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 mymarketing.it: e tu cosa ne pensi?... di Admin
 
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Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.

Arthur Bloch
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\\ : Storico : internet (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

I numeri dei social media sono sempre impressionanti, ogni volta che li si legge oppure li si vede in un video, come quello qui sotto.

È naturale e corretto dunque che le aziende che vogliono fare marketing digitale guardino con grande attenzione a questi fenomeni, anche se spesso lo fanno senza quella prospettiva strategica di cui tante volte ho parlato.

Tuttavia questo intesse si scontra con un problema di fondo di cui pochi si rendono conto, ossia la scarsa preparazione delle imprese, almeno per quanto riguarda l’Italia, sul web e i nuovi media in genere.

Per il mio ruolo professionale infatti mi confronto ogni giorno con i marketing di grandi e piccole aziende per attività di comunicazione digitale e mi rendo conto che spesso mancano le più elementari nozioni circa i concetti di link, domini internet, newsletter, formati dei file e chi più ne ha più ne metta.
Quasi tutti però sono pronti a fare qualcosa assieme sulle rispettive pagine di Facebook.

digital marketing

il digital marketing - immagine tratta www.boldendeavours.com

Allargando ancora lo sguardo e navigando su moltissimi siti aziendali emergono altri aspetti rilevanti, dalla totale assenza delle più elementari componenti SEO/SEM (e qui la colpa è anche di chi fa i siti) fino alla sezioni news aggiornate a 2 anni prima e passando per usi smodati del flash o di altre tecnologie che ogni iniziano a creare problemi con i dispositivi mobile.

Questi problemi naturalmente si applicano a chi abbia un sito proprio, perché molte sono le imprese che stanno trasformando la loro presenza sul web in una pagina Facebook, che è l’esempio aziendale della democratizzazione degli strumenti digitali: facile da gestire (finché non bisogna rispondere ai fan), gratuita, simile al proprio profilo personale.

Tuttavia se il digitale ormai è un ecosistema questo quadro descritto sopra risulta davvero devastante.

Il primo problema è che senza le fondamenta non si può costruire una casa, e in questo caso le basi sono un sito strutturato in modo corretto, con tutti i suoi elementi di base e una regolare politica di marketing che vada dalle newsletter all’advertising passando per i motori di ricerca.
Se poi non ci limitiamo solo al web ci sarebbe da discutere di digital asset management, di gestione delle informazionimulticanalità, clima organizzativo e di molto altro.

Il secondo tema è relativo al dilemma dei social media e al corretto rapporto fra  earned media e owned media: spostare tutta la propria presenza web sui social vuol dire esporsi al rischio di perdere i propri clienti in qualsiasi momento, di essere dipendenti da terzi su cui non abbiamo il controllo (se Facebook domani chiudesse la vostra fan page? Lo può fare) e di non avere nessun dato analitico sofisticato da poter leggere.

L’ultimo elemento mi porta poi nel terzo tema, gli analytics: il web e i nuovi media in genere sono quanto di più misurabile ci possa essere, ma pochi sfruttano questa opportunità, per ignoranza e per analogia con altri media in cui la scarsa misurabilità è rassicurante perché mimetizza meglio i risultati decrescenti che essi portano in termini di ROI.
Il mondo però va avanti, e i paesi più evoluti hanno già superato l’e-commerce a favore delle vendite multicanale e le semplici statistiche a favore del big data: è la logica dell’ecosistema dove tutto concorre ad un’unica strategia.

Digital Marketing

immagine tratta da http://www.tech2date.com

Un ultimo flash infine sulle competenze delle persone: è vero che in altri paesi chi si occupa di digitale è pagato molto meglio e gode di grande status aziendale ma c’è da dire che la maggior parte di coloro che da noi fanno questo tipo di mestiere in quei contesti forse potrebbero essere presi come stagisti.
Non si legga quest’ultima frase come arroganza e mancanza di rispetto: semplicemente lo standard interno alle aziende è davvero basso e dunque la crescita delle persone non è facile, e questo incide anche sullo status professionale di tutto il settore.

Tutto male dunque? Assolutamente no, le cose si stanno evolvendo anche da noi e molti giovani capaci iniziano ad apparire sul mercato del digitale, che a sua volta è in crescita per via della crisi visti i costi minori rispetto ad una parte del marketing più tradizionale.
Quello che ancora scarseggia è la visione di insieme e, forse, un po’ di ricambio generazionale e organizzativo se i marketer di maggiore esperienza non sapranno aprirsi ai nuovi mezzi per paura di perdere la loro posizione.
E voi che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
Di Altri Autori (del 31/01/2012 @ 04:46:07, in Internet, linkato 1897 volte)

4.200 miliardi di dollari. Tanto varrà la internet economy nei paesi del G20 entro il 2016 secondo lo studio di Google e Boston Consulting Group, presentanto in occasione del  World Economic Forum di Davos. Gli specialisti spiegano che il fattore principale della crescita è legato all’aumento della popolazione attiva online che passerà dagli 1,9 miliardi del 2010 a circa 3 miliardi nel 2016 (il 45% dell'intera popolazione mondiale).

“Nessuna compagnia o Paese può permettersi di ignorare questa crescita. Ogni azienda ha bisogno di andare verso il digitale” ha sottolineato David Dean, co-autore del report e senior partner di Bcg. “Comprendere il potenziale economico del web dovrebbe essere una priorità per i leader”, gli ha fatto eco Patrick Pichette, cfo di Google.

I consumatori hanno già cominciato a capire lo straordinario valore di internet: nei paesi del G20, 1.300 miliardi di dollari di prodotti vengono cercati online prima di essere acquistati offline. E anche le aziende che usano intensamente il web per vendere e interagire con i propri clienti e fornitori crescono più velocemente rispetto a quelle che non lo fanno. Negli Usa, le aziende con una presenza media o alta su internet prevedono una crescita del 17% nei prossimi tre anni, rispetto al 12% di altre compagnie.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 05/12/2011 @ 07:41:30, in Internet, linkato 2038 volte)

Anche se l'Italia continua a rimanere indietro, rispetto a molti Paesi dell'Unione europea, per la qualità e la quantità delle connessioni internet, la rete ormai è di casa nel Paese: oltre il 50% degli italiani naviga quotidianamente, un dato che sale al 90% tra i giovani. E' quanto risulta dal 45° Rapporto Censis.

In dettaglio, gli italiani che usano internet sono pari al 53,1% (+6,1% rispetto al 2009). Il dato complessivo si fraziona tra l'87,4% dei giovani e il 15,1% degli anziani (65-80 anni), tra il 72,2% delle persone più istruite e il 37,7% di quelle meno scolarizzate. Per quanto riguarda l'accesso a internet da casa, tra le famiglie che hanno almeno un componente tra i 16 e i 64 anni si raggiunge il 59% (rispetto alla media europea del 70%). L'accesso mediante banda larga registra invece un tasso di penetrazione del 49% rispetto alla media europea del 61%.

Nel mondo dell'informazione la centralità dei telegiornali è ancora fuori discussione, visto che l'80,9% degli italiani li utilizza come fonte principale. Tra i giovani, però, il dato scende al 69,2%, avvicinandosi molto al 65,7% riferito ai motori di ricerca su internet e al 61,5% di Facebook. Per la popolazione complessiva, al secondo posto si collocano i giornali radio (56,4%), poi la carta stampata con i quotidiani (47,7%) e i periodici (46,5%).

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 30/11/2011 @ 07:49:43, in Internet, linkato 1876 volte)

Dopo tanto parlare di servizi cloud, finalmente qualcuno ha cominciato a dargli sostanza e perfino un nome. Si chiama Cisco Global Cloud Index e, per la prima volta, ha misurato la quantità di dati generati dal traffico legato a questo mondo. Anzi, Cisco si è spinta a fare previsioni fino al 2015.

Il cloud, che nel 2010 valeva appena 130 exabyte, nel 2015 arriverà a quota 1,6 zettabyte (mille miliardi di giga). Lo scorso anno valeva l'11% del traffico globale, ma nel 2015 la sua fetta avrà raggiunto il 34%. E poi, già nel 2014, avverrà il sorpasso dei servizi cloud su quelli tradizionali in termini di tempo macchina speso. I server saranno impegnati per il 51% del tempo a elaborare dati legati alla nuvola. "La domanda di mobilità sempre crescente è uno dei motori principali della mutazione nello scambio di dati, e lo sarà anche in futuro", spiega David Bevilacqua, amministratore delegato di Cisco Italia.

Attualmente lo scambio più intenso avviene negli Stati Uniti, che rappresentano il 27% del traffico, seguito dall'Europa con il 26%. L'Italia? "Siamo in leggero ritardo rispetto agli altri Paesi dell'Europa occidentale", continua Bevilacqua. "Ci sono i primi importanti segnali di adozione di modelli cloud. Ma il mercato esploderà letteralmente non appena avremo affrontato e risolto la questione del digital divide".

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 29/11/2011 @ 07:38:55, in Internet, linkato 1726 volte)

La net-economy italiana prende la mira: varrà 50 miliardi di euro nel 2012
Il giro d’affari legato al web italiano nel 2012 toccherà i 50 miliardi di euro, equivalenti al 3% dell’intero prodotto interno lordo. A fare da traino per l’economia web saranno i viaggi (15 miliardi di euro complessivi) e i giochi online (che frutteranno circa 12,5 miliardi di euro).

Lo dice uno studio pubblicato da uno tra i più importanti portali di giochi e scommesse per internet, NetBetCasino.it. “Questo giro d’affari crescerà ancora - dice Kenny Ibgui, amministratore delegato della società che gestisce il sito-. Internet si dimostrerà uno strumento sempre più importante per il comparto dei giochi on-line e per il settore dell’industria turistica che attraverso il web riusciranno ad essere sempre più competitivi e a proporre un ventaglio di offerte sempre più diversificate”.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 18/11/2011 @ 07:20:37, in Internet, linkato 1995 volte)

La musica digitale fa oramai parte integrante della vita di milioni di persone sparse nel globo. Prova ultieriore sono i dati Ifpi che, fotografando a livello mondiale il mercato, certificano che nel 2010 sono state oltre 13 milioni le tracce disponibili negli store digitali e oltre 400 le piattaforme che vendono musica online in tutto il mondo. I ricavi derivanti dalla musica digitale sono stati pari a 4,6 miliardi di dollari con un +6%. Globalmente in 6 anni, il mercato della musica online è cresciuto del 1000%.  

Secondo la Federazione industria musicale italiana “nonostante le difficoltà e le resistenze culturali ed infrastrutturali, legate soprattutto alla mancanza di un’agenda digitale seria e di lungo periodo, l’industria musicale italiana ha creduto e investito nella musica digitale ed oggi, nei primi nove mesi del 2011, la quota di mercato ha raggiunto il 23% con un fatturato di quasi 19 milioni di euro ed una crescita, rispetto allo stesso periodo dall’anno precedente, del 17%”.  

“Cresce il download, crescono anche i ricavi basati sulla pubblicità, ovvero YouTube che, secondo gli ultimi dati Deloitte, sono aumentati del 39%. Molto è ancora da fare”, l’Italia, che si è sempre collocata come mercato discografico nei primi 10 Paesi al mondo, per il digitale “si colloca solo al 16° posto”.

 Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 11/11/2011 @ 07:48:27, in Internet, linkato 1493 volte)

Per il 73% dei consumatori che acquistano online è importante, se non addirittura fondamentale, il costo delle spese di spedizione. Da uno studio americano emerge che, per il 70% degli utenti, risulta molto significativa per la scelta finale dell’acquisto da operare anche la gratuità della spedizione, seguite dalle promozioni speciali (62%) e dalla presenza di buoni sconto (56%). Un omaggio oppure le formule 3x2 sono invece considerate meno attrattive per gli acquisti.

Via Quo Media

 
Di Altri Autori (del 10/11/2011 @ 07:26:48, in Internet, linkato 1444 volte)

C'è un'Italia che snobba gli odiosi rallenty della politica e tira dritto sulla strada dell'innovazione. E' il Paese dell'economia digitale e in particolare dell'ecommerce, un business sempre più solido che, secondo l'Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano (in collaborazione con Netcomm), nel 2011 varrà 8,141 miliardi di euro, +20% sull'anno precedente, quando la crescita 2010 sul 2009 era stata già di un buon 17 per cento (scarica qui report sull'ecommerce).

Numeri sui quali gli esperti non sono sempre d'accordo, ma comunque un boom sostenuto dalla “moltiplicazione” degli internauti, che nella fascia 18-64 anni hanno superato i 25 milioni, con il 35% di questi che ha fatto un acquisto online negli ultimi tre mesi. Parlando di settori, crescono bene tutti i comparti merceologici, con l'abbigliamento in pole position (+38%) grazie all'ottima performance di piattaforme come yoox.com. Seguono editoria, musica e audiovisivi (+35%), trainati da big come Amazon ma anche da merchant nostrani come Bol, Ibs.it e Feltrinelli. Per avere un'idea più precisa dei settori, degli 8 miliardi e cento la metà è fatta dagli acquisti online di viaggi (49%), il 10% dall'elettronica, il 10% dall'abbigliamento, il 9% dalle assicurazioni, il 3% dall'editoria e dalla musica, l'1% dai generi alimentari (grocery), mentre il rimanente 18%, classificato come “altro”, include servizi come le ricariche telefoniche, il couponing e i biglietti online.

Tutto molto bello, se non fosse che siamo ancora “piccoli”: il commercio elettronico italiano vale un sesto di quello inglese (51 miliardi di euro, +10% nel 2011), un quarto di quello tedesco (34 miliardi, +10%) e meno della metà di quello francese (20 miliardi, +12%).

di Daniele Lepido su IlSole24ORE.com

 
Di Altri Autori (del 02/11/2011 @ 13:21:41, in Internet, linkato 1334 volte)

Si è aperta a Londra la Conferenza internazionale sul cyberspace che vede la partecipazione dei rappresentanti di 60 Paesi del mondo, oltre ai maggiori operatori del mercato internet.

Vantaggi socio-economici, sicurezza e affidabilità dell'accesso, cyber-crimine e sicurezza internazionale, sono gli argomenti oggetto della due giorni di conferenze fortemente voluta dal ministro degli esteri britannico, William Hague. Alla due giorni londinese partecipano rappresentanti provenienti da Stati Uniti, Russia, India e Cina, personalità della rete come Jimmy Wales di Wikipedia o Joanna Shields di Facebook.

Via Quo Media

 

Per molti anni le aziende che hanno avuto a che fare con i media si sono confrontate con editori che vendevano loro spazi pubblicitari, e dunque non hanno avuto alcun controllo su di essi se non per quanto riguarda quanto acquistato su questi paid media.

In un secondo momento poi alcune imprese hanno iniziato a sviluppare media propri, i cosiddetti owned media, su cui avere il pieno controllo, fenomeno che si è democraticizzato con l’avvento del web e dei siti aziendali.

Infine, soprattutto grazie all’avvento del social web, è arrivata a maturazione una nuova categoria, gli earned media, ossia quei particolari mezzi in cui la visibilità si conquista con il word of mounth e dove l’acquisto di spazi, dove presente, è complementare.

Quest’ultima categoria ha dunque suscitato, non senza ragione, grande entusiasmo e attenzione, sia per gli indubbi vantaggi di un approccio più dialogico con il consumatore sia (soprattutto?) per il risparmio monetario.

Non entro qui in tutti i temi del corretto approccio al social media marketing, mi preme però evidenziare un tema banale e dimenticato: come dice il nome gli earned media non sono mezzi propri, anche dove riteniamo di avere il pieno controllo, come ad esempio nel caso delle pagine Facebook.

Il servizio infatti potrebbe cessare il qualsiasi momento, come da contratto, in più a moltissime aziende sfugge il fondamentale particolare che i lead degli utenti dei social, a meno di specifiche attività, restano dei vari Facebook e Twitter. Ossia non si sa quasi nulla di loro e in caso di chiusura del servizio sono a tutti gli effetti persi.

D’altra parte il traffico che può essere intercettato su questi mezzi è difficilmente riproducibile su siti e strumenti propri, senza contare i costi di sviluppo, gestione ed evoluzione di certe feature social da parte di chi non ne abbia il know how. É il dilemma dei social media, di cui mi sono già occupato: meglio inventare ogni giorno la ruota o consegnare ad altri i nostri clienti?

Una risposta c’è, e sta nel non facile equilibrio tra un’attiva ma intelligente presenza sugli earned media focalizzata però ad un percorso graduale di acquisizione sugli owned media, che vada da una semplice registrazione al sito alla sottoscrizione di una loyalty card fino a tutti i gradi del crowdsourcing e della co-creazione.

Dal mio punto di vista è questo percorso strategico che finora è mancato nell’approccio ai nuovi media, siano essi paid o earned, con molte aziende che hanno progressivamente abbandonato il presidio del proprio sito e di altri canali di comunicazione a favore delle più facili pagine social.

Io ritengo invece che quello dei nuovi media (meglio, dei media e basta) sia un ecosistema complesso che richiede una visione strategica di insieme, dove ogni elemento è funzionale a un percorso.

I tempi e gli strumenti invece sono maturi per consentire ad ogni azienda di costruire i propri mezzi attraverso cui comunicare ai propri clienti, risparmiando anche budget da reinvestire in adv e in social media marketing, con lo scopo di incrementare ancora il circolo virtuoso della relazione.
E in questo i social media sono importanti ma da soli non bastano.

Resta poi molto importante la costruzione di metriche adeguate, in combinazione con la capacità e la volontà di leggere i dati che gli strumenti digitali sono in grado di fornirci.

Ho la percezione che queste logiche stiano iniziando solo ora ad affermarsi nelle aziende più illuminate, ma la progressiva necessità di misurare il ROI dei nuovi media porterà, almeno così mi auguro, sempre più imprese a ragionare seriamente su questi temi.

Voi che ne dite?

Gianluigi Zarantonello via Internetmanagerblog.com

 
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