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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : Social Networks (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Max Da Via' (del 19/05/2017 @ 07:46:24, in Social Networks, linkato 1046 volte)

Sempre più intrigati dagli influencer, ma ancora lontani dal saperli gestire con sicurezza. Queste, in breve, le conclusioni del report ‘The new face of luxury’ redatto da Econsultancy, società di ricerca e consulenza americana, dopo aver raccolto 300 pareri provenienti da professionisti ed esperti del settore lusso sul rapporto che lega gli influencer a vendite e brand awareness.

Il cosiddetto ‘influencer marketing’ sembra destinato a crescere (la piattaforma MuseFind calcola che il 92% dei consumatori dà maggior fiducia alll’endorsment di un influencer piuttosto che a quello di una celebrity), nonostante sia una strategia adottata da meno di due anni da circa metà dei rispondenti.
In termini di budget, il 59% dei luxury brand ha stanziato una quota del 10% da allocare a questo tipo di promozione, anche se il 66% è pronto ad aumentare questa percentuale entro il prossimo anno incrementando gli impieghi connessi, ad esempio l’influencer relations manager. Il 65% dei brand ritiene efficaci gli approcci sperimentati finora citando con entusiasmo le collaborazioni legate al lancio di nuovi prodotti. Si legge che il filmato Snapchat realizzato da una blogger abbia contribuito alla vendita di 422 mascara Yves Saint Laurent in 24 ore per un totale di 13.500 dollari. Al contrario le campagne adv tradizionali non stanno procurando gli effetti sperati, almeno secondo il 26% del campione.
Il 62% dei rispondenti guarda ai risultati di vendita ottenuti dalle operazioni di influencer marketing, ma oltre il 70% si focalizza sull’ammontare di traffico online generato.
“Cruciale” o “molto importante”, questi i pareri del 77% dei luxury brand in relazione al numero di follower degli influencer che potrebbero essere scelti per una collaborazione.

Non solo top-influencer. A quanto risulta dal report, il 40% del campione è interessato a intrecciare rapporti con personaggi meno popolari rispetto a quelli che vantano milioni di follower (opzionati dal 17% dei marchi). Il 20% conferma che in futuro i luxury brand saranno sempre più interessati a collaborare con personalità relativamente “di nicchia”. Infine, oltre alle immagini, le griffe puntano sempre di più su contenuti video: nei prossimi 12 mesi l’11% dice di voler incrementare questo tipo di comunicazione.

Via PambiancoNews
 
Di Max Da Via' (del 31/05/2017 @ 07:27:28, in Social Networks, linkato 1165 volte)

Second screen e Social TV si confermano una grande passione per gli italiani. Nel primo quadrimestre del 2017 mediamente 5,1 milioni di persone ogni mese hanno commentato su Facebook e Twitter i 2.500 contenuti trasmessi da 34 emittenti televisive monitorate da Nielsen, più quelli offerti da Netflix.

Il numero delle interazioni (post, tweet e successive reazioni) ha superato gli 87 milioni, il 38% delle quali sono state registrate nei giorni precedenti o successivi alla messa in onda dei programmi. La Social TV, quindi, non offre solo un ampliamento della reach potenziale, ma anche un’estensione dei tempi di valorizzazione di una property editoriale, attraverso l’attività organica ma soprattutto attraverso gli account proprietari di editori, sponsor e star televisive.

Da sottolineare la rilevanza delle conversazioni relative ai contenuti distribuiti non da editori puramente televisivi ma da Over-The-Top, nel caso specifico Netflix, che, nel periodo preso in considerazione, rappresentano il 2% del totale.

Febbraio è stato il mese con il più alto volume di interazioni, grazie  principalmente al festival di Sanremo. Nel corso del quadrimestre, i principali Talent e Reality in onda (Ballando con le stelle, Isola dei Famosi, Amici, Masterchef) e gli eventi sportivi (più di tutti calcio e motori) hanno contribuito a generare i volumi citati.

 

Il numero degli utenti coinvolti è ancora più rilevante considerando che l’attività monitorata rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio. Andando a stimare il potenziale di utenti Social che non scrivono, ma sono semplicemente esposti a questa attività, la Social TV fornisce a editori e inserzioniste l’opportunità di intercettare tra i 10 e i 15 milioni di utenti ogni mese.

Via Nielsen
 
Di Max Da Via' (del 14/06/2017 @ 07:50:23, in Social Networks, linkato 1157 volte)

L’edizione di maggio dell’indagine Top Brands, l’osservatorio di Blogmeter che monitora le social performance dei brand che si rivolgono al mercato italiano, svela le migliori acque minerali su Facebook e Instagram in termini di engagement e nuovi fan/follower. Se si fa un primo confronto tra i due social, emerge che i numeri di Instagram sono nettamente più bassi rispetto a Facebook per entrambe le metriche prese in analisi. Facebook quindi si attesta come il social network più efficace in termini di comunicazione per i brand del mondo “Waters”.

I migliori su Facebook

Dando un’occhiata alle performance dei singoli brand, vediamo che su Facebook Acqua Vitasnella conquista la vetta delle acque più coinvolgenti totalizzando quasi 50 mila interazioni. Il brand dal noto payoff “L’acqua che elimina l’acqua” riesce a coinvolgere la community di Facebook con una serie di post divertenti ed originali che sfruttano l’utilizzo di simpatici neologismi per generare engagement e stimolare gli utenti. Segue in seconda posizione con oltre 32 mila interazioni Ferrarelle che in maniera strategica accompagna la maggior parte dei suoi post con l’hashtag #vivieffervescente. A maggio ha fatto centro con un post pubblicato in occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia, con lo slogan “siamo tutti effervescenti” per ribadire il concetto di uguaglianza. Terzo posto per Acqua San Benedetto con un terzo delle interazioni di Ferrarelle: a maggio la multinazionale italiana ha coinvolto principalmente con il suo progetto “La Foresta di San Benedetto” in partnership con l’organizzazione di tutela ambientale Treedom. In quarta posizione spunta Acqua Rocchetta Brio Blu con un boom di interazioni in occasione della festa della mamma, mentre la quinta pagina Facebook più coinvolgente di maggio è Levissima che ha appassionato con il progetto #everydayclimbers. A trionfare per numero di nuovi fan acquisiti è invece Acqua Sant’Anna, che conquista oltre sei mila nuovi seguaci, probabilmente anche in virtù del lancio della nuova linea Karma. A distanza di una manciata di fan, troviamo i brand Fonte Essenziale Acqua Uliveto, entrambi bravi  a coinvolgere con dei post dedicati alla #FestaDellaMamma. Chiudono la Top 5 delle pagine che accrescono maggiormente la propria community le già citate Vitasnella e Rocchetta.

I migliori su Instagram

Entrando invece nel dettaglio dei risultati di Instagram, ad aggiudicarsi lo scettro dei profili più coinvolgenti è Levissima che a maggio genera 1.300 interazioni, grazie soprattutto al successo del progetto #everydayclimbers, che racconta le storie di persone comuni e anche di volti noti, come l’instagrammer @labettarossa.  Medaglia d’argento per Acqua San Bernardo, la cui iniziativa San Bernardo Kitchen ottiene un buon seguito su Instagram. Chiude il podio Ferrarelle che anche sul social delle immagini appassiona gli utenti con il post #noomofobia. Buone performance inoltre per Acqua Vitasnella che conquista il quarto posto della classifica dell’engagement e il quinto di quella per nuovi follower: efficace soprattutto per la campagna #TuAlMeglio con l’esperta di fitness Sayonara Motta. Ricordiamo infine che anche su Instagram, Acqua Sant’Anna riesce a distinguersi, posizionandosi come il brand che incrementa maggiormente la propria follower-base.

classifica


Via Spot and Web
 
Di Max Da Via' (del 30/06/2017 @ 07:41:28, in Social Networks, linkato 1080 volte)

Facebook prova ad attrarre nuovi budget televisivi con inedite modalità di targeting, che ricalcano proprio la fruizione del piccolo schermo. Il social, infatti, starebbe dando agli inserzionisti la possibilità di profilare chiunque viva all’interno dello stesso nucleo familiare o nella medesima abitazione. L’annuncio è arrivato martedì scorso e Marketing Land ha deciso di dedicare un articolo al tema. Gli inserzionisti potranno così distribuire lo stesso messaggio a chi vive sotto uno stesso tetto e poi misurarne l’efficacia. La novità sembra indirizzata principalmente agli spendere televisivi, già corteggiati con il lancio dei mid-roll e il prossimo varo degli show originali previsto per la fine dell’estate. Una possibile declinazione di questo targeting familiare può riguardare il travel e la definizione delle vacanze estive. O ancora, inserzionisti come Amazon e Googlepotrebbero raggiungere dei coinquilini per spingerli all’acquisto condiviso di un dispositivo Amazon Echo o Google Home.

Come funziona la novità

Concretamente, per erogare un annuncio del genere, gli inserzionisti possono usare una Custom Audience list, comprensiva d’informazioni quali l’indirizzo email, il numero di telefono, gli identificatori di device o gli ID Facebook o creare un nuovo segmento di pubblico, servendosi delle opzioni di targeting standard messe a disposizioni da Facebook, come età, sesso e luogo. Per comprendere se delle persone vivono nella stessa casa, Facebook usa le informazioni ricavate da quanto dichiarato dagli utenti sui propri profili nell’ambito delle relazioni di parentela, ma anche i cognomi, il luogo in cui vivono, gli eventi cui hanno partecipato, attraverso quali terminali si connettono e così via. In aggiunta alla possibilità di conoscere quanti membri di una famiglia sono stati colpiti da un determinato annuncio e la frequency, i brand potranno conoscere quante volte almeno una persona della famiglia ha compiuto qualcosa in più che vedere un ads, come per esempio la conclusione di un acquisto.

Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 04/07/2017 @ 07:34:23, in Social Networks, linkato 1151 volte)

Chi sono i più influenti e coinvolgenti del mondo food su Facebook, Twitter, Instagram e YouTube?Risponde la classifica di Blogmeter, che ha lanciato il nuovo strumento d'analisi con relativo osservatorio Social Influencer.

Nella classifica, guidata dalla metrica dell’engagement, non compaiono solo nomi di food blogger, ma anche di celebrities e chef diventati famosi e rilevanti in tema di alimentare attraverso questi canali.

Dall’analisi emerge in particolare che, se da un lato i blogger sono molto attivi sui social con foto e video di ricette nonché consigli di cucina, le celebrities e soprattutto gli chef hanno una content strategy più diversificata: alternano contenuti sul mondo food ad altri legati alla loro vita personale e ai loro interessi, riuscendo ugualmente ad appassionare gli utenti.

Ma vediamo la classifica nel dettaglio prima di ulteriori commenti:

A governare la top 10 del mondo Food in Italia è la blogger Benedetta Rossi, alias Fatto in casa da Benedetta, che, con una media di sei post al giorno, è riuscita a generare in soli trenta giorni ben 3,1 milioni di interazioni sui suoi quattro canali social.

Facebook e Youtube sono i canali dove si concentra la maggior parte dell’engagement, rispettivamente il 55% e il 43% delle interazioni, ma anche in termini di community Benedetta Rossi è risultata la migliore con una fan/follower base di 3,5 milioni di utenti, che si concentrano prevalentemente su Facebook (83%).

Al secondo posto troviamo un’altra food blogger, Chiara Maci che con circa sette contenuti al giorno riesce a ottenere 472 mila interazioni (l’83% su Instagram). La blogger, famosa anche sul piccolo schermo grazie a diversi programmi come #VitaDaFoodBlogger e Cuochi e Fiamme, condivide sui suoi canali social non solo immagini dei suoi piatti, ma anche scatti della sua vita personale e della sua famiglia. Tra i post che più hanno appassionato gli utenti, spicca infatti una foto con il suo compagno Filippo La Mantia.

Completa il podio lo chef Antonino Cannavacciuolo che ha ottenuto un boom di interazioni il 13 giugno scorso, giorno in cui i suoi fan hanno commentato un suo post augurandogli un buon onomastico. Durante il periodo di analisi, il testimonial di pasta Voiello ha condiviso sui suoi canali Facebook, Twitter e Instagram solo 29 post (meno di uno al giorno), risultando il meno attivo del panel, ma nonostante questo ha ottenuto ben 367 mila interazioni, principalmente su Facebook e Instagram.

Via DailyOnline
 

Nel corso del primo semestre 2017, mediamente 5,4 milioni di utenti unici in Italia hanno commentato ogni mese almeno una volta su Facebook e Twitter i programmi televisivi trasmessi da 34 emittenti digitali terrestri e satellitari, attraverso contenuti originali (post e tweet) e attività di engagement (commenti, risposte, condivisioni, like, retweet, citazioni, etc). Nello stesso periodo, le interazioni complessive generate sulle due piattaforme social sono state 124 milioni, il 40% delle quali ha riguardato i programmi sportivi. Il picco di utenti unici si è registrato a febbraio, con 7,4 milioni di persone.

Facebook vs. Twitter

Lo rivela Nielsen sulla base dei dati semestrali di Social Content Ratings, la soluzione per la misurazione della social tv in termini di attività e di audience. Dal dettaglio del monitoraggio continuativo del fenomeno, emergono differenze di peso e caratteristiche dei due social network: relativamente al totale degli utenti unici, Facebook ha attirato il 94% degli autori e Twitter il 6%; a livello di interazioni, Facebook ne ha raccolto l’84% e Twitter il 16%.

Sport al top delle interazioni

Per quanto riguarda i generi televisivi più commentati, lo sport pesa per il 40% delle 124 milioni di interazioni, l’intrattenimento per il 34%, talent e reality per il 13%, talk show e approfondimento politico 6%, serie TV e fiction 3%. Anche a livello complessivo di generi, emergono significative differenze tra gli utenti di Facebook e Twitter. Mentre sul primo è lo sport a farla da padrone con il 47% delle interazioni, i “cinguettii” si sono rivolti in maggioranza all’intrattenimento (32%).

La social tv dal punto di vista demografico

Guardando ai dati demografici degli utenti, prevale leggermente il genere maschile (51% vs 49%) ma se si escludono lo sport e i talent/reality prevalgono le donne. Si tratta di indicazioni rilevanti in termini pubblicitari, che si riflettono anche a livello di fasce d’età, dove si evidenziano ugualmente forti scostamenti in base al genere televisivo: complessivamente sono i 25-34 a essere più attivi, ma nel dettaglio del genere talk show/intrattenimento politico il picco più alto (42%) lo registrano gli over 55.

Oltre la programmazione

L’attività sui social non si concentra solo nelle fasce orarie in cui sono trasmessi i programmi televisivi. Il 41% delle conversazioni è avvenuto in giorni diversi dalla messa in onda, mentre il 59% in modalità “lineare”, cioè durante il programma e nelle tre ore precedenti e successive. Sul totale dell’attività su Facebook, il 51% avviene in modalità “non lineare”, a differenza di Twitter che attira maggiormente l’attività “in diretta” e dove il 78% delle interazioni è in modalità “lineare”. Le rilevazioni Social Content Ratings di Nielsen in termini di milioni utenti attivi e interazioni dimostrano quanto si stia rivelando vincente la strategia dei principali editori televisivi italiani di puntare in maniera convinta sulla social tv.

La Social Tv Nielsen pronta a misurare Instagram

Luca Bordin, general manager media sales&solutions di Nielsen commenta: “Si tratta di un fenomeno che, per diffusione tra il pubblico e importanza strategica per gli operatori televisivi, avvicina l’Italia agli standard dei Paesi più digitalizzati. Anche grazie a questa dinamicità l’Italia, subito dopo gli Stati Uniti, è il Paese dove Nielsen sperimenta e lancia i servizi più innovativi in termini di misurazione dei media e della Social tv, come dimostra l’imminente ampliamento a Instagram della misurazione della social tv”.


Via DailyOnline
 
Di Max Da Via' (del 25/07/2017 @ 07:34:09, in Social Networks, linkato 937 volte)

Mentre molti di noi ancora cercano di comprendere come gestire le dinamiche più importanti del web 2.0, gli addetti ai lavori già sono a pieno titolo immersi nel web 4.0. Al di là delle etichette che vogliamo dare ai processi, viviamo all’interno di un qualunque racconto di fantascienza di meno di venti anni fa, in cui robot ed umani interagiscono nel quotidiano con ordinaria familiarità e ci siamo arrivati mentre eravamo ancora distratti dall’euforia dell’iperconnettività e della socialità a portata di like. L’unica differenza dall’immaginario classico è che, per il momento, questi robot non hanno fattezze antropomorfe. Si sono insinuati nel nostro mondo come vere e proprie “protesi cognitive”, dall’aspetto innocente ed in taluni casi perfino intangibile.

I nostri smartphone ci conoscono meglio del nostro partner, indovinano i nostri gusti musicali, i nostri amici, i nostri appuntamenti, i libri che preferiamo e le ricette che cuciniamo; ci suggeriscono dove comprare e cosa ed arrivano perfino a monitorare con accudente precisione il nostro bioritimo più adeguato. Anticipano le nostre esigenze ed in molti casi, effettivamente, ci semplificano la vita. Sicuramente la capacità di personalizzazione delle tecnologie è parte integrante del loro successo contribuendo a fornirci un’estensione delle nostre capacità cognitive che rende il servizio di questi strumenti un vero e proprio potenziamento digitale (Prensky, 2011).

In questo idilliaco panorama di uno spazio sociale in cui le applicazioni diventano la Mary Poppins della nostra vita, navighiamo senza troppa consapevolezza e senza sufficiente comprensione della maggior parte dei fenomeni di cui siamo protagonisti. Sembra elementare solo perché è facile – smart si dice oggi – eppure non è esattamente così. Sono facili le azioni, ma sono decisamente complesse le dinamiche sottese.

Concentrandoci sulle interazioni mediate dalle tecnologie digitali, è necessario riflettere sui meccanismi che ne hanno garantito la diffusione e che quotidianamente ci rendono parte di un processo più ampio. Questa forma di ossessione collettiva è tacitamente tollerata, per le dimensioni che ha acquisito, finendo per rendere sempre più difficile distinguere l’uso dall’abuso e scindere i momenti online da quelli offline. Questo non solo a causa di una contiguità sempre più spinta tra reale e virtuale,[1] ma di una diffusione che rende la “norma” (normale) un comportamento perché diffuso dalla maggior parte delle persone. Portiamo i nostri device sempre con noi, riuscendo in questo modo ad essere in ogni istante in contatto con la nostra “rete” sociale, ospitata da quel cyberspazio che ha assunto un ruolo decisamente impegnativo nel nostro tempo e nelle nostre interazioni: i social network. Sono loro che ci raccontano la nostra storia, in quella versione avvincente e pubblica che gli abbiamo suggerito, selezionando con un sempre più talento registico foto, status, hashtag e localizzazioni.[2]

Di fatto, il successo dei social si basa sulla principale leva della socialità: il confronto sociale. Online viviamo nella costante necessità di stimolare il riscontro dei nostri contatti, di avere un feedback più o meno continui sulle nostre azioni, pensieri e su ogni cosa possa essere oggetto di condivisione. Attiriamo in questo modo l’attenzione e sfoghiamo le nostre emozioni, certi dell’empatia dei nostri contatti, in un ambiente che percepiamo come controllato e sicuro.[3]

Proprio perché considerata intima e basata su un pregiudizio positivo di fiducia, la comunicazione digitale entro i social network si dimostra in realtà estremamente persuasiva, per quanto inconsapevolmente, in virtù del processo che BJ Fogg (2008), il teorico della captologia[4], già all’inizio della loro diffusione aveva intercettato e definito persuasione interpersonale di massa (Mass Interpersonal Persuasion – MIP)[5].

In particolare, unendo la persuasione interindividuale alle caratteristiche dei media di massa la MIP, all’interno dei social network si genera un’esperienza persuasiva che incide sia sugli atteggiamenti che sui comportamenti.

Per comprendere meglio, è possibile analizzare gli elementi salienti su cui si basano le tecnologie orientate a processi persuasivi.

Persuasive experience

Le interazioni mediate dalle applicazioni social hanno come obiettivo le principali dinamiche dell’influenza sociale: la modifica degli atteggiamenti e dei comportamenti. Per comprendere meglio è sufficiente pensare ad una qualunque pagina Facebook: il suo primo intento sarà quello di indurre una disposizione positiva verso il prodotto o il personaggio, che costruirà pianificando attentamente intrattenimento e/o consigli. Ottenuto questo risultato – costruendo la community e fidelizzandola – chiederà un’azione concreta, dal condividere un post, scrivere una recensione positiva, partecipare ad un evento, visitare il sito o acquistare un certo prodotto.

Automated structure

La convergenze multimediale dei media digitali agevola la viralità della comunicazione per via di una progettazione finalizzata a convincere gli utenti ad impegnarsi in un’azione che è strutturata proprio per essere estremamente semplice. Si pensi, ad esempio, alla facilità con cui attraverso un “I like” si diffonde un’informazione o ancora come sia efficace chiedere una “semplice” condivisione di un link per promuovere un prodotto, un’attività o un’idea. La facilità con cui condividiamo contenuti è frutto di una progettazione che si impegna a renderli sempre più automaticamente virali.

 Social distribution

Il meccanismo persuasivo è implicitamente condiviso tra gli amici, quindi dotato di un’elevata accettabilità sociale e di una affidabilità garantita dalla prossimità. La facilità con cui accetto l’invito di un amico ad iscrivermi ad un gruppo o scaricarmi una App è paragonabile a quella con cui a mia volta girerò l’invito ad altri amici, amplificando esponenzialmente il processo di distribuzione sociale del meccanismo stesso. Richard Brodie (2000) parla di “virus della mente” ritenendo che l’individuo possa essere concepito come mero replicatore dei memi dai quali viene “infettato” durante le interazioni sociali, processo decisamente accresciuto con l’avvento del digitale. La facilità con cui cliccando un tasto inviamo inviti a centinaia di contatti ci rende contestualmente attivi ed inconsapevoli portatori di “virus culturali”. [6]

Rapid cycle

Per sua stessa natura la rete si basa su processi virali estremamente rapidi, che trovano negli ambienti social un terreno fertilissimo di propagazione grazie all’elevata affordance dei meccanismi di reazione e condivisione. Non devo faticare per condividere immediatamente un contenuto ed ho la consapevolezza che la velocità di propagazione è proporzionale al successo del mio intervento. Se condivido contenuti “datati” perdo appeal rispetto alla mia performance. Si pensi, ad esempio, in proposito al successo del real time marketing e di come la propagazione di un #hashtag di moda richieda a tutti di essere tempestivi al massimo nella partecipazione alla cerimonia sociale di condivisione. Ugualmente, pensiamo a come la rapidità diventi utile ad esempio nel caso di attentati o disastri naturali: Facebook ha attivato il Safety check per avvisare immediatamente i propri contatti di essere in salvo.

Huge social graph

Facebook – per citare il social più popolare ed utilizzato al mondo – ad oggi conta circa 2 miliardi di utenti (di cui 1, 28 attivi giornalmente con un incremento annuale del 18%)[7] e solo in Italia supera i 30 milioni di utenti, per cui ogni interazione online può creare delle connessioni che coinvolgano potenzialmente miliardi di persone. Nessuno, ovviamente arriva a tutti, ma senza dubbio, i celebri Sei gradi di separazione di Milgram sono drasticamente diminuiti con il diffondersi delle reti sociali.

Measured impact

Gli effetti del proprio comportamento nel network possono essere osservati da utenti e creatori, ragione che amplifica la “cultura della quantità”. In particolare la possibilità di ricevere feedback immediati di apprezzamento aumenta la motivazione a pubblicare altri contenuti. Di fatto, il processo della riprova sociale ci induce a ritenere attrattivo ciò che è popolare nella maggioranza. Un esempio della nostra tendenza a farci guidare dalla “saggezza delle folle” governa la popolarità dei meccanismi di recensione sempre più popolari del mondo digitale (si pensi al ruolo giocato sulla brand reputation da tripadvisor o da yelp) che sempre più influenzano le nostre esperienze di acquisto.

Senza scomodare Vans Packard e i persuasori occulti, come ogni altra forma di persuasione la MIP non è in sé positiva e negativa, ma è sicuramente un potenziale enorme dei social network, che rende per la prima volta nella storia l’individuo ordinario dotato dell’abilità di acquisire visibilità ed esercitare potenzialmente la propria influenza su milioni di persone.

Il problema è un bias di fondo nell’utilizzo dei social ovvero l’illusione della libertà intrinseca alla partecipazione online. Questa idea (illusione) di sostanziale democrazia ci rende meno reattivi ai tentativi di influenza interpersonale sia quando li subiamo sia quando li agiamo, perché non arrivano più dai grandi media di massa (come tv e radio), ma dal nostro “vicino di banco”.

Nonostante la diffusa percezione di autonomia intellettuale all’interno dei social network, è dimostrata la minor propensione ad esprimere la propria opinione reale online, qualora questa sia difforme da quella della “nostra” maggioranza (i nostri contatti), rispetto a quanto faremmo in un’interazione in presenza.  Le dinamiche di desiderabilità sociale aumentano esponenzialmente all’interno dei social, rendendoci ancora più sensibili a quel processo che prima riguardava solo la comunicazione pubblica: la spirale del silenzio.[8]  Restiamo poco consapevoli del fatto che a decidere di cosa ci interessa parlare sono i nostri “affidabili contatti” o meglio gli algoritmi che ci costruiscono attorno un mondo su misura, a partire dalle nostre preferenze lasciate inconsapevolmente in rete. Nella nostra “bolla” social edifichiamo una realtà basata sulle nostre preferenze e sulla rinnovata interconnessione dei nostri small worlds, mantenendo viva l’illusione che in rete sia rappresentata la totalità della realtà sociale (effetto echo-chambers).

La cultura della rete appare come dominata dall’idea che le interazioni online rappresentino la “voce non mediata della gente”,[9] espressione di quella tanto idealizzata democrazia di rete che permette a chiunque di dire la sua sul palcoscenico esteso dei social media. Ma se questo è vero a livello teorico e resta (sia chiaro) un’opportunità concreta e appassionante di connettività globale e potenziamento cognitivo, in assenza di una cultura della comunicazione digitale e di un consapevole ed eticamente responsabile utilizzo, finisce per trasformarsi in una babele di monologhi, generati da inconsapevoli processi di persuasione interpersonale di massa, tanto non interessanti (per i più), quanto economicamente proficui (per pochi).  L’iperconnettività propria dei social si rivela al servizio della legge dellaquantità, che domina il giudizio sociale diffuso. [10] Per il principio dell’aggregazione preferenziale la numerosità delle interazioni e dei gradimenti online,  agevola la popolarità e la conseguente attrattività di un net (nodo: utente, pagina etc): da cui più like, più reactions, condivisioni e commenti, più il post diventa virale ed il nodo che lo ha diffuso ne ricava visibilità che si traduce in “produzione sociale di valore”.[11] Eppure “quando tutti sono lì a trasmettere non rimane nessuno ad ascoltare” (Keen 2007), così ci ritroviamo impegnati a produrre con costanza contenuti su contenuti per ampliare la nostra rete e monitorarne l’apprezzamento, nonostante la richiesta di velocità propria del social sia incompatibile con la lentezza dell’introspezione, dell’approfondimento e della riflessione. Non c’è tempo per pensare prima di parlare. Accade, quindi, di trovarci davanti a quella che Wolf, definisce una evidente e sempre più diffusa perdita della capacità di lettura profonda, ampliando la ricaduta di quello che può intendersi come un vero e proprio analfabetismo funzionale[12].

Imparare a gestire la comunicazione in rete in qualità di agenti di persuasione, conoscere l’impatto del nostro comportamento online, anche il più piccolo, non è una necessità solo per gli addetti ai lavori, quanto un’urgenza sociale più ampia, che riguarda ciascuno nel proprio ruolo di cittadino globale.

Citando il celebre teorizzatore della distinzione tra nativi ed immigrati digitali, la saggezza digitale va attentamente distinta dalla destrezza digitale.[13]  Non basta saper usare le tecnologie per farlo con cognizione. Così come non basta digitalizzare aziende e pubbliche amministrazione senza fornire le conoscenze essenziali relative ai processi di comunicazione digitale, per gestire al meglio le interazioni dietro gli strumenti.

Tra le possibili strade da approfondire per imparare a dirigere il legame tra comunicazione digitale e persuasione interpersonale di massa (MIP) sembra fondamentale la pianificazione di un’azione educativa che non agisca solo sugli strumenti, ma anche sui processi. È necessario fare in modo che si sviluppi una maggiore sensibilità rispetto agli effetti delle proprie interazioni online (e dell’impatto che hanno nell’offline), così come è importante riflettere sulla sempre più efficace affordance degli strumenti, che li rende e renderà ancora più user friendly, offuscando il bisogno di cognizione delle implicazioni d’uso. [14] Solo in questo modo si può realmente sperare nella valorizzazione di una dimensione creativa, costruttiva, della comunicazione in rete, a dispetto di quella autoreferenziale, replicativa e mainstream che domina attualmente.

Via Agenda Digitale
 

Anche durante il periodo estivo, agli italiani piace guardare le trasmissioni tv e farsi coinvolgere nei dibattiti che le riguardano, postando i loro commenti sui social network. Secondo i dati Nielsen relativi alla Social Tv, nel mese di luglio nel nostro paese sono stati più di 2,8 milioni gli utenti unici attivi su Facebook e Twitter durante la visione di un programma sul piccolo schermo, con un totale di 7,4 milioni di interazioni registrate.

A coinvolgere di più i telespettatori sono gli eventi sportivi, che hanno generato poco meno della metà delle interazioni totali (46%), seguiti a 17 punti di distanza da talent e reality (29%). Alle spalle del duo di testa, conquista il terzo gradino del podio i grandi eventi musicali, trasmessi nel corso del mese (12%). Seguono poi, appaiati, le serie tv/fiction (6%), l’intrattenimento (4%) e i talk e i programmi di approfondimento politici (3%).

Il trend del mese sui programmi più socializzati ha di fatto confermato quanto emerso nel primo semestre del 2017, con le trasmissioni sportive che hanno fatto la parte del leone. Secondo i dati del Social Content Ratings di Nielsen tra gennaio e giugno sono stati in tutto 5,4 milioni gli utenti attivi ogni mese, senza considerare tutti quelli che sono stati semplicemente esposti a commenti e tweet relativi ai programmi televisivi,  per 124 milioni di messaggi tracciati nel corso del periodo.

Via Prima Comunicazione
 
Di Max Da Via' (del 07/09/2017 @ 07:22:40, in Social Networks, linkato 1030 volte)

Facebook vuole la musica sui social. Secondo Bloomberg Mark Zuckerberg sarebbe pronto offrire centinaia di milioni di dollari alle case discografiche per liberalizzare l’inserimento di musica nei video postati dagli utenti.

Facebook intende introdurre un software il quale segnerà con una "spunta" la musica che viola i diritti d'autore. Per Bloomberg, però, ci vorranno almeno due anni prima che questo sistema sia pronto. Il progetto andrebbe a rafforzerebbe i piani di Zuckerberg di fare concorenza a YouTube con la piattaforma Watch, che consente la condivisione e la visualizzazione di video.

Facebook Watch offrirà possibilità analoghe a quelle di YouTube agli utenti e ai creatori di contenuti. Questi ultimi, infatti, potranno caricare e monetizzare con le loro opere, con conseguente ritorno pubblicitario per Facebook in caso di buona riuscita del progetto.

Si tratta di una soluzione che gioverebbe a tutti i soggetti in questione. Facebook attirerebbe pubblicità e creatori di contenuti, più liberi nel loro lavoro e contenti della monetizzazione. Gli utenti riceverebbero un servizio migliore e più creativo mentre le etichette riceverebbero ingenti somme e si libererebbero del problema di controllare tutti i contenuti potenzialmente illeciti.

Sarebbe proprio quest’accordo a rendere Facebook un cliente scomodissimo per YouTube. La nota piattaforma video, infatti, non ha mai risolto la questione copyright se non limitandosi a eliminare tutti i contenuti che contenessero canzoni protette. Se Facebook Watch dovesse espandersi velocemente e notevolmente, YouTube sarebbe costretta a operare cambiamenti importanti, magari simili.


Via CorCom
 
Di Max Da Via' (del 30/10/2017 @ 07:40:25, in Social Networks, linkato 1155 volte)

Le Pmi possono guadagnare con Facebook? Come lo spiega il social network nel report Future of Business Survey , realizzato in collaborazione con Ocse e Banca Mondiale. Già 70 milioni di imprese nel mondo utilizzano attivamente una pagina Facebook raggiungendo connessioni interessanti: «L’87% degli italiani presenti su Facebook hanno almeno una connessione con una Pmi italiana», dice Marco Grossi, senior manager di Facebook Italia, «e 143 milioni di persone nel mondo sono connesse con un’azienda in Italia tramite Facebook, quindi possiamo affermare che grazie all’utilizzo di Facebook e Instagram le imprese hanno effettivamente la possibilità di incrementare la propria crescita e lo sviluppo internazionale».

Come le pmi possono guadagnare con Facebook

Facebook è una risorsa non solo per le grandi aziende, ma soprattutto per quel 95,3% di Pmi italiane che ha meno di 10 addetti. Un terzo di queste non ha un sito internet, ma può farne a meno se ha una pagina Facebook ben gestita. Ma come si possono sfruttare al meglio le potenzialità di business offerte dal social network di Mark Zuckeberg? Innanzitutto con le campagne mirate. «L’algoritmo», spiega ancora Grossi, «consente di indirizzare una campagna agli utenti che presentano caratteristiche simili a quelli che sono già connessi a quell’impresa o che hanno già fatto acquisti di quel genere».

«Come dimostrato da un recente studio sulle Pmi italiane che sono sulla piattaforma», sottolinea Laura Bononcini, head of public policy di Facebook Italia, «una Pmi su 3 afferma di aver assunto più persone grazie all’aumento di domanda derivante dalla loro presenza digitale. Il dato è inoltre confermato dal fatto che il 70% delle imprese sostiene di avere aumentato il numero di clienti grazie a un utilizzo strategico di Facebook».

Campagne mirate e Messenger

Il prossimo passo sarà l'ottimizzazione della comunicazione con il cliente con Messenger: «Nei prossimi cinque anni la messaggistica sarà fondamentale perché attraverso i Bot si automatizzeranno sempre di più i customer service», aggiunge Grossi. In due anni le ore su Facebook le ore sono raddoppiate. E le 11 Pmi italiane che hanno partecipato alla survey ne hanno approfittato: : per far pubblicità verso nuovi potenziali nuovi clienti (78%), per mostrare i prodotti e servizi (78%), per dare informazioni (69%) e per comunicare con i propri clienti e fornitori (56%).

Un’altra novità di rilievo per Messenger è l'accordo siglato pochi giorni fa, che permette agli utenti di pagare con PayPal attraverso il servizio di messaggistica. Il servizio è partito negli Stati Uniti e per ora solo su dispositivi Apple, ma sarà presto esteso ad Android e a tutto il resto del mondo. «Questo consente, in pratica, di fare acquisti direttamente su Facebook», chiarisce Grossi.

Via Business People
 
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