ma credo che sia meglio lasciar cadere questo taglio analitico. Mi sorge il sospetto che nell’epoca del Prozac una vita migliore non vada di pari passo con una più serena).
Analoghe curiosità le avevo manifestate 15 anni orsono, curando – insieme a Barbara Mazza – un testo sulla “net-economy”.
Siccome le parole sono pietre (lo hanno spiegato bene, ognuno con il suo linguaggio, sia Carlo Levi che Nanni Moretti), le forti implicazioni che, anni addietro, l’innovazione tecnologica portava con sé indusse non pochi osservatori a parlare di “new economy”. Sembrava di aver raggiunto, finalmente, un traguardo strepitoso. Ci stavamo scrollando di dosso il fardello pesante del sistema capitalismo basato sulla spropositata ricchezza di pochi a danno di molti.
Come capita poi spesso nella storia dell’umanità, a una fase di euforia ne succede una di attento discernimento: insomma, una sorta di corsi e ricorsi.
Al termine “new economy” parve più adeguato sostituire la parola “net-economy”, prima di tutto perché quel modo di fare economia di certo non incrinava i fondamenti del modello dominante e poi perché enfatizzare il network, ossia la rete, ossia la possibilità comunicare e fare comunità da una parte all’altra del pianeta risultava il tratto connotante l’aspetto più importante del mondo del business e del management. Tutto vero. Ma soltanto per poco tempo.

2. Da cinque/sei anni a questa parte siamo stati subissati di locuzioni che evocano paesaggi e rapporti inediti pieni di straordinarie possibilità. Ecco pochi esempi.
On demand economyL’Economia on demand sottende un modello basato sull’utilizzo di servizi che sono richiesti dal cliente seduta stante e ai quali, di conseguenza, l’impresa è in grado di rispondere just in time.
La Sharing economy richiama la condivisione di beni e servizi. Si tratta di servizi che possono essere usati da molti; in questo ambiente ritorna a contare di più il valore d’uso piuttosto che il valore di scambio (di marxiana memoria). Nello specifico, e soltanto nello specifico, la proprietà come status symbol tende a stemperare le sua cogenza per far posto alla fruizione e all’accesso.
Peccato che il modello si presenti esattamente rovesciato. Sarò più chiaro: se sei un tipo che indugia ancora nell’acquisto di un’auto piuttosto che avvalerti, al bisogno, della formula del car sharing di sicuro non sei cool e, probabilmente, sei anche un po’ agée.
L’Economia della fiducia è, oggi, assunta nella nuova versione che ha a che fare con il fidarsi dei servizi erogati e, soprattutto, degli operatori/professionisti digitali che li forniscono; la loro efficienza mette in campo un surplus di credibilità che si riverbera sul successo del prodotto relativo. La fiducia è questo, e molto altro ancora. Basterebbe risalire a Sir John Maynard Keynes per conoscere il peso che questo fattore ha esercitato ed esercita nelle transazioni economiche (e non).
La Ubereconomics può essere considerato il modello di business per eccellenza, è quello che ha fatto più discutere, è quello che si propaga di più, è, infine, quello che assomiglia di più alla  Emerging Platform Economy per antonomasia. Uber serve 55 paesi e ha innescato resistenze e conflitti, per dire, a Milano come a Parigi, tanto a Bruxelles quanto a San Francisco. Sta di fatto che ad oggi il fatturato dell’impresa si aggira intorno ai 10 miliardi di dollari. Sarà vera gloria? Vedremo.

3. Quali le conseguenze nella vita della gente? Ove per gente si devono intendere sia le persone in quanto utenti/consumatori, sia in quanto professionisti/lavoratori. Qui si apre una grandissima falla in termini di conoscenza. Tutti concordano sull’equazione tra flessibilità, conoscenza e incertezza, ma la letteratura dice poco più di questo. A me sembra che l’attenzione delle istituzioni sia stata completamente assorbita dalle mirabolanti rivoluzioni indotte dalle piattaforme digitali e dalle relative startup. Mi sembra finanche che la ricerca sociale abbia le armi spuntate rispetto alle importanti trasformazioni in corso sulle condizioni materiali e morali di vita delle persone comuni, quelle in carne e ossa. E che non si chiamano né Travis Kalanick, né Mark Zuckerberg.

Via Tech Economy

 

Il 97% degli italiani che comprano libri online sceglie quelli di carta mentre il 41% acquista ebook ma si arriva al 49% considerando chi scarica libri digitali gratuiti: sono questi i dati più sorprendenti che emergono dall’indagine Nielsen Consumer book buying, in digital and print, presentata ieri in anteprima a Editech 2015, l’appuntamento sull’innovazione tecnologica nel settore dell’editoria libraria, organizzato dall’Associazione Italiana Editori (AIE).

Lo studio è stato svolto su un campione di 2000 individui, rappresentativo degli utenti digital, di età compresa tra i 18 e i 64 anni e fotografa, per la prima volta nel nostro Paese in modo puntuale, le risposte dei consumatori italiani su come scoprono e acquistano online libri ed ebook.

Così, tra chi acquista online i libri digitali, uno su tre dichiara di leggerlo su PC o computer portatile e, sempre uno su tre, afferma di farlo su tablet, più frequentemente, iPad. Uno su 5 lo legge su un e-reader (con Kobo proprio davanti al Kindle), ma c’è anche un italiano su sei che lo legge sul cellulare. Tra gli italiani che comprano spesso o sempre libri, chi lo fa online cerca il prezzo migliore, con un terzo degli acquisti che convergono sugli store. Infatti un quarto di chi ha risposto all’indagine afferma di comperare spesso ebook perchè il prezzo è più basso rispetto all’edizione cartacea.

Oggi i libri di carta si scoprono e poi si comprano online prima di tutto grazie ai reading degli autori e alla serialità della narrazione. Gli ebook, invece, si scelgono dopo aver navigato, innanzitutto sui siti delle librerie online e poi sui siti degli autori ed editori e infine, ancora, grazie a reading degli autori. Per scoprire i titoli, invece, il passaparola funziona ancora bene per i libri di carta, meno per gli ebook, in cui blog e riviste online di libri risultano molto più efficaci. In entrambi i casi, l’email marketing o le newsletter di librai ed editori slittano agli ultimi posti per efficacia.

Da tener presenti le abitudini online degli italiani: 7 su 10, tra i 18 e i 64 anni, naviga su internet ogni giorno. Due terzi usa Facebook e Twitter ogni settimana, mentre la metà legge ogni settimana un quotidiano online e compra o cerca prodotti online. Un terzo usa ogni settimana giochi, tv o film online. E chi acquista ebook utilizza molto di più i social media rispetto a chi compera i libri di carta. I preferiti? Facebook su tutti, seguito da WhatsApp, Youtube e Google+ e Twitter. L’impegno settimanale nelle attività online decresce con l’età, in particolare per i social media e per guardare film e tv online. Al contrario cresce, con l’aumentare dell’età, la lettura di quotidiani e periodici online.

Via Tech Economy

 
Di Altri Autori (del 05/05/2015 @ 07:31:06, in Mercati, linkato 1630 volte)

C’era una volta il vinile, impiegato per decenni come unico supporto per l’ascolto dei dischi. Venne poi l’epoca dell’audiocassetta, che ha consentito a chiunque di prendere confidenza con il concetto di compilation e playlist personalizzate. Un approccio alla creazione e alla fruizione della musica evoluto ulteriormente con l’introduzione del CD prima e dei formati digitali successivamente, in particolare con la compressione offerta dall’MP3. L’ultima (almeno per il momento) innovazione che ha interessato il mercato discografico è rappresentata dalle piattaforme di streaming: la formula dell’acquisto è rimpiazzata da quella del noleggio in abbonamento e gli utenti possono accedere in modo istantaneo ad un catalogo ampio, smisurato, composto da decine di milioni di brani.

Streaming: nuovo modello, nuova musica
La grande novità consta nel fatto che non si possiede la musica né in forma “solida” (CD, vinile, cassetta), né in forma digitale (sotto le sembianze di un file): quel che si possiede è semplicemente il diritto di accesso e fruizione al contenuto. La canzone può essere organizzata in playlist, eventualmente anche scaricata in locale, ma l’accesso alla stessa sarà sempre e comunque vincolato ad una durata. La cui scadenza è fissata con il termine del contratto di abbonamento siglato.

Il diritto di accesso si sostituisce al diritto di proprietà (sebbene quest’ultimo fosse in discussione già prima dell’arrivo dello streaming). Il primo nome a portare avanti con forza l’idea dell’abbonamento fu Napster, ma i tempi non erano ancora maturi e il nome che rese celebre la pirateria online dovette alzare bandiera bianca. Molte altre proposte ci hanno provato in seguito, cercando formule che sono state plasmate nel tempo fino alle odierne proposte con cui l’industria spera di riconquistare il mercato.

La formula dello streaming, infatti, piace tanto agli utenti (che a modico costo possono accedere a tutta la musica che vogliono, quanto alle grandi etichette, che in qualche modo riprendono in mano la situazione dopo aver passato anni alla ricerca di uno sbocco per uscire dalla crisi. E l’incedere delle soluzioni e della concorrenza spinge peraltro verso il basso i costi, stimolando l’esplosione del settore. Il mobile fa il resto, mettendo la musica nelle mani degli utenti ovunque vi sia una connessione.

Musica in streaming: quanto costa?
I prezzi per l’accesso alle funzionalità premium offerte dai servizi di streaming musicale sono piuttosto allineati: 9,99 euro al mese nella maggior parte dei casi. Fanno eccezione allo standard la formula Elite di Deezer (14,99 euro al mese per dodici mesi) e quella a qualità elevata di TIDAL (20 dollari). Google Play Music, invece, offre ancora oggi l’accesso al catalogo di Unlimited a 7,99 euro per chi al lancio italiano nel 2013 ha scelto di abbonarsi fin da subito, garantendo così un risparmio non indifferente sul lungo periodo.

Molto o poco? Il prezzo è un fattore estremamente soggettivo, da valutarsi soprattutto con il tipo di rapporto che si ha con la musica. Occorre considerare in ogni caso come il costo possa essere generalmente molto limitato in virtù della possibilità di gestire playlist proprie, scegliendo in un bacino infinito di possibilità e potendo portare appresso la propria musica tanto in casa, quanto sullo smartphone, quanto durante l’allenamento, quanto ancora nei momenti di relax: ogni singolo brano è disponibile sempre e comunque, aprendo opportunità mai sperimentate fino ad ora. L’era del CD è lontana: ognuno può attingere dagli album in commercio per costruire compilation personalizzate, modificabili, condivisibili. E la componente social aumenta le possibilità di scoperta di nuova musica.

Molto o poco? Il giudizio sta alla scelta di ognuno, ma lo streaming sembra ormai imporsi come nuova grande opportunità per tutti coloro i quali vogliono avere una colonna sonora in grado di sottolineare ogni momento, ogni emozione ed ogni situazione della propria quotidianità.

via Webnews

 

 

Prosegue la crescita del mercato discografico italiano nel 2014, dopo i primi dati positivi del 2013. Secondo i dati certificati da Deloitte l’anno appena trascorso si è chiuso con un incremento del 4% e un fatturato di 122 milioni di Euro al sell in. Nel 2013 il mercato era tornato a crescere dopo undici anni consecutivi di calo.

Complessivamente il segmento digitale, sul dato annuale, rappresenta il 38% del mercato contro il 32% del 2013.“Guardando i dati nel dettagli – ha dichiarato Claudio Ferrante, Presidente e fondatore di Artist First – è evidente che l’impatto dello streaming è molto forte: è ormai fuori di dubbio che il mercato stia andando in quella direzione e che, in futuro, le piattaforme di streaming saranno sempre più utilizzate. Il punto focale sarà la possibilità di accedere a pagamento a un’offerta molto variegata e particolarmente profilata sull’utente, così come oggi avviene con l’offerta televisiva. E’ una frontiera che ancora tarda ad affermarsi in Italia. D’altra parte, bisogna considerare che il supporto fisico rappresenta ancora la fetta principale del mercato, pari al 62%. Questo dimostra come, praticando un prezzo equo all’utente finale o dando un valore aggiunto con la realizzazione di confezioni de-luxe che possano appassionare il pubblico, oltre all’oggetto che è il CD, è possibile puntare ancora sulla diffusione del supporto fisico parallelamente a quella digitale”.La crescita è stata trainata soprattutto dai servizi streaming come TIMmusic, Google Play, Spotify, Deezer, YouTube e Vevo che complessivamente sono saliti di oltre l’ottanta per cento. Nello specifico, i servizi sostenuti da pubblicità sono cresciuti dell’84% mentre quelli in abbonamento del 82%.

Oggi lo streaming rappresenta il 57% del digitale contro il 43% del download, sceso nel 2014 del 15%.Nel 2013 lo streaming rappresentava il 12% del totale mercato, oggi il 22%. Da rilevare il rallentamento del calo del supporto fisico che rappresenta comunque il 62% del mercato, e in questo contesto va segnalata inoltre la costante crescita del vinile, cresciuto dell’ 84% anche se rappresenta sempre un fenomeno di nicchia con il 3% del mercato.

Via IlSole24Ore.com

 
Di Altri Autori (del 19/11/2014 @ 07:32:34, in Mercati, linkato 1906 volte)

Come destinazione turistica, l’Italia continua a mantenere una forte attrattività, come dimostra anche il Country Brand Index 2012-2013, che colloca l’Italia al primo posto mondiale per patrimonio artistico e culturale, storia ed enogastronomia. L’appeal dell’Italian Life Style è testimoniato, tra l’altro, dal fenomeno crescente del turismo proveniente dai Paesi dalle nuove economie in forte crescita, come l’India. Basti pensare al caso di giorni alcuni giorni fa, in Puglia, dove due importanti famiglie imprenditoriali indiane hanno organizzato il matrimonio dei loro figli, spendendo milioni di euro sul territorio di Fasano, in provincia di Brindisi: il tutto è nato dalla passione per l’Italia innescata nei due sposi da una produzione bollywoodiana girata proprio in Puglia. Lo stesso sta accadendo coi turisti cinesi, per non parlare di mercati come quello russo, americano e certamente dell’Europa centrale e settentrionale.

Il tema a questo punto sta nel creare strumenti utili per le piccole e medie imprese turistiche per intercettare la domanda (che c’è) e massimizzare i profitti. Nonostante l’eccellenza provata del Made in Italy e il fatto che l’Italia abbia 50 siti patrimonio dell’Unesco (fra cui da ultimo il riconoscimento delle Langhe, portando l’Italia ad essere il primo Paese al mondo per siti riconosciuti), è necessario mettere a sistema questo grandissimo potenziale, che può rappresentare la vera chiave di volta dell’economia italiana.

Non dobbiamo inventare nessuna ricetta, bensì favorire quelle spinte positive che già fra i nostri imprenditori ci sono. Un primo modo per innovarsi è investire intelligentemente in tecnologia e sensibilizzare l’industria turistica in questo senso. Fra tutti i comparti del business, il turismo è stato uno dei primi settori ad essere profondamente impattato dalla rivoluzione digitale, al punto da diventare il primo segmento di mercato per l’ecommerce mondiale.

Oggi, ben oltre il 50% dei viaggiatori usa il web, in gran parte da mobile per individuare, selezionare e acquistare un viaggio o un pernottamento. Anche in Italia, il turismo raccoglie la fetta più grande del fatturato di acquisti online, generando quasi il 40% del giro d’affari dell’ecommerce del nostro Paese (si parla di 11,2 miliardi di € totalizzati nel 2012).

Nonostante questo, fra le principali destinazioni del turismo internazionale l’Italia viene, nell’ordine, dopo la Francia, gli USA, la Spagna e la Cina. Se pensiamo che nel 2013 l’indotto turistico nazionale ha generato oltre 10 punti di Pil, comprendiamo bene quale potenziale ancora inespresso abbiamo in casa. Le previsioni per il 2014 del World Travel & Tourism Council parlano di un incremento del 2,1% dell’economia turistica, che raggiungerà quota 163 miliardi di euro.

Per crescere però ogni territorio deve avere buone infrastrutture connettive, per permettere ai turisti non solo di essere raggiunto rapidamente, ma di poter offrire in modo semplice e rapido l’accesso a tutte le bellezze naturali, storiche, culturali, enogastronomiche.

Tra le infrastrutture connettive, chiaramente vi sono le reti a banda larga, che permettono al turista una fruizione web completa e una altrettanto completa e immediata condivisione delle esperienze di viaggio. I turisti oggi desiderano poter condividere in tempo reale i momenti vissuti con amici e conoscenti, altri potenziali turisti. Per fare tutto questo, è necessario disporre dell’opportuna infrastruttura di telecomunicazioni (wifi o connessioni veloci in banda mobile) per poter accedere velocemente alla rete in tutto il territorio nazionale e in primis nelle zone turistiche. Un punto prioritario è per questo la concessione di un credito d’imposta per le imprese turistiche che investano in innovazione tecnologica.

Tutto questo anche perché la crescita del turismo in Italia è anche legata al superamento della vecchia logica del “i turisti mi arrivano comunque, non devo fare nulla”. Il turismo è un settore sempre più competitivo, dove è necessario proporsi sul mercato mondiale con servizi innovativi presentati in modo flessibile, accattivante e focalizzato rispetto ai desideri dei potenziali clienti. Il concetto “ogni turista porta ricchezza e lavoro nel mio territorio”, diffuso in alcune aree del Paese, deve diventare un sentimento condiviso tra gli amministratori pubblici e tra i singoli cittadini.

Via Agenda Digitale

 
Di Altri Autori (del 17/11/2014 @ 07:32:08, in Mercati, linkato 1555 volte)

Il terremoto originato dall'avvento dei servizi di streaming non crea sconquasso presso tutte le piattaforme dedicate all'acquisto di musica digitale: Google, che offre dal 2013 il servizio di streaming Play Music All Access, pronto ad integrarsi nell'offerta di YouTube Music Key, e che può soppesare le tendenze sulla base dei propri dati relativi ai download dell'offerta di Play Music, afferma di non percepire i turbamenti che stanno mobilitando gli operatori di settore nella corsa allo streaming.

Se è vero che i numeri del mercato della musica digitale stanno iniziando a pendere a favore dello streaming e di un modello di fruizione della musica basato sul consumo piuttosto che sul possesso, la dirigente della divisione Global Music Partnerships di Google, Zehavah Levine, disegna una quadro meno radicale: "Non crescono solo i sottoscrittori di abbonamenti - ha dichiarato nel corso di un'intervista rilasciata a Techcrunch - ma crescono anche i numeri dei nostri download nonostante i trend in atto sul mercato".

Levine illustra le proporzioni tra i due servizi imitandosi a spiegare che lo scorso anno il 67 per cento del fatturato in ambito musicale è stato rappresentato dai download, non spiega se i successi dei download siano determinati da uno zoccolo duro di appassionati o se la loro crescita sia determinata da un diffuso interesse da parte di tutti gli utenti, né se i download premino particolari categorie di opere. Raffigura però la posizione di Google spiegando che, fra coloro che si sono abbonati a Play Music All Access, sono di più gli utenti che hanno cominciato a comprare musica dopo essersi registrati al servizio di streaming rispetto a coloro che hanno smesso di acquistare musica dopo essersi abbonati. "Non c'è cannibalizzazione" tra i due diversi tipi di fruizione, sostiene Levine, "c'è spazio per entrambi".

Ma Google rappresenta un soggetto del tutto particolare sul mercato: rispetto ad attori come Apple detiene il vantaggio di poter contare contemporaneamente su un servizio di download e un servizio di streaming, oltre al magmatico contenitore di musica rappresentato da YouTube, e il potere totalizzante della propria presenza in Rete non consente di confrontare la sua iniziativa musicale con altri operatori che si muovono nel solo mercato musicale. Tuttavia, lo ha spiegato la stessa dirigente di Google, lo streaming diventa profittevole solo se declinato su larga scala e Mountain View, proprio come Apple con Beats e proprio come SoundCloud, da tempo si sta attrezzando per proporre lo streaming in grande stile e per concretizzare le enormi potenzialità musicali della propria piattaforma di videosharing: in parallelo alla riorganizzazione dell'offerta musicale gratuita di YouTube, ha appena lanciato YouTube Music Key, proposta su abbonamento che si combinerà a Play Music All Access per una fruizione di contenuti audio e video capace di prestarsi a una fruizione meno macchinosa e più fluida rispetto a quella del Tubo.

Anche uno degli ostacoli principali al lancio del servizio, vale a dire la ferma opposizione delle etichette indie, che rivendicano eque retribuzioni per l'utilizzo delle opere, sembra essere stato scavalcato: secondo indiscrezioni raccolte dal Financial Time alla vigilia del lancio di YouTube Music Key, Merlin avrebbe strappato a Google un accordo più favorevole di quello che le era stato sottoposto nei mesi scorsi. La Grande G ha dunque ceduto laddove sembrava incrollabile, a dimostrazione della urgenza con cui ha perseguito l'allineamento con la concorrenza degli altri importanti fornitori di musica a consumo.

Solo dopo il rodaggio di YouTube Music Key si potranno verificare le previsioni di Levine, e si potrà osservare se il nuovo servizio rosicchierà la base di utenza che ora spende per acquistare la musica con la mediazione di Google Play. Mountain View per ora mostra di non temere per il mercato dei download: la dirigente spiega che per solleticare l'interesse degli utenti è possibile proporre certe offerte premium, così come è nei programmi di Apple, quali formati di alta qualità, probabilmente capaci di far pendere la scelta dei musicofili verso il possesso della musica e invitarla a non limitarsi al semplice consumo.

Via Punto Informatico

 

Nessuna sorpresa per le prime posizioni. , Singapore, Svezia e Hong Kong occupano le prime tre posizioni nella classifica dei paesi che si candidano ad accogliere il prossimo miliardo di utenti internet, grazie alle loro economie digitali evolute e ancora in crescita. Il Regno Unito e la Svizzera completano la top 5, mentre gli Stati Uniti occupano la sesta posizione tra i 50 paesi presi in esame. L’indice è appena nato e ha lo scopo di consentire a imprese, governi e istituzioni di comprendere l'evoluzione del panorama digitale mondiale.

Come è stato elaborato l’indice

Il Digital Evolution Index è stato elaborato da MasterCard e The Fletcher School presso l'Università di Tufts analizzando i dati provenienti da fonti pubbliche, come la World Bank, e da fonti private come EMPEA e Dow Jones VentureSource. Il team di ricercatori ha creato un quadro analitico per riconoscere modelli e rappresentare il panorama digitale globale, distinguendo i trend di ogni paese e valutando i loro punti di forza e di debolezza.
La metodologia alla base dell'indice di evoluzione digitale misura l'attuale capacità di ogni paese di rispondere alle richieste dei consumatori, di offrire le infrastrutture necessarie alle imprese, considerando anche le politiche di governo e l'atteggiamento verso l'innovazione – i quattro motori che definiscono la predisposizione verso il digitale, alla base della ricerca. In aggiunta alla situazione attuale, lo studio prende in esame la traiettoria di ogni paese secondo i quattro fattori, dal 2008 sino al 2013. L'indice fornisce, infine, un quadrante per visualizzare la traiettoria di un determinato paese.

Le economie digitali che corrono di più.

Cina, Malesia e Tailandia si classificano ai primi 3 posti tra i paesi che evolvono più rapidamente verso l'economia digitale, grazie alla rapido aumento degli utenti internet e degli utilizzatori di smartphone. L'Italia si classifica alla 38° posizione, subito dopo il Messico e prima di Polonia e Russia e viene considerata nello studio con buone potenzialità (anche se tuttora non pienamente espresse) per diventare un paese a elevato sviluppo digitale, soprattutto grazie alla propensione nei confronti dell'innovazione (con un punteggio di 39,27, simile alla Spagna).

Via IlSole24Ore.com

 
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